domenica 22 maggio 2016

"Cerchi delle Fate": megalitismo tra Alpi e Verbano


Sito megalitico di Croppola (Montecretese, Vco, V sec a.C?)
L’intera area collinare e montuosa che avvolge il bacino del lago Maggiore ha da sempre rivelato la presenza costante, sebbene in un certo senso sfuggente,  di tracce preistoriche  e protostoriche, anche notevoli, attribuibili a popolazioni legate da una comune radice etnica e culturale.
Scavi archeologici più o meno importanti, cerchi di pietre, massi incisi e coppellati (ossia scavati con fori circolari, forse riempiti con offerte liquide a base di latte, sangue, idromele o acqua) consacrati agli antichi dei pagani della natura costituiscono testimonianze remote, probabilmente lasciateci da civiltà genericamente ed enigmaticamente definite "celto-liguri".
Mappa delle tribù protoceltiche e celtiche in Italia centro-settentrionale
Piemonte, Lombardia e Canton Ticino: in queste terre d'ambito perilacustre spiccano il fenomeno  archeologico caratteristico del megalitismo e della “saxorum veneratio”, o magico culto delle pietre (dal greco mèga-grande e litos-pietra)
Sàss da Preja Buia (Sesto Calende, Va)
Chi desiderasse approfondire la storia dei Celti e di chi li precedette, prima o poi incorrerebbe sempre nel mito: mito da non interpretarsi come fiaba fine a se stessa, ma da rileggersi attentamente, al fine di scoprire tracce di verità nascoste tra le righe dell’immaginazione.

La mitologia irlandese cita spesso i Tuatha de Danann, tribù semi divina venuta dal nord del mondo conosciuto. Essi furono i primi ignoti colonizzatori; popoli dei megaliti e dei cerchi di pietre che al tramonto del loro tempo avrebbero trovato rifugio nei “sidh”: tumuli segnati da cerchi di pietre su antichi colli, che la tradizione agreste ha tramandato col nome gaelico di “cromlech”, o più semplicemente di “poggi delle fate”.
Tumulo megalitico di Bryn Celli Ddu (Galles, 3000 - 1800 a.C)
Col passare dei millenni il significato dei tumuli e dei cerchi di pietra fu obliato. Secondo le leggende medievali questi siti (fairy circles), insieme a quelli delineati in autunno dai funghi costituivano i luoghi per eccellenza dove le fate (in ambito gaelico e anglosassone) e le streghe (mediterraneo e alpino) danzavano nella notte durante i loro riti magici: luoghi da cui tenersi lontani, a rischio di incorrere in una maledizione, o perfino di essere catturati e rimanere prigionieri degli spiriti per l'eternità.
Anche i guerrieri di questi popoli dimenticati, sepolti sotto le colline, assunsero tratti soprannaturali, tali da essere qualificati come abitatori dell’oltre-mondo. Guardiani di tesori inestimabili e depositari di una dimensione onirica, gli spiriti degli antenati erano gli abitatori di un regno incontaminato dai mali dell’umanità e abitato da fanciulle che offrivano coppe colme di bevande magiche e altre primizie, per convincere i più meritevoli tra vivi a restarvi e accogliere il dono dell’immortalità. Essi sono i protagonisti di quello che il folklore irlandese chiama “piccolo popolo” e che fu reso sinistro e demoniaco dai predicatori cristiani.
Monumento equestre a Vercingetorige (Clermont-Ferrand)
Anche secondo Plinio il Vecchio, autore romano ma di sangue celtico (nacque a Como nel 23 d.C), tutto ciò accadde prima che gli uomini usassero violenza sul popolo della fate, rendendole per sempre invisibili. Da allora gli abitatori del bosco vivrebbero ancora relegati nel regno dell’ombra, un paradiso sotterraneo dove solo allo sguardo dell’iniziato è concesso scorgere qualcosa oltre la realtà percettibile.
Alimentato dalla rarità dei siti scampati alle distruzioni e al tempo, il mito che avvolge le origini del megalitismo indubbiamente si presta a generare misteri. Questi antenati vissuti tra l'età della Pietra e quella del Bronzo influenzarono l’immaginario dei primi popoli storici d’Europa, iniziandoli ai culti solari dell'oracolo Delfi e Stonehenge, e a livello locale, a quelli di Golasecca, della Spina Verde e di Montecrestese.

