I Signori della Torbiera. E caccia barbarica sia..


Vi fu un tempo,

in quei secoli ingiustamente chiamati “bui”,

in cui uomo e natura non erano in concorrenza.

La caccia, rito antico imbevuto di simbolismo ,

non era praticata con armi da fuoco bensì col coraggio

e tra cacciatore e preda esisteva un profondo e fraterno

legame di rispetto reciproco.



Alpi rocciose di Langobardìa.
Titani a guardia di valichi impervi. Vette imponenti, oscurate da nubi temporalesche.
La tempesta infuria sui picchi scabrosi del Sasso Corbaro; s’infiltra fra i salti del Lema, flagella il capo corroso del monte Nudo: l’estesa catena, massiccio scistoso che cede il passo soltanto alle piogge e al vento sferzante.
Ai piedi dei precipizi, a perdita d’occhio si stendono i boschi: distese selvagge di fronde sconvolte, paiono branchi d’alci assopiti che esalano sbuffi dal fondovalle.
Italia dei secoli bui. L’estate si veste di pioggia incessante.
Il Mòrghenrab scroscia. Impetuoso, scivola a valle scavando solchi profondi; il suo corso, un serpente biancastro che si apre la via portandosi dietro tronchi e macigni. Protende i suoi liquidi artigli, incuneandosi nel cuore della foresta; con l’abilità di un demiurgo modella colate d’argilla, quasi fossero d’argento liquido. Il fiume è da sempre un mago, un alchimista capace di trasfigurare la materia grezza.
Grande spirito della foresta, i druidi ti rispettavano! Vedevano in te un sovrano immortale cui consacrare offerte propiziatorie…
Fu il tempo in cui il fiume si ergeva a difesa dei primi popoli. Paziente, svelava i suoi arcani: la pesca, il lavoro dei campi, mestieri che i padri trasmisero ai figli… ma un giorno quel sogno s’infranse.
Squadre di legionari: schierati a quadrato, per folte centurie.
Uomini senza dei, in cerca di terre da conquistare. Placato l’orgoglio dei celti, i romani portarono nuovi modelli di civiltà.
Tabula rasa. Boschi interi schiantati al suolo.
Abbattuti per farne coltivi, attorno ai quali fondare i primi grandi nuclei urbani. La linfa dei tronchi caduti pianse i suoi lutti, finché un giorno la terra rimase del tutto nuda.
Fu allora che tu, antico fiume, spirito inquieto della foresta, perdesti il senno e con esso tutti i tuoi poteri.
Latrando di rabbia, affogando il dolore tra i gorghi, con denti di pietra sfondasti le chiglie delle imbarcazioni. Obliasti per sempre i segreti sepolti!
Ora i romani sono spariti: le loro città di marmo e mattoni, mutate in rovine di rampicanti. Quale fu la causa? La guerra infinita con gli ostrogoti, o la pestilenza?
Stizzoso e collerico, tu, Mòrghenrab, non sei più in grado di dirlo: adesso sai solo schiumare di rabbia. La Vallis Cum Via, strada romana che un tempo lambiva il tuo corso roccioso, è stata inghiottita dai rovi di rosa selvatica. Sotto il peso di zoccoli ferrati a caldo, al passaggio dei nuovi invasori il vecchio selciato è andato in frantumi.
Se solo potessi ancora pensare, antico fiume, saresti sicuro di una cosa sola: dopo seicento anni di mutamenti, il tuo reame d’acqua è tornato agli albori. Alla foce del lago le fronde degli olmi e dei salici sfiorano le acque blu, sognando in silenzio i primi uomini: i loro figli perduti.
Arcaico paesaggio di tronchi verdastri.
L’intrico arboreo appare privo di vita; in realtà, nei recessi più bui, il silenzio tradisce presenze in agguato. Rami di quercia intrecciano arcate che portano all’imboccatura di grotte oscure. Sono le tane degli uomini-bestia: ulfhednar, presenze che ai primi raggi dell’alba si eclissano come il delirio di un vecchio eremita.
Suoni sospetti, aldilà del fiume.
All’inizio si tratta soltanto di un’eco, vaga e sfuggente come l’ombra di una lince schiva. Poi, implacabile, il suono del ferro vibrato sui rovi si fa sempre più nitido.
Scramasax.
Corta spada a una lama, brandita come un machete. Una sagoma si apre un varco tra liane e agrifogli. Indossa una ringha di ferro brunito: maglia metallica ad anelli scuri. Saldati alla forgia, tintinnano appena.
