giovedì 23 febbraio 2017

Lunario di Settembre. La storia delle donne di Nogaredo

Corre l’anno 1646.
Nogaredo è un piccolo paese nell’attuale provincia di Trento. La vita qui scorre come in molti altri piccoli centri della nostra penisola di quel tempo, tra popolazione affamata e analfabeta, nobili annoiati e cospiratori e la Chiesa che cerca, dopo il Concilio di Trento del 1542, di apparire meno dissoluta e più austera. 
Due donne, in settembre discutono sulla pubblica piazza. Una di loro, Maria di Nogaredo, accusa l’altra, Menegota, di averle rubato qualcosa e di essere una strega.
L’accusa può cadere nel nulla?
Giammai, deve essere verificata, confutata, comprovata.
È così il 26 novembre, Paride Madernino, delegato delle cause civili e criminali nelle giurisdizioni di Castelnovo e Castellano, con l’appoggio di Giovanni Ropele, dottore in legge e commissario della giurisdizione di Castellano, decide di rilasciare mandato di cattura verso Menegota, vedova di Tommaso Camelli, e sua figlia Lucia, moglie di Antonio Caveden.
L’accusa è chiara: stregoneria.
La prova è data dalla testimonianza di Maria di Nogaredo, detta Mercuria.
Ad eseguire l’arresto, secondo gli atti processuali è Giuseppe Goriziano, bargello della Curia di Nogaredo, con Giovanni Birlo, bargello di Castelnovo. Arrestate, le due donne sono condotte nelle carceri di Castel Noarna.
La deposizione di Mercuria pesa sulla reputazione di madre e figlia come un fardello. Ma è stata spontanea nel suo raccontare?
Incarcerata ai primi di novembre, Mercuria è prima rasata e poi torturata. L’ interrogatorio dura per giorni.
3 novembre: davanti agli inquisitori, la donna è sottoposta al tormento della corda. Non più giovane, terrorizzata e dolorante, la sua lingua scioglie. Le domande incalzanti, per altro, le suggeriscono la via.
La Menegota è una strega sicuro, le ha indicato come uccidere il bambino che la marchesa Bevilacqua, nobildonna di Nogaredo, ha in grembo, conservando in bocca un’ostia consacrata ricevuta durante la comunione. Le ha fatto rinunciare al battesimo, ai Santi tutti e alla confessione, le ha segnato una spalla, con il marchio che il Demonio usa per riconoscere le sue donne.
Un altro giro di corda, la Mercuria riprende a parlare.
Racconta che lei stessa è diventata una strega, che ha guastato un puttin.
Spiega con dovizia di particolari i convegni che si tengono ogni 6 settimane, a casa di una o dell’altra, di come fanno strierie, di come il Diavolo le ricompensa con cibo, danze e unioni carnali ogni volta che fanno qualcosa di malvagio.
15 novembre: nuovamente torturata, la Mercuria parla di Lucia. È una strega potente? Molto potente, tanto che una notte le due donne sono andate a casa di un certo Cristoforo Sparamani, per vendicarsi di un torto subito. L’uomo è stato striato, unto con olio preparato dal Demonio e cosparso di polvere di ossa di morto. Nessuno le ha viste perché le donne avevano sembianze di gatto. Oltre che di Lucia, Mercuria parla anche di un tale Delaito Cavalieri, che giace con loro e con il Demonio durante gli incontri nel bosco.
Soddisfatti, i suoi aguzzini la lasciano in pace.
27 novembre: il giorno dopo l’arresto. Menegota compare davanti al giudice, sa cosa l’aspetta, le hanno letto l’accusa, le hanno rasato la testa. Cominciano le domande, che hanno un solo scopo: ottenere altri nomi e una confessione.
Che rapporti ha con la Mercuria? “Non la conosco, nulla a che spartir, solo una lite mesi fa in strada, nella piazzola di Nogarè.”
Il giudice fa finta di non sentire. Vuole vedere il marchio del Demonio. La donna, mostrandosi ingenua risponde: “No, nessun segno, e quando farà bisogno mi spoliarò alla sua presenza, ma non mi travagliate, non son la Morandina…”
Chi è costei? Un’altra seguace del Demonio? Un ‘altra anima corrotta? “…Sebbene non la conosco, si dice però ch’essa sia una malfatora.”
Al giudice non importa che possa essere una calunnia, un venticello di quartiere, ciò che conta è portare un'altra donna in carcere per accertamenti.
29 novembre: è la volta di Lucia, che non vede Menegota dal giorno dell’arresto. Le tengono separate. Anche a lei hanno tagliato i capelli.
