sabato 16 gennaio 2016

Torta di pane e sangue di gallo

Inuggio, Valle Strona, in versione autunnale [fotografia Severino Piana]
A Natàl al pàss d’un gàal detto popolare che indica l’allungarsi a piccoli passi delle ore di sole durante la giornata dopo il Solstizio d’inverno.
A grandi passi le giornate si consumano e si avvicina la festa di Sant'Antonio abate, precisamente il 17 di gennaio, giorno che vede i festeggiamenti anche ad Inuggio, piccolo paese della Valstrona, incastonato nella montagna sul versante sinistro del torrente Strona, come una gemma che non è ancora stata colta e si bea al sole che la fa risplendere anche durante i lunghi inverni.
Antonio Abate, chiesa di San Gaudenzio a Baceno [fotografia Fabio Casalini]
In questo giorno di festa il piccolo abitato, nonostante il clima poco favorevole, si ritrova ancora animato da molte persone come succedeva un tempo. Poche famiglie ci vivono stabilmente tutto l’anno, ma in quel giorno parenti, amici e i devoti dei paesi vicini ,si raccolgono intorno alla piccola chiesetta. La festa si svolge nella semplicità com’era vissuta dai nostri nonni: la messa solenne al mattino e il vespro nel pomeriggio seguito dall’incanto dell’offerta, sempre ricca di prodotti gastronomici tipici come torte, formaggi, noci, quello che il periodo può offrire. Si trovano manufatti femminili, qualche coniglio o gallina e almeno un gallo. Al termine dell’incanto si rientra nelle case per passare ancora un po’ di tempo con i parenti o si passa dalla piccola Pro Loco per godere ancora della compagnia bevendo qualcosa di caldo e mangiando la torta che si è appena comprata.
La torta di pane la fa certamente da padrona!
Ricetta semplice che può variare per qualche ingrediente da una famiglia all’altra, mantenendo la peculiarità da madre in figlia.
Il pane raffermo viene messo a mollo nel latte caldo, una variante vede l’ammollo del pane nell’acqua fredda per qualche ora di modo che diventi ben zuppo e poi strizzato a mano. Si aggiungono una o due uova, zucchero, farina di frumento, uvetta sultanina rinvenuta in acqua, amaretti sbriciolati, cacao e scorza di limone, in alcuni casi si possono anche trovare aggiunte di pezzi di mela o pera.
Il composto un tempo si teneva nella biéela, contenitore di terracotta dove veniva mescolato il tutto sul quale, una volta terminato l’impasto, veniva messo un coperchio. Per la cottura si poneva sulla stufa e sul coperchio si metteva la brace di modo che la cottura avvenisse in modo uniforme. Negli alpeggi, per le rare volte che veniva preparata, si cuoceva nello stesso contenitore ma direttamente nel camino adagiandolo sul treppiedi.
La torta di pane che si cucinava ad Inuggio per la festa di S.Antonio, come ben noto protettore degli animali la cui immagine era presente in tutte le stalle dei nostri nonni, aveva un ingrediente in più: il sangue di gallo!
La prima volta che ne sentii parlare ero una bambina di quattro o cinque anni. Ero a casa della nonna dopo l’incanto; ricordo diverse persone, sorrisi e chiacchiere tra i convenevoli e poi la figura minuta di una donna anziana del paese che si fece avanti. Il suo volto rugoso incorniciato dal foulard nero.
Costume tipico della Valle Strona [archivio Severino Piana]
Nero era anche il suo abito, il tipico costume della valle. Ad altri bambini sarebbe potuta sembrare una strega, ricurva sul suo bastone, con una mano sull’altra poggiate a quell’unico aiuto rimasto per spostarsi lungo le vie ripide, e per molti tratti a scale, del paesino. Io vedevo solo un viso dolce e ora riconosco in quel ricordo una delle ultime persone che ha portato fino a me quell’antica tradizione. La donna invitò mia madre e noi bambini ad assaggiare la sua torta di pane, sottolineando orgogliosa che lei la faceva ancora con il sangue di gallo. Tra me e me speravo che mia madre declinasse l’invito, ben sapendo che una volta entrata in casa sua non avrei potuto rifiutare la sua offerta, per lo meno allora ci insegnavano a non rifiutare niente, il contrario sarebbe stato segno di maleducazione.
