venerdì 16 settembre 2016

Con cuore sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto la mia eresia



L’atto d’abiura – dal latino ab iurare ovvero rinnegare un giuramento – è un documento, utilizzato in varie epoche e per diverse ragioni, con il quale un soggetto formalizza con una dichiarazione la sua abiura, in altre parole il fatto che rigetta una precedente appartenenza ideologica o religiosa.
Per quanto concerne l’Inquisizione, che ottenne molti atti d’abiura, quest’istituto era descritto, in modo dettagliato, in alcune bolle papali pubblicate durante o alla fine del Concilio di Trento: da ricordare la bolla Cupientes Judaeos di Paolo IV sulla conversione forzosa degli ebrei del 1542. Il mio interesse per quest’istituto deriva dall’essermi imbattuto nella vita di due personaggi lontani dal punto di vista geografico, storico, culturale, professionale.
Quali eventi possono accomunarli?
L’essere vissuti nel periodo dell’inquisizione e l’aver formalizzato atto d’abiura. Il primo era un pittore considerato eretico, il secondo scrutava il cielo supponendo visioni in contrasto con l’idea della Chiesa di Roma.
Il pittore fu considerato eretico per l’arte che dipingeva o per le frequentazioni anticattoliche?
Giacomo da Cardone, questo il nome del pittore, fu accusato di inseguire idee luterane. Nacque nel decennio successivo all’affissione, da parte di un agostiniano, sul portone della cattedrale di Wittemberg delle 95 tesi con cui si chiedeva la fine della corruzione politica della Chiesa. Il rivoluzionario gesto fu compiuto da Martin Lutero nel 1517. Stimolata dalla nuova ideologia, anche l’arte portò frutti alla rivoluzione religiosa: stampe satiriche ed allegoriche circolavano liberamente.
La forza di queste pubblicazioni?
Attaccavano la Chiesa di Roma con un linguaggio popolare e comprensibile da molti.  In quest’atteggiamento possiamo trovare la forza iniziale del distacco provocato dall’ideologia di Lutero: l’arte non si perde in raggiri ma giunge direttamente al messaggio che vuole trasportare, rendendo il tutto accessibile anche alle persone che non hanno basi culturali solide. In quest’ambiente nacque Giacomo nella frazione Cardone di Montecrestese, attuale provincia di Verbania. La sua educazione, molto diversa da quella dei conterranei, iniziò negli studi dei Minori Conventuali per proseguire in qualche importante centro della Lombardia, Milano o Pavia. In questa sede imparò l’arte della pittura e acquisì la pratica del notariato. L’ambiente artistico frequentato da Giacomo era controllato dagli agenti governativi spagnoli e da quelli dell’Inquisizione.
Il motivo?
Non era difficile che tra gli artisti emergessero pericolose tendenze in contrasto con la politica e la religione dominanti in quel preciso momento storico. Ritornato nella natia Ossola esordì come pittore nel 1542, affrescando un’immagine ispirata a devozione popolare in un edificio di Montecrestese. Nel 1547 fu incaricato di affrescare due santi, Giovanni Battista e Sebastiano, ai lati di una cappella all’interno della Parrocchiale di Montecrestese. Con molta probabilità durante i lavori nella chiesa entrò in contatto con la confraternita di Santa Marta: la conoscenza si svilupperà, positivamente per entrambi, a partire dal 1550, anno di realizzazione dell’apparato pittorico di una cappella posta in fondo alla navata settentrionale. La cappella, che oggi conserva il battistero, fu eretta a spese della confraternita che commissionò al pittore la realizzazione di una grande crocifissione, del giudizio universale e del purgatorio. Nella crocifissione è riscontrabile l’influsso di pittori contemporanei o leggermente precedenti, come Gaudenzio Ferrari o Antonio Zanetti detto il Bugnate, che affrescarono uguale scena nelle zone limitrofe a quelle dove operava Giacomo. L’affresco della crocifissione, come prima di lui Ferrari e Zanetti, non è ambientato al tempo dello svolgimento degli eventi ma in quello di vita dell’artista. Nella scena vi è un sentore di battaglia e di truppe che occupano un territorio.  Giacomo, però, si spinse oltre.  Ambientò la scena nel suo paese d’origine, Montecrestese.
