Piccole voci di una valle

Io visito sovente nel mattino
o pure nel crepuscolo rosato
un religioso tabernacolino
nel canto d'un chiassuolo desertato.

Ed al chiuso cancello intrecciato
sempre vi trovo qualche gelsomino,
o un fresco bucaneve immacolato
che vi dispone un gracile bambino.

Su l'altare di legno scolorito,
una Madonna in tunica di raso
piange soletta con rassegnazione,

e un bronzeo lucernino arrugginito,
tra le rose di carta dentro un vaso,
spande la sua rossa orazione

Tabernacolo, di Corrado Govoni (Da "Le fiale", 1903)



Personaggi antichi come il mondo che sopravvivono grazie alla memoria orale dei nostri vecchi, nomi che scivolano di labbra in labbra sciogliendosi in immagini sbiadite e consumate.
Nelle sgangherate osterie, assopite dietro i vetri appannati dei lunghi pomeriggi invernali, scorrono volti e passioni impastati tra un settebello ed il nero del vino raccolto nella gola di gran bevitori dalla lingua viola di barbera che è come la luce che filtra tra i portici la sera, quando infagottati nel paltò si rientra verso casa.
Figure soffocate dalla modernità in nome di un improbabile progresso. Cose dimenticate, odore di vetuste cantine, sentori che non trovano più spazio se non tra le valli più remote dove le leggende sopravvivono ancora, aggrappate con destrezza su acuti speroni di roccia ricamati d'erba, sotto cieli argentei che risplendono come un avvenente donna ingioiellata nelle notti terse del primo autunno.

E laggiù, nelle forre più profonde mormora solenne lo Strona rompendo il silenzio di eterne solitudini e fatiche. Le sue acque limpide che si gettano dalle falde del Capezzone fanno da cornice alla Strà Vegia incutendo un reverenziale timore quando incagliate tra le rocce recitano quell'arcaico e sordo lamento.
Qui dove l'alba tarda ad arrivare e la breve estate cede presto il passo all'inverno che in uno spaventevole ma bellissimo scenario pietrifica la valle lasciando germogliare soltanto leggende.
Qui dove donne dalla pelle coriacea cotta dal sole alla morte di un familiare erano solite portare il costume a lutto per quattro interminabili anni.

