Il bacio di Roman

Quarantanove: c’erano tutte. Roman tirò il pesante catenaccio che serrava la porta della stalla e si sedette sulla panca con un sospiro di stanchezza e di sollievo.
Era l’ultima sera in alpeggio. L’aria era fresca e azzurra. Era ancora tempo d’estate, ma il buio ormai scendeva presto e le mattine si facevano più pigre a scaldarsi. L’indomani il gregge sarebbe sceso al paese. 
Roman guardò giù il borgo a fondovalle che accendeva le prime luci. Tra poche ore le sue vie si sarebbero vestite a festa, le bancarelle del mercato avrebbero esposto le loro merci colorate, la banda suonato le sue marcette e la grande cucina da campo a rimestato polenta e grigliato carne.
Era salito all’alpeggio il 15 giugno, un giorno grigio di nebbia che negava le montagne, nascondeva i pascoli, rammolliva di fango il sentiero. Era salito con quarantanove capre e il pastore, un uomo alto, moro, dai lineamenti duri ma senza cattiveria nello sguardo. Roman non era abituato alle montagne ma camminava di buon passo, davanti al gregge, dissimulando il fiato corto. Ogni tanto fischiava, ogni tanto richiamava i cani che correvano abbaiando avanti e indietro. Il pastore camminava di fianco a lui e lo osservava in silenzio, aveva capito subito che ci sapeva fare, alle montagne si sarebbe abituato.
La giornata all’alpe cominciava presto. Ci si alzava ai primi segni dell’alba e subito c’era da mungere. Sistemare le capre, dar loro da mangiare, lavarsi le mani, pulire le mammelle e strizzare il capezzolo con il dito medio, poi con l’anulare, poi con il mignolo, in un movimento unico, fluido e continuo, una specie di carezza decisa e il latte che scivolava morbido lungo le pareti del secchio, tiepido e profumato.
Le capre uscivano al pascolo. Andavano, libere e sprezzanti, su per le balze, giù per i dirupi. Alcuni pastori le lasciavano in giro, giorno e notte. Ma Roman sapeva che avevano fastidio della pioggia e appena minacciava, le raggruppava in fretta e furia, le portava in stalla e chiudeva tutto. I temporali mettevano spavento in montagna. I sentieri diventavano ruscelli, le pareti rigurgitavano sassi, aprivano cascate improvvise e l’aria vibrava elettrica, carica di fulmini. Il pastore gli aveva raccontato che, una volta, un fulmine aveva ucciso una vacca dentro la stalla, passando dalla finestra.
I primi giorni, Roman era sempre all’erta. Teneva d’occhio le capre una per una e le richiamava non appena gli sembrava che si stessero allontanando troppo. All’inizio le capre non gli ubbidivano affatto e allora doveva rincorrerle, attirarle con il sale, minacciarle con il bastone. Le capre lo precedevano sempre ai pascoli, mentre lui arrancava in coda sul sentiero ripido, le ginocchia vicine al mento, il respiro in affanno, le suole lisce delle scarpe che scivolavano richiedendogli nuovi passi e nuova fatica. Ma con il passare del tempo, gli animali iniziarono a riconoscerlo e a obbedirgli docilmente. Bastava un fischio, un richiamo e si radunavano belando, arrivando da chissà dove.
All’alpe, quasi sempre Roman mangiava da solo, ma il pastore saliva una o due volte a settimana a portargli le provviste. “Ma tu, vivi d’aria?” Gli chiedeva scuotendo la testa e guardando la sua figura alta, filiforme, con i capelli biondi e sottili giù per le spalle.
“Mangia! Che sacco vuoto non sta in piedi!”
A quel punto, il pastore apparecchiava la tavola: due piatti sbeccati, i bicchieri resi opachi dall’uso, qualche posata spaiata e la brocca per il vino. Un piatto di pasta, un salame tagliato, pane fresco e un bicchiere di latte con un po’ di polenta.
