giovedì 17 marzo 2016

Annus Mirabilis

Anno Domini 1630, Annus horribilis, mese di ottobre.
Sono un sopravvissuto, l'unico  che, in questo borgo antico e senza tempo arroccato ai piedi del monte Carza, non ha trovato la morte nell'epidemia di peste che ha colpito il ducato di Lombardia e l'Europa intera. Per la sua particolare virulenza qualcuno ha chiamato questo contagio "calamitas calamitatum"[1], calamità di tutte le calamità. Quello che mi appresto a compiere tra poche ore è il sacrilegio che ne consegue.
Signore perdonami ed abbi misericordia della mia anima! Mi è stato imposto dal magistrato di Cannobio un atto di sanità pubblica, ma per me, che ho vissuto e respirato ogni immagine raffigurata in questa chiesa per oltre trent'anni, quello che porterò a compimento domani sarà un oltraggio alla Vergine Maria, a San Gottardo e a San Bartolomeo e a tutti i Santi che in ogni tempo Ti furono graditi. Domani inizierò, infatti, a cancellare con la malta gli splendidi cicli di affreschi che adornano le pareti di questa chiesa, per disinfettare la casa di Dio dal morbo pestifero. Domani calerà un sipario spoglio e grigio su questa chiesa. Chissà se un giorno qualcuno riporterà mai questi dipinti al loro antico splendore?[2]
La piccola chiesa di San Gottardo al Carmine, si erge nella piccola frazione del Sasso Carmine, legata alla Pieve di Cannobio, e raggiungibile solo a piedi (attraverso una mulattiera che, dalla strada costiera che conduce a Cannobio, si snoda all'altezza di Carmine Inferiore e risale la montagna).
La mia chiesa è un vero e proprio scrigno di tesori artistici di grande pregio, datati tra il secolo decimo quinto e decimo sesto.   La chiesa fu costruita su uno sperone di roccia che si lancia dall'alto verso il Lago Maggiore.
Su al Carmine Superiore il tempo pare si sia fermato; si respira un'atmosfera incantata e la vista che si gode da quassù è impareggiabile, sulla sponda dirimpetto al lago sorge il paesino di Maccagno, dove nacqui cinquantacinque estati fa e dove, da quarant'anni, non ho più fatto ritorno. Se fossi morto anch'io durante il contagio non mi sarebbe dispiaciuto venire seppellito su questa bella terrazza a lago che si affaccia sulla terra natia.
Moltissimi viandanti, pellegrini, mercanti, nobili, ecclesiastici, villici, uomini, donne, e bambini hanno cercato rifugio tra le pareti della mia chiesa, pregiato gioiello trecentesco, pensando e sperando di mettersi in salvo dal flagello della peste. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città e minacciavano le solite pene severissime, come la confisca delle case e di tutti i patrimoni, furono molti i nobili che fuggirono da Milano per venirsi a rifugiare nei loro possedimenti in campagna, anche quassù al Sasso Carmine, minuscolo avamposto sul lago Maggiore. Tuttavia, l'infezione, portata dalla discesa dei Lanzichenecchi in Italia, e che dal mese di novembre dello scorso anno semina morte e disperazione tra la popolazione già provata dalla carestia, è arrivata anche qui, in questo aspro lembo di terra a picco sul lago, al confine con la Svizzera.
