giovedì 28 luglio 2016

La strage di Alessandria: quale verità?

Maggio del 1974, carcere d’Alessandria.
Il nono giorno del mese delle rose, tre detenuti sequestrano un medico, un’assistente sociale, sei insegnanti e sei agenti. Polizia e carabinieri circondano l’edificio.
I sequestratori chiedono di poter lasciare il carcere su un furgone e di trovare semafori verdi sino a Spinetta.
In serata il governo consente una soluzione di forza di polizia e carabinieri: si contano le prime vittime. Il giorno seguente, il 10 maggio, vi è l’assalto diretto dal generale Alberto Dalla Chiesa, che porta all’uccisione di due detenuti e tre ostaggi.
Il procuratore delle Repubblica, Reviglio della Veneria, commenta: “Un’azione meravigliosa, condotta magistralmente dai carabinieri”.
Normalmente l’accadimento è ricordato con queste, magre, parole.
Essendo molto curioso ho cercato a fondo e, come sempre, cercando s’impara a conoscere la storia.
Inizialmente non si collegano gli eventi, non si crede che accadimenti tanto distanti possano trovare una giusta posizione temporale.
Quale evento caratterizzava il maggio del 1974?
Alessandria fu scossa dalla rivolta del carcere di Piazza Don Soria pochi giorni prima delle votazioni per il referendum, con il quale il popolo italiano doveva decidere circa la legge sul divorzio. Ma il 1974 non era solo referendum sul divorzio, la cui affluenza sfiorò l'88% ed il NO vinse con quasi il 60%, ma anche introduzione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti e stragi di connotato diverso rispetto a quella di cui scrivo.
Il clima politico e sociale era infuocato.
Esistono potenziali collegamenti tra gli eventi?
La risposta è affermativa, e non giunge per mano di colui che scrive ma per bocca di colui che fu chiamato a mediare tra i sequestratori e le forze dell’ordine.
«Correte c’è una rivolta in carcere». 
Nel 1974 ad Alessandria non ci si poteva sbagliare: esisteva solo quel carcere in città, quello di Piazza Don Soria.
Nel carcere si tengono le lezioni per conseguire il diploma di geometra. Alle lezioni si presentano tre detenuti: Concu, Levrero e Di Bona. Il carcere, a quel tempo, aveva una scuola d’eccellenza: medie, corsi per geometri e possibilità di dare esami universitari. Vi erano laboratori di falegnameria, dove si creavano poltrone.
Risulta dai documenti che i detenuti «hanno due borse, cosa normale in altre condizioni e non tale da richiedere controlli». 
All’interno delle borse non si trovano libri ma pistole.
I tre vogliono evadere e per realizzare il loro intento prendono in ostaggio chiunque si inserisca sul proprio cammino: sequestrano gli insegnanti della scuola, gli agenti di custodia e il medico, dottor Gandolfi. Si rinchiudono nell’infermeria, probabilmente nell’attesa degli eventi.
Passano pochi minuti, forse un’ora, e si presentano le forze dell’ordine e magistrati.
Inizia una prima trattativa.
Il procuratore Reviglio della Venaria incontrò i detenuti il tempo sufficiente per prendere in consegna le condizioni dettate dai sequestratori.
In una recente intervista a Don Maurilio, ultimo mediatore dell’evento, racconta gli accadimenti: «Le trattative il giovedì le condussero i giornalisti Marchiaro, Camagna e Zerbino, poi ci fu il primo blitz con la morte del dottor Gandolfi e il ferimento, poi mortale, del professor Campi. A quel punto i tre rivoltosi (Concu, Di Bona e Levrero; ndr) non si fidano più non tanto dei mediatori, quanto di quelli che li mandano. Allora uno degli ostaggi, don Mario Martinengo che insegnava in carcere, fa il mio nome. Il cappellano don Remigio Cavanna dice: “E’ qui fuori vado a chiamarlo”. Io infatti ero in piazza». 
La volontà, ferma, di raccontare mi ha portato oltre il tempo della sera, momento del primo tentativo d’irruzione da parte delle forze dell’ordine.
Erano le 19,30 di quel 9 maggio.
Da poco il procuratore aveva ricevuto le condizioni dei rivoltosi, più organizzati di quello che si presumeva, e le aveva riportate, con molta probabilità, ai comandanti delle forze dell’ordine. Tra questi il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Magistrati e generali rappresentavano lo Stato: si possono accettare condizioni?
Lo stato può scendere a patti con rivoltosi che hanno preso ostaggi?
Probabilmente no.
I carabinieri, preceduti dal lancio di lacrimogeni, entrano in azione.
Il risultato?
Muore il dottor Gandolfi, mentre il dottor Campi, ferito, spirerà nei giorni seguenti.
All’esterno del carcere le versioni si accavallano: chi ha sparato i colpi mortali?
Alcune testimonianze raccontano i fatti: «In quella prima sparatoria restano feriti anche poliziotti e carabinieri. «C’erano anche quelli con i cani: dopo i colpi contro la porta un addestratore ha mandato avanti un pastore tedesco, che quando ha capito che sparavano è tornato indietro e lo ha morsicato»