Tomba di guerriero da Sesto Calende (Varese, Museo Archeologico, VI sec a.C)
Tra il IX e il VII secolo a.C, in area prealpina si sviluppa una civiltà proto-celtica di transizione denominata “cultura di Golasecca”, in virtù del nome della prima importante località in cui furono scoperte ricche necropoli proto-celtiche, collocate in prossimità di Sesto Calende (Varese). In questa terra un tempo ricoperta di torbiere e aree paludose, il ritrovamenti di antichi corredi dell’aristocrazia guerriera come armi, armature e carri da battaglia ha portato alla scoperta degli usi e costumi di un popolo di lingua celtica dai tratti Halstattiani (dal nome dell’importante sito austriaco) stanziato in una terra a metà strada tra il mondo nordico e quello mediterraneo, le cui abitudini erano influenzate dalle tribù transalpine, dagli etruschi, dai liguri e dai paleoveneti. Le sepolture di questi popoli “celto-liguri” erano delimitate da cerchi o allineamenti di pietra definiti “cromlech”; la loro scrittura, che si avvaleva di caratteri etrusco-settentrionali, fu denominata con il neologismo di “leponzio” o “alfabeto di Lugano."
Stele di Prestino (Como, museo archeologico, V sec a.C)
L’addensarsi dei ritrovamenti relativi sia agli abitati, sia alle necropoli, ha consentito di accertare, a partire dall’VIII secolo, la presenza di comprensori proto-urbani: grandi agglomerati di villaggi densamente abitati, a capo di un territorio, sorti in concomitanza con lo sviluppo di scambi commerciali a lungo raggio. Como, Golasecca e Castelletto Ticino, sedi fortificate di poteri aristocratici e attività artigianali specializzate, costituirono forti punti di riferimento per l’organizzazione di un ampio territorio da esse dipendente, in virtù del monopolio degli itinerari commerciali, in particolar modo fluviali e lacustri.
Carro della Ca' Morta (Como, museo archeologico, V sec a.C)
Spostiamoci a nord-ovest, al di là del lago Maggiore: in Ossola, terra di ritrovamenti megalitici. Fino a poco tempo fa gli studiosi, identificando nel muro di Arvenolo in valle Antigorio, impressionante per l’imponenza dei massi disposti uno sull’altro, il primo ritrovamento megalitico in val d’Ossola, mossero i primi passi verso nuove e sensazionali scoperte. Ricerche più recenti hanno dimostrato che l’intera vallata (Groppole di Mergozzo, Varchignoli, Croppola, Castelluccio di Montecrestese, alpe Veglia) fu coinvolta nel processo di colonizzazione agricola riconducibile all’attività megalitica. I terrazzamenti su cui si svilupparono le prime colture dell’area risalgono addirittura al III-II millennio a.C. Con l’estensione sistematica delle ricerche oggi è possibile indicare molti luoghi in cui le strutture costituiscono un’autentica tipologia da non sottovalutare.
Il mascherone di Dresio (Vogogna, Vco)