Un guerriero. Antico ceppo germanico. Nuova stirpe di conquistatori, temprata da inverni infiniti.
Le sue spalle larghe sono coperte da un manto di lupo. Legata alla schiena spunta una lancia dalla punta aguzza.
Volto virile. Lineamenti pallidi, incisi nel ghiaccio, delineano fattezze barbariche; la barba, bionda e ferina, rende il suo sguardo ancora più duro.
Fiero d’aspetto, è di corporatura robusta e slanciata. Una striscia di piccoli anelli doma la treccia lunghissima del suo crine d’oro; la chioma esprime l’orgoglio dell’uomo libero, in grado di portare le armi e combattere.
Scruta il paesaggio con occhi di acciaio. È ancora giovane, ma non più un ragazzo; alla sua età si è uomini esperti, per certi versi già vecchi: chi si appressa ai trenta può già dirsi baciato da rara fortuna.
Fortuna: i longobardi la chiamano “urtheil”: ordalia: destino spesso già scritto, prestabilito.
Talvolta, però, perfino il Fato può farsi piegare dalla tenacia dei grandi guerrieri.
Il barbaro riprende il cammino; procede a zigzag tra i faggi argentati, indossando calzoni di pelle aderente.
Hosis.
Legati e intrecciati, agevolano il suo rapido passo. Quando il bosco lo avvolge, la striscia del fiume è soltanto un ricordo. Il guerriero s’inoltra verso sud, mimetizzandosi alla perfezione fra i tronchi e gli arbusti che crescono tutt’attorno. Il suo passo è talmente leggero da cogliere di sorpresa anche i figli del bosco: volpi, caprioli, lepri e fagiani. Tenace, batte una strada prestabilita, tracciata nella sua mente. Brucia le tappe: migliaia di pertiche di terra incolta, lasciate alle spalle. Scendendo di quota, i faggi ferrigni si fanno più radi, ben presto sostituiti da castagneti e da snelli noccioli. L’uomo si piega, ispeziona il terriccio: è in cerca d’indizi, di tracce fresche. L’humus è smosso, odoroso e scuro.
Radici sottratte alla terra. Stanotte i cinghiali hanno fatto razzia nel sottobosco.
Riposta la scramasax, il guerriero biondo accarezza l’impugnatura della sua spada lunga, riposta nel fodero di pelle conciata. Il suo gesto tradisce un lieve disagio.
Inquietudine.
Si trova a un bivio; le tracce si mischiano. Alcune si perdono a est, nelle profondità della selva; altre procedono ancora più a sud, verso le distese umide del fondo lago.
Riflette. Per propria scelta si trova da solo a combattere un ambiente ostile, con una missione da portare a termine. La sopravvivenza è affidata alla forza e all’astuzia: lezione di vita che, anni prima suo padre, quand’era ancora vivo e in grado di battersi, non si stancava mai di rammentargli.
Prima di proseguire dà un ultimo sguardo alle orme. Deve guardarsi dai rischi incombenti; non dai cinghiali, ma da qualcos’altro.
Qualcosa di ben più inquietante.
Avverte il soffio del vento tra i rami. Il profumo delle foglie morte dell’autunno scorso che scricchiolano sotto i suoi piedi; il fruscio di quelle verdi, danzanti sui rami ritorti: suoni che lo rassicurano, facendogli compagnia. Occhi socchiusi, si lascia guidare dal proprio olfatto: per chi ha fatto della caccia una regola di sopravvivenza, le tracce nell’aria sono ancora pungenti.
Sbuca in una radura, sostando sotto gli ombrelli di lievi betulle dalle foglie argentate.
Alberi runici, sacri. “Bianche fanciulle dei boschi...”
Il suo popolo usa chiamarle così.
“Chissà se oggi le figlie degli elfi mi porteranno fortuna”.
Ne avrà bisogno, lo sa.
Si guarda intorno con circospezione. Cammina tra i fusti zebrati di bianco e di nero, finché uno scenario inatteso si para davanti ai suoi occhi.
Schegge di legno, ovunque. Fusti spezzati cospargono il suolo, come fossero carcasse sbranate. Qualcosa ha straziato la dura corteccia, scoprendo il midollo delle betulle. Non le ha violate la scure del boscaiolo, non si è trattato di opera umana.
“Mascelle implacabili”.
Traccia evidente di ciò che sta cercando. Coglie nell’aria un odore pungente: proviene da un tronco rimasto in piedi come per miracolo. Gli steli d’erba tra le radici, imperlati d’urina, non lasciano dubbi. Una creatura incredibile e rara ha segnato il territorio.
“Wisunth”.
