sabato 13 febbraio 2016

Santo Stefano di Sessano


La storia
La chiesetta romanica dedicata a Santo Stefano (Sancti Stephani de Sexano) nel comune di Chiaverano (TO) ed è situata su un dosso roccioso, affiorante sul fianco sud della Serra. E’ l’ unico edificio superstite dell’ antico abitato di Sessano abbandonato e poi distrutto dalle frequenti frane cui sono soggetti i ripidi versanti della Serra.
Il nome deriva dalla caratteristiche naturali della zona saxus, saxetum, saxsom che significano sasso, sassoso come il masso dioritico su cui Sessano sorgeva come altri centri abitati oggi scomparsi che sorgevano sui primi rilievi del versante interno della grande morena, e che, per volere del Vescovo di Ivrea, diedero vita alla Castellata di Chiaverano. Mentre la conca dell’ anfiteatro morenico era scarsamente abitata poiché vi erano paludi e acquitrini. Santo Stefano di Sessano è un luogo suggestivo, ricco di testimonianze dell' opera della natura e del lavoro dell' uomo. La posizione ai pendii della Serra e la presenza di massi dioritici affioranti qua e là, caratterizzano l' area e favoriscono condizioni climatiche idonee alla coltivazione di erbe aromatiche e non solo: vi sono testimonianze di coltivazione della vite e dell' ulivo fin dal 1300, e, sulle rocce, cresce il fico d' India nano Opuntia Vulgaris. L' area di S. Stefano di Sessano rappresenta, quindi, un luogo importante dell' itinerario naturalistico ed artistico in questa parte del Canavese orientale, dove si coniuga la storia dell' uomo con la storia del passaggio naturale. 
Inoltre la posizione panoramica i permette un ampio sguardo sulla pianura canavesana, sull' anfiteatro morenico d' Ivrea e verso la Serra con i suoi boschi di castagni ed i terrazzamenti disposti lungo i pendii. La chiesa venne costruita nell' XI secolo, come luogo di culto per gli abitanti dell'antico abitato di Sessano. La località è nominata in un diploma di fondazione dell’ Abbazia di Santo Stefano di Ivrea tra le terre date in dotazione alla stessa. Il documento certamente autentico è del 1044. Il primo documento invece in cui viene citata proprio la chiesa di Santo Stefano risale al 1183. Inoltre la datazione dell’ edificio intorno all’ anno mille, certamente prima della fine del secolo, non è solo suffragata dai documenti storici ma dalle evidenti affinità stilistiche con altre chiese romaniche della Serra attribuite al secolo XI. Dopo l’ anno mille si assiste a una vera e propria rinascita generale ed a un risveglio demografico culturale e artistico. Nel territorio di Ivrea si consolida l’ autorità vescovile, i vescovi Warmondo e poi Ogerio danno impulso alla cultura e all’ arte con la costruzione di importanti edifici religiosi chiamando valenti artisti fra cui Guglielmo da Volpiano abate riformatore e architetto che oltre a fondare l’ abbazia di Fruttuaria seppe trasformare lo scriptorium di Ivrea in uno dei più ricchi centri di cultura dell’ epoca. Da questo fervore religioso alle pendici della Serra sorgono numerose chiese romaniche fra cui anche Santo Stefano a Sessano. Nel corso del sec XIII causa abbandono dell’ abitato per smottamenti la chiesa comincia a perdere di importanza e alla fine del trecento non dipenderà più dal vescovo di Ivrea ma dalla parrocchia del nuovo borgo di Chiaverano. 
Salvo qualche rimaneggiamento e il rifacimento della copertura in tegole al posto di quella originale in pietra e la costruzione della sacrestia alla fine del 1700 la chiesa viene a poco a poco abbandonata e a poco a poco cade in rovina Fino agli anni trenta del novecento si celebrano ancora funzioni in alcune occasioni festive poi più nulla… Negli anni cinquanta si assiste anche uno smantellamento della chiesa. Nel 1985 la chiesa passa di proprietà al comune di Chiaverano. Nel 1999 la Regione Piemonte sovvenziona l' intervento comunale per recuperare la chiesa e gli affreschi all' originario splendore. Nel 2003 terminati i lavori si riapre al pubblico questo prestigioso monumento; è il bene artistico più importante presente sul territorio chiaveranese.
L’ architettura della chiesa
La facciata della chiesa esposta a ovest ha una muratura in pietra coperta da intonaco il campanile attraverso cui si accede alla chiesa è alto quasi dodici metri e si compone di quattro piani sovrapposti con la tipica decorazione romanica degli archetti pensili. La soluzione del clocher porche, tipico delle chiese francesi dell’ epoca vale a dire il campanile posto in facciata ed attraversato da una sorta di androne che dà accesso all’interno della chiesa, è poco diffusa in Italia ma trova molteplici esempi nell'architettura romanica canavesana (troviamo soluzioni simili a Settimo Vittone, Bollengo, Pecco e Lugnacco) e si può spiegare con il passaggio per Ivrea della via Francigena e agli scambi culturali che tale importante strada medioevale favoriva. A destra del campanile è aperta una finestra sormontata da un architrave in pietra grezza che dal tamponamento visibile al di sotto del davanzale testimonia la presenza di un antico ingresso. Le mura esterne della chiesa sono costruite in pietra locale, rozzamente lavorata, con pochi inserti in mattoni. Assai suggestiva, dall'esterno, è la vista dell'abside, esposta ad est come di regola nelle chiese del primo medioevo in cui l’ altare era posto al levar del sole. Il semiciclo absidale è suddiviso da due lesene in tre campiture sulle quali si aprono tre monofore a doppia strombatura ( per impedire intrusioni e illuminare maggiormente l’ interno). 
Più in alto sono poste dodici nicchiette cieche, quattro per ogni campitura, sormontate da archetti pensili in laterizio che hanno una funzione decorativa. Tra le nicchie e la copertura semiconica dell'abside (realizzata in "lose", sottili lastre di pietra) corre una cornice di mattoni posti a denti di sega. Posta sul lato meridionale della chiesa, vi è l'aula rettangolare della sacrestia aggiunta in epoca relativamente recente (sicuramente dopo il 1782), perciò la fiancata sud è stata rimaneggiata in epoca tardo - barocca. L’interno della chiesa è a una sola navata composta da tre campate, l'ultima delle quali in corrispondenza del presbiterio. La navata (larga 6 metri e lunga 15) è coperta da un tetto a capriate lignee, mentre il presbiterio che si apre oltrepassando l'arco trionfale, è sormontato da una volta a crociera rettangolare. La pavimentazione era originariamente in pietra dura viva ed è stata ripristinata nel presbiterio e nell’ abside con pietre locali. 

