mercoledì 16 marzo 2016

Lanciando dadi

“Guaah!” Emise l’ultimo conato, alzò la testa, e pulendosi gli angoli della bocca, disse: “Grazie per esservi fermato”. Poi fissò il coetaneo: “Ieri pomeriggio al Theatre?”
“Sì”.
“Aspettate. Vi chiamate …”
“Il mio nome è Shakespeare. William Shakespeare. E voi siete Christopher Marlowe da Canterbury”.
“A differenza di me, oltre all’aspetto, avete anche la memoria di un ventenne. Un momento. Mi sembra di ricordare che siete della contea di Warwick e che sareste ripartito stamani”.
“Lo avrei fatto, ma oggi niente corriere per Stratford. Il cocchiere ha deciso di festeggiare la regina nel vostro stesso modo” disse Shakespeare indicando il vomito.
“Per fortuna, in questo paese di cattolici traditori, qualche vero inglese c’è ancora” replicò Marlowe.
“Non fraintendetemi. Il fatto è che rischio di dormire per strada. Voi dove siete alloggiato?”
“Non lo sono”. Marlowe raccolse l’acqua di una pozzanghera, si sciacquò il volto, scrollò la testa e disse: “Se continuiamo a restare qui a parlare nessuno verrà a offrirci un letto. Quanti soldi avete?”
“Quelli per la corriera”.
“Basteranno. Seguitemi e, con po’ di fortuna – disse Marlowe agitando un paio di dadi -, stanotte dormiremo tra guanciali morbidi e chiappe sode”. Fischiettando s’incamminò verso la taverna di Pistol. Shakespeare lo seguì. Era la vigilia del cinquantesimo compleanno di Sua Maestà Elisabetta d’Inghilterra e il sole era già alto sulla City.
“Sette!” urlò Shakespeare traendo i dadi. Tre e quattro: sette. “Siiii!”
“Sette. Vince ancora il messere - disse Marlowe raccogliendo i dadi -. Qualcun altro vuole tentare la sorte”.
“Io”. Una voce provenne dal fondo della taverna.
“Prego, lasciate passare il messere”, esclamò Marlowe.
L’uomo raggiunse il tavolo da gioco, fissò Marlowe, poi, dopo essersi accarezzato la barba, con un ghigno estrasse alcune monete dalla borsa e le gettò sul tavolo. 
“A voi”, disse Marlowe consegnando i dadi al nuovo giocatore.
L’uomo premette i dadi contro i palmi, poi, ci alitò sopra. “Sei!” Urlò lanciando i dadi. Due e uno: tre.
“Mi spiace, siete stato sfortunato. Ora però tocca al messere baciato dalla dea”. Furono le parole di Marlowe mentre raccoglieva i dadi e li porgeva a Shakespeare.
“Sette!” Gridò il giovane di Stratford, poi trasse.
“E’ impossibile che esca ancora sette - disse a denti stretti l’uomo -. Sette volte sette non si è mai visto”.
I dadi completarono il loro moto. Tre e quattro: sette.
Prima che Marlowe potesse raccogliere i dadi, l’uomo gli bloccò il polso, raccolse i dadi e li tirò. Tre e quattro: sette. Alzò lo sguardo in cerca di quello di Marlowe, trovò il suo pugno.
“Via, William!” disse Marlowe, poi rovesciò il tavolo contro gli avventori della taverna e si tuffò fuori dalla finestra. Shakespeare lo seguì. Rotolarono entrambi per alcuni metri sulla strada, si rialzarono e cominciarono a correre.
“Ma che diavolo è successo?” disse Shakespeare.
“La fortuna va aiutata – rispose Marlowe -. Ci vediamo” e si infilò in un vicolo laterale. 
Shakespeare era rimasto solo sulla strada principale. I truffati gli erano dietro. Si gettò sotto un carro, rotolò, si rialzò, incespicò nel mantello, riprese la corsa.
Si voltò a controllare i propri inseguitori, erano rimasti bloccati dal carro. Decise di svoltare in una via laterale. Nero.
Shakespeare riaprì gli occhi, faceva fatica a respirare - l’aria era ammorbata dal fetore di cavoli marci -, gli era quasi impossibile deglutire e gli doleva la nuca.
