lunedì 18 aprile 2016

Il Passator Cortese e l'abbaglio di Giovanni Pascoli

Esiste il ladro gentiluomo?
Trovando o forse meglio dire volendo trovare una risposta affermativa, una seconda domanda ci appare all’orizzonte: perché i briganti hanno un forte impatto sulla popolazione?
Il ladro gentiluomo è uno stereotipo della letteratura popolare, facilmente rintracciabile nel genere del romanzo giallo.
Questa figura è di norma una persona educata e benestante che non ha bisogno di lavorare per vivere, questo concetto conduce il pensiero al fatto che non debba rubare per sopravvivere.
Il ladro gentiluomo vive grazie all’astuzia, alla bella presenza ed al fascino.
Il brigante potrebbe rappresentare questa visione in una sua accezione allargata?
Normalmente la vita di un fuorilegge non inizia con un delitto, ma come vittima di un sopruso o d’ingiustizia da parte del potere costituito. L’aspetto interessante? La figura del brigante è associata all’idea che serve qualcuno per riparare le ingiustizie ed i torti subiti dal popolo. 
Robin Hood non rubava ai ricchi per donare ai poveri?
Forse l’eroe con l’arco non aveva bisogno di comprare la protezione della popolazione.
L’ultimo aspetto introduttivo riguarda l’invisibilità e l’invulnerabilità di questi personaggi. La loro cattura o morte dipende esclusivamente dal tradimento di uno dei compagni. 
Tutti questi aspetti si trovano in Stefano Pelloni,  conosciuto come il Passatore?
“Romagna solatia, dolce paese,  cui regnarono Guidi e Malatesta; cui tenne pure il Passator cortese, re della strada, re della foresta.” 
Giovanni Pascoli concluse la poesia Romagna citando il Pelloni con il soprannome di Passator cortese, malgrado fosse un brigante spietato e crudele. Cerchiamo di ricostruire la sua vita.
Nacque come Stefano Pelloni, figlio di un traghettatore o passatore sul fiume Lamone, il 4 agosto del 1824 a Boncellino di Bagnacavallo, paese della Romagna a breve distanza da Ravenna.
Giunto alla terza elementare abbandonò gli studi, in seguito a diverse bocciature. Sin da giovane s’inguaiò con i poteri costituiti. Durante un trasferimento ad Ancona, dove avrebbe dovuto scontare quattro anni di lavori forzati per il furto di due fucili ed altri tre per la fuga dal carcere di Bagnacavallo, Pelloni Stefano riuscì a scappare ai controllori dandosi alla macchia.
Le biografie raccontano che da subito il Passatore entrò in un gruppo d’azione dedito alle scorribande delinquenziali: in breve tempo lo trasformò in una banda armata.
La banda del Pelloni per anni effettuò violenze all’interno delle Legazioni Pontificie, termine che merita un piccolo approfondimento. Fino alla presa di Roma lo Stato Pontificio fu suddiviso in 17 delegazioni apostoliche, istaurate da Pio VII nel 1816. Le delegazioni assumevano il nome di Legazione quando erano governate da un cardinale. 
La banda del Passatore riuscì a tenere in apprensione la gendarmeria dello stato pontificio grazie ad una fitta rete di spie ed informatori. Possiamo parlare di connivenza tra la banda e la parte più povera della popolazione. 
Il Passatore come ottenne l’appoggio del popolo?
Semplicemente comprandolo. Stefano Pelloni ricompensava le genti di Romagna con i proventi di furti e rapine. 
L’operato di questo brigante fu violento e spesso sadico. I resoconti ricordano che fece a pezzi un uomo accusato di essere una spia. In altre occasioni il Passatore infierì sulle vittime decapitandole ed esponendo la testa in mezzo alla strada, come avviso alle spie e agli uomini della gendarmeria pontificia.
Pelloni firmava con le urla le proprie malefatte dichiarando apertamente, e a voce alta, il nome ed il soprannome: Stuvanén d’è pasador, la cui traduzione risulta Stefano figlio del Passatore.
Nel suo modus operandi rientrava l’occupazione armata d’interi paesi e borghi. Questi avvenimenti colpirono Bagnara di Romagna, Castel Guelfo, Brisighella e diversi altri luoghi. In queste occupazioni la banda assaltava le abitazioni degli abitanti più facoltosi, seviziandoli per ottenere informazioni inerenti al luogo ove erano nascoste le ricchezze.
Il personaggio colpiva l’immaginario collettivo, non solo quello della popolazione povera. Nell’ottobre del 1850 Garibaldi da New York scrisse la seguente lettera: le notizie del Passatore sono stupende. Noi baceremo il piede di questo bravo italiano che non paventa, in questi tempi di generale paura, di sfidare i dominatori. Mi chiedo se le informazioni che giungevano a Garibaldi erano esatte e veritiere.
La vergogna sostituisce il terrore.
La follia omicida sostituisce la paura.
La violenza sulle donne appartiene a questa banda di delinquenti armati.
Iniziano a diradarsi le nebbie sulla reale figura di quest’uomo.
Forlimpopoli, 25 gennaio del 1851.
Durante l’intervallo di un’opera teatrale i briganti entrarono nel teatro comunale salendo sul palco ed immobilizzando tutti i presenti, fucili alla mano. Derubarono gli spettatori, ma non accontentandosi del bottino decisero di utilizzare alcuni dei presenti come lascia-passare per le abitazioni d’altri facoltosi abitanti della città. Durante quest’operazione delinquenziale stuprarono diverse donne. Tra queste povere malcapitate anche la sorella di Pellegrino Artusi, che impazzì in seguito alle violenze subite. Artusi merita una nota a margine di questo resoconto per l’importanza del personaggio: è stato uno scrittore e gastronomo. Divenne famoso per il libro: la scienza in cucina e l’arte di mangiare bene. Ho parlato della pazzia della sorella che subì stupro: fu ricoverata in manicomio in seguito alla mancata accettazione delle violenze fisiche che il suo corpo e la sua mente dovettero oscenamente sopportare. Un’altra sorella rimase ferita negli eventi di Forlimpopoli. In seguito a questi accadimenti la famiglia Artusi decise di lasciare la Romagna, infestata da violente bande di briganti. Artusi riconobbe tra i vili aggressori del teatro di Forlimpopoli Don Pietro, parroco di una frazione di Trebozio e fiancheggiatore della banda armata. Il Passatore ed i suoi scagnozzi quel giorno realizzarono 5600 scudi, pari ad 1/7 di tutto il bottino delle rapine. 
Di politico queste azioni non hanno mai avuto nulla.
Non era un rivoluzionario, era un bandito.
La fortuna voltò le spalle a Stefano Pelloni nel marzo del 1851, pochi mesi dopo i fatti del teatro. 
Il Passatore fu individuato, grazie al sapiente lavoro di spionaggio delle guardie pontificie, nei pressi di Russi. Scoppiò uno scontro a fuoco che condusse il bandito alla morte. Il cadavere fu adagiato sopra un carro per la pubblica esibizione nelle strade di Romagna. 
Questo comportamento – che ricorda da vicino quello subito cinque secoli prima da Dolcino – serviva per attestare la morte del malfattore, ma anche per non creare inutili leggende sul Passatore. 
Il cadavere fu seppellito presso la Certosa di Bologna, in luogo sconsacrato.
Dobbiamo chiederci perché Giovanni Pascoli inserì il Passatore, definendolo cortese, nella poesia Romagna. 
La sorella di Stefano Pelloni, Lauretana, confessò: "non ha mai dato niente a nessuno: se dava qualcosa lo faceva perché aveva bisogno di complicità o altro".
La domanda ritorna: per quale motivo Giovanni Pascoli lo definì cortese e gli dedicò la chiusura della poesia Romagna?
Le persone debbono sempre credere in qualcosa o in qualcuno, spesso si creano eroi e miti sbagliati seguendo l’immaginario popolare.


