sabato 31 dicembre 2016

La colonna infame e la caccia alle streghe nella Milano del Seicento


Gian Giacomo Mora, nacque nel 1587 e morì a Milano nel 1630. Gian Giacomo fu cittadino del Ducato di Milano e barbiere. Visse in un periodo sfortunato: la peste imperversò sulla città meneghina giunta dalle vallate sopra Chiavenna. Colpì brutalmente la popolazione, tanto da ridurre drasticamente il numero degli abitanti della città lombarda.
Nel 1628 Milano contava circa 130.000 abitanti, nel 1631 poco meno di 65.000. La sfortuna di Gian Giacomo Mora fu doppia, poiché oltre ad essere milanese svolgeva la funzione di barbiere. In occasione dell’epidemia del 1630 iniziò a produrre, con il consenso dei Commissari alla Sanità, un unguento che avrebbe difeso le persone dal contagio. Uno dei primi acquirenti fu Guglielmo Piazza, commissario alla Sanità. Guglielmo era convinto d’aver maggiori probabilità di contrarre la peste a causa dell’attività svolta. Guglielmo Piazza fu veduto in atteggiamenti compromettenti, da una donna, e denunciato alle autorità competenti con l’accusa d’essere un untore. Il commissario inizialmente negò le accuse. Le autorità competenti decisero per una dura sessione di tortura nei suoi confronti al fine d’ottenere la confessione. Piazza non solo confessò ogni addebito ma fece il nome del produttore l’unguento: Gian Giacomo Mora. L’ispezione nella bottega del barbiere portò a confermare le accuse: furono rinvenute le sostanze utilizzate per la produzione dell’unguento e contenitori pieni d’escrementi umani. Mora fu arrestato il 26 giugno del 1630. 
Inizialmente rigettò le accuse, ma sottoposto a dura tortura confessò e fece nomi d’altre persone coinvolte nella produzione e distribuzione della lozione. Mora e Piazza furono riconosciuti colpevoli. 
La fine fu terribile: furono attanagliati con pinze roventi, gli mozzarono le mani e spezzate tutte le ossa. Furono piegati sui raggi di una ruota ed esposti per sei ore al pubblico. Furono uccisi mediante un taglio alla gola. La casa di Gian Giacomo Mora fu abbattuta ed al suo posto fu eretta una colonna, chiamata infame. Sul muro prospiciente la colonna fu apposta una lapide dove era riassunta la vicenda e le pene comminate al barbiere. La colonna e la lapide dovevano servire da monito a tutta la cittadinanza. 
La colonna infame fu abbattuta il 25 agosto del 1778. 
I fatti narrati si svolsero nell’ultimo anno di vita del cardinale Federico Borromeo. Alessandro Manzoni scrisse che «fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi di una grand’opulenza, tutti i vantaggi di una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell'esercizio del meglio». 
Federico Borromeo dovette affrontare il popolo che, non sapendo spiegarsi l’origine dell’epidemia, additava uomini e donne di varia estrazione sociale come responsabili della morte dei milanesi. 
L’arcivescovo di Milano così scriveva: «Non appena aveva cominciato a infierire la peste, si diffuse tra il volgo una certa convinzione che coloro i quali esercitavano l'impegnativa arte di ungere, mescolassero agli unguenti anche accordi pattuiti col demonio e che gli stessi unguenti risultassero composti di veleni, oltre al veleno vero e proprio della peste. Dicevano che dagli stessi erano ricercati e raccolti rospi e serpenti: tali bestie erano fatte cuocere e mescolate con il marcio che usciva dalle ulcere dei corpi affetti da peste. E ce ne furono di quelli che al giudice dicevano che erano impediti in una forma occulta di confessare il vero: che la gola era loro serrata e ostruita e che era stata data loro dal medesimo demonio una pozione che, con un arcano potere, proibiva anche di confidare qualsiasi cosa». 
Federico Borromeo non dovette affrontare solo gli untori: durante il suo episcopato, furono bruciate nove streghe. Gli atti dei processi sono conservati in un armadio di ferro nell’archivio della curia. 
Il cugino di San Carlo Borromeo non dovette agire in solitaria, poiché in città operava un esorcista di sua fiducia ovvero Fra Francesco Maria Guaccio. Il frate-esorcista fu un’autorità assoluta per le questioni relative alla stregoneria. Il Guaccio scrisse il famoso libro Compendium maleficarum, la cui prima edizione fu pubblicata a Milano nel 1608 dalla tipografia Tradati. Il successo fu tale che nel 1626 una seconda edizione fu pubblicata grazie alla tipografia Ambrosiana. 
Frate Francesco scriveva, all’interno del compendio, che «i malefici e le lamie – stregoni e streghe – usano compiere l’atto sessuale quelli coi demoni succubi, queste con i demoni incubi ». 
Il frate scrittore dove attinse per la stesura del compendio? 
