giovedì 25 febbraio 2016

La Mongolfiera

“Morz en une eure tot desfait. 
Que vaut biautez, que vaut richece ?
Que vaut honeurs, que vaut hautece?”
(Hélinand de Froidmont, Vers de la Mort, 1160-1229)

La primavera aveva aperto la strada ai primi tepori in quella mattina di metà aprile.
Il cielo privato dell'aspetto incolore tipico delle giornate invernali era trapuntato da batuffoli di cotone che si rincorrevano nel nitido azzurro, proiettando strampalate forme in quegli specchi d'acqua regolari contornati da pioppi. Erano le risaie che si stendevano tra Lumellogno e Gionzana.
Refoli di vento freddo provenienti dai ghiacci del Monte Rosa solcavano ancora la baraggia un po più ad ovest mentre l'autostrada nel suo nervosismo quotidiano, come un serpentone, collegava Torino a Milano.
Ma nella celestiale solitudine dei campi non giungeva alcun suono, il monotono fragore si disperdeva come cenere al vento.
L'appuntamento era fissato per le nove in punto ma Cesare, famoso per i suoi proverbiali ritardi, si presentò una buona mezz'ora dopo tutto trafelato e con la fronte già luccicante di sudore, mentre Guido appisolato su un muretto si perdeva nell'immensità del cielo fischiettando una canzone.
Cesare e Guido amavano stare con la testa fra le nuvole sin da quando erano ragazzini; ai comuni giochi d'estate erano soliti sfuggire per restare sdraiati nei campi con un filo d'erba tra le labbra ad osservare il volo degli aironi o le temerarie evoluzioni dei piccoli aerei provenienti dal vicino campo volo di Vercelli.
Fu così che Cesare conseguì il brevetto e divenne pilota di mongolfiera. Restare lassù, sospeso in quel terrazzo tra terra e cielo era quanto di più bello la vita potesse concedergli ed oggi aveva deciso con Guido, complici le correnti favorevoli alla rotta, di spingersi fino alle propaggini delle Alpi, impresa che sino ad ora non avevano mai sperimentato.
Il meteo sembrava essere dalla loro garantendo tempo stabile per tutta la giornata; l'entusiasmo era alle stelle e dopo i preparativi di routine balzarono nella cesta di vimini mettendo in moto il bruciatore, trasformando il gas nella fiamma ascensionale che li avrebbe librati nel cielo.
L'enorme bolla d'aria calda tricolore iniziò a levarsi placidamente e le case e le cascine si rimpicciolivano sempre più sfumando in un lento addio.
L'attento studio direzionale dei venti da parte di Cesare si rivelò vincente, individuata la giusta corrente il grosso pallone iniziò a dirigersi verso nord.
Sotto di loro scorrevano calme le acque del Ticino, da lassù si poteva ben distinguere il cupolone di San Gaudenzio che svettante sembrava volesse raggiungerli.
Tutt'attorno erano le cime violette della catena alpina; Il Monviso luccicava lontano in direzione del mare del quale derubava i toni ed il Monte Rosa come un grosso torrone veniva voglia di addentarlo.
Il pallone sospinto dal vento cabrava cheto nella direzione stabilita. Ecco Castelletto Ticino dove il confine lombardo abbraccia quello piemontese ed il Lago Maggiore confluisce le sue acque nell'omonimo fiume.
