domenica 21 agosto 2016

Intorno alla morte di un ciclista famoso

Ottavio Bottecchia nacque a San Martino di Colle Umberto, provincia di Treviso, il primo agosto del 1894.
Morì in circostanze misteriose il 15 giugno del 1927, a soli 33 anni.
Nacque ultimo d’otto figli.
Da giovane conobbe la fame e la miseria, quella vera, quella che non permette di arrivare a sera. 
Miracolosamente giunto all’età da lavoro intraprese diverse professioni: carrettiere, tagliaboschi, muratore e bersagliere nell’esercito italiano.
Finita la grande guerra si trasferì in Francia, nel periodo in cui gli emigranti eravamo noi.
Iniziò l’attività, che possiamo identificare come professionistica, all’età di 25 anni. Non gareggiava per grandi squadre, ma da isolato: all’epoca gareggiare senza ingaggio ufficiale in una squadra era pericoloso, perché se pensavano che il corridore aiutava una squadra in lotta per il primato poteva capitare qualcosa di brutto.
L’idea della miseria non lo aveva abbandonato: la leggenda ricorda che risparmiava sul cibo che riceveva nei rifornimenti per portarlo a casa.
La svolta arrivò nel 1923, quando Girardengo non partecipò al Tour de France; il motivo? L’ingaggio di Costante Girardengo era troppo caro per i cugini d’Oltralpe. Bottecchia fu scelto perché giunto al traguardo del Giro d’Italia primo tra gli isolati. Ottenne l’ingaggio dalla squadra francese dell’Automoto con l’impegno di fare il gregario ai fratelli Pélissier, affermati campioni dell’epoca. Era stato il patron del Tour, Desgrange noto come il nonno assassino o sanguinario per come sceglieva i percorsi, a volerlo gregario dei fratelli-campioni. Il patron dell’Automoto non fidandosi di quello strano italiano riferì al contabile: “Pagagli tre giorni in anticipo, tanto questo più di tre tappe non fa”.
In grande Bottecchia non era nella stessa opinione: dopo sole due tappe Ottavio vestiva la Maglia Gialla. Il suo capolavoro fu la salita, mostruosa, sull’Aubisque. Tappa celestiale ma devastante. Bottecchia sbaragliò la concorrenza. Purtroppo quell’anno dovette cedere il primato in classifica a Henri Pélissier, per ordini di scuderia e per accordi strategici dei corridori francesi che non volevano un italiano vincitore del Tour de France. La Gazzetta dello Sport decise di bandire una sottoscrizione: una lira a testa per esprimere la riconoscenza degli italiani a Bottecchia. Benito Mussolini, per nulla amante del ciclismo, volle comparire al primo posto. Quel piccolo italiano, decorato nella grande guerra, sembrava nato per la propaganda fascista. La Gazzetta dello Sport riuscì a raccogliere 61.725 lire, che Ottavio Bottecchia impiegò per acquistare una casa a Pordenone e per vestire i tanti nipoti.
L’anno seguente, il 1924, non ci fu competizione, Bottecchia indossò la maglia gialla dalla prima all’ultima tappa. Vinse nonostante l’ostracismo e la viltà di molti personaggi. Ottavio non badò ad una lettera anonima che lo minacciava: “Sei un fascista e la pagherai”. Nel 1923 aveva preso la tessera del Partito nazionale fascista, nonostante questo era noto per le sue simpatie socialiste. Tra le sue amicizie si segnala quella con Alberto Meschi, pericoloso anarchico italiano ma residente in Francia poiché antifascista. Meschi era compagno di Lucetti che nel 1926 fu autore di un fallito attentato a Mussolini, ma questa è un’altra storia.
Nel 1925 rivinse il Tour de France.
Nel 1926, in collaborazioen con Teodoro Carnielli, Bottecchia iniziò l’attività di fabbricante di biciclette, utilizzando il cognome come marchio. Dopo la morte di Ottavio l’attività continuò ad espandersi sino a divenire uno dei più importanti marchi nel settore della costruzione di biciclette.
La morte.
Corre la strada incassata tra le montagne e il Tagliamento.
Il sole da poco si era alzato quel giorno di giugno del 1927.
Ottavio Bottecchia si allenava in solitaria sui sentieri della vita.
Lo raccolsero agonizzante accanto alla bicicletta, strumento di lavoro.
Una ferita squarciava la nuca.
Sangue ovunque.
Alcuni soccorritori lo trasportano a braccia in una vicina osteria: li è caricato su un carretto e trasportato all’ospedale di Gemona, dove morirà il 15 giugno del 1927.
La versione ufficiale racconta di una caduta accidentale durante un allenamento.
Ottavio Bottecchia fu reclamato dai socialisti, ed esuli, che ricordarono la sua emigrazione dopo la guerra e la frequentazione di circoli proletari. Quest’insieme di persone ritenne la morte un delitto commesso da squadristi per la sua simpatia al socialismo. Esiste anche una parziale ricostruzione dei fatti: Bottecchia avrebbe litigato con alcuni fascisti di passaggio da un’osteria lungo la strada che frequentava negli allenamenti. Il ciclista, aggredito lungo il percorso, avrebbe tentato di rimettersi in sella ricadendo più volte ed infine accasciandosi nel luogo dove fu rinvenuto dai primi soccorritori.  Il regime fascista aprì un’inchiesta che confermò trattarsi d’incidente.
Non finisce qui.
Arrivò una rivendicazione di un gruppo anarchico che complicò, e non poco, la visione egli eventi.
Non è ancora finita.
Un emigrato sardo in America poco prima di morire raccontò di aver ucciso i fratelli Bottecchia, Giovanni morì prima dell’incidente d’Ottavio, su commissione della mafia per vendetta a causa del mancato risultato di una corsa truccata ad Anversa. I fratelli Bottecchia non avrebbero obbedito agli ordini imposti dalla Mafia.
Posso concludere la ridda di voci circa la morte del campione del pedale con l’ultima giunta in ordine di tempo.
A decenni di distanza, e sempre in punto di morte, arrivò una nuova confessione: il contadino proprietario del campo in cui fu trovato morto Ottavio Bottecchia dichiarò di averlo ridotto in fin di vita con una bastonata alla testa. Il contadino avrebbe bastonato il campione perché stava mangiando un grappolo d’uva del suo campo.
La verità potrebbe essere molto semplice e senza complicazioni politiche o sociali: nel suo allenamento solitario, la mattina del 3 giugno del 1927, Bottecchia fece una sosta all’osteria di Zuan dal Niti, dove consumò una bevanda fredda che potrebbe essere la causa del successivo malore.
La stampa del tempo preferì dimenticare il malore del ciclista, una delle poche parole dallo stesso Bottecchia rilasciate negli scarsi momenti di lucidità in seguito all’incidente.
Il Messaggero titolò: una tragedia avvolta nel mistero.
Concludo con un’affermazione di Mario Monicelli: “Senza questi elementi: fame, morte, malattia e miseria noi non potremmo far ridere in Italia.”
Tutti gli elementi menzionati da Monicelli sono presenti in questa vicenda a cavallo tra sport, politica e miseria dell’Italia degli anni venti.