Ombra indistinta. S’incunea, evocata da impulsi ancestrali; una macchia nerastra si amplifica, nei suoi pensieri.
Ora la vede, è di fronte a lui. La mette a fuoco con gli occhi dell’anima. La chiazza si espande, ingigantendosi.
È un corpo taurino, color dell’inchiostro, due tonnellate di pura violenza. Muscoli ampi e gibbosi, di pietra, sotto uno strato di cuoio spesso: un paio di corna incurvate, letali.
Grazie al dono innato della doppia vista, il guerriero instaura un contatto mentale con l’entità primitiva: avverte la sua presenza. Si tratta di un wisunth: bisonte della foresta, un maschio adulto privo di branco. Collerico e ombroso, è un colosso errante, istinto puro in moto perenne. Ha già ucciso molti uomini della sua fara: il guerriero lo sta cercando per vendicarli.
Occhio per occhio, dente per dente. Faida!
Tracce dapprima indistinte iniziano a prendere forma. Il cacciatore ha scovato le orme. Campeggiano, scure e profonde, sul prato imbevuto di rugiada; simili a buche di talpa, si sperdono nella brughiera. Arbusti di primula acquatica, piccole orecchie curiose che emergono dai fontanili; i fiori dorati segnalano un nuovo cambio di clima. Il fitto bosco prealpino va ritraendosi, per cedere il passo alle cupe torbiere: paludi boscose, insondabili e infide, piene di fosse scavate dalle acque stagnanti.
Il disegno del Fato si sta delineando.
Il suo inconscio ferino ha tracciato la via che dai valichi svizzeri porta a una conca verdastra; il tratto in cui il grande Ticino, rifluendo dal lago Maggiore, riprende il suo corso: confine selvaggio, pressoché invalicabile, fra le Prealpi e la pianura del Po.
Un labirinto di latifoglie: pioppi grigi, ontani neri, salici bianchi. Bacche di frangola, felci aquiline e sambuco, pennacchi sfrangiati di canne acquatiche, equiseti che fischiano al vento.
Le piante strisciano all’ombra di un bosco sospeso tra cielo e terra. Il cacciatore ripensa alla preda, alle sue armi letali.
“Se avrò forze per ucciderlo, esporrò le sue corna in pubblico”.
A dimostrazione del pericolo affrontato, riceverà grandi onori presso i clan di mezza Neustria. Eppure non lo fa per la gloria, ma per dare giustizia ai suoi uomini; forse anche per altri motivi, reconditi, che non sa spiegarsi: questione di puro istinto.
Il cacciatore oltrepassa i tronchi muschiosi delle querce palustri; giganti le cui radici affondano in fondi melmosi. Viluppi di liane scivolano a terra, intralciando il passo del barbaro; la torba, che pare letame fumante, crea cumuli di terriccio, nero come carbone.
Sabbie mobili, ai bordi dei fossi; tutt’intorno scorrono rivoli d’acqua che portano via resti animali e relitti di legno. Il barbaro salta da un tronco all’altro: la sua agilità è sorprendente. Nella torbiera è facile perdere l’orientamento, ma il castelliere dove risiede la sua corte non è lontano: sorge a una cinquantina di pertiche verso nordest, in linea d’aria.
Il cacciatore potrebbe benissimo tornarsene illeso alla dimora di pietra grigia: eppure non è tipo da cambiare idea. Sogni di gloria e pericoli, lungo vie ignote: forse il suo Fato è già stato tracciato dal Woden, dio altero e guercio che vieta lo scacco.
“Ora capisco. Lui mi ha condotto fin qui, di proposito”.
Nel sepolcreto dei tronchi di pietra.
Gli abeti fossili giacciono a cumuli, inabissati nella palude. Il lagone, tappeto di melma distesa sulle acque ferme, è un luogo adatto a un vecchio eroe che ha lasciato il suo branco per andare a rinchiudersi nella solitudine che precede la morte. Eppure, il viandante armato percepisce che il wisunth non vuole lasciarsi morire nell’anonimato, come un gatto selvatico.
Un ultimo scontro, una lotta tra re: onore o morte nella torbiera!
Qualcosa, un nesso profondo lega la preda e il suo inseguitore; anche il cacciatore sa di andare incontro a uno scontro impari, forse al suicidio, ma… fosse in agguato persino la morte, non potrebbe evitare la strada intrapresa.
Il bisonte è il rivale, la belva. La sua altra metà, il lato selvaggio a cui chiede risposte.
