Tra fuoco e terra ecco il miracolo

La morte di un neonato è un fenomeno biologico che comporta forti, ed importanti, implicazioni sociali e culturali per tutte le popolazioni. La diffusione del Cristianesimo, in Europa Occidentale, ha contribuito a rendere omogenee le pratiche funebri. L’avvento della nuova religione comporta una radicale modifica delle credenze sino allora esistenti in Europa.
Il diffondersi del sacramento del battesimo crea un problema in relazione ai bimbi nati morti. Nascendo morto non riceve il battesimo, motivo per il quale non può accedere al mondo dei giusti. Dobbiamo effettuare un passo indietro nel tempo, per comprendere l’importanza di questo sacramento nella religione cristiana.
Il Santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, è la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo, il cristiano, è liberato dal peccato e rigenerato come figlio di Dio, diventa membra di Cristo; è incorporato nella chiesa e reso partecipe della sua missione. [1] 
Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’acqua e la parola.[2]
I genitori potevano, a fatica, accettare la morte prematura del figlio, ma non la sua esclusione dalla comunità cristiana.
Da cosa deriva questa paura?
Possiamo ritenere che alla base di questa, complessa, paura della morte vi sia l’idea che solo nella Chiesa vi è salvezza e solo con il battesimo si entra nella chiesa. Questo terrore era accentuato dal fatto che il bimbo, non battezzato, non poteva essere sepolto in terra consacrata.
Il pensiero che si diffonde, nelle menti dei genitori, attiene al fatto che i bambini nati morti, o mai nati, erano condannati all’inferno poiché non battezzati. La tristezza nel cuore dei genitori era infinita. Non vi era sollievo a questo dolore. Soffrivano per la perdita dell’amore della propria vita e, consapevolmente, ritenevano di non poter trovare il proprio piccolo nell’aldilà. I genitori sapevano che, neppure dopo la morte, si potevano ricongiungere con il proprio bimbo. Queste paure trovano fondamento nella teologia, in particolare nelle parole di sant’Agostino, il quale affermava che le anime dei bambini morti senza battesimo erano condannate all’inferno. Per correttezza d’informazione riporto la completa affermazione di Sant’Agostino:
E’ dunque giusto dire che i bambini che muoiono senza il battesimo si troveranno nella condanna, benché mitissima a confronto di tutti gli altri. Molto inganna e s’inganna chi insegna che non saranno nella condanna.”
Le parole del santo, nato in Numidia, nell’Africa Settentrionale, sono durissime. Nel suo combattere il male il santo racconta, durante la lettura di un sermone, un fatto che diverrà fonte per la giustificazione dello svolgimento del rito del ritorno alla vita dei bimbi nati morti.  Il vescovo d’Ippona narra che una donna, disperata per la morte del figlio prima del battesimo, prega con altissima devozione le spoglie del protomartire Stefano affinché possa farlo tornare in vita. Il miracolo della resurrezione avviene, ma solo per il tempo necessario alla somministrazione del battesimo.
Il primo caso di svolgimento del rito, per come lo intendiamo oggi, risalirebbe alla fine del secolo XIV.
Superiamo le Alpi.
Scendiamo in Provenza per raggiungere la città d’Avignone.
Percorriamo il tempo sino ad un giorno, imprecisato, del 1387.
Tomba di Pierre de Luxembourg.
Un gruppo di persone prega il beato per far tornare in vita un bimbo nato morto.
Pierre potrebbe assolvere le funzioni di primo intercessore, per conto dei genitori, nei confronti della Madonna.
Pietro da Lussemburgo nacque nel 1369, poco tempo prima che suo padre, Guido, morisse a Baesweiler nel 1371, nella lotta tra Brabante e Gheldria.
I conti potrebbero non tornare!
Meno di 20 anni dopo la nascita era morto, in procinto di divenire beato e venerato a tal punto da fungere da intercessore nei confronti della Madonna?
All’età di 10 anni era canonico a Parigi. La storia ci riporta al convento dei Celestini dove Pietro conobbe Filippo di Mézieres.[3]
Tre anni più tardi svolgeva lo stesso ruolo a Cambrai.
A 15 anni fu nominato vescovo, dall’antipapa Clemente VII, della città di Metz.
Clemente VII non si accontentava della nomina a vescovo di Pietro.
Era smanioso di averlo accanto a se nella città d’Avignone.
Nel 1386, a soli 17 anni, Pietro fu nominato cardinale nella città della Provenza.
L’anno seguente muore, si racconta, colpito da una malattia.
Approfondiamo.
A 17 anni giunge ad Avignone alla presenza della corte di Clemente VII.
Quell’ambiente non ha influssi negativi sul ragazzo, ora cardinale.
Vita austera. Digiuno. Penitenze.
Distribuisce ricchezze ai poveri, tanto da destare l’ammirazione del popolo provenzale.
All’improvviso il 2 luglio del 1387 muore.
La morte potrebbe dipendere dalla severa vita ascetica che aveva deciso di seguire?
Pietro sin dalla piccola età altro non conobbe che la serietà della fede.
Fu tumulato secondo i suoi voleri. Nessuna cerimonia sfarzosa. Sepoltura presso il cimitero dei poveri.
I suoi funerali attirarono una folla enorme.
Tra folla e follia la differenza è minima.
Il corteo rischiò di trasformarsi in una sommossa.
La tomba di Pietro non conosceva silenzio.
Giorno e notte i bisognosi si recavano per chiedere un miracolo.
Il 7 luglio avvengono i primi miracoli, documentati per volontà di Clemente VII.
Il cinque d’ottobre giunge la tredicesima resurrezione.
Nel luogo della sepoltura di Pietro da Lussemburgo il Re di Francia, all’epoca Carlo VI, fece erigere un convento di Celestini, copia di quello nel quale era divenuto uomo il ragazzo figlio di nobile famiglia. A quel tempo il convento di Parigi era il santuario prediletto dalla corte francese.
I miracoli di un uomo normale dalla vita straordinaria.
Dalla Provenza il rito, del ritorno momentaneo alla vita per il tempo di un battesimo, si propaga al Delfinato. Da queste regioni francesi la conoscenza e la pratica si sviluppano seguendo precise direttrici: la prima risale a Nord della Francia sino al Belgio; la seconda, passando dalla Svizzera, si sviluppa in Austria e nel Nord dell’Italia.
Nasce l’esigenza del Battesimo ad ogni costo.