Di lassù la vetta del Mottarone spuntava come un grosso pandoro spolverato di zucchero a velo, così si mostrava ai loro occhi incantati e pieni di magia l'ultima neve di primavera.
Altri piccoli nevai scintillavano dalle zone più in ombra e una lucentezza azzurrina oltre la cima richiamava le calme acque del Cusio incastonate laggiù tra quelle pendici che conducono nella valle del Sesia.
Come guanciali verde smeraldo i dolci declivi del Vergante gettavano occhiate di sole verso le fresche acque del Verbano, mentre l'oggetto volante spariva alcuni istanti in una nube di vapore per affacciarsi poi nuovamente travolto da una pioggia di sole accecante nel vuoto dell'ampio cielo.
Nuove pennellate d'azzurro ed ecco il Montorfano, sipario tra la piana di Fondotoce e la nuda terra d'Ossola somigliante ad una foglia d'acero; lontane le fulgide cime imporporate del Mischabel governavano quell'immobile silenzio. Un urto e la bussola puntò ad est dove come un grosso cavolo verde attorcigliato da forre e cenge da briganti c'era la Val Grande. Terra di silenzi e volti duri scolpiti nel legno e di gente che non teme la fatica che spacca le mani.
Il vento li sospinse in quella coltre di nubi basse affumicate che ribollendo ricordavano un pentolone di patate, lasciando solo a tratti immaginare le sue profondità grigie, muschiose e tetre.
Un “cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse…” appellandoci alla sensibilità di Dino Buzzati.
Quel cielo che sembrava disceso sulla terra. Squarci azzurri alternati a nuvoloni scuri regalavano fresche ombre riparate dal fitto fogliame; regno di gheppi, camosci, aquile e vipere.
Qui si è soli pensò Cesare davanti a quel “nulla” così sterminato, imprigionato in una bolla aldilà del mondo e del tempo. 
Fantasticava: sì potrebbe restare per ore, giorni o settimane nascosti tra i rami, come un buratt, ad osservare da lontano qualche sporadico escursionista transitare, senza essere visti, come fanno gli animali della giungla. Perché la grande valle assume un'infinità di sfumature e come un libro di Salgari dimenticato in una balma, il vento si insinua, sfoglia le sue pagine e narra di mondi lontanissimi.
Qui incontriamo il Nepal, le acque cristalline delle Andamàne, la fittezza della foresta del Suriname e l'umiltà silenziosa e sterminata del deserto di Thar.
Fasce ancora inesplorate si aprivano ai loro occhi, popolate dai “boschi di Adamo” dove il silenzio è spezzato da sinistri scrosci di sassi il cui eco risuona come brani di messa da morto racchiusi in stretti budelli dissestati .
Rammentando una vecchia cartina, Guido indicò con incontenibile entusiasmo: quella laggiù simile ad imbuto dev'essere la gola dell'Arca! Interrogando Cesare, ghermito dallo scenario dei Corni di Nibbio che lentamente si lasciavano alle spalle, declinando in un'asprezza elaborata da secoli, specchio di solitudini fitte e spinose. Un contorto regno del nulla che inspiegabilmente rapiva e si dileguava nella ripidezza dei valloni, nelle sue bocchette custodi di cose eterne e leggendarie.

