venerdì 7 ottobre 2016

Eleonora a Gabriele: gli perdono tutto, perché ho amato

«Gli perdono d’avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato
Eleonora Duse

Era lunedì di Pasqua del 1924, Eleonora Duse si spegneva, sola, a causa della tubercolosi.
Morì lontano, a Pittsburgh negli Stati Uniti. La sepoltura avvenne nel cimitero di Sant’Anna d’Asolo, dove l’attrice possedeva una casa.
Lasciò scritto d’essere seppellita rivolta al Monte Grappa, in onore dell’Italia e dei soldati che aveva assistito durante la Prima Guerra Mondiale.
Nel momento finale si ricordò dei grandi amori: la Patria e Gabriele D’Annunzio.
D’Annunzio alla notizia della morte dell’attrice avrebbe confessato «E’ morta quella che non meritai.»
Eleonora Duse nacque a Vigevano nel 1858 da una famiglia d’attori. Sin da bambina calcò le scene al seguito dell’itinerante attività di famiglia. A soli quattro anni interpretò la parte di Cosetta in una versione teatrale de I Miserabili.[1]
Passati da poco i vent’anni, Eleonora Duse era già adorata dal pubblico, grazie ad alcune interpretazioni tra cui Teresa Raquin di Zola, e anche la critica riversava commenti entusiastici nei confronti della giovane attrice. Nel 1879, a 21 anni, entra nella compagnia Semistabile di Torino di Cesare Rossi. [2]
Due anni dopo Eleonora sposa Tebaldo Marchetti: dalla loro, infelice, relazione nascerà una bimba, Enrichetta. 
Nel 1884 l’attrice conobbe Arrigo Boito, cui si legò segretamente. L’amicizia con il letterato permetterà all’attrice di frequentare il mondo della Scapigliatura. Dalla frequentazione Eleonora uscirà arricchita della conoscenza dei drammi di Giuseppe Giacosa.
In quegli anni avvenne il primo incontro con Gabriele D’Annunzio.
Roma, 1882.
Gabriele D’Annunzio è un giovane letterato in via d’affermazione: all’epoca aveva già pubblicato tre opere. L’incontro è nello stile dello scrittore: si presenta alla vista d’Eleonora chiedendo di poter giacere con lei. L’attrice risponde con un secco rifiuto e con un segreto compiacimento stando alle sue parole: «Già famoso e molto attraente, con i capelli biondi e qualcosa d’ardente nella sua persona.»
Gabriele nasce a Pescara nel 1863, cinque anni dopo Eleonora, da una famiglia benestante. Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice. Dai maschi della famiglia, padre e zio, acquisì la disinvoltura nei rapporti amorosi con le donne e la capacità di contrarre debiti. Dalla madre la sensibilità e l’amore per il bello. Durante gli anni del liceo, a Prato in Toscana, decide di scrivere una lettera a Giosuè Carducci, all’epoca dei fatti il letterato più famoso dell’Italia unita.
Vogliamo comprendere l’uomo Gabriele?
Nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima opera del figlio, una raccolta di poesie dal titolo Primo vere. L’edizione ebbe gran successo ottenendo critiche entusiastiche su riviste nazionali. Il giovane decise di pubblicizzare l’uscita del volume con un espediente: diffuse la notizia della propria morte a causa di una caduta da cavallo.
Da subito il personaggio D’Annunzio fu discusso ed acclamato. Fu lo stesso scrittore a smentire la notizia.
Fini il liceo iscrivendosi alla facoltà di Lettere di Roma: non concluderà mai gli studi.
«Roma, d’innanzi, si profondava in un silenzio quasi di morte, immobile, vacua, simile a una città addormentata da un potere fatale.»
Gabriele D’Annunzio