Un sarto milanese che, in fuga verso Locarno e la salvezza, chiese asilo qui a San Gottardo lo scorso luglio, mi raccontò che il continuo aumento dei decessi e l'infuriare senza tregua del morbo spinse i decurioni[3] a chiedere al cardinal Federico Borromeo l'autorizzazione a svolgere una solenne processione per le strade, in cui fosse esposto il corpo venerato di San Carlo e si invocasse così il soccorso divino per porre rimedio alla terribile calamità. Il prelato sulle prime rifiutò, temendo che la cosa non sortisse l'effetto desiderato e la rabbia popolare si rivolgesse contro il santo, tuttavia alla fine cedette alle reiterate insistenze e la processione venne stabilita per il giorno 11 giugno, partendo all'alba dal duomo cittadino. La processione si tenne con un concorso incredibile di popolo e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di San Carlo e facendo delle fermate presso tutte le croci che erano state benedette e poste dal santo alla fine della peste del 1576, mentre moltissimi Milanesi osservavano dalle case e persino dai tetti il procedere del lungo corteo. Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi per il morbo crebbero in maniera vistosa e ciò evidentemente per il propagarsi più rapido del contagio nella processione medesima, attraverso il moltiplicarsi dei contatti fra le persone radunate in strada.
Troppi sono stati anche qui i morti, tra coloro che hanno cercato rifugio nella chiesetta di San Gottardo, seppelliti nel piccolo cimitero che si affaccia sul Verbano. Oggi, dopo quasi dieci mesi, riesco a guardare la distesa blu del lago senza provare angoscia, ma finalmente un senso di pace e di rinascita. La peste è finita! Ho sepolto con le miei mani stanche e provate, l'ultimo malato circa  tre settimane fa. Si trattava di un bambino del Carmine Inferiore, avrà avuto sette o otto anni, il piccolo Pietro. Era arrivato qui con la sua mamma l'8 settembre, lo ricordo bene perché era il giorno della Natività della Beata Vergine, ma quest'anno non ci sono nascite da festeggiare, solo morti. La donna, giovane, ancorché provata dalla fame e dai recenti lutti che avevano colpito la sua numerosa famiglia, sembrava in buona salute, non aveva febbre e non presentava pustole sul suo corpo. Tuttavia, mi sovvengo che restai alquanto stupito dal fatto che nonostante la salita a passo spedito lungo la mulattiera che dal paesino sul lago conduce in una ventina di minuti circa a quest'altura, ed il peso dei pochi averi che si era trascinata dietro insieme al figlioletto, era qui giunta con un notevole abbassamento della temperatura corporea, difficoltà respiratorie e grave debolezza. Qualche giorno dopo apparve la tosse ed i primi starnuti, dopo una settimana le punte delle dita e le labbra erano diventate bluastre... non c'erano dubbi, si trattava certamente di peste polmonare. Sperai e pregai l'Altissimo affinché la sua creatura venisse risparmiata dal contagio, ma il piccolo non si era mai allontanato dalle sottane della madre e stipati in questa chiesa, senza intimità alcuna, si accalcavano ancora troppi appestati, sporchi, puzzolenti, coperti dai bubboni, dalle pulci e dai loro stessi escrementi. Quella del piccolo Pietro, come quella di tutti d'altronde, è stata una morte purtroppo annunciata. Dopo un'incubazione di circa dodici giorni, infatti, anche per il bimbo sopraggiunse la febbre alta, la nausea, il vomito ed il delirio. Nonostante la frescura e l'oscurità all'interno della chiesa, il piccolo lamentava un forte dolore agli occhi, causato dalla sensibilità alla luce, ho dovuto bendarglieli con un cencio strappato alla sua camicia. Infine si sono formati i bubboni, sotto le ascelle, sull'inguine... si sono infiammati e gonfiati... delirio, sonno, attimi di lucidità e urla disumane. Non si può sentire un bambino, la cui madre era spirata solo pochi giorni prima,  urlare dal dolore, no, è troppo straziante! A volte accade il miracolo, specie nei soggetti giovani, la febbre cessa dopo circa due settimane e i bubboni espellono pus sgonfiandosi, il paziente seppur debilitato guarisce dal morbo e l'unico ricordo che resta della peste sono le cicatrici. Purtroppo per Pietro il miracolo non si è verificato, le mie preghiere sono state vane, le invocazioni a San Rocco, San Gottardo e San Bartolomeo inutili. Non è servita a nulla neanche l'impiastro di  cera d' olio d'oliva con  foglie di aneto,  di lauro, salvia e rosmarino pestate e bollite con un poco d'aceto. Gli spalmai io stesso l'unguento sulle narici, le tempie, i polsi e le piante dei piedi, dopo avergli dato da mangiare cipolle, aglio e avergli fatto bere aceto.