In questa natura difficile dove la superficie calpestabile è ridotta a nulla ed anche il camposanto rischia di scivolare a valle (leggenda vuole che a causa dell'estrema pendenza le galline erano solite indossare un sacchetto a mo di pannolino onde evitare che le uova rotolassero per gli erti pendii...)
Qui, ricordando uno scritto di Lino Cerutti, si narra che una sera, dopo l'arrivo della grisa (la scellerata morte) in una casa di Sambughetto, un folto numero di persone radunate per la recita del rosario nella stanza del povero defunto avvertirono anomali scricchiolii provenire dal pavimento. Pochi istanti dopo accompagnati da un beffardo fracasso rovinarono qualche metro più in basso, nella stalla sottostante, uccidendo anche l'unica capra (e fonte di sostentamento) della famiglia. Per le funzioni successive si pensò bene di recarsi in chiesa, luogo certamente più sicuro.
Le usanze funebri della valle ci ricordano che fra i primi ad essere avvisati in caso di decesso figurava il falegname che precipitosamente accorreva a rilevare le misure e spesso lo si poteva vedere in coda al corteo ancora con indosso i panni da lavoro pronto, terminata la cerimonia, a riprendersi il crocifisso e le maniglie.
Anche in queste circostanze lo spreco era mal tollerato, e sovente a sfarzose corone di fiori si preferivano quegli umili fiori campestri che solitari sbocciano sul bordo di orti e anonimi muretti. Forse perché, parafrasando le parole di una compianta poetessa, anche gli amori autunnali hanno la primavera nel petto.
La veglia era compito degli uomini non facenti parte della famiglia ai quali era concesso il riposo. Per le lunghe ore notturne venivano offerti pane, formaggio e vino, per rendere l'attesa dell'alba più lieve. I discorsi prendevano forma, e dal lontano passato emergevano confessioni seguite da riflessioni sulla fragilità umana, sulla caducità dei beni terreni e l'ineffabile destino mortale, la funesta condizione si tramutava così in un esperienza dai toni conviviali e distesi.
Ma attorno alla metà del XVII secolo le veglie conservavano ancora un retrogusto pagano e temendo atti di promiscuità costrinsero il vescovo di Novara ad emettere un atto proibitivo, stabilendo che l'assistenza fosse presenziata unicamente da donne o da uomini.
In caso di morte infantile le donne del paese si recavano dalla madre portando latte, burro e riso e mentre quest'ultime recitavano il rosario gli uomini preparavano la panicia una sorta di risotto cotto nel latte. La veglia notturna era invece affidata alle ragazze le quali si occupavano anche della realizzazione del vestito per il povero corpicino.
La bara, il giorno seguente, veniva posta sulla testa della madrina il cui volto era nascosto dai numerosi festoni apposti sulla cassa. Il dolore e l'amarezza evaporati in un battito d'ali viravano la cerimonia in un momento dai connotati festosi ed anche le campane suonate a gran festa nella chiesa ricoperta di candidi teli esiliavano la mesta atmosfera luttuosa.
Ma il crepuscolo riservava inquietanti sorprese, volgendo lo sguardo verso l'Alpe Cipollina un enigmatica fiammella appariva poco al di sopra di una frana, nei pressi di una croce in ricordo di un pover uomo precipitato qualche anno prima.
Tre ragazzi muniti di ramo d'ulivo, croce e acqua benedetta si inerpicarono lungo il sentiero alla volta della misteriosa presenza che d'un tratto si sdoppiò. Ora due lumicini volteggiavano nell'aria come impazziti, ingrossandosi sempre più fino a generare un immensa palla di fuoco da cui provenivano assordanti tuoni. Il bolo incandescente rotolò con violenza a valle dove si infranse in mille schegge roventi; uno zampillio di lava si stemperava tra le acque gelide abbozzando un inconsueto affresco luciferino.
I ragazzi fuggirono a gambe levate e per tre giorni non si fecero vedere. L'incantesimo forse era stato spezzato e le fiammelle con lui.
Da queste parti era facile incontrare anche il Balèla...
Originario di Quarna il Balèla, all'anagrafe Pietro Nicolao Forni, era un tipo pittoresco e assai bizzarro.
Di statura minuta era solito vestire abiti logori provenienti da scarti di vecchi armadi ammuffiti i quali gli andavano sovente troppo larghi.
La giacca impregnata di odore di chiuso assomigliava più ad uno stravagante cappotto ed i pantaloni per evitare spiacevoli cadute erano risvoltati più e più volte tingendo l'essere di ridicolo.
Le scarpe fuori misura ricordavano quelle dei clown calzate ai suoi minuscoli piedini e per ovviare al problema ricorreva spesso a fogli di giornale arrotolati ed infilati nelle punte.