“Ha dormito bene, messere”, gli disse l’uomo che lo scrutava dall’alto della buca in cui era finito. La sagoma dello sconosciuto si stagliava controluce: il sole era ancora alto.
“Chi siete?” domandò Shakespeare.
“Il vostro benefattore. Se non era per me vi avrebbero appeso a una forca sul molo del porto”.
“Forse mi avrebbe fatto meno male. Ora tiratemi fuori”.
“Prima datemi i vostri soldi”.
“Ma io non ne ho. Li ha presi tutti Marlowe, il mio compare. Controllate pure nella mia borsa”. Shakespeare cercò la sua sacca sotto il mantello.
“Dove la mia borsa!” urlò.
“L’ho già controllata. Avete ragione non c’era niente”.
“Dove l’avete messa?”
“L’avevo buttata là in un angolo. Ma ora non c’è più”.
“Non c’è più?”.
“Mi stavo riposando, poi ho aperto gli occhi e non c’era”.
“E i fogli che c’erano dentro”.
“Ah! Quella carta straccia. Ha fatto la stessa fine”.
Shakespeare si gettò per terra tenendosi la testa tra le mani. Imprecava e singhiozzava.
“Fate bene a piangere perché tra poco è l’ora in cui i porci mangiano. Ed è da tanto che non assaggiano carne”.
Shakespeare alzò la testa e si accorse che la buca in cui si trovava era una porcilaia. Solo una staccionata lo divideva da almeno venti maiali, e l’uomo si accingeva a sollevarla.
“Aspettate, vi darò il denaro”. 
“Fatemelo vedere”.
Shakespeare infilò una mano sotto il mantello, poi l’estrasse e con il pugno chiuso si avvicinò al bordo della buca. L’uomo protese il palmo aperto, Shakespeare gli afferrò il polso e lo tirò verso di sé nella fossa. L’aguzzino era a terra, Shakespeare gli era sopra e con tutta la sua forza lo colpiva sul cranio. Stringeva in pugno una pietra e gridava con il volto solcato di lacrime: “Bastardo … la mia opera … Bastardo”.
L’uomo era da tempo spirato quando la foga del giovane si arrestò. Shakespeare alzò la testa, non era solo. Uno sguardo lo fissava. Gli occhi di un ragazzo erano catturati dalle sue mani insanguinate. 
“Dammi una mano a uscire”, disse Shakespeare. I porci grugnivano. “Dammi una mano!” I porci grugnivano. Il ragazzo restava ritto ai bordi della buca. Shakespeare conficcò le dita nella parete. La terra gli si sbriciolava tra le mani. I calzari scivolavano sulle foglie putride. Il ragazzo lo fissava, i porci grugnivano. Shakespeare prese una rincorsa e si gettò all’assalto della parete. Il tentativo fu vano. I porci grugnivano. Il ragazzo gli pose un bastone. Quando Shakespeare fu fuori dalla buca, sputò per terra, gettò un’occhiata al ragazzo: “Hai visto una borsa?” Il ragazzo scosse il capo. Shakespeare s’incamminò verso il Tamigi. I porci non grugnivano più, il ragazzo aveva aperto la staccionata.
Nel frattempo Marlowe, sfuggito agli inseguitori, aveva trovato riparo in un bordello. “Bastano, Madame?”, chiese l’uomo di Canterbury gettando quattro monete d’argento sul tavolo.
“Certo, messere”, rispose Madame, poi chiamò: “Susan!”
La prostituta arrivò. Madame le scostò la camicia. Marlowe lanciò uno sguardo al seno scoperto.
“E’ di suo gradimento?”
“Sì”.
Susan fece strada a Marlowe. Si arrestò di fronte a un divano. L’indice della donna scivolò dalla mandibola di Marlowe al collo, sino al petto. Lui le disse: “Voltati”.
Una grande folla si accalcava lungo i moli del Tamigi nel primo pomeriggio del 6 settembre 1583 del calendario gregoriano. Forestieri venuti per festeggiare la regina, mercanti londinesi, gentiluomini e guardie si mischiavano vociando.
William Shakespeare era là in mezzo, assassino e senza sapere dove passare la notte. Camminava nella calca, e tra i volti sconosciuti vide quello di uno dei giocatori della taverna. Si voltò di scattò, inciampò malamente nel bastone di un gentiluomo.
