giovedì 29 settembre 2016

Sora Nostra Morte Corporale

A noi la morte non fa paura. Ed è giusto che sia così. Aver paura della morte è ridicolo. Noi siamo provvisoriamente vivi. L'esser vivi è uno stato eccezionale e transitorio del nostro stato normale, che è l'essere morti. Basterebbe mettere in rapporto la durata del tempo che si è vivi con quella del tempo che si è morti, per capire come la vita sia un attimo di distrazione di un morto. Si è vivi per un minuto e si è morti per l'eternità. Grattate il vivo e verrà fuori il morto. Spogliatelo fino all'osso e troverete uno scheletro già pronto

Achille Campanile (Roma, 28 settembre 1899 – Lariano, 4 gennaio 1977)


Eccomi nell'antica Casteldurante, oggi nota, in onore di Papa Urbano VIII, con il nome di Urbania (PU), luogo ameno accoccolato tra le dolci colline mioceniche nella valle del Metauro.
Giungere da Urbino smarrendosi nell'ocra generoso dei campi arati contornati dal verde delle vigne è un esperienza che induce a lasciare il cuore incollato al finestrino, come intonava il signor G. Un esercizio che invoglia gli spiriti sensibili a coltivare paffuti lembi di sentimento per stenderli poi al sole, nutrendoli di un cielo così azzurro che verrebbe voglia di sorbire piano piano, come un ghiacciolo all'anice.
Ma il dolce ed agreste incantesimo tricolore subitaneo scolorisce, come tenda al sole. Varcato il grazioso centro cittadino, florido di botteghe di ceramica, quel soave acquerello si sfalda in mille piccoli brandelli composti di un materiale filamentoso ed oscuro. É ora da fare i conti col declino, la scomparsa e odori sbiaditi. Friabile armonia tra due opposti poli; uno soave l'altro gelido come la punta di uno spillo
Superato il ponte del Riscatto imbocco via Ugolini, avanzo pochi passi ancora, ed ecco sorgere un massiccio portale gotico dai toni rosati che con arroganza requisisce la mia attenzione come un incisione di Cranach.
É l'ingresso dell'antica cappella Cola (XIV secolo), oggi nota come Chiesa dei Morti. Qui nel 1567 venne istituita la Confraternita della Buona Morte i cui scopi principali si traducevano nell'assistenza ai moribondi e nella raccolta di corpi appartenuti a disgraziati con l'intento di dare quella degna sepoltura che altrimenti mai avrebbero avuto. Un condensato di pura e semplice pietà cristiana.
I membri della congregazione venivano appellati con il singolare nome di guercini poiché erano soliti indossare, oltre ad una veste di lino bianco ed un mantello nero recante un teschio, un cappuccio con due fori all'altezza degli occhi.
Ma perché una chiesa dei morti? Compiere un balzo indietro nel tempo è di fondamentale importanza per comprendere la misteriosa faccenda celata dietro il macabro attributo.
E' bene sapere che le mummie (ebbene si...) conservate in questa chiesa sono tutte risalenti tra il 1600 e il 1700. Trattasi di cadaveri riesumati dopo l'editto di Sant Cloud (12 giugno 1804), meglio noto come “Décret Impérial sur les Sépultures” nelle cui scritture si imponeva di traslare al di fuori delle mura cittadine tutti i cimiteri ed i loro “ospiti”.
Riesumati i corpi si scoprì che alcuni di essi erano mummificati ed il farmacista (e priore) Vincenzo Piccini ipotizzò che ciò fosse l'esito di esperimenti eseguiti sui resti di questi poveri sciagurati.
In realtà la questione era molto più “semplice” e veicolata da madre natura. Nei terreni circostanti proliferava una muffa (hipha bombicina pers) che dopo aver interamente assorbito i liquidi presenti nei cadaveri lasciando intatti i tessuti, unito a singolari condizioni microclimatiche (perfetto equilibrio tra caldo e freddo), ne permetteva la loro conservazione nel tempo.
Tutto ciò mi spinge a rovistare nei miei libri alla ricerca di un passaggio (datato 1749) scaturito dalla penna di Anne-Claude-Philippe de Tubières (il  Conte di Caylus) che tengo a riportare.
gli Egiziani devono l’idea delle loro mummie ai corpi che si trovano disseccati nelle sabbie ardenti che si estendono in una zona del deserto e che, levate dal vento, avvolsero i viandanti e ne conservarono i corpi, consumandone i grassi e l’adipe, senza alterarne la pelle”
Il suo pensiero appare come una sorta di ispirazione per le pratiche future di mummificazione e imbalsamazione.
Torniamo al medico alchimista. Ormai letteralmente ossessionato Piccini investì gran parte dei suoi giorni nella costante ricerca del “segreto” che consentisse ai corpi morti di mantenersi nel tempo. Con la speranza di sintetizzare una sostanza che riuscisse allo scopo mummificò se stesso, la moglie Maddalena Gatti ed il figlio Guido, morto di cancro. La differenza di conservazione tra il suo scheletro e quello degli altri presenti nelle teche è eloquente. Lo stato di deterioramento nel suo caso appare innegabilmente più avanzato.
Di seguito elencherò alcuni aneddoti ed informazioni riguardati i corpi che è possibile “ammirare” in questa location tutto sommato unica:

