giovedì 18 febbraio 2016

Pavia, la città dalle 100 torri

Veduta aerea di Pavia (S. Teodoro, B Lanzani, 1524)

Pavia città dalle Cento Torri: titolo accostato, nella nostra Penisola, a una miriade di centri storici, primo fra tutti a San Gimignano e perfino a quella Milano medievale che poi le perdette tutte. 
Generalmente in età comunale in Italia le torri sorsero in città- stato autogestite, dotate di grande prestigio e benessere economico, tanto che nella stessa Pavia già nel 1000 erano venuti a stabilirvisi piccoli nobili titolari di benefici feudali: i Beccaria, i Bottigella; i Gambarana, i Langosco e i Belcredi, che possedevano rocche e terreni in Oltrepò e Lomellina. Il potere di richiamo della ricca città li portò a procurarvisi casa, inaugurando una politica di compromessi politici, tipici dell’ambito centrosettentrionale d’Italia. 

Torre del Maino (51 mt.)  le due “dell’Università” (38 e 39 mt.)

Già nel 1121 l’elezione dei primi consoli, di fatto, ufficializzò il periodo di gestione comunale della città. Fu così che nacque un governo comunale: non una democrazia, bensì un’oligarchia allargata, promossa da piccoli nobili fattisi cittadini. Situazione del tutto diversa da quanto accadeva Oltralpe, dove comuni borghesi (e fondamentalmente, fittizi) furono fondati e sovvenzionati nientemeno che da re e imperatori.
Le torri pavesi sono oggetti inspiegabili, quasi “metafisici”: a differenza di altre città come Bologna, la documentazione sul loro conto è pressoché inesistente. Il primo autore a parlarcene è d’epoca tarda: Opicino dè Canistris (1330), bizzarro chierico e miniaturista al servizio della corte pontifica avignonese, nel suo “Libellus descriptione Papiae” elencò chiese, monasteri e mercati urbani nella pavia medievale. La ben più celebre testimonianza di Francesco Petrarca, ospite di Ottone Visconti presso la ricca biblioteca del castello (1353-9), ci tramanda una personale impressione di Pavia come città turrita affiorante sulla pianura alluvionale del fiume Ticino. Importante ricostruzione d’epoca, resta la visione a volo d’uccello degli affreschi di Bernardino Lanzani, in San Teodoro (1524).

Mappa cinquecentesca di Pavia

Ben cinque baluardi, rimasti integri, segnano ancora lo skyline pavese in modo enigmatico e netto. Si ricordino le tre celebri torri di piazza Leonardo da Vinci: la più alta detta del Maino (51 mt.) dal nome dei nobili che a lungo la possedettero, e le due “dell’Università” (38 e 39 mt): molto vicine al limes murario settentrionale, forse esse ebbero il ruolo di vedette sull’aperta campagna.
Rigorosamente a pianta quadrata, le torri sono collocate fuori asse rispetto al reticolo viario della città, e perfino tra loro; prive di aperture per tutta la parte superiore, quasi come obelischi, sono anche le uniche torri, a Pavia, ad avere accesso al livello del terreno. Per tutte le altre si entrava attraverso ingressi posti a diversi metri da terra, tramite scale di legno.
Nell’area sudest si protendono altri due “obelischi” in laterizio, meno celebri ma altrettanto spettacolari: murate tra antichi palazzi, la torre di San Dalmazio (41 mt.) e la Belcreda, la più alta in città, che svetta all’invidiabile altezza di 60 metri. Proprio il dislivello che porta al Ticino fa apparire i baluardi a guardia del fiume meno alti di quanto siano realmente.

Torri di san Dalmazio (41 mt.) e Belcreda 60 mt. 