Questa usanza è ormai decaduta, non mi è mai più stata offerta questa originale torta e purtroppo in molti non ricordano nemmeno ci fosse mai stata,soprattutto al di fuori del paese.
Ma perché proprio il sangue di gallo?
Nella simbologia di molti popoli, già dall’antichità, il gallo veniva associato al sole, al fuoco, alla rinascita. Consacrato ad Elio ed in epoca ellenistica ad Apollo.
Per quanto riguarda la tradizione della particolare torta di pane viene spontaneo pensare prima di tutto proprio al voler propiziare la rinascita del nuovo anno e della bella stagione che stà per avvicinarsi, dopo il Solstizio invernale. Il legame con il Sole è testimoniato anche nella religione mitraica; il sesto grado di iniziazione era detto “Eliodromo”, il cui dio protettore era il Sole. Eliodromo precedeva il dio solare, era la stella del mattino, Lucifero, che con la torcia sollevata preannunciava l’astro diurno; era Cautes che preannunciava l’inizio del giorno ma anche della primavera.
Il gallo bianco (in latino albus) richiama la luce del giorno, alleato delle forze benefiche e protettrici, si riteneva che il suo canto all’alba svolgesse la funzione di sorveglianza scacciando gli spiriti del male notturni proteggendo la casa; persino le larve ed i lemuri fuggivano dopo aver ascoltato il suo canto.
Secondo gli antichi il gallo bianco era l’unico animale capace di far indietreggiare anche il leone, entrambe animali solari ma il gallo ne è simbolicamente più potente grazie alla sua capacità di percepire le rivoluzioni solari cantando al sopraggiungere dell’astro, diventando per questo anche simbolo della vigilanza per la sua attenzione nel lanciare il suo canto al sopraggiungere dell’aurora e vegliare così su tutto il pollaio e sulla vita degli uomini, richiamati dallo stesso ad iniziare la giornata.
Purtroppo, a causa della sua funzione di guardiano in antichità veniva sacrificato e sepolto sotto le fondamenta degli edifici per tenere lontane le disgrazie e il male 
Anche nella tradizione nordica europea il gallo allude alla vittoria della luce sulle influenze nefaste della notte come testimonia il gallo d’oro di nome Vidopnir o Vidofnir, corrispondente all’albero cosmico, luminoso sull’albero, o quello che si muove sull’albero Mimameior.
Gullikambi è il gallo d’orato che canta vicino alle dimore degli Asi e avrà il compito di risvegliare i morti di Odino affinchè combattano nell’ultimo giorno contro le forze del male; Salgofnir, quello che canta nella sala e dimora nel Walhalla, dove dà la sveglia ai guerrieri di Odino. E ancora un altro gallo di color rosso fuligginoso canta sottoterra nel regno dei morti.
Addirittura il gallo è in grado di spaventare e uccidere il re di tutti i rettili: il Basilisco. Si tramanda una credenza medioevale per cui il basilisco teme il gallo e quando lo vede comincia a tremare e sentendolo cantare può anche essere preso da convulsioni fino a raggiungere la morte.
Il gallo come sacro animale ispirò anche i monaci orientali che diedero il nome ad uno dei momenti dedicati alla preghiera comune detto gallicinium (da gallus e canere, cantare) all’alba, mentre il secondo detto lucernarium al tramonto. Significavano rispettivamente l’ora del gallo e l’ora della lampada.
Nella cristianità è visto come simbolo della luce che dissipa le tenebre, rappresenta il Cristo anche per la similitudine per i termini Cristus e cristatus (con la cresta). Il suo canto viene poi paragonato alla voce di Dio nel giorno del giudizio e alla generosità del Salvatore verso l’umanità, visto che il gallo scopre il becchime chiama la sua famiglia per condividere il pasto.
E’ il Sole guardiano, che tutto vede e non gli sfugge nulla, per questo la sua immagine si ritrova come banderuola sui tetti delle abitazioni e un tempo anche su tetti e campanili delle chiese a simboleggiare il Cristo che veglia sul popolo di Dio e si oppone alle tempeste che potevano giungere da ogni direzione,infatti la banderuola si orienta sempre contro vento.