Sicuramente da Nicolas Remy, che nel 1595 pubblica la Daemonolatria. Remy fu scrittore e giudice inquisitore: in 15 anni, dal 1576 al 1591, aveva condannato a morte per stregoneria circa 900 persone. I fatti si svolsero nella regione francese comunemente nota come Lorena. Un secondo buon fornitore di materiale fu Fra Agostino Galamini da Bresighella, inquisitore generale, che nel 1601 emana l’Editto generale per il Santo Officio dell’Inquisizione di Milano. All’interno dello scritto il frate così descrive le pratiche delle streghe: «far sacrificio al demonio, o giurare fedeltà, o esercitare incanti, magie, malefici, stregherie, sortilegi, et altre attioni simili, o pur tentare rimedi, o medicamenti diabolici, con segni o parole inconite, o portando sopra di se anelli o altre cose ». 
Nel frattempo a Milano una donna si era incamminata sulla strada della morte tramite il rogo purificatore: il 22 dicembre del 1599 fu bruciata come strega, in Ponte Vetero, Marta de Lomazzi. Marta fu presto seguita da altre donne: il 10 giugno del 1603, alla Vetra, furono bruciate come streghe Isabella Arienti, detta la Fabene, e Gabbana la Montina. 
Vi sono molte probabilità che nel periodo intercorso tra il rogo di Marta, nel 1599, e quello d’Isabella e Gabbana, nel 1603, altre donne possano aver trovato la morte. 
Si corre sino al 1611, anno complesso per Milano: alla fine di giugno, il governatore Juan de Velasco invia una lettera all’ambasciatore spagnolo presso il Papa lamentando l’inerzia dell’inquisizione contro le streghe. Velasco descrive Milano come una città infestata da streghe e malefiche. Appare strano che Velasco lamenti l’inerzia degli inquisitori milanesi poiché, nei giorni precedenti l’invio della lettera, due donne avevano trovato la morte alla Vetra: Doralice de Volpi e Antonia de Santini. 
Nel 1617 si svolge il processo più famoso della Milano d’inizi Seicento: al termine di un procedimento durato mesi, trova la morte come strega la fantesca Caterina de Medici. Caterina si sposò presto, a tredici anni, con un uomo di Piacenza. All’inizio del rapporto la donna fu costretta dal marito a prostituirsi. Nel 1592 Caterina rimase vedova ed iniziò a lavorare come serva tra Pavia ed il Monferrato. Dalla convivenza con un capitano, Giovanni Pietro Squarciafico, ebbe due figlie. Nel 1616 entrò a servizio presso l’abitazione milanese del senatore Luigi Melzi d’Eril. L’uomo poco dopo iniziò a soffrire di melanconia accompagnata da fortissimi dolori allo stomaco. Nel dicembre dello stesso anno la donna fu accusata di praticare sortilegi. La denuncia di Luigi Melzi fu accompagnata da quella di un precedente datore di lavoro, il capitano Vacallo. La donna confessò immediatamente. Fu sottoposta a processo e ritenuta colpevole di stregoneria. Fu condannata a morte. L’esecuzione avvenne il 4 marzo del 1617. La morte della fantesca fu uno spettacolo cui i milanesi non poterono rinunciare poiché, per la prima volta, fu costruito un palco per l’esecuzione. La donna trovò la morte per impiccagione dopo essere stata esposta e torturata in pubblico per diverse ore. Lo spettacolo si concluse con il rogo del cadavere. 
Si giunge al 1620, anno in cui trovarono la morte lo stregone Giacomo Guglielmotto e le streghe Angela dell’Acqua e Maria de Restelli. La morte avvenne tramite rogo purificatore. Nel 1623 la Bolla Onnipotentis Dei segna una svolta: si condannano i processi sommari e si raccomanda di condurre alla morte solo coloro che si sono resi colpevoli di reati contro le persone. 
Nell’ultimo anno di vita di Federico Borromeo la peste imperversa per Milano e diverse persone trovano la morte con l’accusa d’essere untori. La follia collettiva della caccia alle streghe colpì la città di Milano, ma in misura ridotta rispetto alle valli piemontesi e lombarde poste a nord della città meneghina.

Fabio Casalini


Bibliografia

Armando Torno - Le streghe di Piazza Vetra. In nove finite sul rogo - Corriere della Sera 2010

Alessandro Manzoni - I promessi sposi - Ghidetti 1990

Alessandro Manzoni - Storia della colonna infame - Sellerio 1982

Pietro Verri Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630 - TEN, 1994

Marzio Draghi - Meglio prostitute che streghe. Emergenza streghe e interventi della chiesa - InStoria 2008

2 commenti:

  1. La calunnia è un venticello.... Grazie per questo ennesimo viaggio nella storia, trattato in modo giornalistico preciso e avvincente. Ogni articolo è molto interessante e pieno di spunti di ulteriore ricerca. Un impegno grande il tuo. Da imitare ma difficile da eguagliare. Spero nel 2017 di essere più presente ancora con nuovi lavori e di essere parte integrante di questa meravigliosa avventura. Buon anno tutti insieme!! Rosella

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    1. Grazie Rosella!
      Auguri di buon anno!
      Ti sei integrata perfettamente ed hai scritto magnifici articoli sulla storia del Novecento italiano.

      Fabio

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