domenica 25 settembre 2016

La storia dell'uomo che uccise l'imperatrice Sis(s)i

«Da sempre i Re si dedicano all’assassinio. E’ la loro professione, anche i migliori di essi come Alessandro II e Umberto hanno causato o incoraggiato con la loro complicità il massacro di parecchie decine di migliaia di caduti sui campi di battaglia, senza contare le vittime delle esecuzioni poliziesche. [..] Bisogna considerare le cose molto superficialmente per credere che l’omicidio di un Re possa portare a cambiamenti. Morto un re, se ne fa un altro.» 
Con queste parole Lev Tolstoj commentava l’omicidio, o regicidio, d’Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci. I fatti si consumarono nella città di Monza al sorgere del secolo scorso. Due anni prima una donna, imperatrice, fu assassinata da un altro anarchico italiano: la donna è l’Imperatrice Sis(s)i, l’anarchico è Luigi Luchéni. Due persone più diverse non potevano che legarsi nel momento della morte. I fatti si svolsero lontani dalle terre che avevano generato la vita di entrambi.  L’imperatrice Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach nacque a Monaco di Baviera nel 1837. Sposò Francesco Giuseppe per divenire imperatrice d’Austria, regina apostolica d’Ungheria e regina di Boemia e di Croazia.  Su questa donna è stato scritto molto, anche troppo, in ragione di ciò ho deciso di occuparmi dell’anarchico italiano, di cui pochi conoscono l’esistenza.