Avrei voluto fare di più, poter prestare maggior aiuto e conforto a lui e ad ognuna delle anime che mi fu affidata, ma sono solo Don Faustino, un vecchio prete di campagna, pastore di uomini del Sasso Carmine, dimenticato dal Vescovo di Milano e dal parroco di Cannobio.
Ma ora basta versare lacrime, è tempo di ammirare per l'ultima volta queste immagini mirabili e raccogliere i pensieri ed i ricordi per poter tramandare ai posteri negli annali parrocchiali la descrizione di questa chiesa cosi come è stata tramandata a me dal mio predecessore, cosi come migliaia di anime l'hanno potuta vedere, assistendo alla mensa del Signore, per trecento anni, perché domani sarà cancellata per sempre alla memoria collettiva.
Il nome del borgo medievale del Carmine deriva probabilmente dal latino “CULMEN”, termine che si riferisce alla sommità di un monte. I suoi abitanti, almeno prima di questa maledetta piaga, si chiamavano “Carminitt”. Lo storico contemporaneo locale, tale Giovanni Francesco del Sasso Carmine ne pone l'anno di fondazione tra l'anno 950 e l'anno mille come casaforte[4], edificato da una famiglia  di notabili Cannobiesi, aveva lo scopo di difendere la via d'accesso di Cannobio e dare rifugio alle popolazioni circostanti in caso di pericolo. La borgata allora era densamente popolata, il Carmine Inferiore era anch'esso molto sviluppato grazie alla posizione lungolago, alla stazione di posta e all'osteria. Ora la peste ha trasformato il Sasso Carmine in un borgo fantasma, dove oltre a me sono rimaste quattro galline rachitiche ed un paio di pecore terrorizzate che non producono più latte.
La chiesa, di cui sono il custode, fu tenacemente voluta dai “Carmenitt” che chiesero ed ottennero dai duchi di Milano nel 1332 di non essere più obbligati a recarsi a Cannobio per seguire le celebrazioni sacre (dal Carmine Superiore infatti ci vogliono circa 90 minuti a piedi per raggiungere Cannobio!) e per seppellire i propri defunti. Questa seconda funzione si è rivelata, ahimè, tragicamente fondamentale in questo annus horribilis, anno terribile, durante la pestilenza. Il piccolo cimitero del Carmine Superiore è divenuto, infatti, l'estrema dimora per numerosi “Carmenitt” e per i viandanti che in chiesa avevano cercato riparo dall'epidemia.
Ora, senza alcun riguardo per i suoi pregevoli affreschi, le pareti interne della Chiesa di San Gottardo saranno ricoperte interamente di calce per precauzione contro il diffondersi del contagio.
Sono solo un povero prete, un curato di campagna, con un'infarinatura di latino, storia, matematica, geografia ed astronomia... ma l'arte e l'architettura mi appassionano fin da fanciullo e spero di poter lasciare un contributo attendibile a ricordo degli affreschi che decorano la chiesina di San Gottardo al Carmine Superiore.
Innanzitutto bisognerebbe specificare che la chiesa fu costruita in due tempi: una prima fase dal 1332 al 1401 (come indicava una dedica in latino sul portale maggiore ora non più leggibile), a cui risale l'ingresso laterale ed il campanile romanico ed una seconda fase conclusasi nel 1431 (ampliamento della terza campata con scene martirio San Bartolomeo e  apertura di una finestrella in corrispondenza dell'altare per rendere più luminoso l'interno). L'edificio si rivelò ben presto, infatti, insufficiente ad accogliere un numero di fedeli in continua crescita.
