Il Signore scese da cavallo per raccogliere una briciola da terra

Il cibo un tempo non veniva mai sprecato perché era un dono prodotto in un mondo duro, fatto di fatiche e giornate lavorative interminabili per raccogliere quel poco che si poteva per il sostentamento della famiglie. 
Ricordo che mio nonno paterno, nato a Miazzina nel primo decennio del 1900, era solito dirmi “il Signore scese da cavallo per raccogliere una briciola di pane a terra” per significare il rispetto e la sacralità del cibo che oggi invece è spesso gettato con noncuranza nei cassonetti non solo come avanzo ma addirittura anche intonso.
Un tempo si avevano a disposizione solo pochi alimenti spesso legati al territorio e alla stagionalità ma soprattutto alle condizioni di estrema povertà che talvolta non permettevano a tutti di mangiare. Nonostante l’asprezza della vita e le ridotte disponibilità economiche specie in paesi montani, non mancavano mai inventive per offrire un menu che almeno vagamente potesse aiutare ad immaginare di mangiare qualcosa di diverso.
In questo articolo desidero raccontare del “trusin” un piatto che sicuramente nelle attigue valli è conosciuto dai più magari con qualche variante o con nomi differenti. La ricetta che vi propongo mi è stata indicata da Bossi Luigia che a Miazzina è nata e tuttora vive a cui va il mio personale ringraziamento per aver condiviso questo importante pezzo di tradizione.
Al tempo il lardo in casa non mancava quasi mai perché quasi tutte le famiglie possedevano maiali oltre a mucche o capre, con il quale preparavano un battuto per insaporire la minestra di riso e verdure che quasi tutte le sere faceva la sua comparsa sulla tavola.
Le verdure oltre che dal’ orto, quando era stagione provenivano anche dai prati che offrivano tesori come  “petascioi”, “garzulett” “pancald” “urtighitt”, “braccol” malva selvatica oppure menta.
La minestra veniva preparata appositamente abbondante rispetto alle bocche da sfamare affinché la sera successiva potesse essere allungata con acqua ed aggiustata di sapore con dado oppure sale.
La minestra così allungata veniva posta su una stufa a legna e, una volta portata a bollore, veniva aggiunta a pioggia una ciotola di farina gialla per la polenta mescolando lentamente. La consistenza da raggiungere dopo circa 30 minuti di cottura dosando “a occhio” la quantità di farina a disposizione, era quella di una polentina da far rimanere morbida che nei dintorni viene chiamata “fersa”.
Terminata la cottura il composto ottenuto veniva versato in un piatto di portata e  ciascuno si serviva la propria porzione che si poteva mangiare con il latte, il gorgonzola oppure lo “spress” un formaggio casereccio di allora.
Mi rendo conto che parlare al giorno d’oggi di un pasto del genere possa, nel migliore dei casi, far sorridere molti lettori ma in momenti di difficoltà senza necessariamente doversi piangere addosso o parlare di povertà è una possibile idea da proporre qualche volta sulle nostre tavole.
Sarò un po’ “datato” ma noto sempre di più che i nostri “vecchi”, seppur meno istruiti di noi, hanno ancora ragione su molte cose. Vivevano una vita certamente difficile ma probabilmente meno stressata e proporzionalmente più felice della nostra dove abbiamo tutto ma spesso non sappiamo cosa scegliere e talvolta ci facciamo prendere dalla noia.
Ho avuto il piacere di condividere alcuni piatti di “trusin” insieme a persone care che mi hanno concesso il privilegio di vivere i loro ricordi di un tempo che mi ha fatto emozionare scoprendo gusti e profumi particolari a me sin ora sconosciuti.
In una fresca serata di Agosto, lasciando che il sole si affievolisse dietro le montagne e che pin piano diventasse buio,  ho maturato la sicurezza che l’appagamento dell’anima e della mente spesso prevale sulla mera necessità di nutrirsi e sentirsi sazi.
So che questo articolo potrebbe sembrare fuori tema, visto che il blog tratta di luoghi, ma prima di tutto sono sicuro che voglia preservare la memoria e le radici e dove meglio che in Italia il cibo rappresenta una parte della nostra infinita storia e cultura?
Mi auguro che ci possano pervenire molti commenti da nostri lettori più maturi che queste cose le hanno provate così come nuove ricette e curiosità dimenticate da aggiungere a questa. Il consiglio che mi sento di dare è quello di avere la volontà di provare a realizzare questa ricetta che oltre a far risparmiare qualche soldino possa essere spunto per raccontare a chi non l’ha vissuta le fatiche della guerra provando a far comprendere ciò che è stato e che permetta di apprezzare meglio ciò che abbiamo che, con gli ultimi avvenimenti mondiali, non sempre oggi è così scontato come erroneamente crediamo.