.Ragazza di 18 anni con malformazione al braccio.
.Ragazza di circa 24/25 anni morta di parto cesareo, presenta ancora il ventre lacerato. Era routine a quei tempi cercare di salvare il bambino sacrificando la madre.
.Uomo con malformazione all'anca.
.Ragazza rachitica.
.Uomo sepolto vivo. Caso di catalessi (ovvero morte apparente) che rimanda ai più terrificanti racconti di Poe. Sono riscontrabili i segni del risveglio sotto terra: diaframma contratto, muscoli in tensione, macchie rosse sulla cute che indicano lo sforzo eseguito nel tentativo di respirare il poco ossigeno a sua disposizione. Sul volto giace il ghigno di un sorriso sardonico, della follia, di chi si è reso conto di essere sotto terra ma, ahimè, ancora vivo...
.Canonico Mariano Muscinelli. Membro della confraternita che ha deciso di morire in questo luogo di umiltà.
.Fondatore della confraternita morto nel 1602. Tra i meglio conservati con capelli, tendini del piede e sesso intatti.
.Donna affetta da gibbosi.
.Uomo deceduto per impiccagione. Carotide spezzata, mani lungo il corpo e diaframma contratto.
.Giovane morto per accoltellamento durante una veglia. L'autopsia eseguita nel 1960 al fine di verificare le cause del decesso (dissanguamento o fendente?) rivela, grazie al cuore ancora esistente (conservato separatamente tra due vetrini), come causa il colpo mortale.
.Lombardelli” detto "lunano" perché proveniente da Lunano, era panettiere dei frati.
.Ragazzino affetto da sindrome di Down vissuto fino a 12 anni. Chi era colpito da questa anomalia era condannato a vita relativamente breve. Non esistevano cure e lo sventurato essendo inadatto al lavoro era presto abbandonato al suo triste destino. 
.Ragazzo deforme morto giovane con il torace incassato schiacciato dalle ruote del carro. Incidente assai diffuso a quel tempo.

In fondo a codesto vico cieco di dolor, merita un accenno lo stemma della confraternita: Scorgiamo la morte personificata ben armata di falce. Arnese che taglia la vita.
La mano sinistra regge una clessidra con le ali, simbolo della fugacità terrena. Poco sotto sono le fiamme della vita, sinistramente rivolte verso il basso.
Questa è la chiesa delle mummie di Urbania, questa la loro storia condensata in una manciata di righe. Esse restano ad aspettarci come povere commedianti imprigionate in un futuro antico, avvolte in un sudario di brume eterne, in una favola sbagliata in attesa di scrutare il prossimo visitatore nel tentativo di sfuggire all'oblio, ricordandoci che non ci è concesso uscire vivi dalla vita.
Accessorio rammentare che nel dì seguente Ognissanti la chiesa resta chiusa...
Oh come t'inganni
se pensi che gl'anni
non hann’ da finire,
bisogna morire,
bisogna morire,
bisogna morire.
È un sogno la vita
che par sì gradita,
è breve gioire,
bisogna morire.
Non val medicina,
non giova la china,
non si può guarire,
bisogna morire,
bisogna morire,
bisogna morire.

La Passacaglia della vita, Stefano Landi (1587 - 1639)


Filippo Spadoni



Bibliografia
Gino Fornaciari, Silvia Marinozzi, Le mummie e l'arte medica nell'evo moderno: per una storia dell'imbalsamazione artificiale dei corpi umani nell'evo moderno, Roma: Università La Sapienza, 2005

2 commenti:

  1. Filippo finalmente un articolo divertente, spensierato e pieno di vita... allegriaaaa!!

    Sorella morte.-.- Dopo il trapasso il volto, anche il più noto ed amato, cambia espressione diventando "dissueto, ambiguo" e, in una parola, "diverso". Un cambiamento repentino che induce un pò di timore e di repulsione che è l'inizio di tutto un comportamento nuovo nei confronti del cadavere.

    Presso i popoli primitivi (il termine NON è dispregiativo) il divenire cadaverico era diviso in due distinti periodi, il primo era contraddistinto dal timore e dalla repulsione (periodo di putrefazione...), mentre il secondo era contrassegnato dalla fiducia e dalla mitizzazione (al raggiungimento dello stato scheletrico).

    Noi "civili" (tsè...) conserviamo invece un timore sacrosanto di repulsione, sia prima che dopo, e poichè ce ne vergogniamo, ammantiamo il tutto con la comoda "venerazione" dei defunti (siamo cioè peggiore dei primitivi). Il perchè è semplice: è l'ignoranza per quello che accade DOPO, dopo che gli occhi si chiudono per sempre. Articolareggia in questo ambito caro Filippo e approfondiremo l'interessante discorso...

    A tal proposito l'uso di chiudere gli occhi non è, come potrebbe sembrare, un progetto di pacificazione, bensì un gesto ispirato dal timore di quello sguardo vitreo, sostenuto dalla speranza di trasformare l'espressione di morte , in una più confortevole espressione di "SONNO"...
    Un saluto
    Malles

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  2. Grazie Malles per il tuo commento. Proponi sempre opinioni, spunti e punti di vista interessanti.
    Un abbraccio

    Filippo

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