“Mi scusi, sir” disse Shakespeare rialzandosi e scuotendosi la polvere dal mantello. L’uomo di Pistol era nel frattempo passato oltre.
“Spero non vi siate fatto nulla – disse il gentiluomo, poi aggiunse -. La distrazione è dei giovani e dei forestieri. E voi mi sembrate appartenere a entrambe le categorie”.
“Sono della contea di Warwick, sir”.
Il gentiluomo aggrottò le sopracciglia. “Lo dite veramente. Perché anch’io sono di quelle terre”.
“Non mi permetterei di mentirvi. Mi chiamo William Shakespeare e vengo da Stratford sull’Avon”.
Le sopracciglia del gentiluomo da aggrottate divennero inarcate.
“Quel William Shakespeare che scrive sonetti e li spedisce a modesti poeti londinesi”.
“Sir, mi stupite. E’ vero io scrivo sonetti, ed è vero anche che l’invio a poeti, ma non modesti. Io chiedo il parere a nobili di spirito come sir Fulke Greville”. Il gentiluomo scoppiò in una risata: “Troppo buono, mio giovane amico”.
“Ma?”
“Sì, sono Fulke Greville”. Shakespeare rimase muto. Greville continuò: “Ho letto i vostri sonetti, e devo dire li ho apprezzati molto. Se vorrete seguirmi a casa mia potremo parlarne con calma”.
“Vi ringrazio, è che …”
“Dovete tornare a Stratford?”
“No, anzi. Non ci sono corriere sino a domani, e non so dove passare la notte. Sono stato derubato. Ho perso i soldi e tutti i miei manoscritti. Sir Greville, vi giuro, avevo scritto un’opera degna di essere rappresentata al Theatre! Iniziava così: “Non mi piacciono gli uomini, ma sono così divertenti: disse Dio”.
“Calmatevi. State diventando blasfemo. Vi offro ospitalità sino a domani. Ora andremo a casa mia, vi darete una ripulita, e questa sera spero vogliate accompagnarmi a una riunione del circolo di Sidney”.
“Sir Philip Sidney?”
“Certo, e risparmiate la meraviglia perché questa sera ci sarà anche un ospite italiano. Un maestro della memoria che ha promesso di mostrarci cose stupefacenti”.
“Mi sembra incredibile. Mezz’ora fa rischiavo la vita e ora …”.
“Venite” disse Greville, e i due iniziarono a muoversi tra la folla in direzione di Holborn.
Cristopher Marlowe aveva finito di appagare la sua voglia e giaceva sul divano vicino a Susan.
“Mary …. Mmmh … Mary!” Era la voce di un giovane seduto sul divano a fianco. Il capo rivolto all’indietro supplicava la donna che con la lingua seguiva il profilo del suo basso ventre.
“Quando sarò famoso - biascicò - non mi dimenticherò della tua arte. Tu ricordati il mio nome: Horatio Wright”.
Un rutto, un singhiozzo, poi continuò: “La vedi questa - disse sventolando una lettera - è il mio lasciapassare per il successo”. 
Sospirò, fece una pausa, poi disse di slancio: “Stasera cenerò a casa Sidney, domani mi attende il Theatre”.
Alzò la testa, ma gli ricadde in avanti. Le palpebre si erano chiuse.
Marlowe chiamò Mary e, rivolgendosi a lei e a Susan, disse: “Il triplo della vostra paga se tratterrete quell’uomo qui sino all’alba e mi farete avere quella lettera”.
Le due si fissarono negli occhi. Poi Mary disse: “Va bene”.
I vespri erano suonati da poco più di un’ora. Greville e Shakespeare stavano salendo le scale di casa Sidney.
“Mi fido di voi – disse il primo -. Questo incontro non dev’essere reso pubblico. Come sapete molti seguaci di De la Ramée aborrono la tradizione ermetica. E molti di loro dettano legge a Canterbury e in altre città del regno”.
“Ma anche voi, se non erro, condividete quelle idee”.
“Sì, e anche Sidney è vicino alle loro tesi. Ma come poeti non possiamo tollerare che le immagini continuino a essere distrutte. La dialettica non deve far dimenticare la forza dell’immaginazione”.
I due entrarono in una grande sala. Almeno una ventina di uomini, radunati a gruppi di quattro o cinque, conversavano tra loro. Uno di essi si voltò e andò incontro ai nuovi arrivati.