Fabio Casalini

6 commenti:

  1. Che belle storia Fabio, non la conoscevo affatto.E come sempre scrivi in modo impeccabile e avvincente. Mi piace questo ciclista solitario, senza squadra ma con un gran cuore. Mi ricorda il nostro Pirata. Forse fin da allora vincere era affare da non sottovalutare, che interessava a sportivi e non. Un mistero, uno dei tanti, bello leggerlo qui, pensando che il cuofre e la fatica portano lontano. Grazie per questa piacevole e leggera lettura. Rosella

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    1. Ciao Rosella.
      Il cuore la fatica portano lontano in qualunque campo si decida di applicarli.
      La passione porta dove nemmeno l'immaginazione osa.
      Bottecchia fu il primo ciclista italiano a vincere un Tour de France, e solo per questo meritava memoria, poi la morte sulla quale si aprirono decine di versioni ha fatto il resto.
      Fabio

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  2. Ciao Fabio, il calcio e il ciclismo sono i miei sport preferiti, pur se ho preferito praticare il primo. Bottecchia ancora oggi non ottiene i meriti, che seppur postumi meriterebbe. Nel 1914 come militare indossa la divisa del VI Reggimento Bersaglieri di Bologna-reparto ciclisti-esploratori d'assalto. In battaglia venne fatto prigioniero tre volte, ed altrettante riuscì a fuggire. Ricevette una medaglia al valore, la motivazione dice: "costretto più volte ad arretrare, incurante del pericolo, portava seco l'arma aprendo sempre il fuoco violento sul nemico". Nello stesso frangente, dopo ever finito le munizioni venne catturato a Lestans, frazione di Sequals (paese natio di Primo Carnera), ma riuscì di nuovo a fuggire buttandosi in un burrone con la mitragliatrice che trasporta tornando in prima linea sul Piave.

    Suo fratello Giovanni non gli era da meno. Fu paracadutato oltre la linee nemiche inviando con i piccioni notizie sui movimenti delle truppe. Un mistero su Bottecchia emerge già nella Gran Boucle, quando nel 1923 indossa la maglia gialla per 6 giorni, ma crolla incredibilmente sulle Alpi. Motivo per cui sorsero seri sospetti di avvelenamento. Come tu Fabio riporti ebbe modo di rifarsi nei due anni che seguirono, spazzando via la concorrenza.

    Per la sua morte,verosimile è l'ipotesi di caduta traumatica, causata da malore, dovuto ad una birra ghiacciata. Lo stesso Ottavio Bottecchia il 12 Giugno in un momento di lucidità sussurrò alla moglie: "malore". Misteriosa fu pure la morte di suo fratello Giovanni, verificatasi poco prima di Ottavio, come del resto del suo compagno di corse Piccin, causate, anche per loro, guarda un pò, da incidenti stradali. Non c'è che dire, vi era un gran traffico di vetture in quelle sperdute frazioni di campagna 90 e passa anni fa...
    Un saluto
    Malles

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    1. Grazie Malles per le notevoli aggiunte allo scritto su Bottecchia.
      Grazie di cuore!
      Fabio

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  3. Non conoscevo questa storia. Interessanti anche le aggiunte di Malles. Grazie ad entrambi

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    1. Giò, Malles è parte integrante del blog!
      Un giorno avrò il piacere di conoscerlo, ne sono sicuro.
      Grazie a te.
      Queste storie dimenticate penso - ma i numeri di letture mi convincono - che possano e debbano essere conosciute.
      Fabio

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