domenica 19 marzo 2017

La primavera di Praga. Una storia scritta con il fuoco

La canzone Primavera di Praga, di Francesco Guccini, è un'opera immortale. La possiamo considerare un testamento in favore della libertà dell'uomo dall'oppressione politica e religiosa. Fu incisa nel 1972 e inserita nel secondo album del cantautore modenese intitolato “Due anni dopo”. 
Guccini conduce gli ascoltatori per mano nella conoscenza di due uomini che, lottando per degli ideali considerati superiori alla vita umana, trovarono la morte per mano del regime politico e dell'intolleranza religiosa. Il 5 gennaio del 1968, Alexander Dubcek salì al potere in Cecoslovacchia, nazione oppressa dal dominio politico dell'Unione Sovietica. Il tentativo di riformare socialmente il paese cadde qualche mese più tardi quando l'Unione Sovietica, aiutata dai paesi facenti parte del Patto di Varsavia, invase il paese per ristabilire l'ordine. Il movimento di Dubcek tentò di concedere diritti ai cittadini grazie al decentramento dell'economia e all'allentamento delle restrizioni inerenti la libertà di stampa e di movimento. L'idea fondamentale della Primavera di Praga era quello di dividere il paese in due, da una parte la Repubblica Ceca e dall'altra la Repubblica Slovacca. Le riforme non piacquero al regime comunista sovietico che, dopo il fallimento dei negoziati, inviò truppe e carri armati ad occupare il paese. Molti abitanti di quelle terre migrarono verso i paesi dell'Europa occidentale. Chi rimase decise di protestare, non violentemente. Tra questi un ragazzo il cui nome era Jan Palach. Questa la storia di quei tristi giorni.
Son come falchi quei carri appostati
corron parole sui visi arrossati
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga

Jan Palach seguiva il corso di filosofia all'università Carlo IV di Praga.
Aderì alla stagione riformista denominata Primavera di Praga.
Purtroppo i sogni durano il tempo di un lampo.
Arrivarono i carri armati del Patto di Varsavia.
L'Unione Sovietica si riprese quello che considerava suo di diritto.
La primavera si chiuse con la fine dell'estate.
L'autunno lentamente passò.
Arrivò l'inverno, stagione delle decisioni.
Dove trovò il coraggio non lo posso sapere.
Cosa spinge un ragazzo a dedicare se stesso per un sogno?
Domande che non trovano risposta nella mente.
Il pomeriggio declinava nella sera quando Jan Palach si recò in piazza San Venceslao.
Si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale.
Pochi istanti.
Attimi di vita.
La decisione era presa.
Si cosparse il corpo di benzina e s'appiccò fuoco con un accendino.
Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo

Non morì nell'immediatezza del gesto.
Restò lucido nei tre giorni successivi.
Fu ricoverato in un ospedale cittadino e ai medici, che lo assistevano, disse d'aver preso a modello i monaci buddhisti del Vietnam.
Quello che a noi pare un folle gesto, attirò l'attenzione dell'opinione pubblica.
Il suo funerale, svoltosi il 25 di gennaio del 1969, parteciparono oltre 600.000 persone provenienti da ogni zona della Cecoslovacchia. Voglio ricordare un gesto di folle lucidità: quando decise di immolarsi con il fuoco, pensò di salvare gli appunti contenuti nella tracolla che aveva con se. Decise di immolarsi ma di salvare gli scritti e gli articoli. Tra questi un foglio nel quale vi era scritto che “noi esigiamo l'abolizione della censura. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro 5 giorni, il 21 gennaio del 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà”.
dimmi chi era che il corpo portava

la città intera che lo accompagnava
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga

Il martirio lo trasformò da ragazzo in eroe.
Gli anticomunisti trovarono un martire cui riferirsi.

Purtroppo altri, come predetto nella lettera, seguirono l'esempio.

Sette ragazzi persero la vita tra le fiamme divoratrici. 
Il silenzio degli organi d'informazione, controllati dal regime comunista, calò sui martiri di Praga.
Morire per un ideale.
Morire per la libertà.
Suonano lontani a questo mondo vuoto e caotico.
Con il trascorrere degli anni, quel fumo che lento saliva si è trasformato in una nebbia che incombe sulle nuove generazioni.
Jan Palach come Jan Hus.

quando ciascuno ebbe tinta la mano 

quando quel fumo si sparse lontano 
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava 
all'orizzonte del cielo di Praga