Queste popolazioni, stanziatesi in un’area abbastanza decentrata rispetto ai traffici commerciali del tempo, pur presentando una certa povertà dal punto di vista della cultura materiale perché defilate rispetto ai punti strategici più favorevoli ai commerci, si erano specializzate nell’uso della pietra, in val d'Ossola da sempre abbondante. Adattando la natura alle loro esigenze, senza bisogno di violarne la sacralità i “leponti”, come furono chiamati per distinguerli dai loro vicini, effettuarono notevoli riporti artificiali di terreno, terrazzarono interi crinali collinari favorevolmente illuminati dalla luce solare e li delimitarono per mezzo di muraglioni di pietre a secco.
Centri abitati? Non pare. Il mistero si infittisce nel constatare che Croppole e Castelluccio, i due siti oggetto del nostro studio, potessero non essere villaggi. Anche per via della frana provocata dall'alluvione del 2000, gli scavi archeologici non hanno  rivelato ritrovamenti particolari.
Forse che, in una società dominata dalla bipolarità tra mondo degli uomini e quello degli dei, dall'aldiquà e dall' aldilà, (ossia il "sidhe" o mondo degli spiriti sotto la collina di tradizione gaelica) e da numerosi tabù connessi, la collina e i suoi boschi potessero delineare una geografia simbolica, una dimensione “altra” rispetto a quella costituita dal villaggio?
Ricostruzione di villaggio, Archeopark di Boario Terme (Bs)
Possibile. I siti di Croppola e Castelluccio I dovettero essere i luoghi in cui solo i “gutuàter”, ossia i sacerdoti addetti alla custodia del santuario, avevano libero accesso. Qui la presenza del divino è  assicurata da strutture megalitiche e cerchi di pietre o pietre fitte. A Croppola un grande masso centrale indica l’altare del dio, di fronte al quale si dovettero celebrare riti propiziatori stagionali. Senza dubbio, il cerchio e il muraglione custodivano uno spazio sacralmente delimitato e accessibile soltanto allo “sciamano”. La piattaforma centrale è il cuore del santuario; non solo l’altare sacrificale, dove si compivano i sacrifici agli dei, bensì anche il centro della terra: il cosiddetto “axis mundi”  dove consumare i sacrifici e le offerte agli dei, in cerca del loro consenso.
Masso delle Croci, val Veddasca (Va)
L'unica datazione che i siti archeologici di Montecrestese ci consentono è legata alla funzione dei suoi megaliti e dai suoi menhir, non più legati al mondo dei cacciatori e raccoglitori di frutti spontanei, ma a quello più evoluto dell'agricoltura.
Il megalitismo, infatti si è diffuso con l'introduzione dell'agricoltura, legata a una "cerimonia dell'aratura rituale" che portava alla consacrazione di un’area: una richiesta agli dei che suggellava il permesso di disporre del loro terreno per vivervi e coltivarvi. Un atto preistorico con cui si stabilivano i confini della proprietà privata, ma anche di una futura città, chiamato “atto di fondazione”.
Questa pratica, riscontrabile in vicine aree megalitiche del Vallese e in Val d'Aosta, abbinata alla semina di denti umani, ricorda la cerimonia eseguita da Romolo, che propiziò la fondazione di Roma: un rito suggellato, con l'uccisione di Remo, da un sacrificio umano mirato a circoscrivere i confini sacri e inviolabili di un nuovo insediamento.