“Com’è in Bugaria Roman?” gli chiedeva il pastore guardandolo negli occhi.
Roman scuoteva la testa: “Uomini… cattivi. Avevo tante pecore… Adesso…” fece un gesto secco con la mano a indicare zero, niente, più nulla.
“Eh, la gente.” diceva il pastore “Che poi non è che diventi ricco a fare il pastore. Ma è una malattia per queste capre, avere delle belle bestie, sane, sai come la va.”
Poi, finita la bottiglia di vino il pastore si alzava, stringeva la mano a Roman e scendeva con passi veloci e leggeri lungo il sentiero, fino al borgo.
Roman rigovernava in fretta e poi usciva, sulla panca. Era il momento più calmo della giornata. Una sigaretta, mentre gli ultimi raggi di sole sfumavano le creste delle montagne, una sopra l’altra, una sopra l’altra. Ma era anche il momento in cui i pensieri tornavano ad affacciarsi prepotenti, senza più l’argine delle incombenze quotidiane.
Roman era partito di buon’ora una mattina di primavera. Aveva preparato il suo zaino con pochi vestiti, una borraccia, un paio di scarpe e un cappello. Si era guardato in giro per prendere qualcosa che gli ricordasse casa, un libro, un oggetto, qualcosa che facesse sembrare il suo un viaggio e non una fuga, ma alla fine non aveva trovato niente. C’era solo una fotografia incastrata nell’angolo dello specchio vicino all’ingresso. Roman bambino abbracciava una pecora in mezzo a un grande gregge con mamma e papà. L’aveva presa e se l’era infilata nel portafoglio.
Alla banchina dell’autobus non c’era nessuno. Grosse gocce di pioggia scandivano un ritmo incerto sulla pensilina di plastica. Per terra c’erano mozziconi di sigaretta, tappi di bottiglie di plastica, fogli di giornale. Roman guardò l’orologio e, quando alzò la testa, vide la sagoma dell’autobus in fondo alla strada farsi sempre più vicina.
Il viaggio era stato lungo e vago. Più volte Roman si era addormentato, rannicchiato contro il vetro del grosso finestrino umido di pioggia, mentre fuori sfilavano, appannati ed evanescenti, alberi, distese di campi, fattorie e piccoli paesi, le macchie rosse dei tetti. Quando si svegliò aveva smesso di piovere, il bus aveva abbandonato le pianure e la luce ferma del pomeriggio accarezzava ora montagne basse. Roman aveva sete, tirò fuori la borraccia dallo zaino e bevve due sorsi d’acqua. Il posto di fianco al suo era libero e cercò di accomodarsi stendendo in qualche modo le gambe, per cercare di dormire ancora. 
C’era una parola, soprattutto, che rimbombava nella sua mente senza mai lasciarlo in pace: fuga. Roman si era arreso, era fuggito, gliel’aveva data vinta senza nemmeno combattere. Ma che altro avrebbe potuto fare? Lui non faceva a pugni, non aveva mai picchiato nessuno. Come avrebbe potuto, da solo, tenere testa a quegli uomini? Roman voleva fare un’unica cosa, voleva essere un pastore. Per questo aveva rinunciato agli studi, per questo aveva investito tutto ciò che aveva nel gregge. Ed era stato tutto vano.  
Così, quando lo sconforto o il senso di colpa lo assalivano, l’unica cosa che lo faceva sentire al sicuro erano proprio le grandi sagome delle montagne che circondavano la conca dell’alpeggio, i loro scudi di roccia, le loro creste affilate come coltelli, la loro smisurata indifferenza verso le piccole vicende degli umani. Le montagne, quella terra che pure calcava da poco tempo, che in cambio dell’oblio chiedeva fatica, gli era diventata  quasi casa.  
