martedì 27 ottobre 2015

Delitti, barbari e spettri nell'Italia ostrogota. Il tormentato regno di Teodorico

Budapest, piazza degli Eroi. Gli ostrogoti arrivarono dalla Pannonia, o attuale Ungheria

Agli inizi del Medioevo, dopo il crollo dell’Impero Romano (476 d.C, data canonica) il re degli Ostrogoti Teodorico il Grande, messa insieme un’orda di popoli barbari stanziati in Europa dell’est attraversò i Balcani con il consenso dell’imperatore d’Oriente Zenone e, collezionata una vittoria dopo l’altra, approfittando della crisi generale in cui versava l’Occidente penetrò con facilità in Italia.
Nel 493 il condottiero affrontò il nemico Odoacre, re degli Eruli, degli Sciri e di altre genti delle steppe in una serie di scontri; sull’Isonzo, a Verona e sul Fiume Adda (489) e a seguire in un epico assedio sotto le mura di Ravenna: forse proprio quello che i bardi delle saghe germaniche cantarono per secoli col nome di “Battaglia dei Corvi”. I due si erano già incontrati una volta, quando Teodorico aveva sterminato la gente di Odoacre nei Balcani. Il re degli Eruli, vistosi continuamente sconfitto si asserragliò nella città, invano: Ravenna fu presto espugnata da un’orda 20.000 guerrieri ostrogoti armati fino ai denti di scudi tondi, lance e cotte di maglia ad anelli. Per il bene del Paese, il senato romano propose ai contendenti di governare in coppia, secondo un modello simile a quello antico consolato: all’aristocrazia italica importava stabilire una tregua tra nemici in casa propria, non certo di assistere impotente a una carneficina che avrebbe coinvolto anche i romani. Ma Teodorico non restò a guardare: l’anonimo cronista Valesiano riferì che nel corso del banchetto della riconciliazione l’Ostrogoto si sbarazzasse del concorrente trafiggendolo alle spalle con la sua spada. Proprio in quel frangente il futuro re d’Italia esclamò: “pare che la canaglia non abbia ossa in corpo”. Da quest'episodio sarebbe derivato un celebre proverbio, rimasto in vigore per diversi secoli: “a tavola non si invecchia!”
Ravenna, S. Apollinare Nuovo: palazzo di Re Teodorico