L’angusta struttura interna esclude la validità bellica di tutte le torri menzionate, per mancanza di aperture e spazio per viveri e armati: I buchi che le contraddistinguono non sono feritoie, ma solo buche pontaie create dai “muratori” per erigerle. L’altezza eccessiva metteva certamente i proprietari in sicuro, rendendo però impossibile scagliare frecce dall’alto con precisione: il confronto con le torri di cinta, (non più esistenti) basse e larghe, metteva allo scoperto l’inefficienza strutturale delle famose torri.
Altre sopravvivenze, sparse nell’antico tessuto urbano, vanno cercate pazientemente tra i vicoli: ed ecco apparire la torre di casa Lacchini e di S. Margherita in piazza Borromeo, di S. Tomaso, dei Catassi, di casa Parona e Martignoni, della Rocchetta, di piazza Cavagneria, della Zecca e molte altre ormai obliate. In concomitanza con la crisi del libero comune (XIV secolo), molte di esse subirono gravi manomissioni; altre andarono distrutte, finché se ne perse il ricordo. Talune torri sono state individuate come caseforti, formate da un voltone unito alla torre e destinate a sbarrare le vie agli angoli delle strade: è il caso di Torre degli Aquila, di Sant’Ennodio degli Isimbardi.

Torre di S. Margherita (18,70 mt.) e di casa Lacchini (mt 34,50), accorciate.

Le torri pavesi non sono certamente le più alte d’Italia, bensì le più antiche: tutte databili agli albori del XII secolo, con spessori murari arditamente sottili e graduali restringimenti a “riseghe”, tendenti a salire. Questi baluardi, attenendosi a uno slancio nemmeno cercato ma comunque ottenuto, in un’epoca in cui si facevano cose semplici e belle senza volerlo, furono ideate per scelta in tutta la loro disadorna semplicità: talmente diverse dall’estetica deliberatamente ornata e quasi centro italiana di quelle bolognesi.
In assenza di fonti certe, sono queste torri a dar voce ai nobili corazzati e severi che si trasferirono in città in cerca di successo e visibilità: la tendenza feudale a costruire sempre più in alto è una tipica gara per rendersi importanti e potenti agli occhi della cittadinanza.
Eppure, Pavia si distinse da tutte le altre città italiane per la relativa stabilità tra fazioni al suo interno. La conflittualità interna era scarsa; la posizione naturale, difesa dalle mura e dal fiume Ticino, la rendeva tranquilla e pressoché inespugnabile: ricca, in virtù del suo controllo sulle vie di terra e d’acqua, che fin dal regno ostrogoto e longobardo le permisero di commerciare attraverso le vie del Po con Ravenna e Venezia, Bisanzio e la Persia.

Ponte Visconteo sul fiume Ticino

 In un tale contesto, nel 1061 l’unità di intenti spinse Pavia a sfidare la rinata e potente Milano per uno sbocco sul mar Ligure, nella battaglia (dagli esiti incerti) di Campomorto. L’ostilità all’egemonia ambrosiana e il nobile passato urbano agevolarono gli imperatori tedeschi a eleggere Pavia città alleata, al punto che perfino Federico di Svevia qui fu incoronato re d’Italia: proprio quel Barbarossa che, nel 1158 e nel 1162 rase al suolo Milano, riaffermando il monopolio pavese.
Purtroppo il simbolo per eccellenza delle virtù cittadine è andato perduto per sempre: la torre Civica, poi campanaria del duomo, eretta nel 1063 e più alta e larga di tutte le altre (73 mt.) al punto da poter ospitare un centinaio di guerrieri sulla sua piattaforma, collassò nel 1989 lasciando dietro di sé dolore per le sue vittime e rimpianti per la mancata ricostruzione.

Testo e foto: Marco Corrias (alias Marc Pevèn)

Resti della grande torre civica


14 commenti:

  1. Ho partecipato alcune volte a gare podistiche in territorio pavese, unendo l'utile al dilettevole in approfondimenti storici. Confermo (purtroppo), le attuali macerie della torre a base quadrata adiacente al Duomo.