Luigia Bossi & Marco Boldini


Commenti

  1. Marco grazie, mi hai rasserenata. In cantina a casa mia a Pieve ho ancora una vecchia stufa a legna. Ho il paiolo della mia bisnonna Luisa, nero come la pece all'esterno. Quando non so cosa fare scendo in cantina, accendo il fuoco e faccio, o la polenta nel paiolo, secondo l'insegnamento della mia nonna Lucia, o qualcosa in padella. Il mio bimbo sta con me, gli racconto i ricordi che ho della mia famiglia la domenica e gli trasmetto l'amore che ho per le cose semplici, per questa mia terra che tanto amo. La polenta per me è buonissima, la mangio anche con condimenti dolci. Proverò la ricetta della Sig.ra Luigia, usando le erbe che hai indicato, che so riconoscere e trovare grazie alla mia zia Sofia. Complimenti a te per questa parentesi dolce, mi piace molto. Ci vediamo a Miazzina!! Rosella

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Rosella,

      Le tue parole mi hanno fatto inumidire gli occhi, anche io cerco di passare ai miei figli quanto ho avuto la fortuna di sentire in adolescenza e gioventù. Avrei sempre voluto scrivere tutte le cose che i "vecchi" mi raccontavano e che mi affascinavano non poco ma al tempo non c'era internet e la pigrizia ha fatto il resto. Mi rendo conto di aver perso una parte di quello che ho sentito ma molto mi rimane ancora nella mente e cerco adesso di non perdermi nemmeno più una goccia dei tanti preziosi racconti che gente del posto ama ancora ricordare. Il tuo commento mi ha fatto molto piacere, grazie a te.

      Elimina
  2. Grazie per questo post che mi sono fermata a leggere perché la frase del titolo ripetuta da tuo nonno paterno me la diceva sempre mio padre, classe 1924, quando da bambina facevo capricci a tavola per non mangiare ciò che non mi piaceva. Aggiungo in tema che mia madre mi sgridava quando pelando le patate asportavo troppa polpa insieme alla buccia: non c'era più miseria ormai, ma così le aveva insegnato sua madre. Sarà per questi insegnamenti che cerco ancora di non metter mai troppo cibo in tavola perché non ne avanzi e non si corra il rischio di buttarlo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Gigliola,

      grazie a te per esserti fermata a leggere questo articolo, mi ha fatto piacere che ti abbia abbia ricordato i tuoi genitori. Grazie per aver condiviso la tua esperienza passata e soprattutto quella attuale dove metti in pratica gli insegnamenti ricevuti dalla famiglia. Una buona giornata. Marco

      Elimina
    2. Ciao Gigliola,

      mi fa piacere che l'articolo ti abbia ricordato i tuoi genitori grazie per aver condiviso parte dei tuoi ricordi e dei preziosi insegnamenti che ancor oggi tieni (giustamente) in considerazione. Buona giornata e alla prossima.

      Marco

      Elimina
  3. Da piccola quando andavo a Miazzina e ne sentivo parlare pensavo fosse un dolce. Ul "trusin"è l'ideale per recuperare gli avanzi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao Patrizia,

      anch'io l'ho sentito nominare spesso e siccome l'ho sempre associato alla minestra, che al tempo non mi piaceva, ho sempre pensato che non fosse buono. mi sono dovuto ricredere ...... fortunatamente ! Meglio tardi che mai . Marco

      Elimina
  4. Cari amici dedico e dedichiamo un pensiero alle sofferenze dei terremotati.
    Quanto esposto dall'amico Boldini non credo sia fuori moda, nè, soprattutto, fuori tema, tema del cuore e del sentimento portati indietro nel tempo sulle ali dei ricordi. Mi torna in mente mio nonno quando mi raccontava delle sue cene a base di latte e castagne secche, o con una fetta di polenta. Sorrideva pure quando parlava della sua stalla con le mucche che, in mancanza di osteria nelle vicinanze, ne faceva le veci, in un cantuccio apposito. Fungeva da ritrovo per scambiarsi qualche parola tra una partita di carte e l'altra, soprattutto nei freddi inverni.

    Tempi con stratagemmi ammirevoli per mettere in tavola l'indispensabile. Frutti, erbe, radici, erano raccolti sia per sfamarsi che per curarsi. I nostri nonni oltre a ricevere gli insegnamenti dai lontani medici ai quali si rivolgevano, ottennero molte indicazioni terapeutiche e farmacologiche osservando come si medicavano gli animali, i quali da chi le abbiano apprese è un mystero... Chi aveva un cane vide che quando stava male, con l'istinto cercava una certa erba che conosceva, il cui effetto, dopo averla mangiata, agiva facendolo vomitare e evacuare di sotto, migliorando il suo stato.

    Il bue, il cavallo, il mulo, sopperivano a certe loro infermità mordendosi la lingua fino a sanguinare, risanandosi. La cicogna beveva acqua salata come clistere, o mangiava porzioni di origano per guarire. Le capre per curare la pelle o le ferite, si strofinavano sul Dittamo. E così via.

    M. Messeguè amava parlare di quando suo padre scoprì le proprietà curative della Chelidonia osservando una rondine che ogni mattina si allontanava dal nido e subito dopo ritornava con un filo di Chelidonia che strofinava sugli occhi del rondinotto cieco della sua nidiata. Dopo alcuni giorni il rondinotto aprì i suoi occhi alla luce e la rondine non tornò più a strappare il solito stelo di Chelidonia.
    Un saluto di buona salute a todos
    Malles

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Buongiorno Malles,

      Ti ringrazio per il lungo commento e mi unisco volentieri al pensiero per le persone colpite dal sisma. Mi ha fatto piacere la tua descrizione sulle molte cose riconducibili alla natura o semplicemente ai ricordi personali dei tuoi cari: lo scopo dell'articolo era proprio quello di sollecitare questi frammenti di vita importanti, almeno per noi viaggiatori.
      Un caro saluto e alla prossima
      Marco

      Elimina
  5. Bell'articolo e bei commenti!anche per me era la frase d'ordine quando er bambina, anni quaranta, genitori veneti.☺

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cara Silvana,

      grazie per i complimenti e soprattutto per la tua testimonianza, a presto.

      Marco

      Elimina

Posta un commento