Fabio Casalini

L'articolo è basato sul libro MIA VIVI, MAI MORTI pubblicato da Fabio Casalini e Francesco Teruggi per Giuliano Ladolfi editore nel dicembre del 2015.

Tutte le fotografie sono scattate nel Duomo di Ivrea e rappresentano un affresco dove è possibile vedere Pietro da Lussemburgo ed un bimbo, che risorge alla vita, che indica il beato intento nella benedizione del piccolo.



[1] Concilio di Firenze, decretum pro Armenis.
[2] Catechismo Romano. Edizioni P. Rodriguez (Città del Vaticano). 1989.
[3] Huizinga Johan, Autunno del Medioevo. Sansoni editore. 1987.

Commenti

  1. Fabio su questo tema riesci ad emozionare ad ogni sillaba ..... Riesci ad entrare nel cuore... Grazie...

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    1. Grazie Parrucchiera, sono felice di emozionare con gli scritti relativi al ritorno alla vita.
      Lo dico spesso ma mai abbastanza: la conoscenza di questo rito negli ultimi anni ha modificato profondamente la mia vita ed il mio pensare.
      Fabio

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  2. L'elaborazione di un lutto è un processo che dura una vita. Sopravvivere a un figlio. Non vederlo crescere. Diventare adulto. Raggiungere le tappe della vita. Il dolore che si prova é immenso, incolmabile. Se si decide di andare avanti, di continuare a camminare, si cerca un modo per convivere col dolore, che diventa parte della vita, compagno di viaggio. Il recarsi in questi luoghi era sicuramente questo. Un volersi aggrappare disperatamente a qualcosa nella speranza di ricongiungersi un domani. Avrei fatto lo stesso. Mi emoziona pensare a queste persone con il loro dolore sulle spalle e nel cuore. C'è ancora molto da dire. Sei tu quello che lo deve fare. Che deve percorrere quei sentieri e testimoniare quella disperazione. È un mondo dimenticato che merita di essere ricordato. È il tuo compito. Noi ti seguiremo. Rosella