La Chiesa di San Gottardo fu consacrata dal Cardinale Carlo Borromeo soltanto nel 1574. Per la pieve di Cannobio fu una giornata memorabile e ancora oggi, a distanza di quasi sessant'anni, è ricordata dai vecchi con emozione e partecipazione.
La chiesa, dedicata a Dio e alla Vergine, è intitolata al Vescovo di Sassonia, San Gottardo, che la tradizione vuole si trovasse a ristorarsi in questi luoghi nell'XI secolo durante un suo viaggio verso Roma.
Fin dagli anni della sua costituzione dovette essere molto viva nella mente dei committenti e dei costruttori l'idea di decorare con dipinti il rigoroso interno. Le stesse superfici murarie con rade finestre ben si prestavano ad essere affrescate. Infatti non soltanto i tre spazi interni (il coro rettilineo, l'aula unica per i fedeli e la campata di ampliamento risultano affrescate in epoca ancora medievale, ma le immagini sono uscite dalla chiesa per distendersi sulle superfici esterne, occupando in particolare il fianco meridionale, unico accessibile di un edificio con facciata adiabasica[5] e la testata orientale quasi a strapiombo sul lago.
Gli affreschi esterni sono dunque visibili sia sul luogo che da lontano (specie quelli dipinti sul muro del coro) come veri manifesti tanto della devozione quanto della cultura dei committenti.
Sulla fiancata meridionale, da sinistra a destra, si riconoscono una zampa di cavallo forse appartenente ad un San Giorgio o ad un San Martino cancellato dal tempo. Un San Cristoforo assai malconcio, un san Gottardo tra due angeli, tagliato dall'apertura della sottostante finestra aperta nel 1579 una santa Apollonia riconoscibile per le tenaglie ed i denti strappati, simboli del suo martirio, ed un ennesimo San Gottardo.
Sulla facciata verso il lago invece ecco una sbiadita Madonna col bambino, affresco tardo quattrocentesco.
Sopra la porta maggiore, si staglia la monumentale figura di San Gottardo benedicente, seduto solennemente in trono attorniato da piccole figure di fedeli di diverse categorie sociali; il frescante, ne sono convinto, aveva preso a modello proprio gli abitanti del borgo...a distanza di secoli i loro discendenti conservano infatti gli stessi tratti somatici! Un'antica frammentaria iscrizione in latino ci avverte che fece eseguire il dipinto un eminente Signor Pietro de Saxo Carmine nel 1438; sull'autore dell'affresco invece nessun accenno.
L'Adorazione dei Magi, probabilmente del 1429-31, è coerente allo schema consueto del Trecento: Il primo dei Magi si inginocchia davanti a Maria con in braccio il Bambino, il secondo e il terzo si accostano in successione e sembrano dialogare tra loro con i gesti e gli sguardi. Tuttavia l'attenzione minuziosa delle decorazioni sulle vesti e sugli sfondi, il tono fiabesco dato dalle corone medievali rimandano ad un gusto tardogotico. Questo affresco è stato attribuito alla bottega del  Maestro della Madonna di Re che operò nell'alto novarese dal 1380 al 1420 circa.
Rientriamo ora in chiesa, presto... sta scendendo la sera e posso godere un'ultima volta di queste immagini mirabili alla fioca, malinconica luce autunnale.
L'edificio a pianta rettangolare è caratterizzato da due campate centrali coperte da volte a crociera impostate su arcate a tutto sesto o a sesto leggermente ribassato in conci lapidei. Sul lato in corrispondenza della campata centrale di apre una cappella con pianta rettangolare e volta a botte.
L'abside principale è a scarsella[6] con volta a vela.  Nel catino absidale appare un Cristo Benedicente che copre un affresco ben più antico e di cui ormai da più di duecento anni si è persa ogni traccia.