    Ho trovato molto interessanti, oltre al Castello Visconteo di Pavia, anche la vicina Certosa, la romanica Chiesa di S. Michele Maggiore, la Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro (dove mi hanno quasi rincorso perchè eludendo il vicino parcheggio avevo pensato bene di giungervi in auto... Loro però ignoravano che darmela a gambe è una mia peculiarità), depositaria delle spoglie di S. Agostino e dell'incompreso S. Boezio.

    Nelle vicinanze ho avuto il piacere di visitare la chiesa del '200 di Maria Nascente (Travacò Sicc.) nonchè il Santuario del Novello,posto sotto l'argine del fiume Po, in territorio del Mezzano.
    Un saluto
    Malles

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    1. Ciao Malles! Diatribe a non finire x ricostruire la torre...Sgarbi aveva stanziato denaro, poi rifiutato più per polemica politica che per evitare un falso storico...in seguito hanno deciso di piazzarci dentro uno specchio riflettente x dare un'illusione ottica mah...di certo d'illusione si é trattato. É una cittadina godibilissima, io stesso vi ho trascorso il primo triennio di studi, e custodisce anche chicche inattese come le quasi inaccessibili cripte longobarde e le residenze patrizie del'300-'400!...mi sarebbe piaciuto viverci. Ah, La Consolazione della Filosofia, "best seller" x oltre 1000anni, é assai godibile ;-)

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    2. Marco, io ho sempre immaginato l'antico skyline di molte città del Nord Italia tutto turrito, per ogni facoltosa famiglia una dimora con torre svettante verso il cielo, ma avevo in mente solo il modello delle torri bolognesi. Adesso mi hai incuriosito con queste immagini delle torri pavesi...sembrano essere un caso a sé, così spartane, scarnificate, come non avessero quell'ambizione di prestigio che si coglie nelle torri sopravvissute in altre città. Raccontano un "carattere" diverso ?

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  2. Verissimo Marco, sapevo degli sforzi, rivelatesi poi vani di quello sgarbato (ma competente) di Sgarbi per la torre in questione. Giusto anche il tuo plauso per Severino B.che, nel suo filosofare era tutt'altro che... severo, ma lineare e semplice, per quanto possa esser semplice la filosofia. Accenni alla sua ultima opera (di fatto cinque), che troppi zuzzerelloni saccenti e frettolosi tacciano di scopiazzature o, al massimo, solo di traduttore di antichità.

    la verità è che lui stesso fu sicuramente copiato, i suoi "sbocchi" erano senza dubbio meno arcani di quell'eterno imbronciato che fu Schopenauer, filosofo "metallico". Comunque sia, ogni pensatore di filosofia è un veicolo, senza dubbio, idoneo a conservare, sviluppare e tramandare le più preziose idee e credenze del nostro intimo essere uomini, un antico e vario patrimonio culturale.

    Di Schopenauer comunque andrebbero (sempre secondo il mio punto di vista, ovviamente) seguite diverse impostazioni, una su tutte i suoi "passaggi" sulle Upanishad. Sono concorde con lui nel dire che queste (un pò brodolose forse...) sono una lettura edificante per ogni dottrina, ci spiegano che nell'antichità il pensiero umano raggiunse una vetta probabilmente non ancora superata.

    La loro filosofia rimane ancora altamente...profonda, sempre attuale, una continua sorpresa, perchè non esiste progresso, anche (soprattutto) scientifico che non vi si adegui perfettamente.
    Ho deviato caro Marco? Ho "tagliato" il percorso? Non sia mai, non ho nemmeno fatto accenno del Nirvana, quindi... io, come podista, seguo nella sua interezza il percorso assegnato... senza bramosia di vittoria, anche perchè c'è sempre qualcuno più veloce...mannaggia.
    Un saluto
    Malles
    Malles

