I catari di Monforte d'Alba

Dopo l’anno mille sorsero sette religiose che avevano a cuore la riforma della chiesa, a cui si univano masse contadine che cercavano di sfuggire alla tirannia dei signorotti feudali. La crisi della chiesa era provocata nella decadenza morale della gerarchia ecclesiastica dovuta ad una vita opulenta contraria alla povertà predicata da Cristo.
Le dispute di Sant'Agostino contro i manichei e pelagiani sono i primi segnali delle forti divisioni all’ interno della chiesa del tempo. Fra queste vi fu l’ eresia dei Catari sorta per infiltrazione in Occidente dei bogomili (dall'antico bulgaro bogumil, "caro a Dio"), una setta presente in Tracia e in Bulgaria fin dal X secolo. Trova un terreno favorevole in Europa tra XI e XIII secolo per il fermento sociale e religioso che accompagna l'ascesa delle nuove classi urbane: dapprima a Colonia e in Renania dei cui gruppi ereticali parla la lettera di Evervino di Steinfeld a San Bernardo (1144); poi nella Francia settentrionale (Borgogna e Champagne) e nelle Fiandre; nella Francia meridionale (Provenza), dove prese vita il movimento degli albigesi (dalla città di Albi); quindi in Dalmazia e in Italia settentrionale, dove si chiamarono patarini perché ritenuti continuatori della patarìa milanese (Il significato e l'etimologia della parola sono ancora oscuri) movimento sorto in seno alla chiesa milanese medievale. Le origini del movimento della pataria sono da ricondurre ad alcuni esponenti del basso clero milanese, che coinvolsero diversi settori della popolazione nella lotta contro la simonia, e in generale, contro la ricchezza e la corruzione morale delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare degli arcivescovi di Milano. Alla fine dell'XI secolo con l'inizio delle Crociate le tensioni tra Roma e Milano si ricomposero, la Pataria perse vigore e unità, e ciò che ne rimase finì per diventare un movimento ereticale critico nei confronti della gerarchia ecclesiastica in generale. Nel 1167 gli eretici provenzali e italiani tennero un vero e proprio concilio a Saint-Félix-de-Caraman, presso Tolosa, in cui si posero le basi per la Chiesa Catara. Ormai si consideravano l'unica e vera Chiesa di Cristo, in contrasto con quella di Roma, che ne era invece la falsificazione e il tradimento.
I catari, cioè i puri (dal greco katharòs), affermavano, al pari dei manichei, una concezione dualistica della realtà. Secondo i loro miti cosmogonici, all'origine dell'universo stavano due princìpi coeterni e antitetici: Dio e Satana, spirito e materia. Di conseguenza la salvezza dell'uomo era possibile solo a patto della separazione dell'anima dal corpo, che poteva essere conquistata attraverso la sofferenza fisica e la morte, senza alcuna mediazione né del clero né dei sacramenti. Da questa teologia scaturiva una durissima serie di precetti: ascetismo, verginità, astinenza dalla carne, povertà, condanna del matrimonio e della procreazione. Il radicale spiritualismo e il desiderio di liberarsi dai lacci corporali potevano anche sfociare nel ricorso alla morte volontaria l'endura. una pratica consistente in un digiuno caratterizzato dall'astinenza totale dal cibo e dall'acqua. Tale digiuno rappresentava una forma estrema di negazione di sé e di separazione dal mondo materiale, che per la concezione catara era dominato dal male.
Era convinzione diffusa che questo sacrificio finale avrebbe assicurato la riunificazione dell'anima con il dio del bene.
Si dividevano in due classi fondamentali: i "perfetti" e i "credenti". I primi sottoposti al rito dell'imposizione delle mani, il cosiddetto consolamentum che era il sacramento battesimale dei Catari. A differenza dei cristiani, il Battesimo usato dalla maggior parte dei Catari non richiedeva la presenza dell' acqua, ma solamente le parole del rito, l'imposizione delle mani e il porre il libro del Vangelo attribuito a San Giovanni sopra il capo del battezzato. Secondo i Catari, esso consisteva nello stesso tempo nel battesimo dello Spirito Santo, nel ricevimento di tutti i doni spirituali, nell'attribuzione del potere di legare e di sciogliere, nell'assoluzione per tutti i peccati commessi, nella rigenerazione battesimale erano simili ai sacerdoti e avevano l'obbligo di rispettare integralmente le severe norme etiche; gli altri fedeli, pur non aspirando allo stato di perfezione dei "perfetti", dovevano comunque sforzarsi di imitarli.
