Seppellite il mio cuore a Superga.

Van Schuppen - Il Principe Eugenio di Savoia
Il cuore non è soltanto un muscolo.
Il cuore non si limita a battere: il cuore ci fa sentire vivi, e non lo fa soltanto pompando sangue. 
Ma il cuore è anche testardo, cocciuto: sa essere inappropriato, sa volere l’assurdo, non riesce a quietarsi finché non è lui stesso a deciderlo.
Non sente ragioni, e, quando stabilisce dove vuole restare, incrocia le braccia, punta i talloni nel terreno come un mulo e non si muove, anche se il corpo deve andare altrove, anche se la mente gli ricorda che non è quella casa sua.
Il Principe Eugenio di Savoia, il Grande Generale, Marte senza Venere che mai si sposò, uno dei più grandi strateghi militari del XVIII secolo, ebbe i natali come rampollo sabaudo, discendente del ramo cadetto della nobile famiglia piemontese incrociato con i conti di Borbone-Souisson - ma visse la maggior parte della sua longeva vita in Austria, combattendo sotto le insegne del Sacro Romano Impero.
Orfano di padre, crebbe nella patria materna, la Francia opulenta e trionfante del Re Sole: una madre assente, persa nel tourbillon istrionico e luccicante della vita mondana di corte, una nonna gelida e severa, un destino già scritto dalla sua famiglia - il destino di tutti i figli cadetti, quello della vita ecclesiastica.
Ma il cuore di Eugenio voleva altro.
Incrociò le braccia e puntò i piedi nei confronti della tonsura che gli imposero da quindicenne - ma non rimase fermo: inseguì quello che voleva, presentandosi alla corte del Re Sole, e chiedendogli un ruolo di comando nel suo esercito.
Luigi XIV lo guardò, sospirando.
La nobiltà francese in quel periodo stava navigando attraverso una tempesta che portava il nome di Affaire des Poisons: un passatempo sotterraneo fatto di veleni, filtri d’amore e messe nere che era appena stato scoperchiato come un vaso di Pandora, e che, fra i nomi coinvolti, riportava anche quello di Olimpia Mancini, madre di Eugenio.
Il Re Sole fu costretto a rifiutare la richiesta di Eugenio. Si dice che lo fece mormorando “Forse che abbia fatto la più grande sciocchezza della mia vita?”.
Forse.
In ogni caso il cuore di Eugenio non era in grado di sentire rifiuti: era il cuore di un comandante.
Eugenio scappò da Parigi, passando per la Germania e giungendo fino a Vienna, alla corte degli Asburgo.
A Leopoldo I porse la stessa domanda che rivolse al Re Sole: l’imperatore austriaco mentre lo ascoltava pensava ad un altro Savoia-Souisson a cui era profondamente legato - Luigi Giulio, che aveva comandato i suoi dragoni contro i Turchi nella battaglia di Petronell pochi giorni prima, e che, in questa battaglia, era morto.
Luigi Giulio era il fratello maggiore di Eugenio, e Leopoldo I accolse immediatamente il giovane Savoia fra le fila del suo esercito.
Kneller - Il giovane Principe Eugenio

La sua carriera militare sotto la bandiera del Sacro Romano Impero è lunga e fulgida, una parabola ascendente fatta di battaglie vinte, di abili strategie, di posizioni chiave conquistate e di una visione che andava al di là della guerra, ma che andava anche ad agire e muovere le leve della politica: tutto questo gli portò fama, onori e ricchezza, ma anche invidie, nemici e veleni. 
Ma non importava: Eugenio aveva seguito il suo cuore - stava facendo la cosa che sapeva fare meglio, la cosa che lo faceva sentire vivo, e il suo cuore lo sapeva. Batteva più forte, ispirato, fiero: aveva trovato il suo senso, la sua appartenenza, il suo ruolo nel mondo.
Batteva, e, un giorno, come a tutti capita prima o poi, si fermò.
Eugenio morì nel sonno, a 73 anni, dopo aver partecipato alla sua ultima battaglia appena l’anno prima.
Il suo corpo fu seppellito a Vienna, e fu onorato con i funerali di stato.
Ma i Savoia vollero che almeno il suo cuore venisse custodito a Superga, nella Basilica mausoleo della famiglia sabauda che domina Torino dall’alto della sua collina: il cuore, in fondo, dovrebbe anche essere votato alla famiglia, alle tradizioni, all’onore, ed ai doveri che questi legami comportano.
Eugenio aveva rispettato questi doveri e questi legami, accorrendo in aiuto del cugino Vittorio Amedeo II durante l’Assedio di Torino del 1706, e liberando definitivamente la capitale sabauda dalle truppe francesi.

Duomo di Santo Stefano, Vienna

Ma il suo cuore? Apparteneva davvero alla sua famiglia? A qualcosa che per lui è sempre stato più un valore astratto che non un sentimento concreto, che fosse fatto di affetto o di prestigio o di dovere?
Al cuore non si può mentire.
Al cuore non si può imporre ciò che si dovrebbe se non lo vuole, ciò che sarebbe giusto se non è ciò che sente: al cuore non si può imporre di tornare a casa, se si sente a casa altrove.
Non al cuore di Eugenio, che ha sempre palpitato, sempre vissuto solo per seguire la propria strada, la propria casa.
La casa di Eugenio, quella che gli ha dato onori e gloria, ma, prima ancora, la chance di essere se stesso, era Vienna.
E, nel 1974, quando fu necessario effettuare lavori di restauro nella cripta del Duomo di Santo Stefano di Vienna e venna aperta la tomba di Eugenio, sopra la bara di legno venne trovato un cofanetto a forma di cuore.
Sopra di esso era incisa la scritta “Cor Serenissimi Eugenii Francisci Sabaudiae Principis qui mortuus est Viennae XXI Apri, Anno Dni MDCXXXVI”...

Serena Chiarle

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