Mentre stava radunando il gregge per condurlo nelle stalla, accadde un giorno che una capra mancasse all’appello. Roman inizò a chiamarla e a cercarla nei pascoli più alti ma senza fortuna. Prese allora il sentiero che saliva alla sella e lo seguì per almeno mezz’ora a passi furiosi. Il sentiero viaggiava sopra balze di roccia e a un certo punto, al di sotto della traccia, la sentì belare. Roman si fermò di colpo, guardò in basso e la vide. Si inginocchiò sul sentiero col fiato corto.  
La capra era finita su una piccola cengia stretta ed esposta, dove non era più in grado di muoversi. Belava chiedendo aiuto, ma Roman non sapeva che cosa fare. Era troppo ripido per poterla raggiungere senza rischi. Come avrebbe potuto riportarla su? Per un attimo si sentì perduto, in trappola. Non poteva abbandonarla ma non poteva nemmeno salvarla. Se ne stava lì in ginocchio, chiamandola e dicendole “sono qui, sono qui!”. Una sola cosa sapeva: non l’avrebbe persa, non avrebbe mai più perso nessun animale. Guardò verso la capra per cercare una via di discesa e iniziò a muovere i primi, incerti passi.
Con le pecore era diverso. Erano animali meno indipendenti, seguivano le pecore guida ed era più facile spostarle tutte assieme. Quando Roman si muoveva da un pascolo all’altro, camminava di notte, percorreva pianure e colline seguito dalla grande massa bianca e ondeggiante del gregge, l’avanti e indietro dei cani, i campanacci. Non erano notti silenziose quelle, eppure il rumore di fondo a un certo punto spariva, diveniva bianco come il gregge e Roman camminava cullato, trasportato lui stesso dal movimento degli animali che guidava, perso nella luce della luna, delle stelle e dei pochissimi lampioni a indicare la via.
Una volta arrivato al pascolo Roman si fermava, preparava il recinto e poi aspettava l’alba sdraiato in un canto, lo zaino sotto la testa.  Era così l’estate in Bulgaria, lenta e vagabonda. Al primo sorgere del sole iniziava il frinire degli insetti e nelle ore centrali del giorno il profumo del timo assaliva Roman a ondate calde.
Quando era lontano dalla stalla, Roman dormiva insieme al gregge. Si addormentava con  l’odore dell’erba e della terra, cercando di dare un nome alle stelle, si risvegliava con l’erba umida di rugiada a solleticargli il naso. Quando piovev,a allestiva un rifugio di fortuna con un telo impermeabile. Era per quella vita, per quel silenzio, per quel contatto con gli elementi che Roman aveva abbandonato gli studi e non l’aveva mia rimpianto. 
E poi accadde che una di quelle sere, calde e stellate, si presentassero davanti a Roman due uomini che lui non aveva mai visto.
Arrivarono su un camion traballante, spavaldi e senza fretta: “Ciao, Roman”
“Io non vi conosco” rispose cercando di controllare il più possibile il tono della voce
“È proprio un bel gregge Roman, sei stato bravo. Come ti vanno le cose?”
“Io non vi conosco,” ripetè Roman.
“Oh, questo non ha importanza”.
I due se ne andarono dopo circa mezz’ra e, una volta allontanatosi il furgone, la notte tornò a risplendere di stelle e pianeti lontanissimi, a profumare di fiori, a risuonare di grilli. Roman li guardò allontanarsi. Sapeva come andavano queste cose.
Roman era in una posizione estremamente precaria, le mani aggrappate al sentiero, i piedi quasi a penzoloni a cercare appigli che gli permettessero di scendere. A un certo punto, sul sentiero vide materializzarsi la sagoma di due uomini. Avevo grossi zaini, caschi e corde e procedevano in discesa parlando e ridendo. Quando videro Roman in quella posizione precaria affrettarono il passo. “Aspetta, aspetta!”.

Lo raggiunsero, e quando il più anziano dei due vide dove si era cacciata la capra scoppiò a ridere. Con estrema naturalezza, iniziò a disarrampicare lungo il salto di roccia che portava alla cengia dove si trovava la capra. “Ma come hai fatto a arrivare fin qui, capretta?”