La madre, Luigia Lucchini, era una bracciante della provincia parmense, nei pressi dell’attuale paese d’Albareto. Luigi nacque in seguito ad un rapporto clandestino che la donna ebbe con un ricco proprietario terriero. Il figlio di Luigia non nacque in Italia, poiché la madre decise di scappare in Francia per partorire in segreto. Luigi nacque a Parigi nel 1873 e fu immediatamente abbandonato presso l’Hospide des enfants assistés. La madre riparò negli Stati Uniti, senza più interessarsi della vita del figlio. Un errore all’anagrafe riporta nelle cronache Luchéni e non Lucchini come avrebbe dovuto essere. Il ragazzo trascorse l’infanzia all’orfanotrofio Enfants Trouvés di Parigi prima di essere rimpatriato ad Albareto, dove visse tra povere famiglie e luoghi d’assistenza per orfani. Le famiglie che l’adottarono, temporaneamente, lo utilizzarono esclusivamente per svolgere lavori manuali o per elemosinare qualche spicciolo nelle strade del paese. Il ragazzo non riuscì a sopravvivere a quel mondo in trasformazione sempre a cavallo tra povertà e miseria, decidendo di emigrare in Europa.
Emigrare significava vagabondare.
Emigrare non significa scappare alla propria sorte.
Luigi dovette svolgere il servizio militare presso il Reggimento cavalleggeri Monferrato a Napoli. Partecipò come soldato a cavallo alla guerra in Africa Orientale, dove prestò servizio agli ordini del principe Raniero de Vera d’Aragona. Con il principe ebbe, probabilmente, un buon rapporto, tanto da seguirlo come attendente, una volta conclusasi la guerra in Africa. Alle dipendenze del principe Raniero ebbe modo di conoscere e frequentare l’alta borghesia della società borbonica.
La sua vita non poteva seguire una linea retta.
Luigi Luchéni non era destinato alla tranquillità.
Le frequentazioni insinuarono nel ragazzo l’idea di poter ambire a ruoli importanti nella società napoletana dell’epoca. La sua ambizione era di dirigere il carcere cittadino.
Non ottenne l’impiego sperato.
Scappò in cerca di qualcosa che ancora non sapeva.
Errava per l’Europa in preda a forti trasformazioni sociali e politiche.
L’Europa gli andava stretta.
Pensò e cercò di emigrare negli Stati Uniti.
Non riuscendo nel suo intento riparò nella città di Losanna, in Svizzera, trovando lavoro come manuale nella costruzione della Posta.
Nella città svizzera si avvicinò a persone e agli ideali legati all’anarchia.
Gli argomenti principali, di quel periodo storico, in ambito anarchico vertevano sull’opportunità di compiere un regicidio.
La mente mi porta a pensare che, scontento della vita, volle legare il suo nome ad un progetto che lo avrebbe ricordato per sempre nei libri di storia.
Chi uccidere?
Meglio, chi tentare di uccidere?
Inizialmente decise di acquistare un’arma, ma non avendo soldi a sufficienza per una pistola o un pugnale decise per una lima triangolare.
Agli inizi di settembre del 1898 in battello si recò ad Evian-les-Bains, luogo di villeggiatura dell’alta aristocrazia europea.
Persisteva il problema iniziale: chi uccidere?
In questa sua assoluta incertezza risiede la differenza con Gaetano Bresci, l’omicida d’Umberto I. Bresci volle, fortissimamente volle, uccidere Umberto I. Luigi Luchéni era un vagabondo senza idee precise, voglioso di compiere il folle gesto in preda a deliri di notorietà.
Giunto ad Evian-les-Bains acquistò, o rubò questo non è dato sapere, un catalogo degli ospiti illustri. Queste informazioni le possiamo conoscere poiché al momento dell’arresto il catalogo era ancora nelle tasche del vagabondo italiano che si credeva un anarchico.
In quel luogo non trovò la giusta ispirazione per compiere l’omicidio.
Ginevra era il nuovo obiettivo: era a conoscenza della presenza del Duca d’Orléans in quella città. Purtroppo per Luchéni il pretendente al trono di Francia aveva lasciato la Svizzera prima del suo arrivo.
Non tutto era perduto. A Ginevra incontrò un commilitone che aveva svolto con lui servizio militare a Napoli, Giuseppe Abis della Clara. Il compagno d’armi apparteneva ad una nobile famiglia e si trovava a Ginevra per operare nell’ambito dei trasporti. La sua attività gli permise di conoscere molti cocchieri. Fu Giuseppe a rivelare a Luigi l’arrivo dell’imperatrice Elisabetta d’Austria a Ginevra. L’imperatrice Sis(s)i era in compagnia della sola contessa ungherese Irma Sztaray.
La leggenda riporta una frase che Abis della Clara disse a Luchéni:  «Ecco chi puoi uccidere.»
Una piccola annotazione personale: erano tutti anarchici sul finire del XIX secolo?
Forse dovremmo domandarci chi voleva la morte di determinate persone in quel periodo storico.
L’imperatrice era in incognito a Ginevra, decidendo di alloggiare presso l’Hotel Beau-Rivage. L’imperatrice Elisabetta, sempre vestita di nero dopo il suicidio del figlio Rodolfo, era difficile da riconoscere poiché celava il volto dietro una veletta e si accompagnava sempre con l’ombrellino. Il 10 settembre la donna si stava recando al molo, per prendere il battello per Montreux, quando un uomo la pugnala al petto con un colpo secco. Luchéni aveva nascosto la lima sotto un mazzo di fiori per non destare preoccupazioni nei passanti. L’imperatrice Elisabetta si accasciò per l’urto ma non si accorse della ferita: solo sul battello svenne nelle braccia della contessa ungherese. Il battello si arrestò e fece immediata retromarcia per sbarcare l’ospite ferita. Giunta in albergo spirò dopo un’ora senza aver mai ripreso conoscenza. L’autopsia rivelò che la lima di Luchéni aveva trafitto il ventricolo sinistro e che l’imperatrice era morta d’emorragia interna.
L’omicida?
Luchéni fu fermato da quattro passanti vicino al luogo dell’attentato.
Al commissario che l’interrogava sul motivo del gesto rispose «Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi.»
Devo tornare alle parole di Tolstoj per cercare di comprendere il gesto:  «Non si deve uccidere né Alessandro, né Carnot, né Umberto, né gli altri, ma cercare di far loro condividere quest’opinione che sono essi stessi degli assassini, che non hanno il diritto di uccidere provocando guerre. Bisogna soprattutto impedir loro di uccidere, e rifiutarsi di uccidere ai loro ordini.»
Una riflessione personale: perché nessuno si scandalizza quando i Re sono uccisi in seguito a congiure di Palazzo?
Giunti a questo punto vi chiederete perché ho scritto il nome dell’imperatrice Sis(s)i senza usare la doppia: un antiquario di Monaco di Baviera, Heinemann, nel 1998 pubblicò diversi articoli nei quali sosteneva che l’imperatrice Elisabetta si firmava confidenzialmente Lisi. Heinemann sostiene di possedere alcuni originali di queste lettere.
Allora perché Sis(s)i?
Sembrerebbe che sia stato il futuro marito, Francesco Giuseppe, a far nascere l’equivoco interpretando la L iniziale di Lisi come una S.
Sul come sia divenuta Sissi lo dovremmo chiedere alla moderna cinematografia.
Nel 1998 è stato pubblicato il diario dell’imperatrice, dal quale emerge che Elisabetta non amava la vita di corte, la famiglia Asburgo e la loro politica. In questi diari la donna si augura di «morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’estero.»
Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach dovrebbe essere stata accontenta in tutti i suoi propositi.
Ora chiediamoci: è possibile che odiava tutto quello che la circondava?
Ossessionata dal culto della propria bellezza, Elisabetta concentrava tutte le energie nel tentativo di conservarsi giovane, bella e magra. Negli anni settanta e ottanta gli impegni di corte non trovavano spazio nella giornata dell'Imperatrice. Per preservare la giovinezza della pelle, Elisabetta faceva uso di maschere notturne - a base di carne di vitello cruda o di fragole - e ricorreva a bagni caldi nell'olio d'oliva. Per conservare la snellezza, oltre a rispettare il rigoroso regime alimentare, dormiva con i fianchi avvolti in panni bagnati e beveva misture d’albume d'uovo e sale.  Costringeva inoltre la propria dama di corte a seguirla durante interminabili, e forsennate, passeggiate quotidiane che duravano sette ore filate, di cui la stragrande maggioranza delle dame di compagnia non riusciva a sostenere il ritmo e che era pertanto costretta a terminare in carrozza.
La fortuna della bellezza non sempre si associa alla riconoscenza per quanto avuto in dono dalla vita.
Luchéni Luigi fu condannato all’ergastolo. In prigione imparò il francese e scrisse le sue memorie. La sua vita si arrestò nel 1910 dopo probabile suicidio.
Probabile?
Fu ritrovato appeso nella cella con una cintura, e tutti sappiamo che il primo oggetto che è ritirato in prigione ai detenuti è la cintura dei pantaloni.
La testa, recisa, la potete trovare presso l’istituto di patologia di Vienna.
Per molti anni la testa dell’anarchico italo - francese fu oggetto d’osservazione da parte di politici e rivoluzionari, tra i quali occorre ricordare Lenin e Molotov.
Forse in quella visione hanno trovato fondamento per le proprie idee?