Lucia è una brava donna sposata, una levatrice e una filatrice di lino. Lavora per aiutare il marito e la madre rimasta sola. La Mercuria la ricorda bene, per la lite in strada la considera “una nemica”. Le accuse più pesanti sono verso di lei. Il giudice legge la deposizione della nemica, la avverte di non mentire, perché tanto la Curia ha materiale sufficiente a carico suo.
Anche lei sottoposta alla corda comincia a parlare.
Le parole usate sono molto simili a quelle pronunciate dalla Mercuria giorni prima, troppo simili. Qualche malpensante potrebbe credere che siano state suggerite, che ci sia malafede nelle azioni del Giudice o degli incaricati della Curia.
Lucia fa dei nomi, coinvolge altre donne, sperando clemenza per sé e per la madre: Menega, moglie di Valentino delli Sandri Gratiadei, con cui gira per fare strierie sotto forma di gatto, Morandina di Maran, con cui giace con il Demonio, Domenga della Villa, capace di guastar le creature, Isabella Brentegana e sua figlia Polonia, presenti a tutte le strierie.
Il Giudice decide di mettere a confronto madre a figlia, vuole che le sue parole siano confermate.
Lucia è sofferente, provata. La corda l’ha segnata profondamente. Entra nella sua cella la Menegota che in primo momento nega tutto, non vuole soccombere alla tortura. Lucia invece conferma, ormai non ha nulla da perdere ed aggiunge un’ulteriore testimonianza a carico della Menega Gratiadei, che sembra abbia ricevuto un anello senza preda in dono dal Demonio, in segno di patto. Menegota non può che confermare, inutile negare perchè il Giudice le ha detto che la Curia ha tutte le prove che servono.
2 dicembre: il bargello Giuseppe Goriziano, su indicazione del giudice, arresta Menega delli Sandri Gratiadei e sequestra in casa sua, come riportato dagli atti, un vero e proprio arsenale da strega: un coltel grande da strion, uno bossolin de legno, varie sorte de herbe, polveri mescolate con diversità de grani, farina d’amito e altre robe ben celate sotto al letto e negli armarii.
4 dicembre: la donna è sottoposta a interrogatorio. Nega tutto, urlando a gran voce che è disposta al confronto con Lucia e Menegota. Condotte le due donne davanti a lei, Lucia la accusa ancora e dice che le cose trovate in casa sono le stesse usate per striar Cristoforo e per uccidere una donna. Anche Benvenuta, la figlia di Menega è una strega.
La donna crolla, non può più negare, ma, se ha agito, lo ha fatto senza rendersene conto, contro la sua volontà. E’ tutto, anche il coinvolgimento della figlia ai festini, come amante prediletta del Demonio.
Le parole che usa sono molto simili a quella della Caveden.
18 dicembre: Lucia, riportata davanti al Giudice, è ancora sottoposta alla corda. L’uomo vuole assicurarsi che la donna, confermi tutto ciò che ha detto in precedenza. Vuole altri nomi. Ancora un giro di corda, la donna stremata, ricomincia a parlare. Fa il nome di Santo Peterlin, anche lui unitosi al gruppo sotto forma di gatto, e di Maddalena di Antonio Andrei, detta la filosofa. La tortura finisce, la donna è ricondotta in cella.
20 dicembre: Benvenuta Gratiadei compare davanti al Giudice. Ha solo 17 anni, ogni tanto aiuta Menegota e Lucia in casa, come domestica. Le leggono la deposizione di Lucia contro di lei, le dicono di dire la verità, altrimenti sarà sottoposta al rigoroso esame. E poi è inutile mentire, la Curia sa già tutto quello che deve sapere. “Non so di averlo fatto, a meno che io non fossi onta… e che mi avesse parso come un sogno… Il diavolo? Ben è vero che alcune volte un giovane foresto è comparso a casa mia e mi faceva all’amore… fu lui medesimo che mi bollò su una spalla e mi diede l’anello senza preda… Si chiamava Martinello …”
Per accertare la presenza del segno del Demonio il Giudice ordina di spogliare la ragazza. Benvenuta è ben visitata, a lungo, e sulla spalla sinistra viene rilevato un segno della grandezza di un grano di lenticchia, il segno che stanno cercando.
Nuovamente interrogata, anche la ragazza fa altri nomi: Zenevra Chemola, che aveva fatto l’onto per ruinar i buoi dello Scarambera e Catterina detta Fitola, anche lei presente a striar Cristoforo.
2 gennaio: Domenica Gratiadei parla dei giochi delle strie. Lei e Santo Peterlino, caporale delli strioni, seguono il Diavolo, che si mostra loro sotto forma di becco, nel posto prescelto e li chiamano a raccolta a una a una le strie. Mangiano, bevono, ballano e tutti vanno a “baciare il culo al gran personaggio.”