Ecco perché deve stanarlo al più presto.
Il pomeriggio si attarda, l’umidità è atroce. Nubi di zanzare si librano in volo, in cerca di sangue caldo. A valle, dove riposano i figli del fiume.
Una voce sussurra nella sua testa; dispensa consigli.
Memento.
“È segno di buono o cattivo auspicio?”
Tumuli acquatici. Resti inabissati di palafitte, antichi villaggi affondati: liquide tombe trattengono a fondo i resti consunti di un popolo estinto. Vasi, monili, punte di lancia. I tesori dei primi celti senza nome riposano qui, sotto lo sguardo sbiadito dei fuochi fatui. La torbiera è infestata da mute presenze: mummie di fango si acquattano, emergono a pelo d’acqua.
Daugr, spettri di cuoio avvizzito. Cadaveri erranti, avvolti in tumidi resti di torba.
Emergono al calar del tramonto, in cerca di vittime a sangue caldo. Orbite smorte, ghigni agghiaccianti riflessi nell’acqua ululano la propria follia nel vento. La loro visione, si dice, è foriera di calamità e morbi. Il cacciatore non ha paura di queste voci. Per lui sono solo stupide superstizioni.
“Ciò che già è morto morde soltanto polvere e fango”.
Qualcosa sguscia con rapidità alle sue spalle. Il guerriero si volta di scatto. È soltanto una lunga natrice: una serpe d’acqua che, uscita da un buco, s’immerge con rapidità in una polla stagnante.
“È passato da questa parte”.
Sensi allertati, batte una via aperta dal bisonte tra gli arbusti spinosi. Raggiunto uno stagno, intravede la sagoma scura di una nuvola, riflessa nell’acqua al tramonto. L’ombra si allunga, come una forma dotata di vita propria.
“Forse non è ciò che sembra”.
Una fitta di adrenalina gli attraversa tutta la schiena, fino alla nuca. Predestinazione.
Il suo sguardo si fissa sulla riva opposta.
“Wisunth”.
Il re della torbiera, progenie taurina, è un colosso di membra. Altezza alla spalla: un paio di metri per due tonnellate di pura forza. È del tutto nero, eccetto una striscia di pelo bianco, lungo il dorso arcuato. Il torace è possente; le zampe, tornite e slanciate allo stesso tempo. Il collo, rigonfio di muscoli, regge una testa munita di corna curve, a forma di lira: bianche e sinuose, protese in avanti.
A tu per tu col possente uro: il bisonte arcaico è un nemico invincibile, una macchina bellica.
Un brusco strattone del capo e il colosso interrompe la propria cena. Dilata le narici, avverte il pericolo.
“Mmuuuurrrgghhh!”
Il titano muggisce, quasi ruggisce. Di fronte all’intruso che viola il suo regno, i ciuffi biancastri del dorso si rizzano; gli occhi si stringono come fessure. Lo specchio d’acqua melmosa, nel mezzo, è il solo ostacolo a separare i due contendenti.
Il guerriero è pronto. È giunto il momento di stringere l’impugnatura della sua arma migliore: pomolo a forma di cuore con paste vitree in castone, color rosso sangue. Il contatto con l’elsa dorata gli infonde coraggio.
“Brand.”
Spada lunga, ottenuta forgiando più lamine a freddo.
Coda che sferza l’aria come una frusta, il colosso è pronto alla carica. Poi, senza una chiara ragione, il bisonte arretra e sparisce dietro un meandro della palude.
Adrenalina.
Il guerriero è impaziente. Il cuore gli batte all’impazzata, il sangue gli dà alla testa. Inizia a percorrere il lungo perimetro dell’acquitrino.
“Urtheil”, ripete tra sé e sé, cercando di farsi coraggio. Sfidare l’ordalia è una prova di audace incoscienza.
“Il Fato proibisce lo scacco”.
Per chi, come lui, ha scelto il cammino più arduo, farsi da parte è disonorevole: affrontare il proprio destino, equivale a domare il volere del temibile nume.
Woden.
Dio della guerra, campione guerriero dall’occhio solo, il Creatore del Fato esige un tributo di sangue. Il barbaro è pronto. Aderendo al mistero iniziatico, si accinge ad affrontare la sua grande sfida.
Che la caccia selvaggia abbia inizio.