Gli anni romani furono decisivi per la formazione del giovane scrittore abruzzese, grazie alla frequentazione del mondo culturale, e mondano, di Roma capitale del Regno. Nel 1882, nelle vesti di cronista della rivista Tribuna, avvicina per la prima volta Eleonora Duse. L’attrice è molto bella, forse troppo, e attira l’attenzione di Gabriele: «è molto più che bella. Di un pallore opaco e un po’ olivastro, la fronte solida sotto le ciocche nere, le sopracciglia serpentine, i begli occhi dallo sguardo clemente, una bocca grande, pesante nel riposo ma incredibilmente mobile e plastica. La voce è chiara e fine.»
Queste le parole utilizzate del critico Jules Lemaitre a riguardo dell’attrice. Più dure, notevolmente, le righe lasciateci da Gide su D’Annunzio: «E’ piccolo, da lontano la sua figura parrebbe ordinaria o già nota: non c’è nulla in lui che ostenti letteratura o genio. Porta una barbetta a punta di un biondo pallido e parla con voce nitida un po’ gelida, ma morbida e quasi leziosa. Ha uno sguardo freddo, forse un po’ crudele ma probabilmente è l’apparenza della sua delicata sensualità a farmelo appare tale.»
Gli anni corrono e il tempo fugge.
1888, Roma.
Teatro Valle: Eleonora ha da poco concluso la sua performance nella Signora delle camelie, Gabriele si pone sul suo cammino una seconda volta. D’Annunzio si avvicina urlando: «o grande amatrice!». Eleonora prosegue la strada verso il successo, ignorando le attenzioni del poeta.
In quel periodo confida all’ex amante, ora amico, Arrigo Boito: «Preferirei morire in un cantone piuttosto che amare un’anima tale. D’Annunzio lo detesto, ma lo adoro».
Trascorrono quattro anni e D’Annunzio scrive una dedica all’attrice, alla divina Eleonora Duse. Lo scritto incuriosisce oltre modo Eleonora che decide d’incontrare lo scrittore. Secondo le biografie, la relazione inizia il 26 settembre 1895, anche se un incontro a Venezia avvenuto l’anno precedente potrebbe aver creato un avvicinamento tra i due illustri personaggi.
Il legame che nasce è tempestoso, la passione amorosa e sentimentale fragorosa, come un torrente di montagna ingrossato dalle piogge estive.
Si incontrano raramente, lui impegnato nella stesura d’opere letterarie, lei in qualche tournée in giro per l’Europa. Si scambiano lettere appassionate e piene d’ardore.
La tisi ha iniziato il suo percorso nel corpo dell’attrice.
Il rapporto sentimentale giova sensibilmente a Gabriele poiché Eleonora Duse porta sulle scene alcune sue opere, spesso finanziando con i propri soldi la messa in scena. Giova ricordare che l’attrice era famosa ed acclamata non solo in Italia ma anche in Europa. Tra i drammi presentati sul palco da ricordare La Gioconda, Francesca da Rimini e La città morta.
Nel 1896 il poeta preferì l’attrice Sarah Bernhardt per la prima rappresentazione francese del La ville morte. Quest’accadimento creò delle crepe nel rapporto sentimentale e amoroso tra i due, che durò quasi dieci anni tra alti e bassi.
Nel frattempo si sono trasferiti a Settignano, nei pressi di Firenze. Il poeta affittò Villa La Capponcina per risiedere vicino la sua amata Eleonora, la cui Villa Porziuncola stava sull’altro lato della strada. D’Annunzio arredò con estremo gusto la villa, dotandola d’arredi quattrocenteschi. Del periodo, dal 1898 al 1910, si disse che visse da «signore rinascimentale, fra cani, cavalli e belli arredi».
Nel 1900 D’Annunzio pubblicò un romanzo, dal titolo Il Fuoco, sulla relazione con Eleonora Duse, suscitando critiche da parti dei sostenitori dell’attrice.
Il turbine dell’amore conduce Eleonora ad innamorarsi follemente di Gabriele. Il poeta, a modo suo, la ama «voglio possederti come la morte possiede. Voglio raccoglierti come un fascio spicanardo legato con un vimine. E poi voglio disperderti, soffiare sopra di te e disperderti come il tarassaco si disperde al vento, disperderti alla rosa dei venti, discioglierti nel gran tutto ».[3]
La malattia pervade il corpo d’Eleonora. L’attrice soffre nel fisico e nel cuore poiché si vede scippata della parte di Mila di Codra nella Figlia di Iorio, scritta da Gabriele, dalla giovane Irma Gramatica. Eleonora non resiste e scriverà: «Tu mi hai accoppata, e con che arte, la tua».
La storia d’amore lentamente si spegne, come la vita all’interno del corpo d’Eleonora.
Gabriele si lega alla giovane Alessandra di Rudinì, figlia dell’ex presidente del Consiglio, bellissima ma noiosa ragazza che condurrà il poeta sulla strada dei debiti, vizio presente nei maschi della famiglia D’Annunzio. [4]
Il lunedì di Pasqua nel 1924, Eleonora sopraffatta dalla tubercolosi muore all’età di 66 anni.
Il Vate le sopravvisse quattordici anni struggendosi, forse, nel dolore della perdita. [5]
«Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso ragionato disordine di tutti i sensi.»
Arthur Rimbaud