Il nuovo rex gentium dovette apparire terribile agli occhi degli italici: era un uomo imponente, molto più alto della media e dalle spalle ampie, coperto di pelli di fiere non conciate su cui spiccava un pettorale d’oro lucente, una cintura di cuoio borchiata e fibbie, a sostenere una spada riposta nel fodero di cuoio con inserti di placche e pietre preziose di moda unna. I capelli ricciuti gli cadevano sulle spalle; una folta barba gli incorniciava il volto facendo risaltare gli occhi dallo sguardo penetrante, mentre reggeva le briglie del suo possente cavallo da battaglia.
Nonostante tutto, il nuovo sovrano si manifestò inaspettatamente come garante dei diritti di tutti: tanto dei vincitori, quanto dei vinti. “Io vengo a parlare con voi che siete dominatori del mondo, e intendo costruire insieme un assetto pacifico”. Queste le prime parole del re, tramandate dai posteri. In effetti, il civilissimo “barbaro” conosceva il greco e il latino alla perfezione: li aveva appresi negli anni dell’infanzia, che aveva vissuto come ostaggio politico alla corte di Costantinopoli. Da quando iniziò ad assaporare il sogno del potere, non più soltanto sui un clan di popoli in continua marcia, bensì sull’antico e prestigioso impero Romano, si iniziò a sussurrare che Teodorico avesse dismesso anche troppo presto gli usi e i costumi del suo popolo, per indossare la porpora degli antichi Augusti. Fu cosí che Teodorico si proclamò coraggiosamente "re dei goti e dei romani". Rimasto senza concorrenti e stabilito il proprio regno in Italia, il re ostrogoto fu accolto pacificamente e riconosciuto dal vescovo pavese Epifanio, che fece atto di sottomissione nel nome dell’imperatore d’Oriente. Tutto ciò accadde senza che Teodorico disconoscesse il paganesimo odinico e l’eresia, tanto diffusa tra i barbari, dell’arianesimo, che considerava Cristo solo un uomo, sebbene profeta, e non il figlio di Dio, negandone la consustanzialità. Sotto di lui vi era libertà di professare qualsiasi credo: nelle città più importati del regno, al tempo situate in nord Italia per motivi strategici, Teodorico fece erigere cattedrali gemelle: una destinata al culto ariano, l’altra ai cattolici (allora chiamati ortodossi o niceni, per via del primo concilio di Nicea). In quest’epoca di pace tra germani e italici anche gli ebrei erano benvoluti e rispettati, senza alcun attrito. Desiderando accrescere il nome di Roma antica ed essere ricordato dai posteri, Teodorico si fece fautore di molte opere pubbliche di restauro in tutta Italia e confermò Ravenna capitale, promuovendo la costruzione di opere pubbliche come il grande Palazzo Reale, Sant'Apollinare Nuovo e il noto mausoleo e la ristrutturazione di altre. Anche Pavia e Verona, sedi alternative del regno, erano provviste dei rispettivi palazzi. A proposito di Pavia, detta allora “Ticinum” per via del noto fiume che ancora lambisce la sua sponda sinistra, il leggendario sovrano ne intuì da subito l'importanza strategica e commerciale, in prossimità della confluenza col fiume Po e al centro di una delle più ricche aree agricole della pianura Padana. Grazie agli opportuni restauri promossi dal saggio sovrano, la città dalla rosse mura cominciò a prosperare. Il luogo più prestigioso dell’antica Ticinum restava il centro: quello stesso nucleo, inizialmente delineato dai Romani con un foro, un cardo e un decumano e che in seguito sarebbe divenuto cittadella longobarda: quasi una contrada privata, poi conosciuta col nome di "faramannìa" e accessibile solo ai guerrieri di nobile stirpe germanica, esperti nell'uso delle armi. Ma questa  un’altra storia…
Medaglia col busto di Re Teodorico e Vittoria alata (Roma)

Tornando ai nostri Ostrogoti, tutt'attorno a Pavia essi avevano riparato la cinta fortificata di mura tardoromane, restaurandole con uso di materiali di reimpiego: cippi, miliari e lastre funebri dalla città morta. I frammenti di spoglio furono rozzamente incastonati tra le mura laterizie, esibiti a memoria di un passato ricco e glorioso, ma anche al fine tutelarsi dagli improvvisi assalti dei Romani d’Oriente: quegli stessi bizantini che avevano dato a Teodorico l’ordine di calare in Italia e che ora lo minacciavano con i loro cruenti mercenari orientali. Una cinta tanto imponente impressionò molti autori ancora nel tardo Medioevo, tanto che il pavese Opicino de' Canistris descrisse meravigliato il suo notevole spessore, intervallato da nove grandi porte urbiche.
I quartieri a ridosso delle mura dovevano essere terra di nessuno: la città alto-medievale si presentava come un dominio senza padroni né leggi, dove ratti e altre creature senza nome scivolano nei rifiuti e tra liquami di scolo usciti dall’impressionante labirinto delle fogne romane, miracolosamente rimaste in funzione. Con la complicità della decadenza urbana, la selva di viuzze e mattoni a ridosso delle mura antiche era diventata un regno d'ombre, territorio di caccia per volpi, furetti, faine e altre bestie selvatiche in cerca di cibo: quasi una seconda casa per le bestie della brughiera. Il lupo stesso costituiva un possibile incontro in città, nelle ore notturne…
Elmo ostrogoto, varietà "spangenhelm"