La religiosità profondamente drammatica dei catari, il coraggio con cui affrontarono le persecuzioni, l'esemplarità della loro condotta confrontata con l'opulenza e la corruzione di tanti prelati, esercitarono un fascino intenso sulle coscienze del tempo, tanto da ottenere l'appoggio non solo delle classi popolari, ma anche di alcuni feudatari. Contro ogni eresia oppose sempre con intransigenza la chiesa romana, attivando prima teologi, come San Bernardo di Chiaravalle , poi predicatori come San Domenico da Guzman. La controffensiva papale sfociò, nel 1209, nella crociata promossa da papa Innocenzo III contro i Catari francesi denominati Albigesi, ( dalla regione di Albi) che si concluse dopo lunghe ed efferate campagne di sterminio degli eretici provenzali e con l'annessione della Francia meridionale al Regno capetingio (pace di Parigi, 1229). Federico II a sua volta combatté i catari nel settentrione italiano, dove si erano rifugiati molti albigesi, e nel 1224 emanò una disposizione legislativa che introduceva la pena di morte per eresia, convinto, come confermavano le Costituzioni di Melfi (1231), che le idee dualistiche comportassero anche una negazione dell'autorità regia.
La storia che raccontiamo si svolge fra l’anno 1027- 1028 perciò è antecedente ai grandi fatti sopra raccontati e quasi ne anticipa le conseguenze. Il movimento cataro appena sorto stava a poco a poco investendo parti del Piemonte e Monforte dotata di un poderoso castello era divenuto il centro eretico di tutto il territorio. Si è sempre creduto che fosse stato l’ arcivescovo di Milano Ariberto d’ Intimiano sovraintendente delle aree dell’ Astigiano e dell’ Albese ad inviare espressamente una spedizione punitiva contro i Catari a Monforte. Ma le teoria non è completamente esatta. Nel libro IV delle Historie Rodolfo il Glabro informa del fatto che Alrico e suo fratello Olderico Manfredi II rispettivamente uno vescovo e l’ altro marchese di Torino e di una parte del Piemonte combatterono l’ eresia. Il marchese Olderico II era grande amico dei frati benedettini. Tra i suoi meriti, quello di aver fatto restaurare l'antica chiesa di Santa Maria Maggiore di Susa e il monastero della Novalesa fortificato i borghi di Exilles e Bardonecchia, e aver fondato un importante monastero a Susa. Costruì anche il Duomo di Pinerolo.
Questa notizia è importante perché aiuta a comprendere l’ importanza dei frati benedettini in quel tempo su di un territorio vasto e tormentato. Alla morte di Oddone III e di Enrico II si estingue la dinastia di Sassonia (1024) Il potere passa a Corrado II detto il Salico della casa di Franconia. Tra il 1026 e 1027 Corrado il Salico scende in Italia per essere incoronato imperatore dal papa a Roma. A Milano viene incoronato re d’ Italia da Antimiano poi si reca a Asti e poi si dirige a Alba da dove parte un antica strada romana la via Magistra Langarum che il cui tragitto va verso la Liguria per congiungersi dopo Millesimo (Millesimo Km da Roma) alla via Aurelia. Questo percorso di Langa è un antico tracciato romano che l’ attraversa in cresta in direzione sud e sicuro dagli agguati. Pur desolato dopo secoli di abbandono l’ aiuto benedettino e la copertura dell’ esercito di Olderico che lo precede possono farlo attraversare in piena sicurezza. Vi è un unico intoppo poiché in un punto strategico si erge un castello controllato da un gruppo eretico nemico. Sono i Catari di Monforte anticlericali e che non riconoscono neppure l’autorità imperiale. In un tale frangente ecco per il vescovo Arlico e Olderico II l’ occasione propizia per ingraziarsi in un sol colpo il Papa e l’ Imperatore e il vescovo di Milano Ariberto d’ Intimiano. Ariberto d’Intimiano, arcivescovo di Milano e vicario per l’Italia dell’imperatore, si era recato a Torino per una visita conoscitiva, e aveva scoperto l’esistenza di un gruppo di eretici nella zona di Monforte. Auspicando una soluzione diplomatica del problema, aveva convocato a Torino il loro capo Gerardo di Monforte per un interrogatorio. Dall'interrogatorio fra il vescovo-conte che detiene il potere politico amministrativo e Gerardo che si dimostra inamovibile e preparato su ogni questione dottrinaria, era emersa in maniera lampante l’eresia dei catari. Il vescovo Arlico ed il marchese Olderico II precedono l’esercito imperiale sulla strada quella che da Paternum (Perno) porta a Monforte e con improvviso attacco sapendo che nella peggiore delle ipotesi avrebbero avuto l’ appoggio dell’ esercito imperiale che li segue riescono ad espugnare il castello facendo molti prigionieri che vengono arrestati e condotti a Milano. 
Fra gli arrestati figura anche una contessa di nome Berta che aveva aderito sin dall'inizio all'eresia. L’imperatore può proseguire tranquillo il suo viaggio verso Roma e il Marchese Olderico II trascina quelle genti a Milano presso l’ arcivescovo Ariberto d’Intimiano che ha podestà e giurisdizione verso quelle terre. Trascorrono molti mesi dopo la cattura nella speranza che questi mutino idea ed abiurino la loro fede. Caparbi nella parte finale del processo davanti alle autorità civili e religiose della città messi nella condizione di scegliere pochi abiurano e parecchi di loro preferiscono morire sul rogo. Per sacerdoti e autorità religiose hanno tentato senza successo di ricondurli sulla retta via. La scelta spetta ai singoli che possono salvarsi abiurando la loro religione oppure persistere nell'eresia e immolarsi