martedì 28 febbraio 2017

Antonio Ligabue. Storia di un matto che fissava il grande fiume

Il conflitto interiore dell'aquila che attacca la volpe.
La sfida infinita della tigre assalita da un serpente.
La rabbia del Re della foresta cantata dalle fauci spalancate.
Bestie da dominare o dominatrici? 
La fiera belva nella quale incarnare la schizofrenia.
Il conflitto interno era da vincere, da distruggere.
Il naso martoriato per somigliare al rostro del rapace.
All'improvviso fu il ritorno dai campi.
Le atmosfere, le case e le chiese ricordano la tua nascita.
Ricordi Zurigo e la madre emigrata dall'Italia.
La componente maschile non puoi, eri figlio di padre ignoto.
Il tempo trascorre veloce nell'infanzia.
Due anni e conosci un uomo al fianco di tuo madre.
Bonfiglio Laccabue, emigrato emiliano.
Uomo rude, poco avvezzo alla paternità.
Ti riconosce, acquisisci il suo cognome.
Un giorno ti andrà stretto e lo cambierai.
A quattordici anni vedi morire la madre con i fratelli.
Intossicazione alimentare diranno al fresco delle Alpi.
Incidente narreranno le fredde cronache d'inizio secolo.
La tua idea era diversa, sapevi qualcosa.
L'opinione creata nel dolore sarà parte della vita.
Una nuova famiglia è pronta ad accoglierti.
La donna che non chiamerai mamma correva dai gendarmi.
“Quel ragazzo ha dei problemi, seri e ripetuti.”
“Sarà un po' matto, abbiatene cura e migliorerà.”
All'improvviso un ricordo: il circo.
Il chilo di mele che non ti fece dormire una notte.
Incubi e succubi si aggrovigliavano nella mente.
Il leopardo che urla la rabbia alla vedova nera.
La belva che assale la preda designata.
I problemi si accumulano e la scuola ti allontana.
Hai un carattere riconosciuto come violento.
L'ospedale psichiatrico è la tua nuova casa.
All'interno di quelle gelide mura troverai pace.
La donna non ti vuole più con lei.
Ti denuncia nuovamente.
La Svizzera è, ora, un lontano passato.
Chiasso, Gualtieri e l'Italia ti attendono.
Gente strana, parla una lingua incomprensibile.
La Svizzera, ora, è un miraggio.
Non ti fanno rientrare, non ti vogliono.
A Gualtieri devi tornare, sulle sponde del grande fiume.
Quel scivolare d'acqua ti attrae.
Un capanno è, ora, la tua casa.
Un lavoro piccolo sui margini del Po.
Ma un giorno la passione ebbe il sopravvento.
La pittura ti chiama a se.
Dipingere aiuta contro quel male che ti tormenta.
Occhi fermi, le iridi sincere.
Dipingi senza conoscere.
L'interiore si manifesta nelle tele.
Un uomo si avvicina.
Comprende la tua rabbia.
Il tuo voler far emergere la violenza.
La vita si muove in direzione dell'orizzonte.
Cambia, si contrae e scivola via.
Tavolozze e colori sono la tua intima compagnia.
Il grande fiume è fonte d'ispirazione.
La malattia non t'abbandona.
Non lo farà mai.
Sarà sempre presente.
Come un giudice che emette sentenze.
Inizi a farti del male.
A lesionare quel corpo martoriato.
Non puoi stare nel gabbiotto sul Po.
Lunghe giornate di vuoto assoluto.
Le finestre come gabbie.
Le stesse prigioni degli animali che amavi.
Non sei solo come pensi.
Non sei abbandonato da tutti.
Uno scultore ammira i tuoi lavori.
Convince l'ospedale che può guarire il male.
Parla della sua casa.
Riprendi il percorso con l'arte interiore.
La pace smette d'abitare il mondo.
I tedeschi, i carri e le pallottole.
La guerra attraversa il continente.
Un ricordo t'assale.
Non sei nato sul fiume.
Giungi da un luogo lontano.
Le parole le comprendi, le conosci.
Ti aiutano affinché tu possa aiutare loro.
Ti obbligano a lavorare per loro.
Tradurre è il tuo nuovo orizzonte.
Ma Ligabue, non più Laccabue, è un matto.
Lo è sempre stato.
E sempre lo sarà.
Ligabue è un demente, urla impaurita la gente.
Una bottiglia accarezza la testa d'un militare.
Sei vivo per miracolo.
Ligabue è un demente.
Deve essere rinchiuso rapidamente.
La guerra è finita.
Viva l'Italia libera.
A te non frega, basta che ti diano una tela.
Sei fuori, libero finalmente.
Aria pura e serena.
Lo scorrere dell'acqua.
Il rumore del battito d'ali.
Il gabbiotto esiste ancora.
Il grande fiume è la tua compagna.
Il campanile di Gualtieri ancora si staglia nell'azzurro cielo.
Come mosche appaiono umani all'orizzonte.
Cosa vogliono da te?
Gli interessi, la tua arte per loro è particolare.
Sono, forse, più concentrati sulla tua malattia.
Farà vendere i giornali.
“Le fotografie, Ligabue. Le fotografie per favore.”
“Non possiamo tornare a Bologna senza il tuo volto.”
La tua sagoma martoriata, questo interessa loro.
Il naso scippato all'aquila.
La pazzia contagerà le folle.
“Come si chiama il vostro giornale?”
“Il Resto del Carlino, Ligabue”
“Perché mi fotografate?'”
“Diventerai famoso Antonio, molto famoso.”
“Dovrò lasciare il mio fiume?”
Gli uccelli non canteranno per te.
La solitudine incideranno per loro.
Persone chiedono dei tuoi quadri.
Sono interessati ai tuoi animali.
Li vogliono comprare.
Portano le opere nella capitale.
Un matto nella città eterna.
Precursore di molti che seguiranno.
La motocicletta impenna.
La nuova passione ti contagia.
Ligabue è un demente, urla impaurita la gente.
Una sbandata, la scivolata.
La testa incoccia la terra.
Eri matto anche prima, poco cambierà.
Correvi lungo le sponde.
L'acqua scivolava veloce.
Un nuovo mezzo invade l'Italia.
La chiamano televisione.
Non possono scartarti.
Devono vederti e riportarti.
Documentari ed interviste.
Le immagini di un uomo vestito da donna invadono l'Italia.
Ligabue è un demente, urla impaurita la gente.
Il gabbiotto è dimenticato, abbandonato.
Una stanza d'albergo il tuo nascondiglio.
Per la figlia della titolare un amore naturale.
Ma Cesarina non ti vuole sposare.
Sei accettato da colleghi e compratori.
Un disadattato nella solitudine degli ultimi anni.
I soldi e la piccola notorietà non fanno per te.
Il grande fiume e la motocicletta sono la vita.
Il tempo fugge.
Il battesimo.
La cresima.
La morte. 
Ligabue è un demente, urla impaurita ancora oggi la gente.