Fabio Casalini



Bibliografia

Dursi Massimo. Stefano Pelloni deto il passatore: cronache popolari. Giulio Einaudi 1963

Hobsmawn Eric. Banditi; banditismo sociale nell’età moderna. Giulio Einaudi 1971

Mengozzi Dino. Sicurezza e criminalità. Rivolte e comportamenti irregolari nell’Italia Centrale. Franco Angeli 1999

Segantini Francesco. Fatti memorabili della banda del Passatore in terra di Romagna. Faenza. 1929







8 commenti:

  1. È pieno di falsi eroi creati dal bisogno di credere in quello che vogliamo vedere piuttosto che in quello che realmente è .... Spesso ricordiamo o tramandiamo una parte delle storie... Quella che ci piace... Se è sbagliato non lo so... Sbagliato è senz'altro non ricordare la verità ... A volte insegnano di più le cose che non vogliamo ricordare perché dolorose... Grazie Fabio per non tralasciare nulla....

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    1. Conosci il motto: "Raccontare sempre, raccontare tutto".
      Quando incontro eventi o storie che ritengo debbano essere raccontare mi getto a capofitto nella ricerca.
      Grazie!
      Fabio

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  2. Quando penso ad un ladro cortese e gentile mi viene in mente Caccia al ladro.... Lui si che era un gentleman con le donne e con chi derubava.
    Leggendo la vita e le gesta del Passatore invece vedo un uomo tutt'altro che cortese, forse più un uomo che voleva riscattarsi con la prepotenza.
    Ho sempre pensato a lui basandomi sulle parole del Pascoli. E' un falso storico? Cosa lo spinse a dire questo?
    Tu sempre bravo, scrivi per appassionare i tuoi lettori e centri sempre l'obiettivo. Sarebbe bello trovare altri briganti... magari davvero cortesi. Rosella

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    1. Grazie per i complimenti Rosella.
      Abbaglio storico o ricerca della rima?
      Non saprei, dovrei documentarmi ulteriormente, ma se dovessi leggere qualcosa di una persona che ha trovato prima di me interessante questo mi limiterei a riportare quanto da lui trovato.
      Mi piace dare delle spiegazioni personali, come sai molto bene.
      Fabio

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  3. Buondì Fabio. A Garibaldi giunsero notizie del pro-pro-pro-zio di Raffaella Carrà come di un oppositore pontificio, tanto gli bastò. Pur considerando tutte le limitazioni, non tutti questi personaggi sono da gettare nella Geenna, io spezzerei un grissino per Nicola Morra ad esempio, ma ve ne sono altri di (quasi) onesti...