Sulla volta è raffigurato l'affresco più antico della Chiesa risalente al 1300: il Cristo in Maestà (circoscritto entro un profilo a mandorla) circondato dai quattro evangelisti. Si ipotizza che questi primi affreschi del Carmine siano di mano del Maestro di Corzoneso. [7]
Verso il 1380c.a. gli abitanti del Carmine sentirono l'esigenza di arricchire la chiesa con un nuovo ciclo decorativo, il più importante della fine del 300 novarese. Vennero inoltre riaffrescati in parte i dipinti già esistenti. Sulle pareti del presbiterio, si staglia l' Annunciazione, molto elegante, raffinata e ricca di dettagli: la Vergine è inginocchiata davanti ad un leggio, inserita all'interno di in un edificio rinascimentale ricco di marmi. Dell'Arcangelo Gabriele colpiscono la raffinatezza delle vesti e l'attenzione alla resa dei capelli. 
Nell'Annunciazione le figure sono ancora classicamente atteggiate, ma il dipinto è ravvivato da un ricco decorativismo non solo sugli abiti ma nella ricchezza dei particolari che ornano l'elaborato leggio e la dimora stessa di Maria con i preziosi marmi.
Dietro l'altare è visibile l'affresco di una Crocifissione (Cristo in Croce tra la Vergine e San Giovanni con ai lati San Bartolomeo a sinistra e San Gottardo a destra, di grandi dimensioni). Anche il tema severo della Crocifissione non rinuncia all'eleganza di un prato fiorito e possiamo osservare infatti la sontuosità del piviale[8] di San Gottardo, il mantello di San Bartolomeo elegantemente siglato con le sue iniziali.  Il gusto è palesemente quello miniaturistico tardogotico d'oltralpe.
Questo secondo pittore novarese, negli ultimi decenni del '300 riprende gli schemi presenti negli oratori del novarese ma aggiunge una nuova sensibilità ed una grande ricchezza decorativa.
La Chiesa del Carmine, come accennavo prima di immergermi nella descrizione dei suoi affreschi,  è giunta, a compimento nel 1401 al tempo del canepario[9] Andriolo, che ne fu il committente. In questa ultima fase, i Carminitt sono ancor più motivati a completare la decorazione interna su tutta la navata. Il nuovo maestro pittore si sposta da modelli giotteschi a modelli tardogotici. Il soggetto è volto a celebrare il Santo Vescovo Gottardo a cui la piccola chiesa è intitolata e resterà noto come maestro di San Gottardo. Ma chi fu San Gottardo Vescovo?
Gottardo di Hildesheim (Reichersdorf 960 - Hildesheim 1038) fu un vescovo benedettino. Nacque nel 960 nella diocesi di Passavia, tra Baviera e Austria. Viaggiò molto in Germania, Austria, Svizzera, Italia e Francia. Si dice che in 15 anni di vescovado consacrò più di 30 chiese. Fu molto amato sia dal popolo, per la sua cura pastorale e per l'apertura di scuole di scrittura e di pittura, che dal clero, per la sua osservanza della disciplina religiosa e per le sue conferenze bibliche. Fu nominato santo da Papa Innocenzo II il 29 ottobre 1131. San Gottardo è molto  venerato nella regione alpina tanto da dare il suo nome ad uno dei valichi più importanti, il passo del San Gottardo appunto, già citato a metà del XIII secolo nel Annales Stradenses, guida per pellegrini che dal nord Europa volevano raggiungere Roma o la Terrasanta. Sulle principali vie di traffico, infatti, Gottardo divenne nei secoli il patrono preferito dei commercianti e ciò spiega perché nelle Alpi siano sorte un po' dovunque chiese e cappelle in suo onore[10]. L'intercessione di San Gottardo è implorata contro la febbre, le malattie dei fanciulli, le doglie del parto, l'idropisia[11]. In Italia il santo è invocato specialmente per alleviare i dolori di gotta ed altre malattie artritiche e reumatiche. Il nome germanico Godard o Gotheard è infatti storpiato, come spesso accade purtroppo in italiano, con la sommaria traduzione popolare di "gotta".[12]
Sulla volta intermedia, dunque, un ciclo di affreschi illustra 12 scene della vita di San Gottardo  rappresentato con mitra e pastorale per confermare il suo ministero episcopale in Germania (predicazione, consacrazione e guarigioni miracolose).