Osservando quella selva sterminata era come udire il rumore del mondo, un gorgoglio intimo ed arcano, quel vagito primordiale della terra per sempre svanito nei tumultuosi respiri quotidiani. La “voce” emergeva nitida dalle gole della Val Negra, dove nella timorosa primavera i getti d'ortica crescono alti anche a ridosso di quel luogo impossibile.
La voce gira, rigira e sfugge timorosa, poi s'incaglia in fiere di faggi, si getta su sentieri di capre che vanno a morire risalendo gli erti pendii della Soliva, poco sotto il colle della Forcola, dove par di camminare in cielo, precipita poi nei fondali di pietre d'la Ransciola ed infine s'acquieta  nella notte sugli usci delle remote baite, in cui una minuscola donnetta in panni color pece cuce delicata come un ombra un vecchio scialle. Scivola sulle piode, nei camini, dietro agli orti di Cicogna, manciata di tremolanti lumi accucciati nella notte ed unico segno tangibile di presenza umana in quel groviglio intricato di rododendri e sfasciumi di rocce.
Quella terra li attraeva con un singolare magnetismo; planando sulle creste secolari Cesare si accorse che la quota era pericolosamente calata, le cime del Pedum osservavano il loro incerto volteggiare dall'alto con incresciosa severità; più lontano sfumavano i resti delle baite diroccate di Caurì già avvolte in una carezza d'ombra e distante il rombare del San Bernardino giungeva greve sin a quel canestro appeso al cielo.
Sotto il tappeto di nubi si lagnava una dïàfana luce simile ad un pallore di betulla. Come una foglia morta il pallone multicolore tentennava la sua corsa quasi fosse condannato ad un gravoso destino.
Cesare non si disperava in manovre di salvataggio, appariva stranamente sereno agli occhi di Guido, ora dilaniato dall'angoscia, quella vera, che corrode gli intestini e svuota l'anima. Non l'aveva mai visto così in vita sua. Tentò di scuoterlo dall'inconsueto torpore.
Il verde della Val Portaiola ormai si fondeva con quella massa policromatica a cui disperatamente Guido si abbrancava, ma Cesare sembrava non esserci più; la sua sagoma leggera pareva sfaldarsi in un'effusione di vapori, come un fatale gioco di bimbi.
Tutto era fuori controllo, dal basso si sollevavano respiri di terra, spruzzi d'acqua e pulviscolo e la nebbia adagiata nelle conche umide guizzava avvolgendo l'oggetto volante in un'invisibile macchia.
Cesare! Cesare! Berciava Guido a quella figura bidimensionale simile ad una carta da gioco balzata fuori dal mazzo, in bilico, pronta a precipitare al primo soffio d'alito amaro.
Ma Cesare già volteggiava distante più alto delle nuvole, come una farfalla uscita dal suo bozzolo. Osservava Guido ansimante attendere con sgomento la fine, quel buco nero più cupo della notte.
L'urlo ormai afono si frantumò in mille pezzi di ferro, di ossa e di legno. Un sordo rumore si levò a pochi metri dal Rio Fiorina accompagnato da una grigiastra  nube. Un capriolo impaurito fuggì su un costolone di rocce che tagliava di netto il cielo, restò ad osservare la massa informe ed ancora fumante per un momento, poi scomparve tra la boscaglia.
Achille, come tutte le mattine dopo la sveglia puntuale delle 4,30, con i gomiti poggiati sul vetusto tavolo rugoso della cucina consumava la colazione, accompagnato da una scodella di latte ed una fetta di polenta. Trecentosessantacinque fette di polenta, cascasse il mondo, la sua giornata iniziava così!
Nella bella stagione i suoi ingressi in valle erano frequenti, spinto da un atavico richiamo calcava con religiosa dedizione quello spazio dagli incerti confini in cui tanto tempo fa aveva riposto uno spicchio di cuore. Quel giorno discendendo da Scaredi era diretto a In la Piana, zone che conosceva bene; suo nonno, dipendente del Sutermeister, trascorse parecchi anni in Val Pogallo.
La primitiva memoria agitava così l'eredità genuina dei ricordi come braci di un camino mai del tutto sopite, come le dolci madeleine, citando Proust, quei teneri biscotti che zia Leonia amava inzuppare nell'infuso di tiglio, e che Marcel, una sera d'inverno ormai adulto, si ritrovò casualmente a riassaporare. Al primo morso il dolciume, in una nostalgica rivelazione d'infanzia, disancorò gioie antiche ritenute ormai perdute.
Pochi istanti dopo aver superato la passerella sul fiume un'inquietante visione assalì Achille.
Un grosso pallone di nylon giaceva raggrinzito come una prugna secca pencolante tra i rami più alti di alcuni faggi, ed un cesto di grosse dimensioni emergeva in mezzo al pietrame.
Posato zaino e bastone galoppò in direzione della matassa di vimini con la speranza di trovare ancora tracce di vita pulsante. Gli ospiti dell'aerostato potevano essere feriti ma, forse, ancora in vita!
Con uno scatto ribaltò il cestone ma nessuna presenza umana giaceva al suo interno, bensì due cerbiatti. Un flebile bramito lo raggiunse, scuotendolo in un sinistro brivido.
Com'era possibile tutto ciò? Achille stordito dalla surrealtà della situazione rimase interdetto alcuni istanti. Tentò di distogliere l'attenzione da quelle due splendide creature generate da un utero cosmico ma i loro occhi bui gli incutevano paura quando, inspiegabilmente, riaffiorò dalla coscienza, velato da una cupa illusione, il frammento di un libro a cui era profondamente affezionato.
Suonava all'incirca così: “Forse la reincarnazione è soltanto un modo per sovvertire la visione che i vivi hanno dei morti, per esprimere la vita dal punto di vista dei morti”
Qualcosa era accaduto tra quegli alti prati solitari, qualcosa di miracoloso, oscuro ed inspiegabile.
Achille, fragile e smarrito, sistemò i cuccioli alla bell'e meglio sul fondo dello zaino, creando un soffice giaciglio con un caldo maglione di lana, caricò il sacco sulle spalle e sistemato il berretto di lana ben calato sulla fronte s'incamminò, a piccoli passi, mentre grossi cumuli oscuravano il sole raggelando l'aria ancora tenera. Presto divenne un puntino lontano inghiottito dal verde ancora acerbo dei solenni boschi.