L’uomo tolse una corda dallo zaino, imbragò la capra e lanciò il capo libero al compagno sul sentiero. Quello lo prese e fece sicura a spalla. L’uomo più anziano cercò di far muovere l’animale. Inizialmente le zampe posteriori scivolarono verso il basso, ma non appena capì di essere relativamente al sicuro, prese coraggio e con pochi balzi risalì il breve salto di roccia. Con la stessa naturalezza con cui era sceso, l’uomo seguì la capra e in poche mosse fu di nuovo  sul sentiero. “Grazie, Grazie davvero!” Roman era confuso, non riusciva a credere a quello che gli era successo.
“Mettila in castigo,” gli disse l’uomo ridendo “così impara a fare l’alpinista”.
Se n’era andato quasi di corsa, con ancora nelle orecchie i belati disperati, lo squillo del telefono in piena notte e le urla della madre, negli occhi l’inutile corsa verso la stalla. La stalla, una palla di fuoco rossa e nella stalla il gregge. Chi aveva fatto il lavoro l’aveva fatto bene. L’auto di Roman aveva le ruote tagliate. E allora correre, correre a perdifiato, sputato fuori dalla notte in un inferno di fiamme, solo per veder le pecore andarsene nel peggiore dei modi, bruciare vive, tutte insieme. I vigili del fuoco l’avevano trattenuto mentre cercava disperatamente di gettarsi dentro la stalla. Salvarne almeno qualcuna, salvarne anche solo una.
Roman era rientrato a casa a mattina già fatta e si era concesso una lunga doccia, mentre la madre faceva bollire l’acqua del tè con gli occhi cerchiati dal pianto e dal poco sonno.
“Non puoi più stare qui, lo sai” vero?”
Roman sapeva. C’era poco da fare con quella gente e loro due erano soli.
“Ho chiamato mio fratello, in Italia,” gli disse la donna scandendo lentamente le parole. “Ti verrà a prendere a Milano. Lui abita in montagna, al paese di R****, ti troverà un lavoro.”
“Ma io non ho mai lavorato in montagna,” disse Roman.
“Imparerai,” concluse la madre.
Roman capì che non c’era altro da dire. Si lasciò cadere sulla sedia della cucina e la donna versò l’acqua per il tè in una grossa tazza celeste.
“E tu che cosa farai?” chiese Roman quando si fu seduta di fronte a lui
“Io andrò a Budapest, da Ioana.” Rispose la madre “Non ho più niente da fare qui.”
Roman fissò la tazza del tè, mentre piccoli frammenti di foglie si depositavano lentamente sul fondo. Di tutta la sua vita fino ad allora non restava che l’odore acre del fumo ancora nel naso, appeso ai vestiti, appiccicato ai capelli.
Quella sera anche la moglie e il figlio del pastore avevano raggiunto l’alpeggio: era tradizione che ci fosse tutta la famiglia a portare giù il gregge. Per l’occasione, la donna cucinò la carne e  versò nel piatto di Roman una porzione generosa di spezzatino e di patate “che quando è festa bisogna mangiare!” disse ridendo. Roman però non aveva fame, il suo pensiero era fisso all’indomani.
La moglie del pastore aveva portato anche un dolce con la frutta secca “Questo l’ho fatto io,” disse guardando Roman “apposta per la transumanza, è tradizione”. Il dolce era morbido e fragrante e in pochi minuti fu finito.
Roman aiutò la donna a sparecchiare e rigovernare e, quando tutto fu a posto, uscì dalla baita e si sedette sulla panca. Le montagne, dietro di lui, erano profili neri che si stagliavano appena nel cielo altrettanto scuro. Chiuse gli occhi mentre l’aria diventata frizzante lo faceva rabbrividire e i grilli sembravano salutare l’estate vibrando all’unisono. La stalla era silenziosa, e dal locale usciva un odore che era insieme dolce e pungente, di fieno appena seccato e di capra, un odore che Roman cercò di fissarsi in mente. Quando sentì in lontananza la campana del paese battere la mezzanotte, decise che era ora di coricarsi. In fin dei conti, anche l’indomani bisognava alzarsi presto.