Fabio Casalini


Un ricordo di Augusto Daolio e dei Nomadi che hanno inciso la canzone "Dammi un bacio" in memoria di Antonio Laccabue detto Ligabue.

Un primo documentario su Ligabue (Antonio Ligabue, pittore) fu realizzato nel 1965, l'anno della morte, da Raffaele Andreassi.

Nel 1977 il regista Salvatore Nocita dedicò uno sceneggiato di tre puntate che narrava la vita di Ligabue, intitolato proprio Ligabue, che lo fece conoscere al grande pubblico; interpretò il pittore il trentenne Flavio Bucci.

4 commenti:

  1. Cos'è la pazzia? Per me è un viaggio e ritroso nella propria mente. Chi stabilisce la follia di un uomo? Altri uomini, che danno un giudizio su cui che vedono. Leggo e anche io vedo le immagini convulse della sua mente, tramite le tue parole, che rendono vivo uno strazio lungo una vita. Pazzia e genialità hanno determinato questo uomo. Resterà un incompreso e grande talento. Oggi uno come lui sarebbe stato un eccentrico. Un artista originale. Per me resta un uomo della profonda solitudine. Mi fa tenerezza e mi addolora. Tu sei stato bravissimo. Con passione e delicatezza hai reso il suo personaggio in modo egregio. Grazie per averci regalato questa ballata. Mancava da tempo. Rosella

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    1. Grazie Rosella.
      Un Dali che passaggia con il formichiere per farsi notare fu considerato eccentrico, un Ligabue che lottava con il male interno fu considerato solo un demente.

      Ligabue è un demente grida, ancora oggi, la gente.
      Riflettiamo Rosella su questa frase di Augusto Daolio (senza ancora oggi aggiunto da me).

      Fabio

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  2. Da sempre rendi con le ballate il perfetto equilibrio tra cultura e poesia... e ci regali forti emozioni aggiungendo qualcosa al nostro bagaglio... grazie Fabio. Simo

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    1. Grazie Simo!
      Ogni tanto esce così, senza che ci pensi in anticipo.
      Grazie!
      Fabio

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