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    1. Malles la tua non é stata una divagazione ma un'erudita variazione sul tema che ho molto apprezzato! Detto questo devo svelarti una verità: in filosofia sono una schiappa, pardon! Mi piace tanto leggere i teologi-filosofi dell'antichità più per comprendere lo sfondo storico in cui nacquero le loro idee...oltre a Boezio, Agostino, Tertulliano, Origene...tra i copioni di Boezio, eresia delle eresie, abbiamo lo stesso Dante, del quale apprezzo molto di più la ricerca linguistica che la contorta oratoria scolastica:D

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  3. Uno spettacolo da sogno intramontabile di mistero e costruzioni divine . Buona giornata a tutti voi
    Delfy

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  4. Marco riesci sempre a stupirci... anche sull' architettura ti difendi magnificamente. Già le torri medievali mi affascinano tantissimo e in Ossola qualcuna ce l'abbiamo...ma adesso Pavia spero di visitarla dopo aver letto questo articolo con amplificato interesse! Chissà se i nostri viaggiatori organizzeranno una tua giornata di visita guidata anche a Pavia!? Ciao Marco. Glory

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  5. Ciao Gloria, una visita era prevista ma si é optato nuovamente su chicche milanesi per permettere una più agevole raggiungibilità...a Pavia però avrei almeno tre itinerari fantastici da proporre😉 magari a giugno! Queste sono torri cittadine d'età comunale, come quelle di san Gimignano. In Ossola é una questione diversa: sono torri d'avvistamento o quel che sopravvive di castelletti distrutti, o ancora case-forti di signorotti locali (famiglie de Rodiis, Bacenis, da Crusinallo ecc...). Presto andrà alle stampe il mio libro su torri castelli e fortilizi del lago Maggiore, tra Lombardia Piemonte e Ticino, mesi di lavoro finalmente prossimi alla pubblicazione...vedrai!😉

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  6. Marco mi prenoto una copia del tuo libro...e a giugno per Pavia se si renderà fattibile! Buona giornata! Glory

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    1. Ciao Glory Pavia é una cittadina spettacolare. Ospitale, a misura d'uomo e di studente, con una storia e monumenti incredibili (fu capitale del regno d'Italia per 400 anni di medioevo e sede preferita dai Visconti...e perfino il momento storico dell'annessione spagnola per di qua, sotto le mura del bellissimo castello, con lo scontro di portata internazionale tra armate francesi e spagnole e la cattura di re Francesco I (quello che ha fatto costruire molti castelli della Loira,tanto x intenderci). Sembra un angolo di quella Milano medievale distrutta nei secoli che torna a vivere in un sogno, con le sue vie strette e i mercati da borghetto...purtroppo però il clima é continentale: d'inverno si gela e d'estate si infarta ed é pieno di zanzare...giugno l'ho detto x dire, ma potrebbe essere pesante😉

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  7. Un libro su torri, castelli e fortilizi del Lago Maggiore ? 😍 Ne prenoto già una copia.

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    1. Già Laura ma non le solite cose...è pieno di chicche inesplorate e parto dalla preistoria, in cerca di antichi recinti rituali😉 con l'obiettivo di far rivivere la gente del posto coi suoi usi costumi e alimentazione...infatti puntavo sulla pubblicazione durante Expo ma l'editore era troppo impegnato...

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  8. Massimo Tridari20 ottobre 2016 17:46

    Buongiorno, mi chiamo Massimo Tridari e sono di Pavia ( il mio cognome contiene radici longobarde...). Voglio solo esprimere a lei Sig Corrias e a tutti coloro che hanno scritto su questo blog, i miei complimenti ed i miei ringraziamenti per aver parlato, scritto e dibattuto della mia vecchia Pavia, ricoprendola di belle parole. Mi fa veramente piacere in quanto io amo questa città fondata dai galli e diventata municipium romano durante le guerre galliche. Giulio Cesare svernava a Pavia (Ticinum) negli inverni durante la guerra contro "Asterix".
    Massimo Tridari

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