Al calar della sera, infatti, ben pochi avevano il coraggio di uscire dalle loro capanne. Bestie, briganti e spettri dell'inconscio erano in agguato, ovunque. Murato nella cinta esterna si ergeva un baluardo poligonale, dotato di scabre feritoie: la torre delle Carceri (II-III sec. d. C).
"Desueta" e "strana", come la ricordano gli affascinati osservatori del Rinascimento, la torre era parte di un vero e proprio castelletto e presentava enormi statue virili su più livelli: collocati sugli spigoli, con le braccia alzate sul capo, i telamoni ignudi del terzo piano sostenevano i filosofi panneggiati che si sporgevano dal quarto; l’insieme delle figure marmoree, pallide e verdi di muschio come larve, alimentava un forte senso d'ansia agli occhi di chiunque vi passasse accanto. Secondo alcune ipotesi la torre delle Carceri sorgeva a nord, presso l'agro Calvenzano, allora soltanto una paludosa area infestata dalla malaria. Il corpo di fabbrica presentava affinità con altre torri tardoromane dell’Italia settentrionale, come quella di san Secondo d'Asti e porta Palatina a Torino. Proprio la sua resistenza nei secoli le valse il leggendario nome di "Torre di Boezio." Perlomeno, prima dell’abbattimento, effettuato nel XVI secolo.
Boezio. Chi fu costui? Lo vedremo tra poco.
Cattedrale Ariana e cattedrale "cattolica"

Ritorniamo a Teodorico, detto anche l’Amàlo, in virtù della schiatta germanica di sangue blu a cui apparteneva: fu più romano o più barbaro? Fu re o imperatore? Egli fu tutte queste cose insieme. Forse, più correttamente, Teodorico il Grande fu l’ultimo imperatore e il primo re d’Italia. Perfino il suo stesso tragico destino mescola i tratti della tragedia greca a quelli un guerriero germanico.
Giunto ormai alla veneranda età, si dice che il sovrano, incanutito, fosse diventato sempre più cupo e diffidente: privo di eredi maschi, non era riuscito a concludere una serie di ambiziose e lungimiranti alleanze diplomatiche con gli altri regni barbarici del continente; i numerosi matrimoni combinati tra le sue numerose figlie e i re dei Franchi, dei Burgundi, dei Vandali d’Africa e dei suoi stretti parenti Visigoti di Spagna si erano tramutati in un fallimento. Il sogno di dare vita a un grande impero Romano - barbarico si era spento per sempre, come la fiammella di una lucerna di terracotta. Teodorico lo sapeva, la fine era prossima: il suo regno, un castello di carta. Forse il “calabrese” Cassiodoro, fine letterato, fidato consigliere e cronista delle sue gesta eroiche, in quel di Ravenna iniziava già a sussurrargli all’orecchio malevoli voci di palazzo: progetti legati alla sua morte imminente: sospetti d’intrighi e cospirazioni…
Il nuovo imperatore d’Oriente, Giustino I, che aspirava a una nuova politica imperiale anche col pretesto delle questioni religiose che agitavano il Cristianesimo, proprio allora aveva inaugurato una personale crociata contro l'arianesimo, visto come fede inconciliabile e pericolosa per il crescente potere della Chiesa romana. Fedele a questa linea di ostilità nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 decretò che i luoghi di culto ariani fossero chiusi e consegnati al papa. Il complotto tra il vescovo di Roma, l’imperatore bizantino e l’aristocrazia latina d’Italia era ormai nell’aria.
Fibbie alveolate ad aquila: tipica oreficeria ostrogota