Fabio Casalini




Bibliografia



Erika Berstenreiner - L'imperatrice Sissi. Storia e destino di Elisabetta d'Austria e dei suoi fratelli, Milano, Mondadori, 2002,



Lanfranco De' Clari - Il mandante dell'assassino di Sissi in «Cenobio - Rivista culturale della Svizzera italiana». 200


Maria Matray, A. Kruger - L'attentato. La morte dell'imperatrice Elisabetta e il delitto dell'anarchico Lucheni, MGS Press, Trieste 1998

Elisabetta d'Austria. Diario poetico (edizione italiana a cura di Brigitte Hammann), Trieste, Edizioni Mgs Press, 1984

8 commenti:

  1. La principessa Sissi era il mito di ogni bambina. Non il mio, era troppo perfetta nella rappresentazione cinematografica. A me piaceva Alice.
    In realtà era come la descrivi tu, anche peggio, avendo numerose fissazioni culinarie.Inoltre passava ore a farsi pettinare i lunghissimi capelli e soffriva di dolori al collo legati all'enorme peso delle acconciature che si faceva fare.
    Non sapevo nulla del suo assassino, coincidenza la sua morte in prigione come quella del Bresci?
    Il contesto di crescita e di vita di Luigi Luchéni ha certamente favorito la decisione a commettere questo gesto, era voglia di riscatto e di uscire dall'anonimato di una vita miserevole.
    Sis(s)i si prestava molto bene al ruolo di vittima, era oltretutto abitudinaria e facilmente rintracciabile in ogni suo spostamento. Un mito creato al cinema. Era una donna sola, non amata come tutti hanno sempre pensato, piuttosto vittima dell'indifferenza della corte che non l'ha mai accettata del tutto e dell'apparenza. Molto ben scritto, ti prego non smontare anche Biancaneve... Rosella

