domenica 26 marzo 2017

Margherita Porete, le beghine e i Fratelli del Libero Spirito

Il 1 giugno 1310 in Place de Grève (ora Place de l'Hôtel-de-Ville) a Parigi di fronte alle autorità civili e religiose e a un grande pubblico commosso veniva bruciata come eretica la beghina Margherita Porete con il suo libro “ Le Miroir des simples âmes” (Lo Specchio delle Anime Semplici”). 
Nei secoli a divenire nella medesima piazza vi saranno le aberranti esecuzioni di François Ravaillac (l’assassino di Enrico IV, squartato vivo nel 1610) e Robert François Damiens (il tentato omicida di Luigi XV anche lui squartato vivo nel 1757). 
Di Margherita Porete, originaria della contea dell’Hainaut, nelle Fiandre, vicina al Brabante nata forse verso il 1250/1260, sappiamo molto poco: l’unico certo dato sulla sua vita è la condanna al rogo per eresia I cronisti del tempo la defirono pseudomulier e quindi beghina , e anche beguine clergesse o beguine en clergrie mult suffissant, ovvero una beghina colta, poichè aveva tradotto le Sacre Scritture in volgare, dimostrando una grande cultura e una grande conoscenza della teologia, come del resto possiamo capire anche dal livello della sua riflessione mistica e filosofica. La storia del processo a Margherita e al suo libro, Le Miroir des simples âmes (Lo Specchio delle anime semplici) si divide in due momenti. Una prima volta Le Miroir fu bruciato a Valenciennes, in sua presenza, al termine di un processo diocesano fatto istituire da Guido da Colmieu, vescovo di Cambrai, in un anno imprecisato del suo episcopato (1296-1306). In questa occasione il vescovo diffidò Margherita di leggere pubblicamente il suo libro e di farlo leggere da altri. Lei invece continuò a far circolare il libro dopo averlo probabilmente riscritto e nonostante la diffida presentò il libro a Giovanni di Chateau-Villain, vescovo di Chalons-sur-Marne, forte del fatto che nel frattempo aveva ottenuto l’approvazione di tre religiosi, uno presumibilmente Giovanni Duns Scoto conosciuto anche con l'epiteto di Doctor Subtilis che è stato un grande filosofo e teologo scozzese, Dom Franco di Villers, monaco cisterciense appartenente all’abbazia di Villers, della cui biblioteca Margherita era probabilmente frequentatrice e il magister in theologia Goffredo di Fontaines. Nonostante il Miroir avesse ottenuto l’approvazione di questi tre eminenti personaggi Giovanni di Chateau-Villain, denunciò il fatto a Filippo di Marigny, amico del re Filippo il Bello, invischiato nel processo dei Templari, il quale, nel frattempo, era divenuto vescovo di Cambrai.