Raggiunta la sponda opposta, dell’uro non vi è neanche l’ombra: pare essersi dileguato. Il guerriero si siede su un blocco di pietra; lo stagno è alle spalle, il bosco di fronte. Scruta i suoni della foresta, i sensi si acuiscono. Il ronzio degli insetti è un turbinio odioso; il frinire di grilli, di sfondo, è assillante quanto la frenesia degli uccelli notturni che intessono lugubri moniti, tra un albero e l’altro. La torbiera pare tornata alla sua infida calma, ma il cacciatore sa bene che il bisonte primordiale non batte mai in ritirata. Prima o poi tornerà, e lui lo sta aspettando.
La notte è calata sulla torbiera. Le nebbie suppurano effluvi mefitici.
“L’ora dei Daugr è ormai prossima, per chi vuole credervi”.
L’aria, addensandosi, si fa pesante come piombo appena cavato. La minaccia incombe.
“Widramn Bosco del Corvo, tu non sei un vigliacco d’un arga, che sfugge di fronte al pericolo”. Faramanno d’Insubria, antico sangue di origini gote: il più nobile tra i longobardi: maestro nell’uso delle armi, sa bene che questo dominio di monti, acque e torbiere non può avere due re.
Sciabordio d’acqua, alle sue spalle. Un brivido premonitore lo scuote fino alle ossa…
"Splassshhhh!!"
Le acque esplodono in un boato terrificante. Widramn scatta d’istinto, schivando gli schizzi: è il suo errore peggiore. Il bisonte, balzando, gli è subito addosso. Lo incorna, scagliandolo in aria come un fuscello; il guerriero precipita a diversi metri di distanza, tra il fango e i rovi.
La frenesia della lotta scatena la belva: da vittima rituale a predatore, è uno scambio di ruoli che gli riesce bene. Il titano smuove la mota con lo zoccolo destro; sembra un demone dell’oltretomba.
Pronto a sferrare il colpo fatale, parte alla carica con le corna basse.
Widramn Bosco del Corvo scivola via come una serpe, schermandosi dietro una ruvida quercia. L’impatto del wisunth disintegra il tronco.
Nel massimo spasmo dell’eccitazione la belva sbuffa, stantuffa e inizia a incornare qualunque cosa le capiti a tiro. Non ha percepito che il cacciatore è di nuovo in piedi e si sta preparando, con la lunga lancia in pugno.
“Gajra, conosci il tuo dovere”.
Il guerriero scaglia l’asta con tutte le forze contro il nemico. La punta di ferro taglia in due l’aria, ferendo il bisonte di striscio; Widramn impreca. Il wisunth si volta, squadrandolo con occhi di fuoco. Punta le corna ad altezza del suolo, smuovendo zolle di torba nera.
Il suo gesto è un lugubre monito. Decreta lo scontro all’ultimo sangue.
Il nemico incombe. La sua mole sprigiona energia primitiva. Schegge, frammenti di spade di mille guerrieri falciati dalla sua furia luccicano appena, nella penombra: piantati nel duro cuoio della sua pelle nera.
Trofei d’uomini, incastrati nelle cicatrici.
Quel corpo immane ha assorbito gli squarci, non i tormenti che gli hanno inflitto. Widramn rotola nella torba umida; la ringha ad anelli tintinna, come per rammentargli di averlo appena salvato. È solo l’inizio di un lungo scontro, dove veleno e trappole non trovano posto.
È un duello tra pari: un duello alla pari
L’ostentazione di brutalità e astuzia esclude ogni tipo d’inganno. Il rispetto è assoluto, reciproco: disprezzano entrambi gli sfregi e i dolori, mettendo in gioco le proprie vite finché uno dei due non soccomberà.
Queste, le regole della caccia selvaggia: dura la legge della torbiera.
“Gottengheld!”
Widramn invita il nemico a farsi sotto, estraendo la spada a due tagli e facendola roteare sopra la testa. “Dono divino” è ferro temprato, duro come acciaio e ornato con fregi d’oro puro. Il cacciatore barbarico stringe l’impugnatura, balzando in avanti. Colpisce il bisonte a ripetizione, di taglio e di punta. Non basta: la resistenza del bufalo nordico, immensa, richiede ben più di un paio di colpi ben assestati. Le corna affondano ancora, Widramn le schiva. Con la coda dell’occhio scorge un groviglio di liane; rinfodera l’arma, gettandosi a lato. Afferrato il capo dei rampicanti, si accinge a scalare un viscido tronco di frassino.
“Ce l’ho quasi fatta”.
Sfinito, si mette a sedere all’incrocio dei rami.
Piegalo al Fato, figlio mio. Piegalo!
Woden, “Colui che aggredisce”, bisbiglia tra i suoi capelli come brezza notturna: lo spinge al coraggio, forse al suicidio.