Chi non ha mai studiato l'inquisizione e le eresie non può conoscere quest'uomo dotato di vivace intelletto.
Hus nacque a Husinec, nella Boemia meridionale, nel 1371. Fu teologo e riformatore religioso, nonché rettore dell'Università Carolina di Praga. Promosse un movimento di contrapposizione al pensiero dominante nella curia romana basato sulle idee di John Wycliffe, teologo e riformatore britannico. I seguaci del coraggioso uomo boemo furono chiamati Hussiti. Hus si spinse molto oltre il pensiero consentito dalla chiesa cattolica, poiché sosteneva che un evangelizzatore potesse predicare senza il permesso del vescovo, dal momento che il dovere di annunciare il vangelo è comandamento di Gesù. Fu scomunicato e il cardinale Pietro degli Stefaneschi, che presiedeva il processo ordinato dalla chiesa romana, ne ordinò l'arresto. Il 6 luglio 1415, nel duomo di Costanza, fu dichiarato colpevole. Pietro Mladonovic, testimone di quella drammatica giornata, scrisse che «fu eretto un palco simile a un tavolo nel mezzo dell'assemblea e della chiesa. Vi si pose sopra una specie di piedistallo, su cui furono sistemati i paramenti, la pianeta per la messa e gli abbigliamenti sacerdotali appositamente per procedere alla svestizione di mastro Jan Hus. Così, quando fu condotto in chiesa nei pressi del palco, cadde in ginocchio e pregò a lungo. Contemporaneamente, il vescovo di Lodi salì sul pulpito e pronunciò un sermone sulle eresie.»
Annullatagli la tonsura, gli posero sulla testa una corona di carta con tre diavoli e la scritta “questi è un eresiarca”. Jan Hus fu portato fuori dalla chiesa. Passando nei pressi del cimitero s'accorse che alcune persone stavano bruciando i suoi libri. Giunse infine sul luogo del supplizio. Mentre pregava la corona gli cadde dalla testa. Uno dei tormentatori che accompagnavano il triste e lugubre corteo esclamò “rimettetegliela su, che sia bruciato coi demoni suoi signori che ha servito in terra”.
Fu denudato e le mani furono legate dietro la schiena. 
Fu legato a un palo con funi e catene.
S'accese il rogo.
Quando le fiamme si placarono, i boia prelevarono i resti spezzando le ossa a bastonate per farle bruciare nel miglior modo possibile. Quando trovarono la testa, la fecero a pezzi con i randelli e la gettarono sul fuoco. 
Furono bruciati anche i vestiti e le scarpe perché non potessero servire da reliquie. 
Le ceneri furono raccolte e caricate sopra un carro.
I poveri resti furono gettati nel Reno.
Dopo la sua morte i seguaci riuscirono nell'intento di respingere cinque crociate mosse contro di loro. Il pensiero e le idee di Jan Hus non morirono con il suo corpo: un secolo dopo il rogo, circa il 90% dei boemi era fortemente anticattolico.

La canzone di Francesco Guccini, testamento di un periodo storico che mai potrà ritornare, associa due persone che decisero di morire nella convinzione delle proprie idee.

Jan Palach e Jan Hus costretti a terminare la propria esistenza per difendere la libertà dell'uomo dal potere politico, rappresentato dal regime comunista, e da quello religioso, rappresentato dalla chiesa cattolica.


Fabio Casalini














Bibliografia

Alexander Dubcek e Jan Palach. Protagonisti della storia europea, a cura di F. Leoncini, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino 2009

Primavera di Praga. Quarant'anni dopo, a cura di S. Fedele e P. Fornaro, Soveria Mannelli (CZ) 2009

Luigi Geninazzi, “Sul rogo della libertà", Avvenire, 4 gennaio 2009

G. Dominici, Giovanni Hus e la Boemia. Industria tipografica romana, Roma, 1926

Pietro Tamburini. Storia Generale dell'Inquisizione. Due volumi in ristampa anastatica, Edizioni Bastogi, Foggia 1982

Pietro Tamburini. Storie dell'Inquisizione. Palermo, Sellerio, 2007


2 commenti:

  1. Storie tristissime entrambe, storie di forza e di convinzione in ciò in cui si crede. Nessuno dovrebbe soffrire così, nessuno dovrebbe morire per difendere le proprie idee. La libertà di pensiero, l'anticensura non esiste, siamo sempre condizionati nel dire o nel fare da qualcosa o qualcuno. Sono in pochi liberi fino in fondo, io ne cosnosco uno, che meriterebbe molto di più. sono molte le cose da raccontare, soprattutte le storie di questi eroi silenziosi che hanno cercato di cambiare la storia. Morire per in ideale, ma di morte lenta, come cantava De Andrè, c'è sempre tempo, peccato che a furia di pensare così ormai di ideali nessuno ne ha più. Ottimo scritto, sie stato molto bravo. Rosella

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    1. Grazie Rosella.
      Due storie tristi, due persone oppresse da due regimi.
      Jan Hus eretico perché le sue idee divergevano da quella della chiesa di Roma.
      Jan Palach arrivò alla protesta-suicidio per dar voce alla libertà contro il regime comunista.
      Tutto dimenticato.
      Oggi vi è un monumento a Praga che accoglie fiori, mi dicono sempre meno..

      Fabio

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