Tra le montagne del Canton Ticino.


Vallemaggia 
Gigantesche montagne d’incommensurabile altezza
Innalzate sulle valli, circondate tutt’intorno
Da possenti lastre di roccia ardite,
In un balzo enorme e insormontabile.
Tale valle era tanto remota e chiusa
Che la ricerca di età passate già era conclusa.
[John Hookham Frere]
VALLEMAGGIA-BIGNASCO-VAL LAVIZZARA-BASODINO-VAL BAVONA-PIZZO CAMPO TENCIA-VAL DI PRATO. 
Il tipico socio di un club alpino è stato descritto da Anthony Trollope come una persona che, nei dieci mesi all'anno in cui la vita di tutti i giorni lo distoglie dalle sue passioni, coltiva in cuor suo un desiderio sempre più ardente per le amate montagne. Quanto a me, ogni volta, come spesso faccio, il mio sfogo:
un gemito interiore 
di sedermi su un'Alpe come su un trono[1]
è accompagnato, come nel sonetto di Keats, da «un languore per i cieli italiani». Il ricordo luminoso che mi consola e mi tormenta tra le nebbie e le nevi del nostro inverno di Cimmeria deve la sua esistenza tanto alle valli quanto alle vette innevate dell'Italia. Dopo una settimana di dure arrampicate a Zermatt o nell'Oberland, l'aria incolore e pungente di Riffelalp o Belalp inizia a opprimere i miei sensi, mentre le pinete e gli chalet mi ricordano, ahimè, una scatola piena di quei giocattoli tedeschi. Sospiro mentre ripenso a queste pendici alpine in terra italica, con le ondate di atmosfera d’opale a colpire i fianchi delle montagne, le sottili e variegate sfumature del fogliame, le pareti affrescate e i campanili che svettano ammiccanti. In un tale stato d'animo, dopo una mattinata passata sulle nevi del Monte Rosa o dell'Adamello, non vedo l’ora di scendere per immergermi tra le vigne della Valsesia o della Val Camonica. 
Non ho intenzione di presentare scuse o giustificazioni per questa tendenza che alcuni dei miei amici più razionali definiscono morbosa. Tantomeno desidero diventare un benefattore pubblico suggerendo alle folle di riversarsi su queste amate terre, perché c'è lo spazio sufficiente per poche anime che nutrono un sentire comune al mio: mi rivolgo a loro, alle quali non intendo nascondere le mie passioni in un moto di egoismo. 
In verità, l'inequivocabile calura agostana delle vallate delle Alpi meridionali serve ad arginare l'invasione dei viaggiatori inglesi, figli del mare: infatti, il moderno viaggiatore britannico si professa incapace di godersi la vita, e men che meno di fare esercizio fisico, anche in condizioni di moderata calura. Tutti sanno come quei quattro giorni di tepore che concede l'estate inglese siano accolti più con fastidio che con gratitudine, mentre i temporali che li seguono sono benvenuti con un coro di ringraziamento consono alla liberazione da qualche piaga d'Egitto. Anche in terra straniera evitiamo quel sole, che tanto temiamo alle nostre latitudini: così, abbandoniamo l'Italia e il Levante proprio quando le condizioni diventano più piacevoli. Una valle italiana non suggerisce all'inamovibile inglese una profusione «di uva purpurea, di verdi fichi, e more di gelso »[2], ma febbri, malattie e ogni sorta di decadenza. Il nome lago Maggiore è ben noto a migliaia di persone, ma dubito che, persino all’interno del club alpino, ci siano anche solo dieci persone che sappiano indicare nei suoi immediati dintorni la Vallemaggia. Eppure la valle offre quel tipo di bellezza raro, che merita di essere conosciuto, al pari di quel lago in cui si getta il suo principale corso d'acqua.[3]
Dietro Locarno, all'estremità settentrionale del lago Maggiore, esiste lo sbocco di una rete di valli, nervature di un grande sistema montuoso, italiane nell'animo, ma svizzere per circostanza, che divide il Gries dal San Gottardo. La più lunga e più profonda di queste valli è quella del fiume Maggia. Tuttavia, sebbene si estenda per diversi chilometri, non porta a nessun passo sulla catena alpina principale. L'estremità della valle si apre solo agli alti pascoli della Val Bedretto: quindi, per sua natura, è stata tagliata fuori dal traffico che scorreva nelle zone confinanti. 
Ora devo chiedere al lettore di immaginarsi di essere seduto accanto a me a bordo della diligenza che ogni giorno percorre le strade di questa valle. A circa cinque chilometri da Locarno, nella pittoresca successione delle falesie di Ponte Brolla, i nostri occhi, abituati al grigiore che contraddistingue quasi tutti i torrenti che scendono dai ghiacciai, sono deliziati dalle magnifiche acque del Maggia, che risplendono di un verde intenso, tra grotte e pozze che si aprono sulle superfici lisce di granito candido. Ma, per alcuni chilometri, lo scenario della Vallemaggia rimane confinato a un ambiente caratterizzato dalla solidità del granito, qua impreziosito da un'agile cascata, là deturpato da uno smottamento. 