“Greville, amico mio, vedo che non siete solo?”
“Sir Sidney, permettete che vi presenti William Shakespeare da Stratford sull’Avon”.
Il giovane s’inchinò: “I miei ossequi, sir”
“Dunque siete della stessa contea?” chiese Sidney a Greville.
“Anche se fosse scozzese ve lo presenterei lo stesso. E’ un vero talento, mi ha inviato dei sonetti molto interessanti”.
“Allora il futuro riserva grandi cose per le arti inglesi, perché anch’io ho trovato una giovane promessa”. Si voltò.
“Messer Wright!” pronunciò Sidney ad alta voce in direzione del fondo della sala. “Messer Wright!” ripeté. Poi, dopo alcuni istanti, un uomo, che s’intratteneva in un angolo con altri quattro, si voltò. Sorrise e si diresse verso i tre. Era Cristhoper Marlowe.
“Messer Horatio Wright vi presento messer …”
“Shakespeare. – lo interruppe Marlowe -. Ci siamo conosciuti ieri sera al Theatre. Vi ricordate?”
“Sì, mi ricordo c’era anche un tale di Canterbury. Un poco di buono”, replicò Shakespeare.
“Ricordo vagamente, ma credo non sia onorevole parlare di uomini assenti”.
Sidney li interruppe: “Io e Greville vi lasciamo discorrere e andiamo a bere un bicchiere di sidro”.
Marlowe e Shakespeare restarono soli.
“I miei soldi, bastardo”.
“La metà adesso, l’altra dopo se stai al gioco”.
“Va bene, ma vedi di non mettermi ancora nei guai”.
Mentre Marlowe consegnava a Shakespeare parte del maltolto, Greville e Sidney si riempivano il calice.
“Dobbiamo fidarci di questi giovani?” disse Greville.
“Dobbiamo. Se non coltiveremo in loro la potenza evocativa delle immagini, si prospetta una lunga notte per la poesia inglese”.
“Non vorrei ci scambiassero per papisti”.
“Non ti preoccupare l’unico che si sta esponendo troppo è Dicson, spero solo non diventi un segretario troppo imbarazzante”.
“A proposito dov’è?”
“E’ andato con Gwinne e Florio a prendere il nostro ospite”.
Quando il sole era al tramonto una carrozza si fermò di fronte alla casa di sir Philip Sidney. Scesero quattro uomini, uno di essi trasportava un sacco. Era moro, riccio e portava una barba appena accennata. Il suo nome era Giordano Bruno.
“Messer Bruno. Finalmente. Benvenuto nella mia dimora” disse Sidney.
“Tanchi, Maester” rispose Bruno. “Vi chiedo scusa, ma mi esprimerò in latino – disse nella lingua di Cicerone -. Il mio breve soggiorno nella vostra isola non mi ha ancora permesso di apprenderne l’idioma”.
“Non vi preoccupate – rispose Sidney -. Passo a presentarvi i miei gentili ospiti”.
I convenevoli avvennero mentre gli occhi nella sala fissavano il misterioso sacco che Bruno aveva appoggiato sul tavolo al suo arrivo. Era al centro della sala, ben illuminato dai ceri di casa Sidney.
Finite le presentazioni, l’ospite disse: “Allora qual è la strabiliante sorpresa che mi avevate promesso”.
“Questa, maester” ed estrasse dal sacco un prisma esagonale. Era di legno, non più di una spanna per lato, poco meno di un braccio d’altezza. Non presentava nessuna incisione sulla superficie.
Bruno, compiuta l’operazione, si voltò. Tra gli astanti bocche socchiuse e rapidi movimenti d’occhi indirizzati verso gli altri ospiti.
“E’ inutile che cerchiate aiuto. Nessuno vi può biasimare perché non sapete cosa sia”. Detto questo, Bruno appoggiò una mano sulla parte superiore del prisma. Sfiorò una piccola leva e due ante si aprirono. Uno scatto rapido e silenzioso.
Un teatro in miniatura si presentava alla vista degli ospiti di Sidney. Sul palco era raffigurato lo zodiaco con incisi i dodici segni, sul fondale tre file di quattro finestre chiuse da ante. Sopra ognuna di esse un simbolo zodiacale.
