Hugo Boss vestiva i nazisti sfruttando i prigionieri

Il nome di Hugo Boss è legato alla moda e alla Germania. Il fondatore del celebre marchio, Hugo Ferdinand Boss, fu un convinto nazista, aderendo sin dagli inizi al partito fondato da Adolf Hitler. Dobbiamo ricordare che non solo aderì al nazismo ma, Hugo Boss, fu lo stilista delle uniformi delle SS e della Wehrmacht.
Lo stupore non si arresta quando si apprende che utilizzò il lavoro dei forzati dei paesi occupati, persone che vivevano in condizioni disumane.
Ripercorriamo la storia di questi tristissimi eventi.
Chi era Hugo Ferdinand Boss?
Nacque a Metzingen, nel Wurttemberg, da Luise e Heinrich Boss. Era l’ultimo di cinque figli. Fece l’apprendistato come mercante e completò il servizio militare nel 1905. Rientrato dal periodo sotto le armi, iniziò a collaborare con una tessitura di Costanza. Pochi mesi dopo assunse l’eredità del negozio di famiglia, lingerie, a Metzingen.
Nel 1914 fu richiamato sotto le armi per servire durante il primo conflitto mondiale.
Scampato alla morte rientrò nel paese natale, dove continuò nell’attività di famiglia.
Era uomo destinato a maggiori fortune, rispetto al piccolo negozio in una città della periferia tedesca.
Correva il 1923 quando Hugo Boss fonda a Metzingen, città a sud di Stoccarda, un’azienda tessile cui assegnò il proprio nome.
L’azienda non decollò.
Quali le possibili cause?
Dobbiamo, ancora, retrocedere nel tempo per comprendere.
Il 23 giugno del 1919, l’Assemblea Nazionale della Germania, insediatasi a Weimar, fu obbligata a sottoscrivere il Patto di Versailles e, conseguentemente, si assunse la responsabilità di essere stata l’unica colpevole del primo conflitto mondiale. I debiti di guerra, che ammontavano ad una cifra vicina ai 130 miliardi di marchi, provarono duramente la finanza e l’economia della Germania. La sfortuna volle che le conseguenze della firma del Patto di Versailles, furono acuite dalla grande crisi del 1929, che colpì la Germania pochi mesi dopo il crollo della borsa di Wall Street. I fallimenti si contarono a migliaia e i disoccupati a milioni.
Queste furono le basi per l’ascesa del partito nazista.
Abbiamo lasciato Hugo Boss alle prese con le difficoltà della propria azienda da poco fondata, riprendiamolo e cerchiamo di comprendere come quel marchio sia giunto sino a noi.
L’impossibilità di lavorare e creare valore nella Germania degli anni trenta, portò il titolare a dichiarare bancarotta. Hugo Ferdinand Boss non si scoraggiò poiché aveva un asso nella manica, il partito nazista fondato da Adolf Hitler, cui aderì poco dopo il fallimento della sua impresa. La compagnia iniziò a crescere, fornendo le uniformi alle camicie brune, simbolo del partito e delle SA, la sua milizia. In seguito alla presa del potere da parte della Nsdap, avvenuta con la vittoria elettorale del 1933, la società di Boss divenne fornitrice della Wehrmacht, l’esercito della Germania, delle SS e dell’Hitlerjugend, la gioventù nazista.  I bilanci di quel periodo confermano che l’azienda ricavò profitto, notevole, dall’adesione al nazionalsocialismo.
Aderì al partito nazista solo per convenienza?
«È chiaro che Hugo Boss non solo s’iscrisse alla Nsdap - il partito nazionalsocialista tedesco - per assicurarsi contatti vantaggiosi per la sua azienda, ma che lo fece anche perché era un convinto sostenitore del nazismo.»
Hugo Ferdinand Boss aderì al nazismo nel 1931, due anni prima della salita al potere da parte di Adolf Hitler. Le parole, schiaccianti, sono dello storico tedesco Koester, docente d’economia all’ateneo Bundeswehr, e contenute all’interno del libro “Hugo Boss, 1924-1945”.
Esiste la possibilità che Hugo Boss sia stato il sarto personale di Hitler e dei gerarchi nazisti.
La collaborazione tra lo stilista e il partito nazista si può considerare passiva, poiché non furono Hugo Boss ed i suoi collaboratori a scegliere il design delle divise.
L’azienda non si fece scrupolo d’utilizzare i lavoratori forzati della Polonia e della Francia. Vi sono prove che impiegò 140 prigionieri polacchi e 40 francesi.
Prigionieri o schiavi?
I lavoratori erano sfruttati, intimiditi e terrorizzati dalle guardie.
Le condizioni igieniche erano terribili.
Il cibo che ricevevano, quando giungeva, era pessimo.
«Possiamo solo ripetere che il comportamento verso i lavoratori forzati fu allo stesso tempo severo e coercitivo», con queste parole lo storico Koester, autore del libro verità sulla vita di Hugo Boss, rafforza il concetto che il proprietario del marchio fu fermamente convinto delle proprie idee naziste.
La Germania fu sconfitta nel 1945.
Hugo Boss fu accusato d’aver sostenuto la causa nazista.
Gli alleati lo sottoposero a processo.
Fu condannato a pagare una multa di centomila marchi, ma non conobbe mai il carcere.
Per inasprire la pena, il capostipite della casa di moda fu privato del diritto di voto.
Hugo Ferdinand Boss si spense nel 1948, tre anni dopo la resa della Germania.
L’azienda, che mantenne il nome originale, nel 1953 cominciò la produzione di vestiti per uomo, settore nel quale divenne leader nazionale ed uno dei marchi più importanti e conosciuti in ambito internazionale, grazie all’elevata qualità dei tessuti utilizzati.
A distanza di oltre 60 anni, la compagnia ha pubblicato un comunicato, sul suo sito web, nel quale chiede scusa ed esprime «il suo profondo rammarico verso quelle persone che hanno sofferto un danno e un forte disagio mentre lavoravano nell'azienda di Hugo Ferdinand Boss sotto il regime nazional-socialista».

Fabio Casalini


 Bibliografia

Tarquini Andrea - Hugo Boss, lo stilista di Hitler. Divise delle SS e lavori forzati – La Repubblica del 23 settembre 2011

Francesco Tortora – Hugo Boss nazista, la griffe fa ammenda – Il Corriere del 23 settembre 2011

Hugo Ferdinand Boss (1885-1948) un die Firma Uho Boss – Metzingen Zwansgsarbeit del 18 aprile 1999


Commenti

  1. Risposte
    1. Distribuita a piene ( e larghe) mani...
      Fabio

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  2. Fabio questa proprio non la sapevo!
    Giovanni

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    1. Grazie Giovanni, non perdere i prossimi aggiornamenti (nemmeno gli altri articoli) sul tema!

      Fabio

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  3. Fabio sono visibilmente incuriosito da quello che ci proporrai nelle prossime settimane, sapendo che il meglio viene sempre alla fine!

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    1. Il prossimo verterà su Porsche ...
      per cui.. a tutta velocità verso l'abbattimento dell'ignoranza

      Fabio

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  4. E qui.... non ho parole.... Simona.

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    1. Ciao Simona.
      Se qui non hai parole, le troverai per i prossimi articoli... ma saranno parole non belle...

      Fabio

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