Margherita fu condotta nel 1308 a Parigi, nelle mani del Grande Inquisitore di Francia. La Porete farà giuramento di lealtà, e addirittura l’Inquisitore tenterà per più di un anno e mezzo di far ritrattare Margherita che però non mostrerà segni di cedimento. Il processo di Margherita è strettamente legato a quello di Guiard de Cressonessart, un begardo della diocesi di Beauvais, che si definiva l’Angelo di Filadelfia (dal nome di una città in Asia minore citata nell'Apocalisse del nuovo testamento. Il nome della città significa "amore fraterno") ed era legato al movimento gioachimita. L'Inquisitore Guglielmo di Parigi tentò in ogni modo di concludere il processo con l’abiura della beghina, ma infine fu costretto a consultare ventuno teologi dell’Università di Parigi per fornire un fondamento credibile all’accusa di eresia. Fra questi ventuno teologi nove si erano già espressi nel processo ai Templari e sei saranno protagonisti del Concilio di Vienne (1311-1312), con cui si sancirà la condanna di beghine e begardi. Dopo il giudizio di condanna dei teologi, Margherita ebbe, secondo prassi, un anno per pentirsi, che trascorse all’interno del convento parigino di Saint-Jacques. Mentre Guiard de Cressonessart confessò e fu condannato al carcere a vita, Margherita perseverò nel suo silenzio e fu condannata al rogo il 31 maggio 1310. La Porete andò al rogo mostrando una grande dignità da commuovere fino alle lacrime molti dei presenti. 
La denominazione Beghini a cui lei apparteneva dall’inglese to beg pregare o mendicare o secondo altri dal francese beige una denominazione della lana grezza oppure non tinta con cui questi penitenti si vestivano, erano gruppi di laici sorti in Belgio intorno al 1170. Erano soprattutto donne, animate da zelo per la riforma della chiesa. Conducevano una vita a metà fra quella dei religiosi e dei laici. Erano vergini o vedove e erano dette non religiosae ma mulieres religiosae. Nei primi tempi dimoravano recluse in cellette raggruppate vicino a una chiesa o a un monastero o nei pressi di un ospedale dove assistevano gli ammalati e vegliavano i morti, Erano molto abili nel filare la lana. Alcune volte erano associate ad un ordine religioso di cui seguivano la regola. Tuttavia a poco a poco i religiosi rifiutarono l’affiliazione delle beghine, che senza più un appoggio furono costrette a riunirsi in ordini autonomi imitando la vita degli apostoli e seguendo le norme del vangelo. Perciò praticando una forma di vita semiclaustrale e senza alcuna regola giuridicamente approvata non ottemperavano più alle norme canoniche. Il IV Concilio lateranense del 1215 aveva limitato fortemente l’introduzione di nuovi ordini religiosi. Giacomo da Vitry (1170-1240 circa) grande protettore della primitive congregazioni di beghine ed in particolare della beghina fiamminga Maria di Oignies (morta nel 1213 e venerata come santa) di cui scrisse la Vita intorno al 1215 ottenne nel 1216 da Onorio III il privilegio del riconoscimento, sia pure soltanto orale, esteso anche alla beghine di Francia e di Germania. Allora iniziarono a sorgere oltre che nelle regioni fiamminghe sia in Francia sotto la protezione di Luigi IX che nella regione del Reno a Strasburgo e a Colonia i primi Béguinages autonomi che erano piccole città recintate con un cimitero, una chiesa e un infermeria formate da una serie di casette dove le beghine vivevano sole o in piccoli gruppi. Il centro propulsore del movimento rimase nelle Fiandre dove si ebbe anche la produzione di una bella letteratura mistica in lingua fiamminga. Beghini e beghine furono guardati sempre con sospetto dalla gerarchia ecclesiastica e furono confusi più o meno a torto con sette ereticali e incorsero in numerose condanne; in particolare il termine begardus sviluppo posteriore del termine beguinus fu applicato quasi esclusivamente in senso dispregiativo a chi manifestava inclinazioni giudicate ereticali ed eterodosse come ad esempio la setta del Libero Spirito a cui alcuni hanno associato Margherita Porete. Sotto questo nome si indicarono diverse sette eretiche sorte alla metà circa del Duecento e che durarono fino a tutto il XV secolo diffuse nei Paesi Bassi, in Germania nel nord della Francia e all’ inizio del XIV secolo anche in Italia in Umbria. Furono condannati nel concilio di Vienne del 1312 in cui vennero elencati gli errori della setta, in particolare la convinzione che una volta raggiunto un