Si racconta che Achille viva in solitudine in un luogo imprecisato, forse una balma tra Pobbiè e Cortepiano, come un novello Sant'Egidio. Alcuni sostengono di averlo scorto con la sua lunga barba color cenere aggirarsi tra ciò che resta di Varola, sbisciando tra le felci e la ruota grande di ferro.

Gli animali pare non abbiano timore di lui e nelle notti di vento, quando si agita il vocabolario degli spiriti che noi abbiamo ormai disimparato, è facile udire il suo canto solcare le creste più alte, risuonare nelle buie valli per poi precipitare in un eco remoto carico di nostalgia.

Filippo Spadoni



"La Mongolfiera" è un racconto germogliato dalla mia  fantasia, fatti e riferimenti a persone reali sono puramente casuali nonostante certe esperienze e sentimenti siano molto fedeli a frammenti della mia vita.



Bibliografia:

  • Un amore - Dino Buzzati Arnoldo Mondadori Editore, 1963
  • Neve di primavera - Yukio Mishima, 1968
  • Dalla parte di Swann - Marcel Proust, 1913

6 commenti:

  1. Il librarsi leggero della mongolfiera,così ben descritto in modo elegante e ricercato, e' stato un aereo viaggio, a modesta quota, su scenari famigliari ai nostri occhi di gente di lago. Grazie Filippo per l'intensa emozione regalatami.

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    1. Grazie a te Luisella, le tue parole non possono che rendermi felice :)
      Continua a seguirci!

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  2. Bravissimo Filippo. la tua è sempre poetica fatta racconto. Metto il piedone da '45 in avanti sperando sempre che i complimenti, quando sono si veri, ma continui, non vengano creduti, ma inariditi da pensieri che sfocerebbero in consuetudini stereotipate.

    Mi soffermo solo per un attimo sul tuo accenno della reincarnazione. Sull'uomo d'oggi che deve tendere alla conoscenza di quel "quid" che lo anima, per tutto il tempo che lo muove.

    La vita è un alternarsi ciclico (chiamiamola pure reincarnazione). Come può solo essere pensabile che alla fine della nostra vita fisica non si conti più nulla se questo mondo e i regni della natura sono stati creati (anche) in funzione della vita dell'uomo?
    Saluti.
    Malles

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    1. Ciao Malles, i tuoi commenti son sempre arguti ed estremamente di spessore. Avere lettori come te è un valore aggiunto ai miei scritti.
      Quella "divagazione" (suggerita dal libro che cito) mi è sorta una mattina entrando in valle in solitudine. Soffermandomi a contemplare tutta quella vastità al di là dei crinali, tra gli ultimi e solitari larici ed i primi lembi di sole certi pensieri inevitabilmente affiorano...

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  3. Come non essere d'accordo con te sulla contemplazione della natura e dei suoi silenzi, che tali per l'animo sensibile non sono. E' principalmente in questi frangenti che si fanno nuovi incontri, in "incognito" con se stessi, intimi e profondi.

    Lontani dal nostro quotidiano vissuto, lontani dalla corporeità dei nostri problemi stringenti e dall'hic et nunc dei nostri assilli. Queste sono esperienze di auto-comunicazione psicomentale sub-limine che ci avvicinano vertiginosamente alla pervasione dell'intima "vista" e dell'intimo "udito".

    Mi sembrava doverosa la compartecipazione...
    Rinnovo il saluto caro amico.
    Malles

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  4. Caro Filippo, la bellezza di questo racconto è anche che si trasforma. Hai legato tre sapori: quello insolito, quasi fantastico, di un volo, quello molto terreno della vita e dei ricordi di Achille e quello prettamente spirituale nell'ultima parte. Tre momenti diversi ma legati. In effetti possiamo vivere tante situazioni differenti e andare ognuno per conto suo ma alla fine il mondo è uno e in qualche modo tutto si lega.
    Bella lettura tra i tuoi pensieri e la tua fantasia!

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