Quali elementi mi spingono ad affermare questo?
Il fatto che abbia affrescato, in basso sulla destra dei piedi del Cristo, i megaliti presenti a valle della frazione nella quale sorge la chiesa parrocchiale di Montecrestese. Sembrano solo massi disposti casualmente.
Quante persone nell’epoca di svolgimento degli eventi narrati consideravano i megaliti qualcosa di diverso?
Giacomo conosceva qualcosa che poteva sfuggire ai contemporanei?
Il tempo corre e con lui la fama del pittore da Cardone. Negli anni successivi fu chiamato ad operare nel grande cantiere della chiesa dedicata a San Gaudenzio a Baceno.  Giacomo, versatile e fantasioso, incappò nella santa Inquisizione. Correva l’anno 1561 e fu catturato ed accusato di aderire alle idee luterane, che come il vento gelido scendevano da Nord. Fu esaminato e giudicato dall’inquisitore generale di Milano, Fra Angelo Enguada. Il fatto che fu esaminato ci conduce al pensiero che fu torturato, poiché dietro l’affermazione del rigoroso esame. gli inquisitori nascondevano l’atto della tortura. A quale tipologia di rigoroso esame fu sottoposto? Non possiamo saperlo, possiamo supporre che andò incontro al tratto di corda o allo squassamento. La vittima era lasciata con indosso solo i mutandoni, incatenata alle caviglie e con i polsi legati, saldamente, dietro la schiena con una corda spessa, che era fatta passare su una carrucola fissata al soffitto della camera della tortura. Gli inquisitori, che ricordiamo essere frati, issavano il torturato fino all’altezza di circa sei piedi dal pavimento. Alle caviglie erano legati pesi di ferro, per fare in modo che la gravità della persona venisse a pesare sulle giunture delle spalle. Non sappiamo a quale livello di tortura fu sottoposto Giacomo, sappiamo che qualche tempo dopo l’arresto fece ritorno nell’Ossola. A questo punto la tortura psicologica si sostituisce a quella fisica. Dopo severa inquisizione fece atto d’abiura. La punizione doveva essere esemplare per quell’uomo che doveva svolgere attività notarile ma che decise per la professione d’artista.  
Tornato a Montecrestese dovette inchinarsi alle punizioni: doveva portare cucita addosso una croce rossa, tutte le feste doveva recarsi in chiesa per ascoltare inginocchiato con una candela in mano la messa, dopo lo svolgimento della funzione doveva recarsi in ginocchio presso tutti gli altari dell’edificio sacro e recitare cinque Ave Maria e cinque Pater Noster, doveva confessarsi quattro volte l’anno mandando all’inquisitore la relazione del parroco circa l’espletamento della funzione, doveva affrescare sulle mura di casa l’immagine di San Rocco, per tre anni doveva digiunare a pane ed acqua in tutte le vigilie delle feste comandate ed infine, su richiesta dell’inquisitore, doveva ripetere l’atto d’abiura pubblicamente a Montecrestese. Trascorso il tempo della condanna, quattro anni, i compaesani si riuniscono in un forte atto di solidarietà chiedendo il reintegro di Giacomo nell’ufficio di Notaio. Il pittore fu reintegrato con decreto del 19 agosto 1566 dal vicario del vescovo di Novara, monsignor Serbelloni. Gli anni seguenti non sappiamo se effettivamente svolse attività notarile, non sembrano esistere documenti che attestano tale professione, sappiamo invece che continuò ad affrescare gli edifici sacri lasciandoci bellissime immagini di un uomo fuori dal tempo e dallo spazio nel quale viveva. Lo ritroviamo nel 1591 quando nella sua casa dimorò un frate, tale Francesco Silvestrio dei minori conventuali, vicario dell’inquisitore di Novara Andrea Gotescho. Il motivo della presenza del frate inquisitore si deve ad un processo a carico d’alcune donne di Montecrestese accusate di stregoneria.
L’abiura come legame, unico, con un secondo personaggio, di visioni e d’intelletto infinito.