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    1. Ciao Rosella.
      Nei giorni scorsi ho fatto visita ad un santuario a Répit della Valle d'Aosta.
      Il percorso, faticoso ancora oggi che le auto sfrecciano sulle strisce d'asfalto che entrano nelle foreste, la fatica e l'asprezza delle rocce circostanti mi hanno permesso, ancora una volta, di comprendere quale gesto d'amore compissero i genitori recandosi in questi luoghi.
      Espiazione o elaborazione del lutto non lo sapremo mai.
      Però cercherò delle risposte.
      Fabio

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  3. Ciao Fabio. Il cinismo teologico antico e moderno di chi vestiva o veste sai e talari è certamente da disprezzare, non è mai uscito di moda chi conserva come un cimelio il proprio paraocchi teologico. La dannazione, da qualunque angolo venga dibattuta, non potrà mai essere eterna, perchè essa rappresenterebbe la negazione assoluta dell'infinità bontà del Creatore (non certo rappresentato dal Yhwh della Bibbia), il cui fine è sempre e solo, unicamente, la salvezza.

    La tragedia delle morti infantili - lo spauracchio che ne derivava ai genitori per le bestemmie (di fatto) di alcuni uomini ritenuti posteriormente santi. Non solo il concetto di eterna (mitigata...bontà sua) condanna per i piccoli ci giunge da S. Agostino, ma altri calcano il concetto, lo stesso S. Paolo nelle lettere ai Romani calava il...calcagno.

    La "dannazione" eterna mal si coniuga con un Dio misericordioso. Non intendo con questo uniformare ai concetti umani la volontà e i "disegni" Divini, sarebbe un atteggiamento di superbia che ci porrebbe nella pericolosa condizione di voler giudicare il suo operato, ma se si parla dell'amore incondizionato e per sempre, si vede bene che si parla di un amore diverso da quello circoscritto e del tutto umano. l'amore, quello vero, NON distrugge ma crea.

    Naturalmente questo concetto non ha valore per i non credenti, per i quali non ha importanza nemmeno il suicidio, in quanto per loro il problema è puramente terreno e va valutato con etica terrena. Al contrario della "legge" cattolica, non credo nemmeno alla dannazione eterna per questi ultimi, anche se è pur vero che il suicidio è la più alta negazione dell'amore, in quanto è il rifiuto a quel gesto d'amore, il più grande che Dio ha espresso, e cioè la vita.

    Un'ultima sviolinata per l'amico Fabio (speriamo che gli piaccia la musica...). In alcune circostanze, caro Fabio, si può essere su due rive diverse, ma il fiume che le bagna è poi, a ben vedere, della stessa acqua. A volte, secondo la visuale, può avere (quest'acqua) riflessi diversi, ma rimane poi in fondo e in ogni caso composta della stessa sostanza.
    Un saluto
    Malles

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    1. Malles, siamo bagnati dallo stesso fiume chiamato vita.
      L'eresia nasce dall'ortodossia, possiamo dire che l'eretico è un ramo dell'albero della vita. Seguendo questo concetto le due rive bagnate dalle stesse acque si avvicinano grazie ad un ponte, non per nulla i Papi sono chiamati anche Pontefici o Sommi Pontefici. Nella sostanza avrebbero dovuto costruire una via che unisse le persone.
      Purtroppo i genitori chiedevano una soluzione ai grandi divulgatori della religione cristiana ma essi pensarono principalmente alla diffusione del credo e non al benessere psicologico di chi rimaneva.
      I genitori grazie a questo rito trovarono la pace interiore, motivo che mi spinge a propendere sempre più per l'elaborazione del lutto come strumento che ha permesso "il rimanere in vita" del rito attraverso i secoli.
      Ricordo che la chiesa ufficiale si è sempre posta in contrasto con il rito accusandolo di abuso del sacramento del battesimo.
      Grazie Malles!
      Fabio

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