Quella sera Roman aveva riportato in stalla le pecore, come faceva sempre. L’aveva aiutato Georgi, il garzone, e poi insieme si erano concessi una birra, al bar del Paese. Roman però era inquieto.
Uscito dal bar era tornato alla stalla, aveva controllato le pecore ancora una volta. Da quando aveva ricevuto la visita dei due uomini, Roman era sempre restio a lasciare la stalla. Sapeva di che cosa era capace quella gente, sperava solo che per qualche motivo le cose andassero diversamente.
“Tutto bene?”
Gli chiese Georgi che era rimasto ad aspettarlo.
“Tutto bene”
Rispose Roman.
Le cose non andarono diversamente.
Quella fu l’ultima volta che Roman vide le sue pecore.
Le capre uscirono insieme dalla stalla nell’aria fredda e tesa del mattino. Si poteva già annusare la neve che sarebbe arrivata. Il pastore si prese cura di loro mentre Roman ripuliva il locale per chiuderlo definitivamente in vista dell’inverno. Le punte dei larici oscillavano lievemente e, più in basso, il bosco ceduo mostrava i primi riflessi di oro. Lentamente il gregge si mise in movimento. Il pastore e la sua famiglia camminavano davanti mentre Roman chiudeva. La prima parte del sentiero si abbassava ripida, per stretti tornanti. Il fondo era sconnesso ma le capre scendevano a balzi vivaci, decise e forse felici. Roman si voltò a guardare la baita e la stalla. Se avesse potuto, sarebbe rimasto all’alpeggio, tutto l’anno. Ma era inutile pensarci: i tetti del paese si facevano più vicini via via che il gregge scendeva e, quando entrarono nel bosco, l’alpeggio scomparve alla loro vista.
Roman sentì sempre più vicino il suono delle campane a festa; bisognava passare davanti alla chiesa per la benedizione degli armenti e poi tutte le greggi si sarebbero raccolte nei recinti all’interno di un grande campo, mentre i pastori avrebbero passato la giornata mangiando, bevendo e giocando a carte. Il paese era addobbato con ghirlande e fiori, le donne indossavano gli abiti tradizionali e la piazza ospitava le bancarelle del mercato. Alle finestre, i bambini guardavano sfilare le greggi e le accoglievano con applausi e piccole grida.
Roman attraversò il paese guardando fisso per terra. Che cosa avrebbe fatto adesso che il suo lavoro era finito? Dove sarebbe andato?
Una volta che il gregge arrivò al recinto, il pastore gli strinse la mano con vigore e abbozzò un abbraccio. “Brau fieu!” gli disse, ma Roman non capì.
A passi lenti si allontanò dal recinto e cercò un po’ di quiete nel bosco vicino. Sentiva in lontananza le note della banda, il vociare delle persone nell’area dove si stava consumando il pranzo, il belato delle greggi nei recinti.  Pensò che, forse, per quella notte avrebbe potuto dormire alla pensione del paese, poi l’indomani avrebbe chiamato il cugino di sua madre, per capire se poteva aiutarlo ancora. Sedette per terra appoggiando la schieda a un grosso masso e per qualche tempo si assopì. Quando si risvegliò, i raggi di sole diventati più tenui tradivano le ore del pomeriggio avanzato. Si rialzò lentamente, cercando di combattere l’intorpidimento degli arti. Lentamente si diresse di nuovo verso l’area della festa. Le greggi non c’erano più, il recinto delle capre era ormai vuoto. Ai tavoli erano rimaste poche persone e le griglie avevamo smesso di fumare. Roman ordinò una birra e si sedette a berla da solo, in fondo a un lungo tavolo. Non faceva molto freddo in fondovalle e si disse che, in fondo, sarebbe stato inutile spendere i soldi della pensione. La pensilina dell’autobus era coperta e avrebbe potuto facilmente trascorrere la notte lì. Sorseggiò la birra lentamente, poi abbandonò il boccale sul tavolo e, quando anche le ultime persone se ne furono andate, si alzò appoggiandosi al tavolo con entrambe le mani, con un gesto da vecchio.