10 gennaio: Maddalena la filosofa è sottoposta ad esame. Il giudice legge le dichiarazioni fatte a suo carico e le chiede di essere sincera, altrimenti sarà sottoposta a tortura. E poi è inutile mentire, la Curia sa già tutto quello che deve sapere. Questa volta ad essere accusati sono la Brentegana e Santo Peterlino.
Con loro prepara un onto fatto con l’Eucarestia, il sangue e il grasso di bambini morti e l’acqua santa. Mescolato tutto, si pronuncian le parole della maledizione che si vuole fare. Dissepolti dal cimitero, i corpicini durante il festino vengono decapitati, privati di braccia, mani, piedi e ginocchi. Questi pezzi vengono cucinati e mangiati mentre col resto si ricava il grasso nella sinagogha delle strie.
Pochi giorni dopo Maddalena ritratta. Il Giudice bonariamente la ammonisce, ma lei continua a negare. L’uomo è costretto a sottoporla al rigoroso esame. La filosofa conferma tutto, il dolore la convince.
10 febbraio: Giuseppe Goriziano, su ordine del giudice arresta Catterina Baroni detta Fitola e Zenevra o Junipara Chemola. Il bargello presenta l’elenco degli oggetti sequestrati a casa della Fitola: bossoli, semenze varie, vasetti, un pitarel de terra verde con drento grasso e altre cose. Non ci sono dubbi, sono gli arnesi che le strie usan per fare strierie.
19 febbraio: il Giudice legge le accuse a carico di Catterina Fitola; bonariamente la invita a confessare, per non essere costretto a sottoporla al rigoroso esame, che sarebbe solo una perdita di tempo, tanto la Curia sa già tutto quello che deve sapere.
20 febbraio: si ripete lo stesso copione. Questa volta è Zenevra Chemola a confessare, ancora una volta le parole usate sono molto simili.
1° marzo 1647: inizia il processo a carico di Menegota e Lucia. Pochi giorni dopo viene trovata morta in cella Maddalena la filosofa. Visto che la causa del decesso non può essere accertata senza ombra di dubbio, il prete di Villa, Don Giovanni Bigliardi, la fa seppellire nella ghiaia, rifiutando la sepoltura ecclesiastica.
Nei giorni seguenti sono chiamate alla sbarra tutte le persone coinvolte, davvero numerose. Da una frase gridata in pubblica piazza ad un processo di massa il passo è stato breve. Le accuse contestate sono molto simili fra loro, le parole usate sempre le stesse. Ma la Curia sa già tutto quello che deve sapere.
Paride Madernino, Giudice delegato della giurisdizione di Castellano, emette la sentenza. Giudica senza tentennamenti che tutti gli accusati ….non hanno timor di Dio e della Santa Romana Chiesa, …che sono stati sedotti dal spirito infernale, di haver rinutiato al Battesimo, di aver permesso la damnatione delle loro anime… di aver risposto alle chiamate del demonio, di aver giaciuto con lui dopo aver ricevuto sul corpo un segno di fedeltà… di aver guastato puttin, onto omini e donne, di aver ruinato buoi…viste le difese e le cose che devonsi vedere, rievocando il nome della Santissima Trinità…. vengano decapitati, i loro corpi bruciati, le loro ceneri messe in giare, da seppellire e i loro beni confiscati.
Il 14 aprile 1647 la sentenza è eseguita da Leonardo Oberrdorfer, carnefice di Merano. Si chiude così un processo basato sul nulla, come moltissimi altri. Mi chiedo spesso quante delle accusate e degli accusati di stregoneria avessero commesso realmente qualche crimine. Sotto tortura psicologica e fisica, i malcapitati raccontavano ciò che i frati prima e il Giudice poi volevano sentirsi dire.
Ignoranza, pregiudizi, gelosie, vendette e crudeltà, questi furono le vere imputazioni di un processo terminato nel sangue perché la Curia sapeva già tutto quello che doveva sapere.

Rosella Reali












Lunario di Settembre è una canzone di Ivano Fossati, contenuta nell'album Discanto del 1990. Si tratta di una libera trasposizione degli atti del Processo di Nagaredo come riportati da Tullio Dandolo nel 1855. Il dialogo fra l'inquisitore e una delle imputate, è un adattamento della poesia Alla luna di Anna Lamberti Bocconi.

Bibliografia

Sante e Streghe – Marcello Craveri – Giacomo Feltrinelli Editore, 1980 

Le streghe di Nogaredo – Ettore Paris e Pierluigi Negriolli - Saturnia, 2013

La Signora Di Monza e Le Streghe del Tirolo: Processi Famosi del Secolo Decimosettimo Per La Prima volta Cavati Dalle Filze Originali - Tullio Dandolo - Ditta Boniardi-Pogliani di E. Besozzi, 1855


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