Voltorre, selva di pietra varesina

È una giornata di inizio novembre, stranamente calda, ma nemmeno poi così insolita per questo persistente strascico di estate che sembra non volersene andare. L’antico chiostro di San Michele è aperto, forse complice questa stagione bizzarra, per cui decido di passeggiare per la sua selva di colonne.
Forse parlare di selva di colonne potrebbe sembrare eccessivo, qualcuno aveva già proposto questa descrizione per la moschea di Córdoba… Questo piccolo monumento, nel suo contesto, è quanto di più diametralmente opposto ci sia al capolavoro della città andalusa. Eppure, la luce ormai invernale e fioca che filtra all’interno del chiostro, tra nubi di vapore e pulviscolo, crea una sinfonia straordinariamente armonica di chiari e scuri, pieni e vuoti con le colonne e le gallerie. Un’atmosfera da incanto, che nulla ha da invidiare ad altri monumenti più celebri e magari più chiassosi. Subito viene da pensare a quanti altri si siano soffermati prima di noi in quel luogo sospeso nel tempo… Un chiostro quasi perfettamente quadrangolare, con i lati esattamente corrispondenti ai punti cardinali, che ingloba parzialmente l’abside della chiesa. San Michele: dedicazione antica, di epoca longobarda. In Lombardia gli esempi di edifici religiosi di fondazione longobarda dedicati all’arcangelo Michele non mancano e Voltorre non fa eccezione. Pare addirittura che il sito, ora parte del comune di Gavirate e adagiato presso la sponda nord del lago di Varese, fosse un insediamento già da tempi molto antichi. 
L’etimologia popolare di Voltorre vuole che il nome derivi da un ipotetico vultus turris, il «volto della torre», riferito alla pietra scolpita con tratti antropomorfi collocata sulla torre campanaria, quasi a voler vegliare sul complesso. In realtà le leggi linguistiche ci dicono che non è così, che quel Voltorre va ricondotto a ben altro. Che dire della vicina Oltrona? Del torrente Vellone, che scorre nella vicina Varese? Del fiume Olona? Di altre località della provincia, magari Voldomino? Sembra di ritrovare un tratto comune, un suono primitivo che aggrega tutti questi nomi, che, non per casualità, sorgono tutti nei pressi dell’acqua. *Wal-, *wau- sono radici di antiche lingue prelatine che sembrerebbero indicare un punto di passaggio nei pressi dell’acqua. 
Per dirlo nella lingua di oggi, un guado, parola che del resto proprio da quella radice ha origine e che è strettamente collegata ad *aur-, l’acqua. Voltorre, il luogo di passaggio sull’acqua, probabilmente sede di antichi culti, forse proprio legati alle Matrone o ad altre divinità femminili per la grande abbondanza di fiumi e laghi, acque telluriche. Tra i lastroni che coronano il muretto che cinge il chiostro pare di scorgere qualche cavità, magari qualche coppella, che qualcuno ha voluto inglobare nel complesso cristiano per sancirne e ribadirne la sacralità. Il luogo era oggetto di frequenti passaggi, poiché sorge su una delle direttrici di comunicazione tra il Nord Europa e il Contado del Seprio.