foto e testo: Marco Corrias



Bibliografia
AAVV - Alle origini di Varese e del suo territorio – L’erma di Bretschneider
AAVV - Archeologia in Lombardia
AA.VV - La civiltà di Golasecca: i più antichi Celti d’Italia – Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Università degli Studi di Milano 2007
T. Bettamini, Storia di Montecrestese, Oscellana
M. A. Binaghi, I cromlech del Monsorino
R. Corbella, Celti: itinerari storici e turistici tra Lombardia, Piemonte, Svizzera, Macchione, Varese
R. Corbella, Magia e mistero nella terra dei Celti: Como, Varesotto, Ossola, Macchione, Varese
R. De Marinis, Liguri e Celto - Liguri in Italia. Omniun terrarum alumna, Garzanti - Scheiwiller
R. C. De Marinis, La civiltà di Golasecca: i più antichi Celti d'Italia
R. De Marinis, S. Biaggio Simona - I Leponti tra mito e realtà, 2000
A. Gaspani, Il grande cerchio di pietra degli antichi Comenses – Associazione culturale Terra Insubre
A. Gaspani, L’enigma delle strutture megalitiche della val d’Ossola – .N.A.F
B. Ragazzoni – L’uomo preistorico nella provincia di Como

18 commenti:

  1. Ciao Marco, con questo scritto vediamo una parte del nostro territorio in modo diverso, imparando a riconoscere il segno del passaggio di antiche popolazioni. Quando cresci in un posto ciò che vedi ti sembra normale, che faccia parte del territorio. Capire i segni lasciati dagli antichi ci aiuta ad apprezzare di più ciò che fa parte della nostra cultura e che dovremmo cercare di ricordare e trasmettere. Sarebbe bello fare un altro incontro a Montecrestese, magari camminando tra i megaliti per poter ascoltare le tue spiegazioni. Notevole la bibliografia... Spero scriverai ancora del nostro territorio, ci servono persone come te che ne sanno parlare senza fare inutile retorica. Abbiamo bisogno di far conoscere le nostre potenzialità. Ottimo scritto. Rosella

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    1. Ciao Ros, come ti scrivevo fuori dal blog mi fa piacere essere un "viaggiatore-forestiero" che racconta dal di fuori: penso che ciò possa aiutarmi/ci a spiegare i fatti non isolandoli dal contesto più ampio, ma con l'intenzione di ricostruire una coralità. Ciò che accadeva nelle terre limitrofe e culturalmente affini ci permette di sapere di più anche sulla zona in questione...soprattutto se ci sono pervenuti pochi indizi 😋

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    2. La biblio è parzialmente quella della mia guida scritta sugli insediamenti e fortilizi del Verbano dalla preistoria al tardogotico, che prima o poi dovrebbe uscire...dovrebbe essere già in stampa, ma si sa, gli editori sono di poche parole...;)

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  2. Complimenti Marco! Anche questo articolo descritto con cura e precisione,incorniciato da bellissime fotografie! Personalmente ti sono grata perché pur essendo Ossolana sto scoprendo cose che non sapevo, e se si non ne conoscevo le origini e la storia. Con i tuoi scritti sto imparando a osservare e capire ciò che prima guardavo soltanto! Sei prezioso nei viaggiatori ignoranti, Continua così! Glory

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    1. Ciao Glory, come dicevo a Rosella, hai visto che un "ramingo" venuto da altrove può aiutare anche a scoprire le tracce nascoste sulla propria terra? Eheh ;)
      Scherzi a parte il mio desiderio era quello di creare un interpretazione storico-antropologico-archeologica corale, di popoli limitrofi e tutti imparentati tra loro...dobbiamo immaginarceli in quei tempi remoti in cui si incontravano, comunicavano, si scambiavano prodotti e idee...

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  3. Le fate in questione mi ricordano Calipso. La ninfa figlia di Atlante .
    Promise ad Ulisse la vita eterna in cambio del suo amore.
    Mari

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    1. Ciao Mari😉 in effetti, come accennato, tra i miti vi sono impressionanti ricorrenze e ciclicità: spesso i confronti tra leggende, lungi dall'essere trattate come "sciocche fiabe", contribuiscono a svelare indizi di verità 😉