Parlare di Galileo Galilei significa dover risalire la linea del tempo e della storia di quasi un secolo rispetto all’atto d’abiura. Nel 1543 è pubblicato il De revolutionibus orbium coelestium di Copernico. La nuova strada è aperta. La terra è mobile ed il Sole immobile al centro dell’universo.
Ventuno anni dopo la pubblicazione nasce, a Pisa, Galileo. La sua vita sarà improntata al proseguimento dell’opera copernicana, in netta contrapposizione con la visione tolemaica, ancora dominante nell’ambito scientifico, filosofico e teologico del tempo. Inizialmente la Chiesa di Roma non assume posizione contraria a Copernico, a differenza di Lutero che disprezza profondamente il lavoro scientifico nascente. Galileo aderisce, entusiasticamente, alla nuova visione dell’universo, anche se non si schiera con scritti ma solo con apprezzamenti privati.  Il tempo e la mente corrono veloci. Si giunge al 1609 anno nel quale Galileo, ricevuta notizia di un nuovo strumento ottico messo a punto da artigiani olandesi, che avrebbe la capacità di ingrandire oggetti molto lontani, costruisce un cannocchiale che permette di vedere gli oggetti, circa, mille volte più grandi e trenta volte più vicini. E’ noto che Galileo non è l’inventore del cannocchiale, scoperto da artigiani olandesi con scopi militari, ma è il primo che intuisce la potenzialità scientifica dello strumento. Il genio è velocità, intuizione e fantasia. Galileo volge lo strumento verso la volta celeste. Osserva il cielo.  L’anno seguente, il 1610, pubblica il Sidereus Nuncius, dove riporta le prime osservazioni avvenute con il cannocchiale.  All’interno del libro parla della superficie lunare e dei satelliti di Giove. Apre la strada all’idea di un movimento celeste che non ha la terra come fulcro, come centro della vita. L’analisi della superficie lunare è importante ma non quanto i satelliti di Giove: esiste un altro fulcro nell’universo attorno al quale orbitano satelliti. La terra non è il solo centro dei movimenti orbitali, come asserito dalla visione tolemaica. Nel 1613 pubblica Lettere sulle macche solari, apportando nuovamente tesi e concetti a supporto della visione copernicana e contro l’incorruttibilità dei cieli. Il successo dei libri è immenso, sia in Italia sia nel resto d’Europa. Un solo strumento d’oppressione scruta, senza cannocchiale, i testi di Galileo: l’Inquisizione. I suoi scritti arrivano nelle mani di Niccolò Larini, che attacca pubblicamente le tesi dello scienziato. Nello stesso anno un allievo, padre Castelli, scrive una lettera a Galileo informandolo che la madre del Granduca di Toscana, madama Cristina di Lorena, non gradisce le tesi avanzate dallo stesso Galileo. Lo scienziato decide di rispondere con due lettere: la prima indirizzata a padre Castelli – fondamento del futuro processo inquisitoriale – e la seconda a Cristina di Lorena. La prima nel 1613 la seconda nel 1615. Il 7 febbraio del 1615 il domenicano Niccolò Larini invia una lettera, all’indirizzo del prefetto del Sant’Uffizio, Paolo Emilio Sfrondati, in cui richiede l’intervento del Tribunale della santa inquisizione verso i Galileisti. La denuncia è accompagnata da una copia della lettera che Galileo inviò a padre Castelli. Il Lorini non denuncia apertamente Galileo, mai nominato, ma afferma che “i galileisti sono buoni cristiani ma un poco saccenti e duretti nelle loro opinioni.” Il 25 febbraio del 1615 la Congregazione del sant’Uffizio apre il caso Galileo. La macchina inquisitoriale non conosce soste e, in un crescendo di forza e convinzione, chiama a deporre padre Caccini, Ximenes e l’Attavanti, persone coinvolte direttamente dalla lettura-denuncia di Niccolò Larini. Il lungo dibattito che ne segue, all’interno dell’apparato inquisitoriale, ridimensiona la posizione di Galileo. I teologi tendono ad accusare alcune idee dello scienziato e non lui. Il 24 febbraio si conclude il dibattito con una ferma posizione accusatoria d’alcune proposizioni di Galileo. Il Papa, Paolo V, chiede al cardinale Bellarmino di chiamare a se Galileo e: “ di ammonirlo ad abbandonare le predette opinioni, e se rifiuterà di obbedire, il padre commissario, dinanzi ad un notaio e a dei testimoni, gli intimerà il precetto di astenersi del tutto e in ogni modo dall’insegnare o difendere questa dottrina e opinione, se invero non accetterà sia incarcerato”.