Le soluzioni più innovative del maestro di san Gottardo sono evidenti soprattutto negli spicchi della volta, su cui il santo è rappresentato in atto di predicare e di benedire la folla. Spiccano sulla parete la straordinaria ricchezza e luminosità dei colori. Sono qui rappresentate le due anime del tardogotico: da una parte l'eleganza cortese con la preziosità delle vesti, la sinuosità dei panneggi, la brillantezza delle tinte pastello, dall'altra il gusto per l'affollamento delle scene e la ricchezza di particolari realistici, per lo studio delle espressioni fino alla caricatura in cui qualcuno, come il sottoscritto, ha voluto vedere gli abitanti del borgo[13]. La narrazione delle Storie di San Gottardo è integrata da un ricco corredo di iscrizioni dipinte su ampi cartigli (alcuni ora illeggibili), a conferma del forte didascalismo. I cartigli sono importantissimi supporti didattici sia per me, modesto curato di campagna, in quanto mi aiutano a non perdere le fila della predicazione, narrazione che avviene mostrando ai fedeli le immagini affrescate, sia per quella prestigiosa nobiltà acculturata, in grado di scrivere e leggere in latino, si degnava nei giorni di festa comandata di affollare i banchi di famiglia, mischiandosi con i devoti del borgo.
Oltre a San Gottardo a cui è dedicata la chiesa, sono presenti al suo interno affreschi dedicati a San Bartolomeo, che fu uno dei dodici apostoli. Il vero nome era probabilmente Natanaele[14]. Nato a Cana in Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo presso il Giordano e, chiamato a seguirlo, si unì ai Discepoli. Dopo la morte di Gesù fu missionario in varie regioni del Medio Oriente, spingendosi pare fino in Armenia, India, Mesopotamia ed Azerbaigian. Morì in Siria tra il 60 ed il 68 d. C. La tradizione vuole che fu ucciso, scuoiato della pelle da parte del re dei Medi. A causa del supplizio a cui sarebbe stato condannato, si vede spesso Bartolomeo raffigurato mentre viene scuoiato, o con la pelle drappeggiata intorno al corpo, oppure con un coltello in mano[15]. San Bartolomeo è protettore degli artigiani che operano con coltelli o arnesi da taglio: macellai, calzolai, cuoiai, pellicciai, sarti, conciatori, rilegatori; come molti artigiani di questa riva del Verbano. E' invocato dai fedeli per proteggersi da diverse malattie cutanee (es. herpes, pellagra ecc.). San Bartolomeo viene festeggiato il 24 agosto. Quest'anno, tuttavia, le celebrazioni per la commemorazione del santo qui al Carmine Superiore sono state soppresse. La peste era al culmine della sua virulenza, della sua furia assassina.
Sappiamo con certezza, grazie alla citata iscrizione sopra la prima porta a sinistra nell'entrare in chiesa, che nel 1431 si era effettuato un ampliamento con una nuova campata verso monte, il pavimento un po' più rialzato per l'accidentalità del terreno. Nelle volte della porzione aggiunta le storie di San Bartolomeo rappresentano uno dei cicli più completi sulla vita del santo Apostolo[16].
Infine, all'interno presso l'altare maggiore è posto un trittico antico che ritrae al centro la Madonna col Bambino, Angeli Musicanti e due Donatori; i santi Gottardo e Bartolomeo (negli scomparti minori), il Crocifisso tra i dolenti (nella lunetta) ed i simboli degli Evangelisti (nella predella) . Il trittico, dipinto verso il 1490 è firmato da Giovanni Battista de Prioris e da  Galdino da Varese.