“Ho chiamato questo oggetto icodromo. Poiché al suo interno le immagini compiono un percorso senza fine. O meglio, come vedrete, siamo noi che possiamo disporne la fine”.
Tutti gli ospiti si sedettero attorno a Bruno e all’icodromo.
“Immaginate di essere posti tra due specchi – disse il Nolano -. Guardando in uno, voi vedete la vostra immagine riflessa nell’altro. Non una volta, ma innumerevoli. Ebbene io vi dico che se gli specchi non fossero imperfetti, se le nostre capacità di calcolo non fossero limitate, la nostra immagine apparirebbe infinite volte”. Dopo una breve pausa riprese: “Io credo che dentro l’icodromo si ripeta un simile prodigio”.
“Beh! Cosa aspettate – disse Sidney -. Se quello che dite è vero mostratecelo”.
“Per farlo ho bisogno che qualcuno di voi mi presti un oggetto che io non ho mai indossato prima. Voi, per esempio – disse indicando un gentiluomo seduto innanzi -, porgetemi il vostro cappello”.
Bruno si mise il copricapo di velluto.
“Come potete immaginare la mia figura non è mai apparsa con questo singolare copricapo”.
Si voltò verso il tavolo. Abbassò il capo all’altezza dell’icodromo. La sua mano destra si arrestò sopra lo zodiaco. Il suo indice scese a premerlo. La finestra del Leone si aprì per un istante, per poi richiudersi.
“Ebbene - disse Sidney -. Io non ho visto niente”.
“Venite, venite pure, maester”, disse Bruno mentre restituiva il cappello.
“Mettetevi come mi son messo io, guardate attentamente la finestra che si è aperta e richiusa e poi premete sullo zodiaco il simbolo del Leone”.
Sidney premette. La finestra s’aprì, l’uomo guardò. Il tempo di schioccar le dita e l’anta si era richiusa.
“Non è possibile - disse rialzandosi - che diavoleria è mai questa”. Bruno sorrise.
“Lì dentro ho visto voi con il cappello!” disse Sidney indicando il Nolano.
“Vi prego di riprovare”.
Il padrone di casa ripeté l’azione. L’anta si riaprì, e Sidney vide la sua faccia esterrefatta.
“Adesso ho visto il mio volto”.
“Il vostro volto di qualche istante fa” lo corresse Bruno.
“Voi dite che la mia immagine è rimasta lì dentro mentre parlavo con voi?”
“Ne discuteremo dopo. Immagino che i vostri ospiti siano curiosi quanto voi di vedere”.
“Certo” risposero Greville e Dicson, e si diressero verso l’icodromo.
Gli uomini del Circolo sfilarono innanzi al singolare oggetto. Abbassavano il capo, fissavano l’anta, Bruno premeva il Leone, ed essi vedevano il volto di chi li aveva preceduti. Una vivida immagine proiettata dall’interno della finestra.
Quando tutti ebbero visto, Greville disse: “Messer Bruno, da dove viene questo affascinante oggetto?”.
“L’ho ricevuto dal re di Francia, mi ha detto che suo nonno Francesco lo mostrò al divino Camillo. Credo che per il suo teatro della memoria Camillo si sia ispirato all’icodromo”.
“E’ un’invenzione francese?” chiese Dicson.
“Enrico mi ha raccontato che si trova a Parigi dai tempi delle Crociate. Portato da qualche cavaliere di ritorno dalla Terrasanta. Ma la sua origine è ignota. Potrebbe essere frutto di un ingegnere dell’antica Grecia o dell’Impero di Roma. Io credo sia opera dello stesso Trismegisto e della sapienza egizia”.
“Come fate a essere sicuro che sia così antico? – replicò un gentiluomo -. Potrebbe essere un inganno dei francesi. Potrebbero averne costruiti centinaia per sconvolgere le nostre menti”.
“Ah! L’unica cosa francese che può far perdere la mente a un inglese è la sottana di una parigina” disse Sidney sorridendo.
“Vi assicuro – rispose Bruno - che non vi è altro oggetto uguale a questo sul suolo di Francia. Poiché nessun ingegnere sarebbe in grado di riprodurlo”. Bruno prese fiato, poi continuò: “In quanto alla sua età, posso testimoniare di aver visto con questi occhi, nella stessa finestra che voi avete osservato, una scena che risale a secoli or sono”.