Il 26 febbraio Bellarmino riceve Galileo, intimandogli “di abbandonare l’opinione che il sole sia il centro del mondo e immobile e la terra si muova”. Il Sant’Uffizio, negli stessi giorni, emette una dura condanna verso gli scritti di Copernico, Astunica ed Antonio Foscarini.  Galileo è uscito indenne dal processo, nessuna sua opera è stata condannata ed il nome non compare nel Decretum che decreta gli autori ed i libri messi all’indice. Galileo torna al lavoro, alle sue ricerche di fisica ed astronomia. Il suo obiettivo è di introdurre la ragione scientifica all’interno della spiritualità della chiesa.  Nel 1623 è pubblicato Il Saggiatore, uno dei massimi capolavori dello scienziato.  Tra il 1624 ed il 1629 lavora alla composizione dell’opera I dialoghi sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano.  Nel 1631 l’opera riceva l’imprimatur ecclesiastico per la pubblicazione, dopo due anni di ripensamenti.  Nel 1632 l’opera di Galileo è stampata e distribuita, suscitando elevato interesse. Nel luglio del 1632 all’inquisizione di Firenze giunge indicazione d’impedire la distribuzione del testo. Il papa in persona, Urbano VIII, ritiene non rispettato il precetto che il cardinale Bellarmino aveva intimato a Galileo. La situazione precipita rapidamente. Il 23 settembre 1632, all’inquisitore di Firenze giunge l’ordine di convocare lo scienziato per comunicargli che, per tutto il mese d’ottobre, dovrà risiedere a Roma e presenziare alle sedute del sant’Uffizio.  Galileo inizialmente acconsente, ma nelle settimane seguenti sopraggiungono motivi di salute che gli impediscono di affrontare il viaggio. Dopo una lunga battaglia a suon di certificati medici, da una parte, e d’intimidazioni, dall’altra, Galileo, il 20 gennaio 1633, affronta il viaggio da Firenze a Roma. Giungerà a Roma solo il 13 febbraio. Il 12 aprile avviene il primo interrogatorio. La mattina di quel giorno di primavera, lo scienziato, si reca presso l’edificio del Sant’Uffizio. Dovrà rimanere detenuto ed in isolamento per tutta la durata degli interrogatori. I mesi seguenti sono una discesa all’inferno per il vecchio uomo, solo e malato. Combatte, prima di tutto con se stesso, con le scarse energie rimaste. Lo scienziato pisano, convinto forse da colloqui extragiudiziali con gli inquisitori, sceglie la via della confessione. Il 30 aprile rilascia una deposizione in cui ammette che con troppa energia ha sostenuto e argomentato le tesi eliocentriche. A questo punto a Galileo è concesso rientrare negli appartamenti messi a disposizione dal Granduca di Toscana. Il 10 maggio è nuovamente convocato dagli inquisitori: presenta una nuova memoria difensiva dove ripresenta la sua onestà e purezza nell’aver seguito le tesi copernicane e le ragioni che lo hanno spinto all’errore.
La chiesa, nella persona di papa Urbano VIII, vuole un successo pieno, non basta la confessione. Galileo deve abiurare. Il 16 giugno 1633 il pontefice detta le condizioni per la conclusione del processo: “Proposta la causa del predetto Galileo Galilei, il santissimo decretò che lo stesso fosse interrogato sopra l’intenzione, comminatagli anche la tortura”.
Il 21 giugno avviene l’ultimo interrogatorio di Galileo. Il 22 giugno lo scienziato pronuncia una completa abiura dei suoi errori davanti a tutta la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio.
Galileo Galilei fu torturato?
Il testo della sentenza lascia pochi dubbi: “ E parendo a noi che tu non havessi detto intieramente la verità circa la tua intenzione, giudicassimo essere necessario venir contro di te al rigoroso esame”.
L’espressione rigoroso esame indica, nei manuali per gli inquisitori, la tortura.