Non a caso, proprio in seguito a una retata pavese il magistrato Cipriano riuscì a sequestrare per conto del re un plico di epistole: corrispondenza segreta, diretta alla corte di Costantinopoli. Era la prova schiacciante di un vero e proprio complotto, tramato dal patrizio romano Albino ai danni del regno e del suo sovrano. Prestò Teodorico riuscì a risalire all’identità di tutti gli altri cospiratori, o presunti tali. Tra di essi risultó anche Simmaco, brillante uomo di lettere e suddito tra i più cari al sovrano: la pena prevista per i casi d'alto tradimento era la morte.
A quel punto intervenne Manlio Torquato Severino Boezio: forse fu il più grande letterato e filosofo di tutto l'alto Medioevo, aveva fatto parte egli stesso di quell’élite di politici, letterati e consiglieri romani di cui il nuovo sovrano amò circondarsi negli anni più splendidi del suo dominio (480-525 d.C).
Luca Signorelli, Monte Oliveto (Siena): re Totila davanti a san Benedetto

Boezio espose se stesso e tutto il Senato nella difesa dei suoi amici e colleghi. Tutto fu vano. Nuove accuse basate su ulteriori lettere inchiodarono Boezio come fervente sostenitore della necessità di "restaurare la libertà di Roma". Accusati di simpatizzare per l'imperatore bizantino Giustiniano e sospettati di tramare ai danni del re, gli insigni uomini di Stato furono messi dietro le sbarre.
Nel tempo in cui, si usa dire, ai Goti spettavano le armi di ferro e ai Romani quelle della Legge, Teodorico, lasciando Boezio al giudizio dei suoi stessi connazionali, se ne lavò le mani. Il filosofo, infatti, fu giudicato a Roma da un collegio di cinque senatori estratti a sorte e presieduto dal prefetto Eusebio. Boezio fu presto sostituito nella sua carica da Cassiodoro e incarcerato a Pavia: sul suo capo pendeva non solo l’accusa di alto tradimento, ma perfino quella di praticare arti magiche. Nel giorno della sua incarcerazione, a Boezio la torre delle Carceri presso borgo Calvenzano dovette sembrare, nella bruma, come un agglomerato di mattoni rossi, anneriti dagli incendi delle guerre sostenute contro gli eruli e i bizantini. Macchie d'umidità, puzzo di muffa, ragnatele; scale rotte e crepate. Eppure l'edificio pareva vivere di vita propria: il suo respiro, lento e regolare, si muoveva a ritmo con la putrida notte circostante. Il filosofo, forse rinchiuso all'ultimo piano di quella torre che spuntava come un pallido fungo nella silenziosa e macabra plaga rurale dovette sentirsi isolato dal mondo: gufi, civette e altri animali notturni allora ritenuti stregati e forieri di sventura, nei,  si mandavano richiami continui tra le torri e i sottotetti.
Ravenna, battistero degli ariani

In un anno di prigionia Boezio ebbe tutto il tempo per soffrire e pensare all'accaduto. Affranto e deluso dal suo re, invocò più volte le muse nell'irrealizzabile sogno di esser portato via da quel luogo cupo. Da parte sua re Teodorico, ferito nel suo intimo orgoglio, non volle mai più rivederlo. L’epoca d’oro che aveva visto convivere romani e barbari sotto lo stesso tetto stava per giungere al suo tragico epilogo. Il primo re d’Italia, ingrigito dagli anni e dalle delusioni, covava ira e dolore nel nobile petto: forse che il furore barbarico di mille battaglie, quello stesso desiderio di sangue ispirato dal dio Odino che l’aveva accompagnato agli esordi della sua carriera stesse tornando a reclamare vittime?
In un giorno di prigionia come tanti altri Boezio giaceva nella sua cella, senza speranza per il futuro, quando all’improvviso una donna bellissima apparve ai suoi occhi: reggeva nella mano destra dei libri, nella sinistra uno scettro. Era la personificazione della Filosofia, potenza consolatrice delle sventure umane, o forse un angelo?
Probabilmente, entrambe le cose. Fu così che il pugno di Severino Boezio, guidato dalla mano delicata di uno spirito gentile, stilò quella che sarebbe diventata una delle più importanti opere letterarie del medioevo: nel “De Consolatione Philosophiae” la visione greca della filosofia come consolazione razionale, socratica e stoica si sposava alla perfezione con i valori allora nascenti del Cristianesimo.
Pavia, torre delle "Carceres"