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    2. Articolo interessantissimo Marco, da sempre penso che i miti, le leggende, i racconti popolari siano solo un modo "diverso" dal nostro per tramandare di generazione in generazione importanti eventi storici riguardanti le "comunità", dalle migrazioni di tribù/popoli alle conseguenze di fenomeni naturali che possono aver sconvolto la geografia dei territori abitati, dai rivolgimenti generati da una nuova invenzione fino all'"addomesticamento" di ambienti ostili e non abitabili....e chi più ne ha più ne metta. Solo che il simbolismo degli antichi racconti è andato perduto e non lo sappiamo più interpretare, proprio come il simbolismo di certi riti. Riguardo al rito sotteso al "prendere a prestito la terra dalla divina Natura" per scopi di umana sopravvivenza, ovvero agricoltura e fondazione di centri abitati umani, a mio parere rimangono tracce palesi in molte lingue, come in tedesco, Grund è il suolo, la terra, il terreno, Gründung, con la stessa radice, è il termine per fondazione. Mi fa sempre pensare al rispetto che gli antichi popoli dovevano avere per la Divina Natura, nel prendersi la terra per coltivarla e provvedere al proprio sostentamento e per fondare centri abitati da loro, esseri umani, si sentivano dentro l'esigenza di delimitare con la dura indistruttibile pietra uno spazio sacro da riservare appunto al Divino. Lasciare un cerchio di pietre sacre in cambio della terra prestata dagli dei. Uno spazio inviolabile per loro, esseri trascendenti.

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  4. Bell'articolo ciao 😊
    Anna

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    1. Ciao Anna! Presto ne arriva uno più specifico su Montecrestese e il moto degli astri riletto attraverso i monoliti dei suoi siti archeologici ;)

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    2. Poi ci vado a vederli😊
      Anna

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  5. Marc, tu scrivi ad un dato momento: mito da non interpretarsi come fiaba fine a se stessa, ma da rileggersi attentamente, al fine di scoprire tracce di verità nascoste tra le righe dell’immaginazione. E infatti ha i ragione. Oggi si usa la parola "fiaba" per indicare troppe cose che non lo sono. La fiaba è un genere letterario, anche se nasce nella notte dei tempi, con ben definite caratteristiche. Pensa che questo stesso gruppo in cui ci stiamo incontrando, all'inizio ha trattato proprio di questo. Fai bene a precisare. La mitologia è altro dalla fiaba, infatti. Ho un mio articolo sul tema. Ma qui non è più l'argomento... ci siamo spostati verso lidi nuovi e più eterogenei!
    Lia

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  6. "Tutto ciò accadde prima che gli uomini usassero violenza sul popolo della fate, rendendole per sempre invisibili..."
    Questa frase di Plinio il vecchio è molto significativa, molto. Oggi pensavo a te e al tuo amore per il medioevo e mi sono permessa di ipotizzarne le ragioni profonde, che potrebbero in parte esser contenute proprio in qualcosa di simile a ciò che Plinio dice riferendosi ai Celti.
    Lia

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    1. Lia sei una grande fonte di spunti. Mi hai fatto tornare in mente un altro episodio mitologico, poco conosciuto in Italia, e a me particolarmente caro: la sconfitta di re Laurin, sovrano fatato sotto i monti tirolesi, da parte di re Teodorico e dei suoi guerrieri. Si tratta di un passaggio della Thidrekksaga, mai tradotta in italiano perché considerata "poco interessante". L'episodio é stato riletto, in maniera fondata, come lo scontro tra un popolo invasore e belligerante e uno autoctono (o perlomeno stanziatosi in zona da tempi remoti) molto più evoluto, depositario di antichi segreti (o semplicemente, in quel frangente, più evoluto) In tempi più recenti il mito é stato riletto dai popoli romanci e ladini in chiave patriottica, ma non infondata, come l'ingiusto torto patito con la colonizzazione germanica delle loro terre.

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  7. La natura è un tempio in cui viventi
    colonne lasciano talvolta sfuggire
    confuse parole; l'uomo vi passa,
    attraverso foreste di simboli,
    che lo guardano con sguardi
    familiari. (C. Baudelaire)
    Vittorio

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    1. Grazie Vittorio, una citazione bellissima, potente e illuminante! Lungi da me dal voler essere retoricamente "animalista" o "new Age", ma purtroppo, ed é un dato di fatto, gli ultimi due secoli stanno smentendo il caro poeta...si potrebbe quasi inaugurare nel vostro gruppo dell'Incontro tra Amici una nuova tematica, alla ricerca di opere legate all'alienazione urbana, nuova e allucinata foresta di pietre e vetro...dal Die Brücke a Sironi a Hopper ce n'è in abbondanza...