Il goto d’istinto accarezza l’impugnatura della sua scramasax, legata all’altezza della coscia destra. Corna ritte come giavellotti, il bisonte, sotto di lui, sembra aspettare ogni suo minimo errore.
“Ti accontenterò”.
In un impeto d’ira, Bosco del Corvo si getta dall’alto piombando di peso sulla schiena del bisonte. Il bestione gonfia i muscoli, assestando terribili colpi verso l’alto. Widramn afferra le corna dell’uro, alla disperata.
Per volere della Lunga Barba, piegalo al Fato! Come ferro ancora tenero, forgiato al calor rosso!
Tauromachia barbarica: lotta furiosa tra la vita e la morte. Il guerriero stringe i fianchi dell’uro che scalcia e salta come un demonio. Slancio violento, centrifugo: un uomo comune non potrebbe resistere a una tale impresa. Il colosso s’impenna, senza guardare dove sta andando; il suolo, morbido, cede di schianto. Il bisonte affonda nel fango col suo cavaliere.
“Questo è il momento!”
Widramn estrae la sua scramasax. Affonda la lama nei fianchi del suo avversario, squarciando in profondità; lacera il cuoio, penetra a fondo nella carne spessa.
“Ulfswut!”
Furore barbarico. L’uomo che a viso aperto affronta la belva feroce scorge in essa il suo lato oscuro. In stato di trance primordiale infierisce, infliggendo un numero di colpi tale da perderne il conto.
Sente il vigore del wisunth esaurirsi. Lo spirito abbandona il suo grande corpo; l’anima viene meno, per scivolare dentro di lui. Il sangue dei contendenti si mischia, si fonde col fango della palude. Widramn estrae la sua lama, a fatica.
“Mmuuuurrrgghhh!”
Il bisonte sanguina dalle narici, esalando sospiri di vita che non torneranno. Un frullo d’ali sulle fronde degli alberi scandisce un macabro requiem in onore all’eroe morente. Di fronte all’ultimo boato, gli uccelli di tenebra abbandonano i rami, spiccando il volo. Lo sguardo del colosso si fa vitreo: il re della torbiera è spirato.
Widramn fa per colpirlo ancora una volta, la scramasax gronda sangue. A quel punto, si ferma, arresta i suoi affondi. Il signore d’Insubria non è un giustiziere. Il suo cuore si riempie di commozione: pietà per la vita spezzata del suo avversario.
Rispetto, immedesimazione.
Tragedia preistorica.
È una lotta interiore che soltanto un barbaro riesce a comprendere, e al tempo stesso una grande vittoria: sopravvivere all’uro è già di per sé un’anomalia, trionfare vuole dire sconfiggere i tranelli del Fato.
Dolore e sofferenza: ciò che il dio cacciatore esige dai figli del lupo.
Biondi capelli imbrattati di sangue, Widramn Bosco del Corvo si tuffa in acqua. Deve concludere il suo ultimo atto: segare via le grandi corna.
“Mai in vita mia ne ho viste di più lunghe e robuste; degne della tavola di un grande re”.
Procede al taglio. Il lavoro è lungo, estenuante. Non deve scheggiare la spessa radice. Al buio il lavoro è ancor più faticoso, ma l’esperienza lo guida a occhi chiusi.
“Questo è per me!”
Ora potrà brindare in un calice degno della sua fama.
Messo da parte il primo corno, il goto si accinge a tagliare via l’altro. È avorio pregiato, da non sprecare; in futuro potrebbe tornargli utile per stringere un patto o chissà, un’alleanza tra clan…
Mentre il guerriero conquista i trofei, le forme di vita nel bosco restano immote.
Tutte, tranne una.
Aghiron, emissario di Woden…
L’airone sfila con eleganza tra una pozza e l’altra. Il grande volatile, livrea bianca e cinerea, ostenta un lungo ciuffo di penne sul collo flessuoso: come una chioma corvina, in contrasto con le sue ali candide. Si muove alla stregua di un equilibrista, facendo strage di rospi e piccoli pesci. I suoi scatti fulminei non falliscono mai, infilzando le prede col becco aguzzo; le inghiotte con foga, come usano fare i serpenti. Finito il suo pasto, l’airone scruta Widramn con gli occhi rotondi, giallissimi: sguardo da rettile, scandaglia l’animo del trionfatore.
Il presagio non lascia spazio al dubbio: il dio ha assistito allo scontro.
Bosco del Corvo, hai evitato lo scacco. Sconfitto il nemico, la tua vita avrà seguito: ma a quale prezzo, se non quello del sangue versato?