    In questi casi la psicologia sociale è una giungla dove bisogna muoversi con cautela, dove violenza e mystycysmo sono spesse volte fenomeni che riflettono parimenti ideali di "giustizia", speranze di libertà, desideri di amore. Quei briganti ritenuti "veri", alla Robin Hood, per capirci, erano venerati, quasi santificati.

    A tal proposito, Eric J. Hobsbawm ci ricorda che il nobile ladrone dell'Andalusia, Diego Corrientes, fu paragonato a Nostro Signore dal popolo, perchè come lui fu tradito, trascinati a Siviglia nel giorno di Domenica dopo che un Venerdì di Marzo era stato giudicato e condannato. pare che non fosse mai stato in realtà un delinquente e assassino.

    Nell'antica Roma i "Latrones" erano ex-combattenti, disadattati alla vita civile, datasi alla macchia per la miseria. Con questo, gli imperatori Augusto e Sabino i "latrones" li crocifiggevano lungo gli incroci delle strade principali come monito. Ogni evento ha una storia a se stante, non accumulabile.

    Gli anti-briganti pontifici non erano a loro volta dei santi, se è vero come è vero che una volta uccisi, molti venivano impagliati ed esposti come manichini. Alla fine dell'800 vi si commerciava pure in cartoline illustrate, raffiguranti le foto di questi disgraziati. Tra questi "incartolati" si possono riscontrare in bella posa il brigante Settimio Albertini, ucciso dai carabinieri nel 1890, Domenico Tiburzi, Ranucci Antonio, Ecc. Non certamente anime candide, peggiori di chi li uccideva e li impagliava come animali? Bah!

    Tutta la nostra storia presenta atti collettivi di brigantaggio a sfondo politico-sociale. Ai nostri giorni abbiamo dei banditi che, forti degli scranni governativi tassano anche le barzellette, io mi sono quasi rovinato...
    Ciao Fabio, apprezzo molto il diversificare delle tue ricerche, le varianti non annoiano mai, ma arricchiscono.
    Malles

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    1. Grazie per la comprensione del mio peregrinare tra lande oscure...
      Penso che anche io rischio la rovina...
      Il buon Giuseppe dalle Americhe non attendeva altro che godere delle malefatte contro la Chiesa ed il Papa in particolare. Basti ricordare che tra gli scagnozzi del Passatore, non cortese come abbiamo appena compreso, vi era anche un parroco... ma tanto bastò per sentire anche da questa sponda dell'oceano... AVANTI SAVOIA!
      Compreso Garibaldi rimane Pascoli.
      Che dire... sono pienamente in accordo con te sul discorso che alcuni briganti o delinquenti venivano venerati come santi.. come se non ce ne fossero abbastanza da ricordare....
      Fabio

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  4. Ciao Fabio. I "passaggi" favorevoli del Pascoli sul Passatore forse trovano una spiegazione nei tragici avvenimenti della sua infanzia. Dalle conseguenze che portarono il barbaro omicidio del padre Ruggero su ordine di ricchi latifondisti. La conseguenza portò letteralmente alla fame, quella vera, tutta la sua famiglia.

    Eventi che sconvolsero la sua infanzia, trascinandolo ad una nuova e più dura realtà, pesante come una notte nera che ne condizionò l'avvenire, reale fu il suo patir la fame da studente. Pascoli era un sognatore, al punto d'incensare i presunti cavalieri senza macchia e paura, che lottavano contro i tiranni, visti dal Pascoli come i poteri costituiti.

    La sua anarchia - social - proletaria, fu forse meno evidente di quella del suo professore Carducci, ma non meno sentita, certo è che simpatizzava per il fondatore del partito socialista rivoluzionario di Romagna, tal Andrea Costa. Il tutto, magari sono solo brandelli di verità, ma vanno frullati nel contenitore dell'epoca,e mi portano a dire che la sua ammirazione di facciata per il fellon-Pelloni sia da ricercarsi dai patimenti inflitti alla sua famiglia e di conseguenza alla sua infanzia da chi deteneva il potere.
    Un saluto
    Malles

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    1. Ottime intuizioni Malles.
      Collegare il passato personale alla fine letteratura di Pascoli per comprendere il suo interessante richiamo al brigante di Romagna.
      Penso che l'insieme dei fatti e delle idee personali risultino il motivo dominante dell'abbaglio - voluto sia chiaro - del Pascoli.
      Grazie come sempre per i ragionamenti a voce alta che ci permettiamo di esporre.
      Fabio

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