Avamposto nelle Prealpi della riforma benedettina promossa da Guglielmo da Volpiano, fondatore della potente Abbazia di Fruttuaria, le prime tracce documentarie di Voltorre risalgono al 1154. Il documento in questione è un privilegio papale rilasciato a Fruttuaria, in cui la chiesa varesina compare tra le dipendenze di San Benigno. Finora non c’è stato modo di stabilire se il legame con l'abbazia piemontese fondata da Gugliemo da Volpiano fosse più antico, ma si sa però che a partire dagli ultimi decenni del XII secolo l'importanza di Voltorre conobbe una grande crescita. Di quell’epoca di splendore è testimonianza il chiostro, che presenta quattro lati morfologicamente distinti: i lati sud ed est sono definiti da colonne con trabeazione, il fianco ovest ha una ritmica dilatata, con colonne più alte e a intervalli ampi. La particolarità però è sul fianco settentrionale, dove le colonne reggono archi in laterizio a tripla ghiera, sormontati da una cornice di archetti intrecciati. La particolarità riguarda però i capitelli, tutti l’uno diverso dall’altro, perfettamente in linea con l’ideologia medievale dell’opera collettiva: ognuno diverso, ma tutti volti a un obiettivo comune. I motivi spaziano ampiamente dell’antropomorfo, allo zoomorfo, al vegetale. 
Qua alcune teste umane, volatili mitologici, serpenti, sirene bicaudate, là motivi floreali, ornati, forme geometriche. Parrebbe anche di scorgere in uno dei capitelli i volumi pieni di un grappolo d’uva. Una vera selva, ricca di centinaia di sfaccettature che si richiamano l’una con l’altra, senza mai essere uguali. Sul lato orientale, distrutto nel 1913 da un incendio e prontamente ricostruito, lungo la parete del chiostro si allineano gli antichi capitelli. Uno di questi è particolarmente importante, poiché reca la firma dello scalpellino «Lanfrancus magister filij Domergatij de Ligurno», ovvero «mastro Lanfranco, figlio di Domenicaccio da Ligurno». La figura del capomastro Lanfranco da Ligurno, operativo intorno al 1100, è presente anche a Santa Maria del Monte, dove lavorò alla monumentale porta d’ingresso del complesso del santuario. La dicitura magister farebbe pensare a qualcosa di più che non la sola esecuzione materiale dei capitelli. Non si può quindi escludere che a Lanfranco si debba allora la progettazione dell'intero organismo. Certo è che, se anche l'ideazione del chiostro fu unitaria, il cantiere venne comunque diviso in squadre che operarono con ampia autonomia.
Curiosamente, il lato settentrionale del chiostro ingloba l’abside della chiesa, il cui impianto appare lievemente fuori asse rispetto al resto del complesso. Probabilmente era in progetto una riorganizzazione degli spazi, che prevedeva la realizzazione del chiostro e l’ampliamento della vecchia cappella, cosa quest’ultima che poi non avvenne. Il complesso attraversò nella storia momenti di fortuna alterni. Nel 1519, passò ai canonici lateranensi di Santa Maria della Passione di Milano, i quali trasformarono Voltorre in una vera e propria azienda agricola. Di questo periodo rimangono numerose cascine nelle immediate vicinanze.
La torre campanaria, alla quale si attribuiscono originarie funzioni difensive, si erge dietro l’abside della chiesa. Tutta in parametro murario a vista e senza intonaco, ha un aspetto massiccio e austero, con conci di pietra più grandi agli angoli. In alto, la muratura finisce con quattro pilastri che reggono il tetto, sotto il quale si trova lo spazio per la cella campanaria. Si tramanda che la campana fosse opera del magister Blasinus di Lugano e che venne fusa nel periodo delle lotte fra impero e comuni.
Faccio il tentativo di entrare in chiesa ma, come sempre più spesso accade, è chiusa. La vidi anni prima e una cosa mi rimase impressa: completamente diversa dal chiostro. Alle forme austere, lapidee, di forte impronta medievale si contrappongono gli spazi ariosi, le decorazioni ardite e i colori luminosi della chiesa. Sembra di trovarsi a centinaia di chilometri di distanza. L’ansia di rinnovamento e la sensazione di horror vacui che travolse la Lombardia nel Sei-Settecento non risparmiarono l’antica chiesa di San Michele, per cui ora la vediamo con la sua veste scenografica da barocchetto varesino. 
Da due ore passeggio per il chiostro con la mia macchina fotografica, tanti visitatori si incuriosiscono, mi chiedono perché. Mi chiedono anche di spiegare loro qualcosa: evidentemente dal mio modo di fare traspare la vocazione da guida turistica. La luce ora sta declinando notevolmente, tra un po’ chiuderanno tutto. Mi incammino verso l’uscita. Ma sento che ancora qualcosa lo devo fare. La finestrella della cappella laterale di San Michele è aperta. Non devo fare altro che mettermi in punta di piedi, inclinare un po’ la macchina fotografica e scattare… Adoro il Medioevo, ma in me convive anche un’anima barocca, anche se ben nascosta: non potevo andarmene senza portarmi via un’immagine di ricordo di quel piccolo mondo a sé. 


Claudia Migliari


Bibliografia essenziale
AA. VV., Gavirate. Luoghi e genti di una storia in riva al lago, Gavirate 2004
Albini M., Miraglia M, Persenico E., Voltorre. Una proposta di recupero, Varese 1989
Finocchi A., Architettura romanica nel territorio di Varese, Milano 1966
Lucioni A./ Viotto P., L'anima e le pietre. La storia secolare del chiostro di Voltorre, Gavirate 1999
Schiavi L.C., Lombardia Romanica. Paesaggi monumentali, San Michele a Voltorre, Milano 2011
Schiavi L.C., Storia dell'arte a Varese e nel suo territorio, Episodi di scultura dall'Alto Medioevo alla fine dell'età romanica, Varese 2011, 1
Viotto P., Arte lombarda del secondo millennio, Domenico e Lanfranco da Ligurno, scultori varesini alla fine del XII secolo, Milano 2004


Fotografie di Claudia Migliari e Luca Borgia

Commenti

  1. L'anima del chiostro antico di maestro Lanfranco e delle sue preesistenze rivivono attraverso chi ha la sensibilità di percepirle.

    RispondiElimina
  2. Una perla sconosciuta da visitare sicuramente! Brava Claudia, lettura molto piacevole. Rosella

    RispondiElimina
  3. Quante meraviglie ci riserva la sponda lombarda di questo lago, così vicine eppur sconosciute! Ho molto apprezzato la ricerca etimologica del sito che ci fa intuire la sua antica importanza ben evidenziata dallo splendore del chiostro. Grazie Claudia per questa bella visita Virtuale! Molto ben rappresentative le fotografie! Brava! Carola

    RispondiElimina
  4. Non conosco questo luogo bellissimo, non mancherò di visitarlo. Grazie per la'attenta descrizione.
    Antonella

    RispondiElimina
  5. Articolo ben impostato che fa da guida, non solo per eventuali attenti visitatori, ma porta a partecipare anche i distratti turisti... La foto del chiostro me ne porta alla mente un'altro molto simile, parlo del chiostro dell'Abbazia di Chiaravalle della Colomba (PC), che abbiamo visitato qualche tempo fa.

    Mi soffermo un attimo (dato che ci sono...) sull'accenno dell'acqua che ne fa l'amica Claudia che, credo, debba essere sempre tenuta in considerazione. Le proprietà dell'acqua e tutto quanto è inerente ad essa, sembrano così ovvie e scontate che molto raramente vengono considerate, eppure la maggior parte delle culture religiose (e magiche...) sono legate all'acqua e ai riti che ne sono sempre derivati, senza distinzione di luoghi e di tempo.

    Considerando solo l'Italia, abbiamo più di 30 santuari che hanno nell'acqua una componente della loro denominazione (Madonna della fonte, Madonna dell'acqua, Madonna del pozzo, e così via), ma quelli che in qualche modo sono legati ad essa sono più di 100.
    Un naturale brindisi a tutti
    Malles

    RispondiElimina

Posta un commento