Marco Corrias, alias Marc Pevèn



 Primo capitolo di un più ampio romanzo in cerca di editore, premiato ai seguenti concorsi nazionali:

*Racconto Finalista per il Premio nazionale Philobiblon, ediz. 2014, indetto da Italia Medievale.
http://www.italiamedievale.org/sito_acim/plim.html
*Menzione speciale per il premio nazionale Ambiart, ediz. 2014, col titolo “La Caccia Selvaggia”


Didascalie:
1-Val Formazza, salita verso il lago del Toggia (Verbania)
2-Fiume Maggia presso Mergoscia, in Canton Ticino (Svizzera)
3-Tipici elmi longobardi, Gruppo di Rievocazione Fortebraccio Veregrense. Lomello (Pavia)
4-Corna di bisonte incastonate in un pezzo d’oreficeria manierista (Vienna, Kunsthinstorisches museum)
5-Parco Regionale delle Torbiere dei Lagoni di Mercurago (Novara)
6-Toro nelle campagne di Conques (Francia, Midi-Pirenei)
7-Ricostruzione di spada longobarda, Gruppo di Rievocazione Fortebraccio Veregrense. Monticello (Lecco)
8-Fotomontaggio: il sogno del guerriero

Commenti

  1. Marc, complimemti!!!! Sembra davvero di trovarsi nel bosco, di vedere il luccichio del fiume argentato in lontananza e sentire il lento flusso delle sue acque. Si respira humus di sottobosco, sudore di guerriero, tensione e l'odore pregnante del sangue caldo della grande bestia finalmente sconfitta! Che salto nella storia!ricostruzione veramente geniale!bravissimissimo!!Carola

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    1. Ciao Carola lo scopo era proprio quello:ricostruire un salto nella storia! Dopo quattro anni di lavoro ininterrotto (x tutto il libro), mi hai dato la preziosa conferma di aver raggiunto dei risultati importanti...che spero un giorno maturino Marco

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    2. Molto interessanti, oltre al bellissimo testo che, in parte, già conoscevo, le immagini. Mi ha molto colpito l'elmo teschio di capra. Di cosa si tratta?

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    3. Ciao Elena!! Eh, allora le mie foto...fanno scena:D Non ho approfondito, so solo che é un'oreficeria con corna autentiche incastonate tipica delle wunderkammern tedesche, che io e te conosciamo molto bene:-) É conservata all'Historisches di Vienna, e penso che possa far parte di quanto é sopravvissuto del nucleo inizialmente conservato in quel grande scrigno di mirabilia che era il castello d'Ambras di Massimiliano d'Asburgo. Marco

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    4. P.s: Avevo in foto anche un corno d'uro autentico dal British trovato in una tomba germanica, ma ho optato infine x questo strano oggetto xché nel contesto secondo me era più d'effetto

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  2. Leggere e immaginare.... Bravissimo, davvero intenso! Ros

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    1. Leggere e immaginare,dici tu, "dormire...e forse sognare" scriveva Shakespeare: Rosella, benvenuta nei miei sogni. Sono questi, e non cambierò mai finché campo:)

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  3. Da "Vi fu un tempo..." e dalla prima immagine ho riconosciuto il brano, in quanto memorabile, e l'ho comunque riletto con grande piacere. Perché già la prima volta che mi sono trovata davanti questa lotta tra uomo e wisunth mi sono sentita realmente accompagnare in quel tempo remoto, così remoto che adesso ci sa di magico, in cui si percepivano potentemente le sinergie vitali tra esseri umani e natura, quel tutt'uno con gli altri animali, il paesaggio e scintille divine. Appunto...tutt'altro che secoli bui. Grazie Marc, la tua urtheil è senz'altro portarci a ritroso nel tempo, per una conoscenza non nozionistica, bensì emozionale, di com'eravamo.