certo grado di perfezione non fosse più possibile peccare, perciò sarebbe stato inutile digiunare o pregare. Coloro che avevano ottenuto quel grado cioè lo spirito di libertà non erano più tenuti ad alcuna obbedienza umana né a seguire i precetti ecclesiastici. I Fratelli del Libero Spirito ritenevano che la visione beatifica di Dio potesse essere raggiunta già in questa vita e che l’ atto carnale non comportasse nessun peccato quando vi fosse una naturale inclinazione a compierlo. In Umbria la setta fu scoperta quando il francescano Bentivenga da Gubbio (prima seguace del Segarelli fondatore della setta degli Apostolici e bruciato sul rogo nel 1300) nel 1306 circa cerco’ di convertire la monaca Chiara da Montefalco la quale lo denunziò al cardinale Napoleone Orsini; che tramite il suo cappellano Umbertino da Casale allora inquisitore condannò Bentivenga al carcere perpetuo.
Ma torniamo a Margherita Poreta Il libro “ Le Miroir des simples âmes” (Lo Specchio delle Anime Semplici) fu principale il motivo della sua condanna ed oggi è ritenuto un classico del pensiero cristiano e uno dei vertici della spiritualità e della mistica del medioevo. In esso compare il tema dell’amore che innalzato al limite estremo di grandezza, termina in quanto volontà e lascia emergere lo spirito. Tutto il libro esprime un canto d’ amore, quell’amore nobile che nell’amor cortese dei poeti ha la manifestazione più bella. Si esalta la profonda affinità fra l’ amore del prossimo e l’ amore di Dio, in quanto siano vero amore, cioè la carità, che si muove senza timore, senza desiderio di ricompensa, senza attaccamento neppure per le gioie spirituali e indifferente a tutto ciò che la circonda poiché distaccata da tutto, l’ anima nobile prende congedo dalla dipendenza della morale e vive in una assoluta pace. Essa non sarà dunque mai più triste perché non appartiene a se stessa, non desidera più niente al di fuori di se, perciò a chi resta nel desiderio e nel volere non riuscirà mai a raggiungere la divina nobiltà. L’ amore è infatti volontà poichè l’ amore infinito vuole tutto, ma questo volere tutto è voler nulla, e dunque l’ anima nobile, cioè l’ anima che ama infinitamente perde ogni volontà e si disappropria (termine mistico) di se stessa e del proprio volere, tanto che si può paradossalmente affermare che chi vuole non ama e che il maggior tormento che la creatura possa soffrire è dimorare nell’ amore, ove chiaramente per amore si intende volontà e desiderio. La fine della volontà, che è sempre sinonimo di egoismo, significa la fine dell’ amore in quanto desiderio ma, se questa fine avviene per la traboccante ricchezza dell’ amore stesso l’ anima cessa di amare perché diventa essa stessa amore e si stabilisce un identità tra amore anima e Dio. Allora nella libertà del puro amore sola e libera l’ anima nobile è sempre pensosa senza tristezza, giocosa senza dissolutezza., anzi non deve pure neppure dire che prova gioia, trovando ugualmente Dio in tutte le cose. Il canto d’ amore di Margherita è un continuo invito a lasciare il meno e andare verso il più cioè verso l’ infinito, l’ assoluto, ovvero quel Dio che viene da lei suggestivamente chiamato Lontano-Vicino. Al termine di questo cammino, che è poi quello del Convito Platonico l’ anima scopre se come nulla e il nulla come sé. Io non sono ed egualmente non mi manca nulla scrive Margherita, l’ anima ha affrontato molte morti, e soltanto cosi ha guadagnato la vita divina, quell’ essere senza essere che è lo spirito. Il tema della morte mistica, o morte dell’ anima, è quello che più di ogni altro contraddistingue l’ esperienza dello spirito dei grandi mistici. Per questo la testimonianza letteraria e umana di Margherita in proposito è una delle più toccanti di tutta la storia della mistica. 

“Prego Dio che mi liberi da Dio” recita quindi. in perfetta sintonia con la nostra beghina. Meister Eckart

Luciano Querio



Bibliografia


Margherita Porete Lo Specchio delle anime semplici, 1994 San Paolo.



Luisa Muraro Lingua materna, scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete, 1995. D’ Auria


Marco Vannini Introduzione alla Mistica 2000 Morcelliana



Michael Baigent - Richard Leigh L’Inquisizione 2000 Marco Tropea Editore

Marcello Craveri L’ Eresia 1996 Arnoldo Mondadori Editore

Alessandro Barbero – Chiara Frugoni Dizionario del Medioevo 1994 Laterza

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