Un altro trittico del 1529 opera di Battista da Legnano, si trova sull'altare laterale; rappresenta la Vergine in adorazione del Bambino (nello scomparto centrale) ed i Santi Rocco e Bartolomeo (in quelli laterali). [17]
San Rocco, è uno dei santi maggiormente invocato in questa terra di Lombardia, che si staglia tra il blu del lago e l'asprezza delle sue alte vette, governata dalla dinastia dei Borromeo e sotto l'egida del Ducato di Milano. San Rocco, appestato, che mostra le piaghe da cui miracolosamente guarisce, non ha, tuttavia, aiutato il mio gregge a salvarsi da questo terribile morbo che ha colpito il Carmine Superiore in questo anno del Signore 1630.
Il Diavolo che ricorre spesso nel ciclo di affreschi all'interno della chiesa, ha dominato, ha falciato vite innocenti, come quella del piccolo Pietro. Il Bene, espresso nelle mirabili vite dei Santi con la loro fervida predicazione ed i loro miracoli, nulla hanno potuto contro il Male rappresentato dalla virulenza dell'epidemia di peste che ci ha colpiti.
Mi torna alla memoria, in questa triste ora, l'orrore dei volti agonizzanti di coloro che, cercando rifugio tra queste mura, nei loro ultimi momenti di vita rivolgendo lo sguardo alle pareti affrescate, si trovavano di fronte al Demonio, che incombeva su di loro cosi come i demoni della loro coscienza e dei loro peccati, prima di rimettere l'anima a Dio.
Forse è un bene, realizzo ora, eliminare con la calce ogni traccia del Demonio rappresentata in questa chiesa e andare avanti, lasciare le pareti immacolate, candide così che la vita possa di nuovo prevalere sulla morte.

Questo racconto di fantasia nasce dalla volontà di raccontare la virulenza della Peste di manzoniana memoria del 1630 che duramente colpì anche le popolazioni del lago Maggiore, e che realmente vide protagonista la piccola chiesa di San Gottardo al Carmine Superiore in cui molti cercarono rifugio dal morbo. La chiesa è un gioiello d'arte medievale e luogo del cuore, ove la meraviglia dell'iconografia esce dagli affreschi per immergersi a strapiombo nel blu del lago.

Carola Mangialardo

Bibliografia
- AA.VV., Fondazione Novalia, La Chiesa di San Gottardo a Carmine Superiore, BetaGamma editrice, 2003.
- Geraldine Brooks, Annus mirabilis, Neri Pozza editore, 2003.
- Daniel Defoe, A Journal of the plague year, Oxford University Press, 1998.
- George Kaftal, Iconography of the Saints in the Italian Painting, edizioni Le Lettere, 1986.
- Alessandro Manzoni, I  Promessi Sposi, Loescher, 1993.
- Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame, Fabbri Editori, Milano, 1995.
- La Peste del 1630, Archivio Storico della Città di Torino.

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[1] La peste aveva spopolato Milano e aveva mietuto migliaia di vittime anche nei territori circostanti, per quanto i documenti dell'epoca rendano molto difficile fare delle stime precise dei morti: a differenza delle precedenti epidemie, inoltre, quella del 1630 fu particolarmente virulenta e colpì tanto le popolazioni rurali quanto i ceti imprenditoriali e artigiani, causando una grave crisi economica. 
[2] I preziosi cicli di affreschi, furono riportati all'antico splendore dai restauri avvenuti nel 1932-33 dal professor Mario Albertella e dal 1997 al 2002. 
[3] Magistrati di Milano che si occupavano di amministrare la città. 
[4] Un'antica residenza signorile fortificata in periodo medievale, utilizzata dal signore "rurale" per conservare i prodotti agricoli ed impedirne i furti. Aveva altresì una valenza difensiva. 
[5] Edificio caratterizzato dall'assenza di un portale in facciata, sostituito da un'entrata laterale. 
