Ferriere e il canto della betoniera

Arrivai a Ferriere un caldo pomeriggio d’agosto, senza sapere nulla. Ferriere era giusto una base, ci saremmo fermati al rifugio Becchi Rossi per salire l’Enchestraia e la punta tre Vescovi, poi ci aspettava la partenza verso Milano. 
Quella mattina avevamo salito il Becco Alto d’Ischiator, in una giornata tersa e senza ombra di nube. A malincuore avevamo poi lasciato il rifugio Migliorero e le sue fattezze di castello scozzese, poco frequentato in quei giorni nonostante il Ferragosto incipiente, e avevamo continuato il viaggio lungo la Valle Stura, fino a Bersezio, per poi inerpicarci lungo gli stretti tornanti che portano all’abitato di Ferriere. Il rifugio Becchi Rossi è ricavato nella ex Canonica, proprio di fianco alla Chiesa. C’è un campo da bocce a Ferriere, vagamente in salita, e un museo dedicato ai mestieri contadini e al contrabbando, due realtà intrecciate a filo doppio nel passato di queste valli, la Francia a pochi passi di distanza.

Il pomeriggio era caldo e limpido; mentre bevevamo pigramente una birra sulle panche fuori dal rifugio, ci teneva compagnia, e forse anche un po’ ci infastidiva, il rumore di una betoniera e le voci degli operai che lavoravano a una vicina abitazione. La sera, le sagome delle montagne si stagliavano nere e nette su un cielo che faticava a imbrunire.
Partimmo molto presto per l’Enciastraia il giorno dopo, il freddo dell’alba mi faceva camminare veloce, ma in fretta la giornata divenne calda e azzurra. Ci dirigemmo verso la bassa di Colombart, in compagnia delle marmotte che non sembravano particolarmente intimorite dal nostro procedere, per proseguire poi su strada militare verso il colle del Puriac, e salire alla vetta. Mamme stambecco seguite dai piccoli popolavano le balze delle pareti e dedicai del tempo in cima a a guardare incantata il lago del Lauzanier. Sulla Rocca Tre Vescovi la sorpresa di un’ombra ci aveva obbligato ad alzare la testa e scorgere le grandi ali di un gipeto. La discesa fu lenta, su terreno detritico e scivoloso, mentre una volta tornati al colle del Puriac ci fermammo a guardare il castello maestoso dell’Oronaye. Fu bello vedere da lontano i piccoli tetti di Ferriere e avere del tempo per riposare ancora sulle panche del rifugio, mentre gli operai e la betoniera continuavano a lavorare alla casa di fronte.
Da lontano, Ferriere mi pare intatto, come un villaggio partigiano nell’imminenza di un rastrellamento, come se tutta la popolazione fosse su, bel bosco, nell’attesa, al riparo. Ma più mi avvicino. più mi rendo conto che Ferriere è un villaggio morto. Tetti sfasciati, muri pericolanti, balconi di legno che ciondolano, finestre vuote, spente. Anche il tetto della chiesa ha ceduto e quando le chiese crollano è proprio la fine.” Così Nuto Revelli ne “Il Mondo dei vinti”, un libro che mi riporta al borgo molto tempo dopo esserci stata. Allora non sapevo che questo Ferriere fosse in qualche modo un luogo simbolo dell’abbandono della montagna e dell’agricoltura che, a partire dagli anni Cinquanta. ha traghettato il nostro Paese verso il miraggio dell’industrializzazione. Non sapevo che gli stretti tornanti della strada carrozzabile per il Rifugio Becchi Rossi, costruita negli anni 60, erano serviti giusto a far scendere a valle l’ultimo degli abitanti del paese trasformandolo per molto tempo in una città fantasma.
Ma è proprio grazie al prezioso lavoro di Nuto Revelli che è possibile dare almeno un volto e una voce alle vie e alle case di Ferriere. Il volto e la voce sono quelli di Giovanna Giavelli, classe 1886, la “maestra delle marmotte”. Giovanna, che “aveva sempre avuto la miseria addosso”*, che a cinque anni era rimasta orfana di madre e che da allora si guardagnava il pane facendo “ballare le marmotte” e chiedendo la carità in Francia. Da Ferriere si scappava: “Non si poteva vivere a Ferriere, con poco pane e poco orzo, chi ne aveva. Ci toccava andare via”. 
E Giovanna, prima di scendere in Francia dal colle del Puriac, lo stesso in cui mi ero fermata a rimirare le guglie dell’Oronaye, catturava qualche marmotta. Non doveva essere difficile, le marmotte sono dappertutto, si lasciano anche quasi avvicinare, ma l’ultima cosa a cui avrei potuto pensare in quel lontano giorno d’agosto era che potessero essere in qualche modo fonte di sussistenza: “le addestravo, le facevo ballare e fischiare. Le battezzavo anche, ogni marmotta aveva il suo nome. [… ] Facevo presto a ammaestrare le marmotte, con l’arrivo dell’autunno erano già ‘ndutrinà”.
Quante storie come questa nascondono i sentieri che calpestiamo ogni giorno? Che cosa davvero coglie il nostro andare per monti e quanta parte di quel che vediamo ci nasconde segreti ormai inaccessibili? “C’erano altri di Ferriere che facevano ballare le marmotte, Maria del Bagnulin era una di quelle. Ce n’erano della Valle Maira, di Acceglio […] mah abbiamo fatto una vita che siamo ancora ricchi adesso”. 
Quando Revelli raccolse la sua testimonianza, Giovanna era all’ospizio di Demonte, Ferriere un sogno nostalgico, “Mi piaceva vivere lassù. L’aria era pura, l’acqua era buona. L’acqua era il nostro vino. Avevamo tutto ciòe che insieme si chiama libertà. Era come avere le ali. Qui al ricovero degli anziani mi sento un po’ come in prigione. La notte, quando sogno, sogno lassù. La mia casa, la mia prima casa, è una casa tutta nera, ma mi piaceva. Lassù l’aquila vola.”
Oggi Ferriere non è più come la vide Revelli. Molte abitazioni sono state ristrutturate anche se vengono utilizzate solo come seconde case. Non è più la Ferriere “tutta seminata a orzo, segala, grano e patate”. Ma i tempi dell’abbandono, i tempi delle rovine sembrano finiti. C’è un certo tipo di cura per questo luogo, quella che i nostri tempi confusi permettono.
Oggi, quando ripenso a Ferriere, mi viene in mente la betoniera.
Il suo era un canto, ma allora non lo capivo.

Simonetta Radice

Tutte le fotografie sono di Simonetta Radice tranne l'ultima che è stata presa dal sito del rifugio Becchi Rossi.

*Tutte le citazioni sono tratte da: Nuto Revelli, “Il Mondo dei Vinti”, Giulio Einanudi Editore, Torino, 1977

Commenti

  1. capisco la nostalgia e quella bellezza anche se io non riesco ad andare oltre Gardetta (altra valle, ma per lì)

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  2. Recuperare posti come questo dovrebbe essere un dovere. Na andrebbe fatto sempre con discrezione e in punta di piedi. Siamo ospiti in questa immensa natura. Bell'articolo. Complimenti Simonetta. Rosella

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