Unito ai baffi, che era solito portare, assumeva un aspetto sgraziato carico di goffaggine, quasi uno Charlot di provincia che masticava soltanto dialetto e lacrime. Sì lacrime! Perché non era raro nonostante la sua età avanzata vederlo frignare come un vitellino da latte. Una voce acuta e penetrante era l'infallibile segnale, il Balèla era di nuovo nei guai. 
Come quel giorno in cui le campane del paese suonavano con sinistra irruenza chiamando all'adunata la popolazione. Era giunta l'ora di combattere! E certamente i vasi di bronzo squillavano anche per lui che con il volto rigato di sale esclamava: come faccio a sentire le campane? Sono sordo! Sono sordo! Oddio qual terribile cosa mi accadrà adesso?!? E soffiandosi il naso nella sgualcita sciarpa scuoteva sconsolato il capo.
Collaboratore del CAI, con tanto di distintivo guadagnato chissà come, iniziò la sua “carriera” portando a spasso la gente sulle vette della Valle Strona prima di darsi definitivamente al vagabondaggio.
Il lavoro non era certo il suo forte e per racimolare qualche soldo si adattava a portare lo zaino di qualche turista di “buon partito”. Per lui era un'immensa conquista, lo si vedeva allora gozzovigliare tra le osterie pavoneggiandosi per il felice del suo operato.
Una brutta caduta in un dirupo da ragazzo oltre alla sordità (vera o presunta non è mai stato accertato)  gli regalò qualche altro problemino. Ulteriori ingranaggi dovevano essersi inceppati.
Non amava più coricarsi nei fienili la sera, prediligendo la “comodità” di un albero. Nella luce crepuscolare lo si vedeva arrampicarsi come un giovincello tra i rami e fissando il busto mediante una corda si appisolava attendendo il mattino...chissà cosa gli frullava per la testa aggrappato lassù come un aracnide.
Una sera di gennaio del 1941 fu raccolto sofferente sulla strada per Cireggio. Venne portato alla più vicina osteria e di fronte alla sua amata tazza di vino sembrò essersi subito ripreso, ma poco dopo nel frastuono del locale il volto cereo del Balèla tradì i presenti. In punta di piedi era uscito di scena.
Termina qui questo mio capitolo, composto da appunti forse un po confusi, ma figli di un amore sincero per un luogo che ho avvertito “ardente” sin dalla prima volta che ho tentanto di sfidare le sue spietate salite.
Anche nelle mie vene scorre sangue piemontese e i suoi forti contrasti hanno ridestato in me quel fascino arcano che provavo (e tutt'ora provo) calandomi nella profondità della vicina Val Grande. Anche qui è usanza dire che “il pane si cava dai sassi”, una durezza presto dissolta ai miei occhi. Io intruso in un mondo non mio ho trovato anime delicate e ospitali che ormai si rammentano soltanto sfogliando alcuni romanzi di fine 800, come quella sera di settembre durante le festività della Colletta a Luzzogno.
Un vento gelido sferzava prematuramente le punte dei faggi ancora carichi di sole; lo sentii ululare al riparo, nel cuore caldo di una casa, ospite di una cara amica degustando prelibatezze di valle. Ricordo il sapore della carne buona e tenera di Loreglia servita da una donna graziosa dal volto buono di montagna, perché l'autenticità è anche e soprattutto nella terra e nelle sue innumerevoli manifestazioni. Pavese sosteneva “ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso”.
Fuori ardevano i falò sulle pendici del Massone e sulla Loccia. Ricordo ancora un bambino, mi confessava con entusiasmo del suo amore per i campanili e provavo tenerezza per la sua innocente genuinità armata di inesauribile curiosità, intanto fuori la Madonna attorniata da fiaccole si apprestava a varcare la galleria riccamente addobbata di teli in canapa custodi di un'arcaica ed eterna sapienza. 

Filippo Spadoni



Bibliografia:

"Le fiale" - Corrado Govoni, 1903
”Il morto, la capra e i cantori”, ovvero costumanze funebri di Sambughetto - Cerutti Lino
, 1983
"Lo Strona", Gennaio - Marzo 1978
"Alla tua salute, amore mio: poesie, pensieri - Alda Merini, 2004
"La valle Strona" di Lino Cerutti, Gerardo Melloni, Enrico Rizzi, 1975
"La luna e i falò" - Cesare Pavese, 1950

Commenti

  1. Amo molto questo gruppo ,sempre belle fotografie e lettura molto interessante ,diventata consuetudine nelle mie serate☺

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  2. Complimenti belle le foto ed avvincente la lettura 😊

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  3. Molto bravo Filippo. Sempre piacevole leggere i tuoi articoli da cui ci arriva l'amore per la tua terra. R

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