Fabio Casalini

Bibliografia
Piero Chiara, Vita di Gabriele D'Annunzio, Milano, Mondadori, 1988, 
Ferruccio Ulivi, D'Annunzio, Rusconi, Milano 1988
Annamaria Andreoli, Il vivere inimitabile. Vita di Gabriele D'Annunzio, Mondadori, Milano 2000
Vittorio Martinelli, La guerra di D'Annunzio. Da poeta e dandy a eroe di guerra e 'Comandante', 2001 ed., Udine, Gaspari.
Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, l'amante guerriero, Milano, Mondadori, 2008,
Giordano Bruno Guerri, La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele D'Annunzio, Mondadori, 2013




[1] I miserabili (Les Misérables) è un romanzo storico - sociale di Victor Hugo pubblicato nel 1862. Suddiviso in 48 libri, è considerato uno dei romanzi cardine del XIX secolo europeo, è fra i più popolari e letti della sua epoca.
[2] Teresa Raquin è un romanzo di Émile Zola del 1867. Fu definito da Zola un romanzo-studio psicologico e fisiologico, in riferimento alla complessità caratteriale dei personaggi, sui cui comportamenti si incentra l'analisi dello scrittore.
[3] Raccolto nel libro segreto di Gabriele D’Annunzio – Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire. Si tratta di un diario autobiografico scritto nel Vittoriale degli Italiani nel 1935.
[4] Antonio Starabba, marchese di Rudinì è stato un politico e prefetto italiano. Fu diverse volte ministro e presidente del Consiglio nei periodi dal 6 febbraio 1891 al 15 maggio 1892 e dal marzo 1896 al giugno del 1898.
[5] La figura del poeta vate è attribuita agli autori che cercano di interpretare e guidare i sentimenti delle masse.

12 commenti:

  1. Bellissima ricerca. Ci aiuti a comprendere fatti e personaggi della nostra storia e io te ne sono sempre grata. Bravo Fabio!

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    1. Luisella grazie di cuore!
      E' dall'esame di maturità che attendo il momento di raccontare ciò che all'epoca studiai per l'orale (poi trasformato in altra materia ed addio ricerca su Gabriele ed Eleonora).
      Grazie!
      Fabio

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  2. Il libro di Bruno Giordano Guerri La mia vita carnale è molto interessante da leggere e chiarisce molte cose sulla vita di D'Annunzio Luciano

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    1. Grazie al libro riscopriamo un uomo che fu seduttore e amante irresistibile, avvinto dal "bisogno imperioso della vita violenta, della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell'allegrezza"
      Grazie Luciano
      Fabio

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  3. Ma che bello!
    Grazie Fabio!

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    1. Ciao Fabio, mi MANGIO la parola già espressa e mi esprimo sul nostro. Pardon.
      Il mio diniego sul personaggio non era poi per il suo credo materialistico (era altresì interessato di metapsichica e del paranormale in genere) rivolto al godimento dei piaceri terreni e all'esaltazione dell'IO (suo...), così vicino all'idea del superuomo di Nietzsche, invece della ricerca della sublimazione di S. Francesco. No! A ognuno il suo, ci mancherebbe. Quello che non lo esalta, a parer mio, è quando (ad esempio) parla delle donne paragonandole ad animali.

      Le sue amanti erano paragonate a pantere, tigri, antilopi, oppure a capre (anticipando Sgarbi). Il suo comportamento con le donne era di una bestialità primitiva, tipica dell'"Antico mistero delle libidini sacre..." (ohibò).Nel suo romanzo "il fuoco" così si esprime: "la muta parola su le loro labbra di pietra era quella medesima che diceva l'immobile sorriso su le labbra della donna consunta: NIENTE." Trovo pure orribile l'impiego del sangue nel primo racconto in "le novelle del Pescara" - "La vergine Orsola".