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  8. Ciao Marco, da buon appassionato di mystery mi preme considerare una parte del tuo coinvolgente articolo, altrimenti se commento il tutto divento prolisso, fino magari a rubarti il pane di bocca... NON lo posso fare...

    Mi limito dire 2 cose sul folklore e sulle tradizioni locali inerenti il "Piccolo Popolo". In Valle Anzasca, in Riviera san Cassiano, vicino alla Cascina Montina, vi è una fonte detta "Jafè", citata dai contadini locali come una porta dalla quale escono dei nanerottoli timidi e gentili, il più conosciuto dei quali è chiamato Puncin, beniamino degli abitanti. Come rovescio della medaglia, nel biellese vi è l'opposto, detto Karket, un folletto che si vuole far derivare dagli Inui (l'incubo dei Galli...). Esisterebbe pure una creatura con la particolarità di avere i piedi al contrario, dimorante a Macugnaga.

    I nomi del "piccolo Popolo" sono tanti, quanti le culture del mondo, soprattutto tra le genti del nord europa. Con l'avvento del Cristianesimo si disse che "Pan era scomparso", Ma molti non furono d'accordo, da Giordano Bruno a Paracelso, il quale gettando le fondamenta della medicina descriveva gli "elementali" con la precisione dell'etnologo, nel suo "Liber de Nimphis" teorizzò sistematicamente le Entità Intermedie e sulle possibilità di stabilirci un rapporto. Fu Paracelso, (forse attraverso le traduzioni di Ficino dell'opera di M. Psello) ad elaborare il termine gnomo - dal greco "gnome"= intelligenza. Ci sarebbe da chiedersi fino a che punto il Mondo-di- Mezzo può essere considerarsi soltanto una metafora antropologica o letteraria. Qual'è poi l'esatto confine tra metafora ed esperienza reale?

    Si parla pochissimo anche dei mini ritrovamenti... Uno su tutti la mummia alta 22 cm ritrovata nel 1934 sui Monti Pedro nel Wyoming. Troppe sono comunque le leggende diffuse in tutto il mondo di creature piccolissime dal comportamento bizzarro, per essere ritenute puro frutto di fantasia: di elfi, folletti, se ne parla sia in Europa che in India, tra i pellirossa e gli eschimesi. La nota favola di Pollicino trova il suo corrispondente in un racconto dei Cherokee della carolina del Nord e dell'Oklahoma.

    Forse non esistono confini troppo netti tra mito e storia, sogno e biologia. Forse vale la pena di cercare sotto l'arcobaleno del nostro tempo la pentola d'oro, il -tesssorro -inestimabile del "Piccolo Popolo".
    Un saluto
    Malles

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    1. Ciao Malles ma figurati, i tuoi interventi multidisciplinari, di ampio respiro e dotati di variegata cultura arricchiscono il mio lavoro 😉 Ricorrenze, reminiscenze...come quella dei piedi rovesciati oppure degli zoccoli, diffusissime anche presso le fate irlandesi, scozzesi e dell'isola di Mann...le leggende piemontesi le conosco relativamente, sono più esperto di quelle della mia Lombardia😁 ma ricordano molto i duergar e i koboldi ancora citati dal vescovo svedese Olao Magno in piena Controriforma! E gli gnomi minatori in Valtellina. Già puoi immaginare, come x i fantasmi, che sebbene affascinato dal mistery preferisco l'approccio etnologico e antropologico!😉 (P.s: ancora complimenti, il bizantino Michele Psello é uno dei miei miti, anche se ho letto suoi passaggi certamente più "classici")

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