Non a caso, l'importanza di Boezio nella storia della cultura occidentale si legò sicuramente alla funzione di pacificatore fra mondo antico e Medioevo cristiano, riconosciutagli in ogni epoca. Boezio aveva inventato la Scolastica: lo stesso Dante Alighieri avrebbe imparato molto dalla sua opera.
Nel 525 d. C in pugno di sgherri armati penetrò silenziosamente nella Torre delle Carceri. Solo in quel momento, di fronte ai carnefici Boezio capì che re Teodorico, suo amico di un tempo, aveva ratificato in via definitiva la sentenza di condanna a morte.
Come fu ucciso? Per strangolamento o per compressione della calotta cranica, sostennero alcuni. Altri giurarono che fosse stato decapitato, e ne erano certi per un chiaro motivo…
Attualmente le spoglie di Boezio riposano nella cripta della basilica di san Pietro in Ciel d'Oro: fu fatta erigere dal re longobardo Liutprando nell’VIII secolo appositamente per custodirvi i resti mortali del filosofo, nel frattempo diventato martire: sulla facciata della Basilica una lapide moderna riporta una terzina di Dante:
“per vedere ogne ben dentro vi gode
l’anima santa che’l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode.
Lo corpo ond’ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.”
Ma siamo davvero certi che Boezio riposi in pace?
Nonostante la sopraggiunta santificazione, infatti, lo spettro inquieto del sommo filosofo fu visto per molto tempo aggirarsi a lungo tra le paludi brumose presso borgo Calvenzano…con la propria testa sotto il braccio. La leggenda ha tratto linfa anche dalla presenza di una statua romana togata e senza testa, che generando peraltro nuove leggende diede poi il nome a una via pavese tutt’ora esistente: la gente lo chiamava il  “muto dell'accia al collo”. 
E re Teodorico? Il gran re, esasperato, costrinse papa Giovanni I, suo avversario, a recarsi a Costantinopoli in persona per chiedere la revoca del decreto contro gli ariani e far sì che i convertiti forzatamente al cattolicesimo potessero tornare ad abbracciare la loro vecchia fede. Il Papa ottenne la revoca dell'ordine, ma si rifiutò di cedere alla seconda richiesta. Per questo motivo, quando tornò in Italia, Giovanni I fu imprigionato e lasciato morire in carcere nel.
Un altro omicidio era stato consumato.
Asti, torre romana di S. Secondo

Teodorico morì l’anno seguente (526). Il regno, apparentemente pacificato sotto la reggenza della figlia Amalasunta e del nipote Atalarico, sarebbe presto caduto nel caos della guerra greco-gotica e della pestilenza, entrambe esportate in Italia dal nuovo imperatore, Giustiniano e dai suoi generali: l’Italia si sarebbe ripresa soltanto mezzo millennio più tardi. Il nome del sovrano goto fu rimosso da tutte le chiese e i monumenti: Teodorico subì la “damnatio memoriae”. 
Anche il fato del re, ammantato di mistero, si presta a diverse interpretazioni. Lo storico e stratega bizantino Procopio racconta che, poco dopo la scia di esecuzioni, gli fu servito un pesce di sproporzionate dimensioni nella cui testa gli parve di vedere il teschio del suo amico Boezio che lo fissava minaccioso. Sconvolto da ciò, il sovrano si ammalò e morì poco dopo in preda ai rimorsi e alle allucinazioni: avvelenamento o leggenda? Un'altra tradizione, probabilmente diffusa da papa Gregorio Magno e dal suo entourage in polemica antiariana, narra che dinnanzi a Teodorico, a caccia di un cervo, si parasse un misterioso cavallo nero, già sellato. Il re ostrogoto gli saltò in groppa e iniziò a cavalcare freneticamente verso l’ignoto, senza potersi staccare dalla sella. Il cavallo era il diavolo in persona, che lo aveva rapito per portarlo alle pendici dell'Etna, dove lo scagliò nel cratere degli inferi.
Verona, San Zeno. Re Teodorico suona il corno da caccia