Gli affreschi
La chiesa custodisce al suo interno un ciclo di affreschi eseguiti tra il XI e XII secolo che, per quanto compromessi dal tempo e dall’incuria, rappresenta verosimilmente il momento più alto dell'arte romanica canavesana. La decorazione dell’ abside richiama schemi artistici e iconografici tipici della tarda antichità, dell’ arte bizantina, che perdurano quasi immutati per secoli fino in epoca tardo-gotica. Nel semicilindro dell'abside vi è la raffigurazione dei dodici apostoli ai quali sono stati aggiunte altre due immagini di santi: la figura di Santo Stefano protomartire a cui è dedicata la chiesa che è stata dipinta al centro dell’ abside a destra della finestra centrale ed è rappresentato con la dalmatica con la stola: la veste del diacono e un altro santo non riconoscibile raffigurato anch’ esso con una veste sacerdotale. Vi sono rimaste alcune lettere che sinteticamente indicavano il nome degli apostoli. Sopra al registro con la teoria dei santi è collocato un festone con una serie di tondi animati da colombe aventi una fresca vitalità, espressione della vena zoomorfa presente nell' arte ottoniana Al centro del catino è visibile nella mandorla di luce la figura del Cristo Pantocratore, seduto in maestà direttamente sull'arcobaleno apocalittico. 
Ai suoi lati si osserva la rappresentazione dei Tetramorfi, figure nate dall’ ispirazione del profeta Ezechiele, citate nell’ Apocalisse come gli esseri viventi in seguito adottate dalla chiesa medievale come rappresentazione dei quattro evangelisti. Si tratta, dal punto di vista iconografico ed artistico, della parte del ciclo che più colpisce l'attenzione dello spettatore. Tutte le figure sono alate e reggono i codici che rappresentano le Sacre Scritture. L’Angelo di San Luca nel suo moto bloccato su fondo unito richiama passaggi stilistici della grande volta lombarda di San Vincenzo a Galliano, Il leone alato di San Marco rientra invece nella fauna fantasiosa – tra il mostruoso e il reale – che prolifera sulle strutture murarie delle chiese romaniche. 
Durante i lavori di restauro della volta a crociera del piccolo presbiterio antistante l’ abside sotto l’ intonaco danneggiato sono stati scoperti antichi affreschi. Sulla vela rivolta verso l’ abside sono apparsi due angeli speculari recanti uno il pane e l’ altro il calice con abiti luminosi e le ali sfolgoranti di luce. Nella vela sinistra un angelo di grandi proporzioni con le ali rosse ripiegate. Sulla parete destra del presbiterio è visibile accanto alla finestra un frammento di affresco raffigurante una figura che sembra sdraiata forse una dormitio Virginis. 
In definitiva il ciclo di affreschi per al sua antichità e l’ alta qualità pittorica è ritenuto uno dei più importanti documenti della pittura romanica in Canavese. L’ artista ha certamente trovato ispirazione nelle preziose illustrazioni dei codici miniati dello scriptorium di Warmondo e alla diffusione dell’ arte imperiale ottoniana nella zona di Ivrea. 