A Roma vi era un gallo in bronzo anche sul campanile della basilica di S.Pietro. Costruito nell’ VIII secolo e rimosso verso il 1610 .
Quasi tutte le banderuole a forma di gallo sui tetti delle chiese furono poi sostituite dalla rappresentazione di una croce o di una stella.
Rimanendo nell’ambito del cristianesimo il gallo oltre ad essere visto come veglia dello spirito, anelito di forza spirituale incorruttibile e duratura è anche segno di rimorso rifacendosi all’episodio evangelico narrato da Matteo, dove Pietro rinnega per tre volte Gesù prima del canto del gallo. In questo episodio si potrebbe rievocare il simbolo di Cristo che rammenta ai fedeli la loro condizione di peccatori esortando alla vigilanza ed al risveglio spirituale.
Ma il gallo non simboleggia solo il Sole ma anche la Luna .
Si diceva infatti che fosse sacro a Latona perché le era accanto quando partorì Artemide e Apollo; avendo assistito alla nascita della Dea della Luna venne attribuito a tutte le divinità lunari cui alludeva la coda a forma di falce. Pitagora scriveva Nutrite il gallo e non immolatelo perché è consacrato al Sole e alla Luna.
Anche i Britanni si rifiutavano di mangiarne le carni, per rispetto verso la divinità del Sole.
Il gallo nero, al contrario, è visto come simbolo negativo e demoniaco. Secondo lo Zohar il gallo indica l’approssimarsi della morte cantando tre volte prima che una persona spiri.
Gli gnostici immaginarono una figura galliforme per rappresentare IAO, l’Eterno. Raffigurato con testa di gallo, la frusta in mano e al posto delle gambe due serpenti a significare che IAO (o Abraxas ) è il Signore della Luce e delle Tenebre. Infatti la testa fa riferimento al sole e quindi al bene, mentre i piedi di serpente fanno riferimento alle tenebre, agli inferi. 
In Giappone e in Cina lo si impiegava nei riti funebri per tenere a bada gli spiriti maligni dato che il suo aspetto richiamava le cinque virtù: quella civile con la cresta che lo faceva somigliare ad un mandarino; il valore militare con gli speroni; il coraggio per la sua combattività; la bontà per la sua generosità nello spartire il cibo con le galline ed i pulcini; la fiducia per la precisione con cui annunciava il sorgere del sole.
Socrate chiese, prima di morire, che venisse sacrificato un gallo ad Asclepio, riportando la credenza che vede il gallo come animale psicopompo, in grado cioè di annunciare ed accompagnare l’anima del defunto nell’altro mondo dove sarebbe rinata.
Gli astrologi sostenevano che al sorgere del giorno questo volatile ricevesse dal pianeta Mercurio un influsso positivo riservato solo alla sua sacralità ed era uno degli animali usati per la divinazione, soprattutto quello bianco sacro a Zeus e ad Apollo: l’alectromanzia era la vaticinazione mediante sgozzatura o con altri metodi incruenti.
Grazie alla consacrazione ad Asclepio si vede partecipe dell’emblema della medicina, raffigurata nel Rinascimento come una donna anziana che porta in capo una ghirlanda di alloro, tiene nella mano destra il gallo e nella sinistra un bastone nodoso sul quale è avvolta una serpe.
Il gallo simboleggia anche Attis, il dio solare morto e resuscitato e Ermes, messaggero degli dei che percorreva i tre livelli del cosmo,dagli inferi alla sfera celeste.
Per la sua combattività nel difendere il pollaio fu consacrato universalmente agli dei bellicosi come Skanda nei Veda e Kartikeya nei Purana, in India, per i quali il gallo veniva sacrificato.
Il dio assiro Nergal veniva simboleggiato da questo animale, analogo per vari aspetti al greco Ares al quale veniva dedicato come emblema di coraggio militare, tanto che Temistocle prima di una battaglia contro i Persiani incitò i guerrieri portando l’esempio dei galli in combattimento. In ricordo di quell’avvenimento s’istituì ad Atene una festa annuale dove li si faceva combattere fra loro.
In quei tempi si raccontava che questi animali contenessero nel petto il così detto lapillus alectorianus, la pietra alectoriana,un prezioso talismano capace di comunicare spirito di decisione, audacia e vigore.