Il sole era ormai tramontato, le case del borgo quasi tutte spente. I passi di Roman risuonavano leggeri sul ciotolato della via centrale. La pensilina era fuori dal centro del paese, lungo una sorta di circonvallazione illuminata da lampioni che producevano una luce fredda e asettica. Roman si sdraiò sulla panca ma non aveva sonno. Guardò gli insetti che volavano attorno al neon della pensilina. Il cono di luce dei lampioni era a tratti attraversato da un volo di pipistrello. Roman aveva tenuto nello zaino un panino, con l’avanzo di carne della sera prima. Era ormai freddo ma aveva fame e lo mangiò. Poco distante c’era una fontana e Roman bevve abbondantemente prima di sdraiarsi nuovamente sulla panca.
Aveva da poco chiuso gli occhi quando sentì un rumore di passi avvicinarsi. Chi poteva essere a quell’ora? Con un gesto brusco si mise seduto e, dopo pochi secondi, vide la sagoma del pastore farsi avanti a lui.
“È un pezzo che ti cerco!” sbottò “Vieni, andiamo a casa”.
Roman lo seguì senza dire nulla. Camminarono per un po’ sull’asfalto, poi il pastore tagliò per una traccia di sentiero e presto incrociarono una larga sterrata. Camminarono per circa un chilometro prima di arrivare alla fattoria: una grande cascina e poi la stalla, da cui proveniva ancora qualche flebile belato. Roman sorrise a rivedere la stalla. Il pastore fece il giro della casa e si fermò davanti a una porta sul retro. Aprì la serratura e accese la luce: in una stanza rivestita di legno c’erano un letto, un tavolo, due sedie e un grosso armadio.
“Puoi dormire qui stanotte” disse il pastore. “E poi vedi te, le capre han bisogno anche in inverno. Se ti contenti puoi restare. Lo sai che con le capre non diventi ricco. Pensaci.”
Roman gli tese la mano, un po’ troppo velocemente.
“Poi domani andiamo giù, al Paese in basso. Per le carte e tutto. Buonanotte”.
Il pastore girò i tacchi  e Roman restò in piedi con lo zaino ancora sulle spalle. La stanza profumava di larice. Appena il pastore se ne fu andato, Roman spense la luce e aprì la finestra. Guardò le montagne, verso l’alpeggio. Anche quella sera l’avevano protetto. Dalla finestra gli giungeva appena l’odore della stalla. Roman stampò un bacio sulla mano e lo soffiò via, in direzione delle capre. E poi basta, c’era da alzarsi presto l’indomani.

Simonetta Radice



Commenti

  1. Bello il tuo modo di scrivere. Sembra un racconto fantasioso ma é la realtà delle nostre valli e dei nostri pascoli. Brava!!!

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  2. Bel racconto che sembra incentrato su un personaggio vero, forse conosciuto dall'autrice, che ne padroneggia gli umori, i ricordi, le nostalgie e le speranze.Dove comunque la natura montana la fa giustamente da padrona.
    Un saluto
    Malles

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  3. Molto carino e toccante. Una storia di montagna che mi ricorda il nostro amico Santino, l'eremita che viveva all'Alpe Fontano sulle montagne sopra il mio paese. Lui e le capre. Un giaciglio di foglie. Era amato e benvoluto da tutti, anche dopo il doppio litro di rosso che beveva una volta al mese, quando scendeva per rifornirsi in paese. Ha preferito le capre alle persone, troppe brutte cose durante la guerra. Auguri Simo e brava ancora. Rosella

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