“Cosa avete visto?” Lo incalzò Sidney.
“Uomini ignudi bagnarsi alle terme di Roma come non sono più da un millennio”.
“E nelle altre finestre non avete guardato?” chiese Greville.
“No. Solo in quella dell’Ariete, dove ho visto Camillo”. “Avete visto Camillo?” disse Dicson.
“La sua immagine. Credo che Camillo sia stato l’unico a scoprire l’apertura dell’icodromo. Sino ad allora era stato considerato come un oggetto maledetto. Si dice che i crociati che lo portarono in Europa morirono tutti in circostanze misteriose”.
“È pericoloso?” Domandò uno degli ospiti.
“No. È solo una superstizione che ha permesso di conservare sino a oggi immagini del passato”.
“Ma Camillo avrà aperto tutte le finestre?” disse Greville.
“Da uomo saggio qual era capì che si trattava di una ricchezza da tramandare agli uomini del futuro. Ché un giorno forse avrebbero potuto far rivivere quelle immagini. La sua raccomandazione al re fu: Non aprite le finestre”.
“Voi però le avete aperte?”
“Vi ripeto. Solo quella dell’Ariete e del Leone. Sono stato sopraffatto dalla mia curiosità, solo dopo ho capito che Camillo aveva ragione”.
Lo interruppe l’uomo che gli aveva prestato il cappello: “Scusatemi. Cerco di vedere se ho capito. Premendo uno dei simboli dello zodiaco si apre la finestra corrispondente ed esce l’immagine dell’ultima cosa apparsa di fronte alla finestra quando fu aperta. In quel momento entra nella finestra l’immagine di colui che osserva e lì vi resta finché qualcuno non preme di nuovo il simbolo zodiacale”.
“Sì. Gli esperimenti che ho condotto hanno sempre dimostrato questo comportamento”.
“Potrebbe essere un ausilio per la memoria. Potremo un giorno rivedere immagini che avevamo dimenticato” ipotizzò Greville.
“Maestro, è incredibile! Con questo ammutoliremo i dottori di Canterbury” disse Dicson.
“Mio caro discepolo, voi sapete quanto io tenga a smascherare le loro calunnie sull’arte della memoria. Ma l’icodromo può non limitarsi a questo, può mutare il pensiero della fisica e di altre scienze di natura. Anche i teologi dovranno rivedere certe loro affermazioni. Non so ancora quale parte reciti l’astrologia, ma vi assicuro, messeri, che questa non è opera del demonio”.
Seguirono alcuni secondi di silenzio, poi Sidney disse: “Credo che abbiamo molte domande da porre al nostro ospite italiano. Personalmente sono sconvolto. Vi chiedo perciò di iniziare la discussione dopo esserci rinfrescati la gola”. Si alzò e si diresse verso un angolo della stanza dove si trovavano bevande e cibo, fu immediatamente seguito da tutti gli ospiti.
Ben presto gli uomini del circolo di Sidney furono attorno a Bruno. Seduto in un angolo il Nolano rispondeva loro: “Quella di memoria è un’arte evocativa, e come tale è arte ermetica, arte magica”.
“Ma questa è idolatria. Come possiamo conciliare la fede in Dio con quella nella scienza”, lo incalzò uno degli ospiti.
“E come hanno fatto Alberto e Tommaso?”
“E’ dunque frutto di magia l’icodromo?”
“E’ senz’altro il prodotto di una sapienza prima e antica. Se l’icodromo riesce a conservare la nostra immagine, vuol dire che essa non è solo forma delle cose, ma atto. Sostanza prodotta dal fabbro del mondo. Quello che Averroé chiama intelletto universale e che io credo animi dal di dentro la materia e la natura”.
“E’ vero, quello che abbiamo visto stasera conforta le vostre tesi filosofiche. Ma voi sapete che sono un’eresia?” replicò uno degli uomini del Circolo.
In quell’istante Marlowe si avvicinò a Shakespeare. Il giovane di Stratford cercava di capire i discorsi di Bruno dalle ultime file.
“Se davvero quello che dice Bruno sulle altre finestre è vero, vogliamo perderci l’occasione di guardare il passato” gli bisbigliò Marlowe in un orecchio.