      La protagonista, "come una sonnambula", cerca un rapporto erotico attraverso il sangue. Insiste il nostro nel romanzo "La vergine delle rocce", con personaggi necrofili ed assassini degni di H. Lovecraft... dove risalta il languore del sangue: "una subita vertigine di desiderio mi prese quando vidi una goccia di sangue sulla mano di Violante".
      Apostolo di Drakul? Mah! Mi piace molto più quando dice: "la morte non è una catastrofe che annulla definitivamente l'esistenza ma una manifestazione integratrice di vita". Da scolaretto mi esaltava il suo storico volo su Vienna come un guerriero - poeta, anche se, per quanto mi consta, il D'Annunzio ottimo scrittore non prevale sul suo essere pagano e amorale.
      Un saluto
      Malles

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    2. Malles un mio articolo non è completo senza il tuo commento!
      Come avrai notato mi son ben tenuto lontano da ogni riferimento personale, politico e militare del vate, cercando di raccontare una bella pagina della nostra storia. Bella pagina? Si l'ho sempre reputata tale, perché lei, la divina Eleonora, si innamora di un uomo più giovane dalle belle prospettive e con un fascino particolare. Si innamora a tal punto da permettere la predisposizione e la messa in scena di alcune sue opere. Non è questione di sterco del diavolo ma di mettere a repentaglio la propria immagine pubblica.
      Sei molto critico nei confronti del nostro e ti piace l'unico punto in cui potrebbe sostituirsi a Pavese!
      Lo ritengo un ottimo scrittore che mi donò momenti di piacere alle superiori. Lo ritrovai gli anni successivi con occhi diversi, ma sempre con una certa ammirazione per lo scrittore.
      Fabio

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  4. Similitudini con Pavese dici? Lo ritengo verosimile ma D'annunzio era ancora più interessato, analizzando nella sua stessa persona le indefinibili inquietudini verso la visione e la sopravvivenza dell'anima, anima che viene ben trattata nel "Giovanni Episcopo". Il tutto al di là dell'apparente ateismo suo.

    La moda del suo tempo era impregnata non solo di profonda attrattiva per il mistero e l'esoterismo, ma anche per la cosidetta "ricerca psichica" e lo studio delle manifestazioni paranormali e medianiche che aveva affascinato letterati e scienziati di fin de siècle. D'annunzio incontrò spesso veggenti maghe e cartomanti nella villa del compositore Mascagni.

    Nelle sue opere si hanno molti riferimenti ai suoi interessi culturali di natura occultistica. Peraltro lui stesso era convinto di possedere capacità profetiche, illustrando prima che accadesse e nei minimi particolari l'affondamento della corazzata austriaca Santo Stefano, per questo riteneva erroneo condannare come superstizione alcune credenze popolari come se non contenessero nulla di vero.

    Strano personaggio, che nel "Fedra", ripreso in teatro, utilizzò il tema delle apparizioni di esseri soprannaturali e dei defunti. Non solo, ne "Il trionfo della morte" descrisse l'influsso dell'invisibile sul visibile. D'Annunzio, gira che ti rigira resta un amato-odiato Maestro del '900, che si definiva "cenere e semenza", amando una vita "spericolata" più del V. Rossi cantautore...
    Un saluto
    Malles

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    1. In un articolo del 1964, intitolato Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito, Jesi collocò il poeta piemontese con il romanziere Thomas Mann e Károly Kerényi, sotto l'idea di quella religio mortis nichilista che avrebbe influenzato tutti gli intellettuali post-romantici. In questo ho trovato un collegamento tra il vate e l'esimio conterraneo dello scrivente. Non pensi vi siano molte altre analogie, soprattutto nell'avvicinamento al percorso sentimentale e amoroso: erano completamente estranei l'uno all'altro.
      D'Annunzio ne combinò di ogni, ma come hai ben sintetizzato tu non lo possiamo escludere dal novero di quei, pochi, grandi del 900.

      PS: nulla sapevo delle sue potenziali capacità profetiche e divinatorie!
      Grazie Malles!
      Fabio

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  5. mi piacciono i vostri dialoghi.mi aiutano a capire meglio le tue ricerche storiche ciap FABIO E MALLES

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    1. Grazie Maria.
      Ogni tanto perdiamo la bussola e parliamo di cose estranee agli articoli...
      Fabio

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