Valle Strona in versione invernale [fotografia di Severino Piana]
Riprendendo il tema della potenza virile e procreatrice del gallo possiamo ricordare un’altra antica tradizione in Valstrona e precisamente nel paese di Fornero. Abitato che si trova ai piedi della montagna di fronte ad Inuggio, sul versante destro dello Strona, ma che a differenza di Inuggio resta in ombra per più di due mesi durante l’inverno ma un tempo poteva vantare verdi e più pianeggianti pascoli durante la bella stagione .
Quì, nel giorno dell’epifania, si svolge un particolare incanto. Le famiglie portano un gallo all’offerta, come ringraziamento per aver avuto il dono di una nascita nell’arco dell’anno appena trascorso. Un tempo si portava il gallo per il figlio maschio e la gallina per la figlia femmina, oggigiorno si portano solo galli e le persone, prima della funzione, s’interrogano su quanti animali verranno portati fino all’altare visto che partecipano anche le famiglie originarie del paese ma che vivono altrove.
Gli animali vengono portati in ceste o scatole, fermati con corde per evitare che scappino durante la celebrazione, e decorate con fiocchi. Si sfila poi durante l’offertorio per consegnare ognuno il proprio gallo e poi passare davanti la statua del Bambinello per dare dare il bacio al bambìn, ovvero portare il proprio omaggio a Gesù Bambino, come fecero i Magi.
Dopo il vespro i galli vengono incantati sulla piazza antistante la chiesa. Parenti e amici concorrono a fare in modo che l’offerta venga rialzata il più possibile; il gallo verrà ricomprato dai genitori o dai nonni dei bambini e il ricavato resta alla Chiesa.
Ci spostiamo ora, sia nello spazio che nel tempo, a Luzzogno,altro paese di Valstrona.
Fino agli inizi del 1900 vi era la cruenta usanza di colpire fino alla morte un povero gallo durante i festeggiamenti del Carnevale.
I giovanotti del paese si ritrovavano al pomeriggio, nel campo sotto la piazza di S. Rocco dove veniva tirata una corda fra due pali dalla quale pendeva il povero animale. A gara i ragazzi, bendati e dopo alcuni giri di disorientamento, cominciavano uno per volta il tiro al bersaglio,tentando il colpo fatale fra le grida e le risate dei presenti. Chi colpiva il bersaglio diventava il padrone del gallo che veniva destinato alla cena serale dei partecipanti .I festeggiamenti continuavano poi tra canti e balli fino alla mezzanotte, quando i rintocchi del campanile portavano tutti, o quasi, all’ordine rammentando l’inizio della Quaresima.
Questa tradizione potrebbe avere un rimando a rituali d’iniziazione per i giovani che si affacciavano all’età più virile, ai futuri coscritti del paese che avrebbero acceso il falò ogni tre anni,tradizione che si mantiene ancora durante i festeggiamenti della Madonna della Colletta in cima alla montagna che domina proprio la piazza dove avveniva questo “gioco”.
Nel culto di Zoroastro rappresenta il risveglio delle passioni e della vita. La potenza virile e la capacità di fecondare tutte le galline del pollaio hanno portato molti ad immaginarlo negativamente come emblema della lascivia, nonostante l’animale obbedisca al suo semplice istinto.
Per la facilità con cui si azzuffano i giovani esemplari nella cristianità è diventato anche simbolo della collera infatti in un manoscritto del XIV secolo,conservato alla Bibliothèque Nationale di Parigi, viene rappresentata nelle sembianze di una donna a cavallo di un cinghiale che porta su una mano un gallo accovacciato.
Dopo aver brevemente viaggiato tra semplici tradizioni contadine, miti e simbologie antiche non mi resta, domattina, che risvegliarmi al canto del gallo; un canto che racchiude nella sua potente semplicità gran parte della cultura di tutti i popoli della Terra, con l’auspicio che l’uomo moderno sia in grado di recuperare il senso naturale della vita e della Natura attraverso tutte le sue forme compreso il linguaggio animale.