E pur si muove: La frase sarebbe stata pronunciata da Galileo Galilei al tribunale dell'Inquisizione al termine della sua abiura dell'eliocentrismo.In realtà la frase è stata soltanto attribuita a Galileo da Giuseppe Baretti, che aveva ricostruito la vicenda per il pubblico inglese, in un'antologia pubblicata a Londra nel 1757, Italian Library. Il proposito di Baretti era chiaramente quello di evidenziare l'atteggiamento contraddittorio ed intellettualmente violento della Chiesa cattolica del tempo.

Fabio Casalini

Bibliografia

Arioli Luigi - Una camera nuziale del 1500, presente in Illustrazione Ossolana, 1959
Benazzi Natale e D’Amico Matteo – Il libro nero dell’Inquisizione – Piemme, 1998
Bertamini Tullio - Processo alla stria che ha toccato la vacca sulla schiena, presente in Illustrazione Ossolana, 1962
Bertamini Tullio - Le disavventure del pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana, 1991
Bianchetti Gian Franco – Giacomo de Cardone, recentissime anzaschine, presente in Oscellana, 2001
Bianchetti Gian Franco – Il pittore Giacomo di Cardone, presente in Oscellana, 1988
Geymonat Ludovico – Galileo Galilei – Einaudi, 1977
Redondi Pietro – Galileo eretico – Einaudi, 1983

Didascalie
1- L'atto d'abiura di Galileo Galilei
2- Martin Lutero ritratto da Lucas Cranach
3- Autoritratto di Giacomo da Cardone
4- Crocifissione di Giacomo da Cardone nella parrocchiale di Montecrestese
5- Galileo Galilei ritratto da Justus Sustermans



4 commenti:

  1. Ciao Fabio. Quanti uomini di chiesa ignoranti e superstiziosi si lordarono le mani di sangue, orrendi strumenti di morte, esecutori di nefandezze morali. Tempi d'ignoranza che non risparmiò nessun luogo, se è vero che la pur civile Repubblica Veneta, tra gli altri, si rese colpevole di assassinio di tre ebrei, bruciati vivi il 16-07-1480 tra le colonne di Piazza S. Marco a Venezia per la supposta uccisione di un fantomatico mendicante del quale non si seppe mai il nome, nè se fosse mai esistito.

    Inquisitori che avevano la propria Bibbia nel Malleus Maleficarum dei famigerati monaci tedeschi Sprenger e Institori, libro che costò la vita a migliaia di persone per le sue deliranti affermazioni seguite da agghiaccianti sentenze. Un libro questo che nonostante dalle sue pagine grondasse sangue, riscosse un eclatante successo, tanto che dal 1580 al 1604 ebbe nove edizioni in francese, tre traduzioni in latino e tre italiane.

    Galilei dedicò la vita alla scienza, subendo un trattamento vile e vergognoso. La padronanza dei principi della fisica e della dinamica metteva Galilei in una schiacciante superiorità nei confronti degli scienziati suoi contemporanei, che sostenevano il valore del sistema tolemaico contro quello copernicano. Ludovico delle Colombe che rappresentava la comunità scientifica fiorentina, non riuscendo a fermare Galileo con la scienza, propose di farlo con argomenti religiosi, mandando a denunciarlo un certo Silvestro Pagnoni con le accuse di preparare oroscopi, di non recarsi alla Messa e, fatto gravissimo, di convivere con una donna senza averla sposata.

    La chiesa certamente con l'esercizio del suo potere temporale e spirituale condannò di fatto Galilei, ma vanno considerati quei scienziati del suo tempo che per invidia e incapacità di confronto lo esecrarono, non essendo in grado di comprenderne la grandezza. A dire il vero qualche buon pensante c'era, come il cardinale Conti per esempio, convinto com'era della conciliabilità tra le sacre scritture e l'astronomia galileiana, in quanto riteneva che i sacri testi erano scritti per il volgo, non per gli scienziati. Una mosca bianca... Anche allora però una sola rondine non faceva primavera...
    Un saluto
    Malles

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    1. Ciao Malles.
      Galilei non poteva non abiurare, Papa Urbano - papa poeta e anche colui che decise per la soppressione delle trinità che non rispettavano l'iconografia classica - voleva una vittoria piena, non poteva accontentarsi di una semplice confessione.
      Poi un giorno di scopri che Copernico prima e Galilei dopo ci avevano preso.
      Senza dimenticare nel mezzo quel Nolano che risponde al nome di Giordano Bruno....
      Grazie Malles!
      Fabio

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  2. Risposte
    1. Ciao Giò.
      La terminologia utilizzata nei manuali, e nella vita, degli inquisitori insinua un forte senso di disprezzo per quelle persone che avrebbero dovuto portare il bene...
      Fabio

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