Il Giardino Medioevale
La presenza delle Pieve Romanica ha suggerito la progettazione di un giardino medievale a S. Stefano: un giardino antico, come avrebbe potuto essere nei primi anni del Mille. E' collocato a nord rispetto alla chiesa e ne segue l' orientamento Est - Ovest; due dossi dioritici, un muretto secco, che ospita una fontana ed una quinta di alberi da frutto, racchiudono l' Hortus Conclusus. Lo spazio è organizzato in sei parcelle rettangolari, delineate da rami di castagno intrecciati, dove sono ospitate e classificate in base all' uso piante spontanee e coltivate prima della scoperta delle Americhe: piante alimentari, piante aromatiche, aiuola dei semplici, erbe per febbri e del raffreddamento, erbe vulnerarie e per i malesseri delle donne, erbe purgative contro il mal di pancia. 
L' ingresso al giardino medioevale è occupato da una collezione di rosmarini: una dozzina di aiuole ospita varietà naturali ed alcune cultivar. Le piante si differenziano per il portamento, la densità, la dimensione, lo spessore ed il colore della foglia, il colore dei fiori ed il profumo.
Alcuni arbusti crescono svettanti, i rami lunghi e diritti raggiungono anche un metro di altezza; altri ramificano in numerosi getti laterali ricordando la forma di un candelabro; i prostrati crescono in getti che, ricadendo a terra, radicano e danno vita a nuove piantine.
Da aprile a settembre le tenere e numerose corolle fioriscono, tingendosi di delicati colori: predominano i blu, dall' azzurro pallido, il più diffuso, al violaceo del rosmarinus corsican blue; sorprendono i bianchi rosmarinus albus e i rosa rosmarinus majorca pink. Sfiorando con le dita le foglie e annusando si riconoscono fragranze assai diverse: dalle più delicate, appena percettibili, alle più intense ed oleose che permangono a lungo.
Un vigneto formato da pergolati di travi di castagno sostenute da "culigne", ritti in pietra tipici di Chiaverano, ospita rampicanti e esempi di antichi vitigni tipici del Canavese Erbaluce, Nebbiolo Luglienga ( uva da tavola che ha maturazione precoce a luglio ed era vicino alle vecchie case chiaveranesi), Bonarda e Neretto. Lo spazio è dedicato al Professor Eynard lo studioso che si è dedicato alla documentazione e alla valorizzazione del vino Erbaluce di Caluso. 

Luciano Querio


Bibliografia
- L’impronta del ghiacciaio Anfiteatro Morenico Franco Gianotti Università degli studi di Torino
- Santo Stefano di Sessano Emilio Torra 1972
- A. Moretto, Indagine aperta sugli affreschi del Canavese, 1973, Saluzzo, Stabilimento tipo-litografico G. Richard
- Comunità monastica di Bose (a cura della) La Serra: Chiese Romaniche, edizioni Qiqajon, Magnano (BI), 1999
- F. G. Ferrero, E. Formica, "Arte medievale nel Canavese", 2003, Ivrea, Priuli & Verlucca Editori 
- Quaderno della biblioteca Enea Riccardino Chiaverano 1996


2 commenti:

  1. Hola,
    tutto espresso in modo pacato, con competenza sapiente ed esauriente nei particolari, mi complimento con l'autore. Mi sembra strana la crescita (e la sopravvivenza) del fico d'india nano a queste latitudini, ma non mi permetto di dubitarne più di tanto.

    Queste particolari ricerche anche se possono sembrare estranee alla mentalità odierna (qualcuno si allarga e la considera moderna...), sono da considerare sempre in positivo, un gesto nobile dell'uomo che si propone ed effettua un piano di lavoro, a volte faticoso, ma nobile per cercare di risalire alle proprie origini, alle usanze, al folklore e alla religiosità delle generazioni passate.

    A volte è un po' brancolare nel buio dei millenni, in cui vissero i primi uomini "storici", ma spesso, come in questo caso, certe rovine sono i cardini per spalancare porte altrimenti chiuse. Il patrimonio è comune, le figure religiose, in fondo, altro non sono che simboli di quel mondo ctonio e culturale che era ed è comune a tutti i popoli della Terra.
    Un saluto
    Malles

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    1. posso confermare la presenza dell'Opunzia, probabilmente favorita dalla particolare localizzazione ed esposizione, le minuscole pale (dimensione di pochi centimetri) crescono addossata alle nude rocce esposte al sole per tutto il corso della giornata, in assenza di competizione da parte di altri vegetali.
      Ho verificato come sia facilmente ottenere lo sviluppo di nuove piante a partire dalle pale prelevate e poste in vaso, o in posizione riparata, anche in situazione non così particolare.

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