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    1. Ciao Laura.
      Sinergie vitali esistenti fin dalla preistoria ma ormai perdute...ricostruibili con la ricerca e i sentimenti...questa epopea, della caccia mortale ma "fraterna" e "rispettosa" era condivisa da moltissimi popoli: dai cinesi ai popoli delle steppe agli indiani d'America. In fin dei conti era una lotta con noi stessi, i nostri sogni, le nostre aspirazioni e soprattutto, col nostro destino: appunto, un'ordalia barbarica:) Marco.

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    2. Sono proprio contenta Marco, perché ho sempre amato tanto la Storia anche per la possibilità di riscoprire valori umani antichi ed ormai perduti, o un po' sbiaditi, una generazione dopo l'altra. E da quando conosco te, la amo ancora di più per questo tuo eccezionale modo di approcciare la disciplina e poi di trasmettere. Anzi, nel tuo caso parlerei di STORIA tutto maiuscolo.

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    3. Scopo didattico celato dalla fantasia sl comando Laura:D se sono riuscito a camuffare bene il primo in agguato sotto la seconda, Laura, mi fa piacere davvero:D Marc

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  4. Bellissimo e pieno di suggestioni. Si sentono echi di lontani scritti e anche una strizzata d'occhio cinematografica a mio avviso. Molto molto bello, un perfetto climax

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    1. Grazie "Hello Torino":) mi hai scoperto, ho letto un sacco di classici antichi e medievali anche piuttosto remoti e cercando di trasporre le intenzioni personali alla ricerca di un'immediatezza in chiave moderna ne é uscito fuori, giuro, involontariamente, qualcosa di eventualmente compatibile con la cinematografia...speriamo che prima o poi porti bene! Marco.

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  5. Il mio tesssssoro... Hai unito caro Marco, un insieme che ben si coniuga, il folklore e la tradizione popolare. Con mitici personaggi che spaziano nella magia, protagonisti leggendari, irreali, che spesso si alternano in ridda fantastiche, gesta per antonomasia di popoli e cavalieri, leggende tinte d'occulto. In questo caso ti vedo come un menestrello d'altri tempi, il che non è offensivo, tutt'altro, maneggi antiche note medioevali con lampi moderni.
    Un saluto
    Malles

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  6. Ciao Malles "note medioevali con lampi moderni" wowww una bellissima recensione questa! Io menestrello (anche se preferisco bardo, il menestrello appartiene più al tardo medioevo) e tu indovino, in quanto hai saputo commentare con perizia il tutto, con se avessi letto anche i capitoli successivi...non ho parole: grazie più che mille Malles! Marc

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  7. Prof. Enrico Bellavite15 gennaio 2016 14:37

    I miei più auspicati complimenti all'autore di questo magnifico e agreste scritto per l'accuratezza dimostrata tanto in campo espositivo quanto lessicale. Sarebbe auspicabile una esplicitazione di questo fine ed apprezzabile talento anche in altri contesti.

    Con i miei complimenti "et felicitationes",

    professor Enrico Bellavite
    docente di Lettere

    Udine

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  8. Calorosi ringraziamenti al professor Bellavite!
    Pensi che si tratta soltanto del 1 capitolo di un libro intero, dove le vicende dei Longobardi si intrecciano con quelle degli Italici sopravvissuti, dei Bizantini e perfino dei Persiani...trovare un editore serio non é per nulla facile...

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    1. Concordo pienamente con Lei, gentilissimo signor Corrias!

      Presumo che anche Lei conosca la terribile situazione in cui giace l'editoria italiana. Pensi solamente che ho assistito personalmente a riunioni editoriali nelle quali si preferiva investire sulla stampa di riviste del calibro di "Vanity Fair" piuttosto che di capolavori inediti di letteratura medievale.

      Non ritengo che sia necessario commentare ulteriormente...
      Cordiali Saluti

      professor Enrico Bellavite
      docente di Lettere

      Udine

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