nel fuoco. Dopo un attimo di meditazione collettiva pochi riabbracciano la fede cattolica, molti si lanciano fra le fiamme venendo ridotti in cenere. Dunque la zona di Milano sono stati imprigionati gli eretici prende il nome dal loro paese di provenienza, dando il nome al futuro Corso Monforte, che a sua volta l'avrebbe passato alla relativa porta. Come già ricordato questo duro attacco inquisitoriale precedette, con pochissimi altri sporadici casi, di quasi due secoli quella che sarà una vera guerra di religione, la cosiddetta Crociata contro gli Albigesi, o Catari, iniziata da Innocenzo III° nel XIII° secolo. Rappresenta però questo uno dei misteri insoluti della storia: il cattolicesimo dell'epoca non era ancora divenuto repressivo e la deportazione degli eretici a Milano, affinché questi ritrattassero le loro dottrine, è l'indice di un approccio ancora non del tutto "inquisitoriale" all'eresia, e del tentativo di stabilire con gli eretici un dialogo che fosse strumento per il loro recupero: molto interessante è quanto riportato da Landolfo Seniore dei dialoghi tra i presunti Catari e l'arcivescovo di Milano. La difficoltà storica sta nel comprendere le ragioni che condussero alla condanna a morte degli abitanti di Monforte, precorrendo di circa due secoli quelle che saranno le nefandezze compiute contro i Catari. Il racconto sembra comunque ricalcare ciò che avvenne a Béziers nel 1209 per opera di Simone IV de Monfort, ( anche senza legami i nomi nella storia molte volte si ripetono in situazioni simili) signore francese che non sapendo come distinguere gli assediati catari da quelli cattolici pronunciò la terribile frase: “Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius.” "Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi" L’arrivo dei catari a Monforte è databile intorno al 1020, tanto che i roghi di Milano sono, insieme a quelli di Orleans, i primi a venire appiccati in Europa. Correva l’ anno 1028 con l’ abiuro i pochi lasciati liberi tornano alle loro terre. Ripresero la vita come prima ed alle cose pur mutate si adattarono. Anche se una ulteriore recrudescenza monfortese dell’eresia catara venne successivamente sedata dal vescovo di Asti Alrico.
Cosi Mons-fortis ritorno feudo sereno e tranquillo e fedele alla diocesi di Asti. Per un breve periodo nulla è più dato di sapere però riemergono qualche notizie. Per credo attaccamento alla chiesa e riconoscenza il nuovo feudatario del castello di Monforte erige la chiesa Santa Maria de Castro citata in un documento del 1223 Nel 1500 il vetusto castello fu smantellato e ricostruito sulla più ampia e bassa spianata rispetto alla rocca, non più come fortificazione ma come lussuosa dimora gentilizia di campagna. Ora e’ di proprietà dei Marchesi Scarampi del Cairo. Collegata alla nuova dimora piu tardi viene edificata la splendida chiesetta dedicata a Santa Elisabetta tuttora esistente. E’ la chiesa della Confraternita delle Umiliate. In un documento del 1688 Carlo Francesco del Carretto di Monforte offre denaro, opera e materiali per concorrere alla costruzione dell'Oratorio attiguo al castello palazzo, riservandosi un ingresso particolare. Alla fine del 1600 sorge anche l oratorio di Sant Agostino e di San Bonifacio la chiesa della Confraternita dei Disciplinanti Bianchi. La chiesa di Santa Maria de Castro viene demolita nel secondo decennio del 1900. con la costruzione della nuova parrocchiale nella parte bassa del paese.
Unico muto testimone rimasto è il campanile, che ha subìto molti rimaneggiamenti nel corso dei secoli, era in origine la torre quadrangolare di vedetta del vecchio castello dei primi signori di Monforte, inglobata nella facciata della chiesa costruita successivamente. La parte terminale, cuspidata, presenta le caratteristiche tipiche del gotico. Durante i lavori di restauro è emersa, alla base, un’ampia nicchia con decorazioni barocche che fungeva da fonte battesimale. Dalla piazza si accede al sottopasso recante la data del 1622 su cui poggiava la navata detta “dei manichei” dell’antica chiesa di Santa Maria de Castro.

Sic transit gloria mundi

Corsero nella città le armate dei cattolici agitando spade affilate, e fu allora che cominciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi in fasce vennero tutti spogliati e depredati e passati a fil di spada. Il terreno era coperto di sangue, cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate, corpi squartati o sfondati, fegati e cuori tagliati a pezzi o spiaccicati. Era come se fossero piovuti dal cielo. Il sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva del fiume. 
Dalla Canzone della Crociata Albigese (massacro di Marmande 1219)

Luciano Querio


Bibliografia
Langa & Roero. Edizioni Europee Aurelio Maria Gaetini
L’ Eresia. Arnoldo Mondadori Editore Marcello Craveri
Dizionario del Medioevo. Laterza Alessandro Barbero Chiara Frugoni

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