Il coetaneo si voltò. “Ma ha raccomandato di non toccarlo, e io oggi non ho più voglia di scappare”.
“Non se ne accorgerà nessuno. Hanno tutti gli occhi addosso a Bruno. Ci copriremo le spalle a vicenda”.
Shakespeare non rispose.
“Vorrà dire che guarderò da solo”.
“No, un momento. Ci sto”.
“Pari o dispari per chi va per primo”.
“Pari”.
Le mani si strinsero a pugno. Poi scattarono in basso. Uno e uno: pari.
Alla luce delle candele Shakespeare si diresse verso l’icodromo. Fissò lo zodiaco, fissò lo finestre. Concentrò il suo sguardo sull’ultima apertura in basso a sinistra. Il suo indice sfiorò il simbolo dei Pesci. La finestra si aprì, e vide. Vide un corpo, un corpo insanguinato trasportato in processione, e un crocchio di uomini in tunica attorno al corpo, e vicino al corpo un uomo possente ricoperto da una corazza scolpita nel cuoio di un toro. E l’uomo proteso nell’arringare la folla. L’immagine era già scomparsa quando mormorò: “Friends, Romans, countrymen, lend me your ears. The evil that man do … Ahi!”
“Tocca a me” disse Marlowe dopo avere assestato un calcio negli stinchi del compare.
“Io ho aperto quella dei Pesci” disse Shakespeare allontanandosi. Marlowe scelse invece la finestra più grande. Quella di casa Sidney. Prese l’icodromo e si buttò fuori.
“L’icodromo! Ha rubato l’icodromo!” Disse Shakespeare catapultandosi alla finestra. Intravide l’ombra di Marlowe proiettarsi sul sottostante carro di fieno. Poi nulla. Attorno il buio e il suono dei passi di uomo in corsa. “Seguitemi!” disse Shakespeare a uno degli ospiti di Sidney. L’uomo, di poco più vecchio, non si lasciò pregare e saltò con il giovane di Stratford dalla finestra.
“Voi andate di là” ordinò Shakespeare una volta a terra, e i due si divisero nella notte.
“Fermo là”, intimò Shakespeare.
“Calmatevi sono io. Thomas Kyd”
“Trovato niente?”
“Neanche l’ombra di quel bastardo”
“Continuiamo a cercare sino al prossimo rintocco, poi ci vediamo da Sidney”.
“Il primo che lo trova chiama l’altro”.
“Aspettate. Mi sono perso”. Ma Kyd era già lontano.
Il silenzio ricadde attorno al giovane di Stratford. Inspirò l’aria umida della notte. Non fece in tempo a espirarla. “Grrrrrr!” Un mastino gli si era parato innanzi. Shakespeare lo fissò negli occhi. Il cane accettò la sfida e spiccò il balzo. Il giovane si voltò per fuggire, ma inciampò e cadde a terra. Il molosso lo superò di slancio rovinando contro una catasta di legno. Una pioggia di ciocchi e piccoli tronchi lo sommerse. Oltre il cumulo si stagliò nella penombra l’immagine di Cristopher Marlowe.
“Non puoi scappare, brutto porco. Ridammi l’icodromo e ti lascio andare. Altrimenti chiamo Kyd e ti spacchiamo la faccia”.
“Un momento, William. Cosa guadagni se riporti l’icodromo? Pacche sulle spalle e qualche sterlina. Io invece ti offro di aprire tutte le finestre dell’icodromo”.
“No!”
“Pensaci. A te le immagini, a me l’icodromo”.
“Nooo… No!”
“Pensavo che ti fosse piaciuto quello che avevi visto da Sidney?”.
Shakespeare non rispose. “Ascolta: William Shakespeare, colui che vide il passato. L’unico al mondo. L’idea non ti alletta”.
“Va bene. Mi hai convinto, ma voglio anche i soldi che mi devi”.
“Tutto bene, Shakespeare?” Disse Kyd di ritorno dalla perlustrazione.
“Sì, anzi no. Non ho visto nessuno”.
“Prima mi era sembrato di sentire dei rumori”
“Ah, sì. La bestia – disse Shakespeare indicando la catasta di legno -. Mi ha aggredito, ma ha avuto la peggio”.
“Io non ho avuto miglior sorte. Sono finito in una pozza”. Disse Kyd mostrando l’abito infangato.