Barbara Piana

Bibliografia
- La Valstrona e Luzzogno di don Celso de Giuli.
- Volario di Alfredo Cattabiani.



8 commenti:

  1. molto interessante

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  2. Barbara, tu sei la nostra "sacerdotessa"; in te sono custodite le antiche tradizioni di questi luoghi! Grazie per condividerle con noi così che non possano scomparire nell'oblio del tempo e della modernità. Come vorrei assaggiare la torta di pane originale col sangue di gallo della tua nonna! La forza simbolica del gallo è descritta magistralmente nella tua indagine precisa attraverso i secoli e le diverse culture. Grazie Barbara!felice festa di Sant'Antonio Abate! Un abbraccio colmo di affetto e ammirazione! Carola

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    1. Il mio intento resta proprio quello di non perdere questo semplice ma importante patrimonio culturale.Barbara

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  3. Beh! Carola, la torta di pane l'accetto, il sangue di gallo NO! Mi consenta...

    Il gallo è stato, ed è ancora (in Brasile, nelle Antille, ad Haiti) il catalizzatore suo malgrado, di certi rituali arcaici, nei quali ben raramente riporta a casa (ritorno al pollaio) le penne... Tra musiche, frizzi e lazzi, i galli neri o colorati vengono regolarmente sacrificati e il loro sangue asperso ai 4 venti. Il vaudou an'schersa minga...

    Cambio bipede... Un aneddoto della seconda guerra mondiale ci dice che a Friburgo fu eretto un monumento ad un'anatra, che probabilmente cercò di imitare il gallo, (forse era anche parente alla lontana delle oche dell'antico campidoglio romano...) la quale il 27 nov. 1944 si mise a starnazzare così insistentemente che gli abitanti si precipitarono nei rifugi antiaerei, salvandosi così da un massiccio bombardamento.

    Torno serio per un attimo, solo per un attimo... Le feste popolari paesane ci portano al tempo in cui le tradizioni erano e venivano in qualche modo santificate. La radice FES (dal greco THES) così come il latino FAS (PHAS), significa "giorno fausto", assumendo in se anche il significato di preghiera ed invocazione, nonchè di osservanza della volontà divina e della sua legge.

    L'etimo di festa ci dice già molto, possiamo anche dare risalto al vocabolario latino "FESTUM" con "FANUM" (= tempio, che deriva dall'antico "FASNOM". Bisogna soffermarci sui temi FES e FAS, detentori della peculiarità che fa riflettere sull'origine delle tradizioni festive paesane, comuni a tutti i popoli del pianeta. Il nesso di "festa" con "tempio" ci suggerisce quanto l'elemento religioso sia legato a queste sentite tradizioni.
    Un saluto
    Malles

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    1. Malles grazie per le precisazioni e l'aneddoto 😊
      Barbara

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  4. Barbara un passo indietro nel tempo. Mia nonna diceva sempre A Natàl ul pàss d’ul gàal ... con te rivivono i ricordi da bambina. La torta di pane si fa a casa mia secondo la tradizione della mia bisnonna Luisa. Mi mancano quei momenti. È stato bello riviverli con te. Grazie amica mia! Rosella

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  5. Rosella grazie a te che mu segui sempre con passione e amicizia.Nei nostri gesti rivivono ancora le nostre nonne,tramandiamo il nostro sapere ai nostri figli e nopoti!

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