lunedì 12 ottobre 2015

San Colombano al Lambro: tra le mura rosse, ricordi indelebili di un tempo che fu...

Il borgo lombardo di San Colombano al Lambro è un nucleo abitato da 7000 "banini", adagiato ai piedi di un colle di origine subappenninica. Lontano 20 km dal resto della Provincia, è un raro caso di exclave milanese stretta fra le province di Pavia e Lodi.

La località fu menzionata per la prima volta in una serie di atti imperiali di età sassone (X secolo), col nome di "Brioni" e "Mombrione". Si dovette attendere il testamento del potente arcivescovo brianzolo Ariberto d'Intimiano (1034) affinché il paese ereditasse il toponimo di San Colombano, il combattivo monaco che, partito dall'Irlanda agli inizi del VII secolo per cristianizzare il continente, dopo un lungo viaggio attraverso Francia e Svizzera giunse in Italia giusto in tempo per lasciare ai posteri il prestigioso monastero piacentino di Bobbio.
Il borgo si raccoglie attorno alla rocca, sorta sulle fondamenta di un castelliere longobardo. Terra contesa tra i Lodigiani, entro i cui confini territoriali andava trovandosi, e i Milanesi, legittimati in virtù di una vecchia donazione imperiale, San Colombano fu ben presto sottratta al dominio di questi ultimi da Federico Barbarossa (1164). Con l'aiuto dei fedeli alleati Pavesi, la distrusse e la ricostruì per poi restituirla ai Lodigiani: non bisogna scordare la fitta trama di alleanze politiche e regalie elargite dal Barbarossa ai Comuni minori, da tempo allarmati dalla politica espansionistica della più grande e popolosa città lombarda.
L'impostazione del grandioso centro storico, di scala urbanistica, si deve allo stesso Federico: il tedesco, riconoscendo la posizione strategica del castello, abbarbicato su un colle a guardia del Po e del Lambro, lo ristrutturò cingendolo con una cittadella riordinata secondo un impianto urbanistico ispirato allo schema romano del cardo e del decumano. A sud fu edificato un fortilizio di forma quadrilatera: la cosiddetta Civitas Imperialis o borgo abitato. A nord sorse invece un secondo recinto: il "ricetto" turrito, separato e allo stesso tempo comunicante con il borgo mediante fossato e ponte levatoio. Conteneva il palazzo, dapprima imperiale e poi visconteo, oltre alla torre castellana: un sistema complesso di fortificazioni che, collegandosi a un'ultima rocca interna di pianta trapezoidale (mastio), in caso d'emergenza consentiva ai difensori di fuggire in aperta campagna.
Con la nota disfatta che il Barbarossa subì presso Legnano (1176) contro i comuni della Lega Lombarda, la pace di Costanza (1183) e i patti tra Lodi e Milano (1198) la piazzaforte tornò nuovamente a far parte dello scacchiere ambrosiano.
In seguito all'ennesima scaramuccia con i Lodigiani per il controllo dei commerci fluviali, nel 1299 i Visconti occuparono il territorio. Nel 1353 Francesco Petrarca accettò l'ospitalità dell'arcivescovo Giovanni Visconti, elogiando le bellezze di quella terra che gli faceva tornare in mente la sua Valchiusa. I nuovi e potenti duchi di Milano infeudarono il borgo dapprima ai Landriani, poi agli Scotti di Piacenza, riprendendone possesso solo nel 1375, quando Bianca di Savoia lo ricevette in dono dal figlio Gian Galeazzo Visconti.
Ben presto Niccolino dè Diversi, tesoriere del "Conte di Virtù", acquistò la rocca a suon di fiorini. Il fortilizio di San Colombano, durante tutto il periodo visconteo, durato circa un secolo, costituì uno dei maggiori punti di forza dello scacchiere visconteo meridionale; ciononostante il suo attuale aspetto coinvolge la castellologia viscontea in maniera marginale: solo in rari casi è possibile dedurre quali parti furono erette dal celebre casato. Sopravvivono per certo la torre d'ingresso e quella ovest, detta "castellana" (XV secolo), mentre una parte estesa del perimetro murario risale ancora ai tempi della ricostruzione tedesca del 1164. Dopo l'effimera parentesi Sforzesca, alla metà del '500 i certosini trasformarono l'assetto bellico del castello, smantellando parte della cortina e interrando i fossati. Nel 1782 il feudo fu concesso al nobile Ludovico di Belgioioso. Attualmente la cinta muraria custodisce anche un parco con villa, un tempo proprietà della famiglia.
Nell'ultimo decennio, al fine di preservare il territorio, è stato istituito il Parco della Collina di San Colombano: visitarlo è assai suggestivo per la bellezza dei vigneti che producono il pregevole San Colombano DOC, l'unico vino di Milano. Proprio la tradizione vuole che San Colombano, di passaggio, convertendo i "banini" al Cristianesimo, insegnasse loro la coltura della vite. In realtà il ritrovamento di anfore vinarie, conservate nel locale Museo Paleontologico, dimostra che già in epoca romana la vite veniva coltivata sui questi colli.


Marco Corrias (alias Marc Pevèn)          

5 commenti:

  1. Complimenti Marco, grande abilità nel descrivere la storia dei territori attraverso le vestigia delle varie epoche, strato su strato. Come un archeologo dallo "sguardo lungimirante", perché nell'osservazione ti spingi indietro nel passato più remoto, nell'antico, ma poi vai oltre fino all'età moderna o, in certi scritti, sei arrivato anche alla contemporaneità. Un modo di vedere i territori che personalmente apprezzo molto.

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  2. Grazie Laura. Il luogo ha un fascino romantico...ci sono stati san Colombano monaco irlandese, il bellicoso Barbarossa, il riflessivo Petrarca...e ora l'autunno dá al luogo, quasi isolato tra i vigneti, una sua dimensione silenziosa e separata dal mondo....sembra un po' un angolo del tuo Veneto, anche con la complicità delle strutture fortificate, d'aspetto più scaligero che visconteo, immerse però nel tipico verde lombardo, quasi inglese, sopravvissuto solo poche aree limitate e quasi scordate dalla speculazione edilizia...

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  3. i complimenti, anche se spesso replicati sono doverosi perchè sentiti, quindi...de nuevo.

    Mi ricollego un attimo al finale dell'articolo in cui si menzionano i romani, ai quali tra l'altro viene assegnata la costruzione del bizzarro, irregolare ma incredibile ponte sul fiume Trebbia, rifatto in parte da S. Colombano.
    Un saluto
    Malles

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  4. Grazie x gli interventi Malles! Sí, il ponte di Bobbio é davvero magnifico! Ci sarebbe da parlare di più di questo persinaggio che prima sfidó l'oceano, poi i franchi e infine, arrivato in Emilia, inaugurò un'opera di bonifica portando le prime trascrizioni amanuensi...senza i suoi eredi non avremmo l'editto di Rotari! (Marc)

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  5. Grande Marc,fa'piacere leggere la storia di luoghi che hanno un fascino particolare ma purtroppo un po'dimenticati.Va'anche ricordato che i banini coltivavano in quei luoghi frutta e verdura oltre alla produzione di vino.Vi e'un detto nella zona del lodigiano riservato ai banini -vot eti a tuti,nov eti a un queidun e un chilu a nisun -,senza offesa per i banini. Giancarla

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