William Shakespeare e Thomas Kyd tornarono a casa Sidney dopo un’ora di ricerche.
“L’avete trovato?” chiese Sidney appena li vide entrare.
“Niente” rispose Kyd.
“Vatti a fidare dei giovani – gridò imprecando il padrone di casa -. A proposito, voi – disse indicando Shakespeare – sembravate conoscerlo bene, quel cane”.
“Vi giuro l’avevo incontrato ieri sera al Theatre. Mi ricordavo a mala pena il suo nome. E non sono nemmeno sicuro che fosse veramente il suo. Pensavo che voi lo conosceste da tempo”.
“Ah! La colpa è mia perché sono un mecenate e concedo ospitalità a chi ha talento?”.
“Sir, vi prego. Il giovane non intendeva offendervi. Si è solo difeso dalle vostre insinuazioni, ma vi garantisco che gli uomini della contea di Warwick sono uomini d’onore”, disse Greville.
Shakespeare annuì con la testa.
“Scusatemi entrambi, e anche voi - disse rivolto agli altri ospiti -. Spero solo che Bruno non mi ritenga responsabile”.
“Ma dov’è andato?” disse Kyd.
“E’ uscito infuriato subito dopo il furto. A quest’ora sarà all’ambasciata. Ci ha pensato Dicson ad accompagnarlo”.
Seguirono attimi di silenzio, poi Fulke Greville prese il mantello e disse: “Buonanotte, sir. Non preoccupatevi. Il Nolano è un uomo impulsivo. Gli passerà, non ce l’ha con voi, ma con se stesso”. Detto questo si congedò e assieme a Shakespeare fece ritorno a casa.
Il giorno seguente, 7 settembre 1583, era ancora mattina quando William Shakespeare salì sulla corriera per Stratford. Mentre Londra era all’apice dei festeggiamenti, egli sedeva sul predellino accanto al cocchiere che aveva smaltito la sbornia.
“Se fossi stato re ieri vi avrei attaccato alla forca, oggi invece vi ricoprirei d’oro”, disse Shakespeare mentre s’inoltravano nella campagna.
“Mi basterebbe che mi ricopriste di sidro” rispose il cocchiere.
Furono le uniche frasi che si scambiarono durante il viaggio. Si salutarono all’osteria di Stratford facendo un brindisi alla regina.
Cristopher Marlowe aveva giocato tutta la notte a dadi nella taverna del porto. Non aveva avuto “aiuti” dalla fortuna ed era rimasto senza nemmeno un soldo. Alle luci dell’alba decise di giocarsi l’icodromo.
“Trenta sterline per questo” disse indicando l’oggetto portato da Bruno.
“E cosa me ne faccio di un vecchio pezzo di legno” disse l’uomo che accettava le scommesse.
“Questo è più antico della Torre di Londra” replicò Marlowe.
L’uomo sorrise: “Non più di dieci, e solo perché mi hai già fatto guadagnare la giornata”.
“Va bene”.
Marlowe strinse i dadi, li agitò, li portò alla bocca, poi con uno scatto li lasciò cadere. “Sette!” urlò. I dadi rotolavano. Si arrestò il primo: tre. Il secondo ruotava avvitandosi su stesso, poi il moto vorticoso proiettò il baricentro fuori dalla base e inesorabilmente cadde. Cinque.
Marlowe si alzò, girò le spalle al tavolo e uscì dalla taverna. Scese sulla riva del fiume, risalì per qualche centinaio di metri il corso d’acqua, poi si sedette sulla banchina di un molo a fissare la sua immagine riflessa nell’acqua. Una donna incappucciata, ritta in piedi, scrutava la corrente a pochi metri da lui. La giovane si voltò verso Marlowe ed egli, senza girare il capo, disse: “Milady, dite a sir Raleigh che la regina e la Chiesa d’Inghilterra non hanno più nulla da temere da Bruno. L’oggetto giace sul fondo del fiume”. In quel momento l’immagine di Marlowe scomparve dallo specchio d’acqua. Una barca di carta aveva sciolto il riflesso in cerchi concentrici.
“La carta non è fatta per le parole” disse fra sé il ragazzo che curava i porci. Sulla riva piegava l’ultimo foglio di un’opera perduta.

Andrea Dallapina

Nessun commento:

Posta un commento