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    1. Rosella Biancaneve non la posso smontare... non esiste!
      A parte gli scherzi, grazie per il prezioso commento che aiuta a mettere luce sulle cause - assolutamente diverse da quelle del Bresci - del gesto. Particolare che molti anarchici - veri o presunti - siano finiti suicidi o caduti accidentalmente da qualche balcone... sembra di tornare al tempo della caccia alle streghe...
      Fabio

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  2. Bellissimo articolo. Non cooscevo l' epilogo finale di questa principessa ribelle e intollerante alle rigide regole di corte

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    1. Grazie Luisella!
      Molto curioso il fatto che tra i pochi regicidi, quasi tutti siano stati commessi da anarchici italiani o di origine italiana.
      Grazie ancora.
      Fabio

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  3. Ciao Fabio. Allargando gli orizzonti va considerato che l'imperatrice era moglie infelice, provata in vita da immani tragedie,con tutto quello che ciò comporta. Tra le altre cose che mi colpirono, la pugnalata (con una limetta triangolare) mortale tale non sembrò all'inizio, l'incidente parve di poco conto, anche un turista inglese che si propose per un aiuto, fu tranquillizzato. La stessa "Sissi" disse: "Non è nulla, forse quel nano (Luccheni era molto basso di statura) ha tentato di rubarmi l'orologio". Solo dopo essere salita sul battello mormorò: "Mi pare di avere male al petto...". L'imperatrice svenne, si fece avanti un'infermiera (non vi erano medici sul posto) che tranquillizzò il capitano del vascello, poteva salpare tranquillamente che l'imperatrice, svenuta per lo spavento, si sarebbe presto riavuta. Gli introdussero in bocca una zolletta di zucchero imbevuta d'alcol, al che Sissi riaprì gli occhi chiedendo: "ma cosa è successo?" Fu solo per un attimo e poco dopo spirò. Mi chiedo: tutto sto tempo senza accorgersi che la camicetta era imbevuta di sangue. Assurdo.

    L'altra vittima, Luccheni, nato da certa Luigia, contadina di Albaredo e da padre ignoto fu abbandonato infante alla carità pubblica prima di emigrare e di morire a S. Francisco, USA. Fu adottato per due volte, crescendo indisciplinato, arrivò a rompere a testate il ritratto del re. Crebbe lasciandosi incantare dai discorsi degli esaltati in mezzo ai quali era finito, esaltandosi a sua volta. Nei circoli che frequentava, progettava (inizialmente a chiacchiere) l'assassinio di re e governanti, era insomma facilmente suggestionabile. Dopo l'omicidio pretese di essere giudicato a Lucerna dove vigeva la pena di morte, mentre a Ginevra era stata abolita. Era teatrale, si atteggiava a vendicatore, era fondamentalmente uno sciocco: "eccomi finalmente celebre", ripeteva.
    Un saluto
    Malles

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    1. Ciao Malles.
      Concordo pienamente con il termine "sciocco".
      Come ho scritto nell'articolo: "La mente mi porta a pensare che, scontento della vita, volle legare il suo nome ad un progetto che lo avrebbe ricordato per sempre nei libri di storia. Chi uccidere? Meglio, chi tentare di uccidere?"
      Non era importante chi avesse ucciso ma il fatto che gli avrebbe reso notorietà.
      In questo - ripeto prendendo tutte le distanze del caso - il suo gesto fu profondamente diverso da quello di Bresci.
      Fabio

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  4. Ad ogni articolo un nuovo punto di vista su argomenti di cui negli anni ci siamo fatti un'idea completamente diversa.... Non conoscevo questo epilogo e ti ringrazio Fabio! Ineguagliabile!

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    1. Grazie Parrucchiera!
      L'argomento dell'omicidio non è fatto notissimo in riferimento all'imperatrice, ancora meno lo erano le motivazioni del - quasi o finto - anarchico, qualora ve ne fossero..
      Grazie ancora!
      Fabio

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