[6] La scarsella è un'abside di piccole dimensioni, a pianta rettangolare o quadrata, che sporge all'esterno della struttura principale. 
[7] Piccolo paese del Canton Ticino al centro della valle di Blenio. 
[8] cappa, paramento liturgico 
[9] Tesoriere 
[10] La prima cappella consacrata sul valico dedicata a san Gottardo fu edificata nel 1230. 
[11] Accumulo di liquido sieroso. 
[12] In realtà il significato preciso del nome Gottardo deriva dal tedesco Goth=Dio e Hart=forte, cioè “il forte di Dio”, colui che ha la protezione di Dio. 
[13] Grazie alle divulgazioni dei “tacuina sanitas” , attraverso modelli arabi di nozioni scientifiche e mediche. 
[14] Dono di Dio (v. vangelo di Giovanni).Il nome Bartolomeo deriva dall'aramaico “bar”=figlio e “talmai”=agricoltore. 
[15] Si dice che Natanaele fosse altresì un assiduo lettore della Bibbia e meditasse spesso sotto un fico prima dell'incontro con Gesù – v. scultura di Marco d'Agrate nel Duomo di Milano. 
[16] Secondo il grande studioso di iconografia George Kaftal. 
[17] Entrambi i trittici corredati di elaborate carpenterie in legno intagliato e dorato e sono stati oggetto recente di restauro (1980-1981). Sono stati trasferiti per volontà della Sovrintendenza dei Beni Culturali per motivi di sicurezza e per esigenze di cantiere durante l'ultimo restauro degli affreschi nella Chiesa Parrocchiale di San Vittore a Cannobio.

4 commenti:

  1. Credo sia un racconto diverso dal tuo solito stile Carola, più concentrato sugli aspetti storici, artistici e culturali che su quelli personali. Forse un racconto più "maturo", sicuramente più riveduto, ripensato, con un percorso di redazione più lungo e complesso. Uno stile diverso insomma, ma sempre molto piacevole da leggere: racconto abbastanza lungo, senza perdere in scorrevolezza!
    Dario

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    1. Mi son resa conto, Dario, che mi sto divertendo a sperimentare con la scrittura! questo racconto, ammetto mi ha creato qualche problema, il coniugare la parte romanzata con i fatti storici e con la descrizione artistica ed iconografica degli affreschi non è stato per niente semplice!!Grazie 😘

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  2. Commovente il ritratto di questo Parroco che vive con la stessa intensità e sofferenza il dramma del suo popolo e l'epilogo artistico della sua chiesa di campagna, nel medesimo modo tutti vittime della peste. Il puntuale racconto della figura del piccolo Pietro rimanda alla meticolosa descrizione di ogni singola opera d'arte, quasi a voler attribuire -nel dramma- anche a queste ultime lo stesso valore umano. E allo stesso modo mortificandosi per non aver saputo/potuto salvare e l'uno e gli altri. Con l'amara finale considerazione della supremazia del demonio, richiamato dal male che alberga nelle coscienze degli uomini, sulla bellezza dell'arte e sulle virtù dei Santi. Non conosco la chiesa, ho modestissime competenze artistiche ma ho voluto comunque rendere all'autrice le mie emozioni, ricavate dallo splendido modo col quale mi ha voluto accompagnare nella conoscenza di questo "gioiello d'arte medioevale e luogo del cuore". Un sincero grazie. (Ridao)

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  3. Caro Ridao, grazie a te per essere stato così sensibile e ricettivo da riuscire cogliere ogni singolo intenso momento stilistico descritto nel testo ed il mio intento umano (quello di descrivere la pagina tragica della peste, arrivata anche qui sul lago Maggiore!) e quello artistico (nel cercare di dar colore e luce agli affreschi prima che il buio li celasse per secoli alla memoria collettiva!). Una chiesa che dona grandi emozioni quella di San Gottardo al Carmine!Al prossimo racconto! ciao!!

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