Questa, la versione “italiana”. La tradizione “patriottica” germanica vuole invece che l’immagine del re guerriero, esempio per eccellenza di sovrano severo, giusto e generoso, si cristallizzasse nel mito e nella leggenda, apparendo insistentemente in numerosi cicli narrativi. Ed eccolo protagonista di lotte contro orchi e draghi, nelle saghe di Teodorico ed Ermanarico, dei Nibelunghi, l’Hildebrandslied e soprattutto, nella Thidrekssaga che tanto ispirò Richard Wagner e che, chissà come mai, non è mai stata tradotta in italiano. Per i tedeschi, alla fine di queste imprese  il re fu accolto nel cuore dei monti e avvolto in un sonno magico, in attesa del fatale giorno in cui avremo ancora bisogno di lui. Ma la propaganda romana avrebbe fatto breccia anche nell’intimità romantica di questa leggenda, creando un miscuglio ancor più indistricabile tra realtà e fantasia.  Fra i paurosi racconti ormai cristianizzati, diffusi tra le Alpi svizzere e il Tirolo, si diffuse la credenza di un imponente cacciatore selvaggio: Teodorico chiamato dai locali “Dietrich von Bern”. Il condottiero usava darsi incontro con spiriti malvagi, nemici del cristianesimo, su tombe appena scavate presso cui gli elfi notturni avevano danzato freneticamente tutta la notte. Spettri e creature infernali e magiche, unendosi all’eterna e ciclica maledizione della caccia selvaggia, ingrossavano un esercito di dannati che, spinto dai soffi del folle vento alpino chiamato Föhn e dal suono terribile del corno di Thidrek, sulla scia di una muta di segugi fantasma turbinavano follemente sotto la luce della luna pallida attorno alle cime innevate delle Alpi, scivolando tra le ombre delle valli e sulle distese di rododendri, senza lasciare traccia di sé….  

Marco Corrìas (alias Marc Pevèn)

Bibliografia

H. Wolfram – Storia dei Goti, 1985
C. Maccabruni – Pavia: la tradizione dell’antico nella città medievale, 1991
P. Heather – I Goti, 1996
M. P. Andreolli Panzarasa – C’era una volta Pavia, 2004
Barnish, Marazzi – The Ostrogoths from the Migration Period to the Sixth Century, 2007
C. Lecouteux – dizionario di mitologia germanica, 2007
F. Crimi, G. M. Facchinetti – Il grande libro dei misteri della Lombardia, 2008
P. Heather – L’impero e i barbari, 2010
M. Savi Lopez – Leggende delle Alpi, 2011

6 commenti:

  1. Fantasmagorica Thidrekssaga..bellissimo e avvincente articolo su uno dei personaggi più carismatici e interessanti della nostra storia. Peccato che se ne parli poco e che a scuola insegnino poco e male.. Grazie a Marc Pevén, per i fortunati che leggeranno, re Teodorico ritorna e rivive, emozionandoci e riempiendoci di malinconia x un'epoca sicuramente più gloriosa e genuina.
    Gretel

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  2. Grazie mille molto interessante!
    Roma, eredi di un impero

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  3. Grazie a voi! E' pur sempre un prolungamento della Storia di Roma! :)

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  4. Leggerti è sempre una grande galoppata ricca di emozioni! Mi piace quello che racconti e come lo racconti.
    Alberto

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  5. è vero. E' un piacere leggerti ed è per me un piacere raro. Grazie.
    Lia

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  6. Grazie Lia! Grazie Alberto! In mezzo a tante gentildonne che ci seguono sei uno dei pochi uomini interessati alla cultura: un valore aggiunto! Ma in media siamo così caproni? Ahuauh ;)

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