Nel frattempo una forte rappresentanza politica si è presentata nei pressi del luogo degli eventi: tra questi il sindaco, il suo vice, un consigliere regionale del PCI, Luciano Raschio, e il senatore Vignolo. Lo stato è presente. Non manca la Chiesa, nella figura di don Maurilio Guasco, protagonista di molte parole di quest’articolo. La via della forza sembra passare in secondo piano rispetto alla diplomazia; le trattative sembrano poter ricominciare.
Don Maurilio sembra essere il prescelto per curare le trattative: si presenterà solo all’incontro?
«No, i rivoltosi ne volevano due, forse per usarci come scudi. Lì c’era anche un consigliere regionale del Pci, Luciano Raschio, che si offre: “Sono stato partigiano”. Andiamo, registriamo le loro richieste - un pullmino per farci salire i 19 ostaggi, semafori verdi fino a Spinetta, eccetera - e torniamo a riferire. Il generale Carlo Alberto della Chiesa mi dice: “Prenda tempo”. Come faccio? “Si aggiusti”. Così torno dentro». 
La trattativa sembra proseguire, sempre dalla voce di Don Maurilio: «Certo, mi dettagliano le richieste e io torno di nuovo a riferire. Della Chiesa mi dice: “Va bene, va bene” e se ne va. Non m’interpelleranno più. Ho visto in piazza uno dei motociclisti che dovevano scortarci: stava nascondendo una pistola nel gambale. Ma come, gli dissi, hanno chiesto che foste disarmati. “Padre, lei vuole che io scorti gente come quella senza neanche un’arma?” Ma intanto gli altri preparavano già il blitz».
Lo Stato aveva deciso di reagire con forza, come la sera precedente, senza prendere in considerazione la linea morbida.
Sono le 17 del 10 maggio quando parte l’assalto alle carceri.
Assalto?
«Non ci fu nessun assalto. In base alle testimonianze che ho raccolto ostaggi e rivoltosi erano ormai ristretti in una stanzetta. La porta era aperta, da fuori gettarono all’interno bombe lacrimogene pensando di snidarli col fumo. Invece Concu chiuse la porta e Di Bona fece quel che aveva promesso. Sparò per uccidere, a quattro ostaggi: l’assistente sociale Vassallo Giarola, le due guardie carcerarie e l’ingegner Vincenzo Rossi, ferito ad una gamba. L’ultimo colpo lo lasciò per sé».
Sotto il fuoco delle armi rimarranno: l’assistente sociale Graziella Vassallo Giarola, il brigadiere Gennaro Cantiello e l’appuntato Sebastiano Gaeta. Due rivoltosi perderanno la vita, Concu e Di Bona.
Il terzo sequestratore?
«Concu uscì con le mani in alto e la pistola in pugno - ma poi si scoprì che era un ferrovecchio inutilizzabile - e fu crivellato di colpi: morirà in ospedale. Levrero, che aveva solo un coltello, si rifugiò in uno sgabuzzino: stava per fare la fine di Concu, ma il colonnello Musti dei carabinieri bloccò i suoi uomini e gli salvò la vita». 
Lo Stato ha deciso di intervenire, di chiudere la partita in poche ore.
Il voto si avvicina, la forza deve prevalere sulla debolezza.
Negli istanti seguenti l’assalto – o presunto tale - cosa accadde?
Ancora Don Maurilio interviene in nostro soccorso.
 «Ma che cosa avete fatto, sono morti tutti!»
L’interlocutore del prete è Giuseppe Montesano, capo della Criminalpol di Torino.
«Hanno sbagliato giorno. Padre e lei credeva davvero che li avremmo fatti uscire a due giorni dal referendum? Lei è coraggioso, ma anche molto ingenuo».
Le ultime parole di questo dialogo lasciano aperte molte domande, e forse alcune scomode verità:
«Mi sta dicendo che per quattro voti in più avete fatto morire tutta quella gente?»
Don Maurilio raccontò queste verità a qualcuno?
«Scrissi una lettera a Repubblica, la spedii. Il giorno dopo aprendo i giornali appresi che il generale Carlo Alberto Della Chiesa era stato nominato comandante in capo dell’antiterrorismo. Poi divenne l’uomo che aveva sgominato le BR, infine il martire della lotta alla mafia. Quella lettera non fu mai pubblicata».
Tre sequestratori, sette vittime.
Si potevano evitare?
Devo riformulare: le cinque vittime innocenti si potevano evitare?

Fabio Casalini



Bibliografia
- Alessandria, 9 maggio 1974: la strage dimenticata. Articolo di Angelo Marenzana
- L’altra verità sulla strage del carcere. La Stampa del 12 maggio 2014. Articolo di Piero Bottino
- La tensione era nell’aria da giorni e le armi non sono piovute dal cielo. La Stampa del 12 maggio 2014. Articolo di Selma Chiosso
- Se ci ascoltavano finiva senza morti. La Stampa del 12 maggio 2014. Articolo di Leonardo Salerno.

2 commenti:

  1. dietro le azioni militari c'è sempre una ragione politica
    giuseppe

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    Risposte
    1. Giò purtroppo si, ma in questa le vittime innocenti potevano essere salvate?
      I detenuti-sequestratori erano volti al martirio?
      Secondo me non ci fosse stato il voto referendario le cose sarebbero andate diversamente....
      Fabio

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