A circa 25 chilometri, o tre ore, da Locarno, per la prima volta la strada passa sulla riva destra del fiume e attraversa Cevio, il centro politico delle locali vicinie, divenuto tale grazie alla sua posizione alla confluenza delle tre valli: Maggia, Lavizzara e Rovana. Passiamo in uno spazio aperto, come tra i campi di un villaggio inglese, e poi tra case un po' più pretenziose di quanto siamo abituati a vedere in montagna. Fu in questo luogo che Horace Bénédict De Saussure, durante un'osservazione per calcolare l'altezza sul livello del mare della località, fu accolto dal balivo della valle e invitato a entrare nella sua casa. Non posso fare a meno di citare il divertente resoconto del colloquio che ne è seguito. 
«Dato che da un po' di tempo – scrive De Saussure – non ricevevo notizie dal mondo civilizzato, accettai l'invito, nella speranza di averne qualcuna. Con mio grande stupore, il balivo mi disse che, sebbene da tempo non ricevesse lettere dall'altro versante delle Alpi, sarebbe stato lieto di rispondere a qualsiasi mia domanda. Nel frattempo, mi mostrava un vecchio pendolino nero: un oracolo che era in grado di rispondere a tutte le sue domande. Tra le mani reggeva una corda alla cui estremità era legato il pendolino, che faceva oscillare al centro di un boccale. A poco a poco, il tremito della mano trasmetteva il movimento alla corda e al pendolino, che andava a colpire le pareti del boccale. Il numero dei colpi indicava la risposta alla domanda che aveva in mente la persona che reggeva la corda. Mi garantì la serietà delle profonde intuizioni avute con questo sistema: non solo riguardo a ciò che accadeva nei dintorni, ma anche riguardo all'elezione del consiglio di Basilea e al numero dei voti ottenuti da ciascun candidato. Mi interrogò sullo scopo dei miei viaggi e, dopo averlo saputo, mi mostrò sul suo almanacco l'età che la cronologia tradizionale attribuiva al mondo, e mi chiese che cosa ne pensassi. Gli risposi che le mie osservazioni delle montagne mi avevano portato a considerare il mondo come più antico. “Ah,” rispose con aria trionfante, “l'aveva già detto il mio pendolino, quando, l'altro giorno, ho avuto la pazienza di contare i colpi mentre riflettevo sull'età del mondo, che ho scoperto essere di quattro anni più vecchio di quanto indica l'almanacco.”»
Negli immediati dintorni di Cevio, il paesaggio assume un carattere più suggestivo. Le pareti della valle si stringono e si curvano in numerose rientranze, e fanno la loro comparsa sul fondovalle enormi massi di granito rosa-grigiastro. Il fiume, confinato in un letto ristretto, a tratti scorre placido in pozze di un colore blu intenso senza pari, a tratti corre rapido sui massi candidi in una briosa danza. I castagni crescono sulla sommità delle rocce sporgenti; più in alto, ogni terrazzamento è una striscia di verde contornata dalle delicate forme della betulla e del larice. Più lontano, un picco innevato della catena leventinese risplende dietro lo scenario di anfratti delle montagne vicine. Ma, fino all'ultimo, nulla lascia presagire la magnifica sorpresa che questa valle ci riserva. Mentre ci avviciniamo alle prime case isolate di Bignasco, lo scenario si apre, regalandoci una vista tra le più deliziose e di una bellezza armoniosa, uno di quei capolavori della natura in grado di sminuire anche la più vivida ed efficace delle descrizioni e che, paradossalmente, sarebbe meglio lasciare solamente alle parole fredde e meccaniche del topografo. Eppure non posso fare a meno, per quanto lo sforzo possa rivelarsi inutile, di indicare alcuni dei dettagli che partecipano di questo pregevole paesaggio. Le acque ai nostri piedi mostrano, nella loro trasparenza, un'intensità indescrivibile di zaffiro e smeraldo, tanto che, quando si volge altrove lo sguardo, sembra inconcepibile l'esistenza di un tale spettacolo, perciò, ogni volta, la sorpresa è sempre nuova. In primo piano, su entrambe le sponde del fiume, sorgono casette dalle pareti dipinte e dai tetti muscosi; più in là, una casa di villeggiatura adorna di colonne e un frutteto, dagli alberi di pesco carichi di frutti, acceso da una fiammata di girasoli. 
All'ingresso della Val Bavona, un villaggio bianco ammicca tra i vigneti. Due audaci pareti granitiche si innalzano a picco dalla vegetazione e danno inizio a una lunga successione di cime straordinarie. Oltre questi imponenti massicci, le pendici digradano verso il fondovalle, con le loro linee nobili e assolutamente armoniose. Nella sua discesa verso il fondovalle, ogni picco si trasforma gradualmente in un pendio roccioso, dai contorni addolciti dalla chioma dai castagni, in uno scenario di classica bellezza replicato più in basso dall'intrico dei tralci dei filari di vite. In lontananza, le nevi del Basodino, velate da un'assolata foschia, risplendono come un'aura dorata sulla vetta della montagna. 
Manca forse l'intervento dell'uomo per dare compiutezza e dinamicità a questo quadretto? Al calare della sera, ho intravisto la luce tremolante delle torce e ascoltato il canto sommesso di un corteo che portava l'Ostia a un'anima prossima alla dipartita. Nel bagliore del mattino ho visto una processione di genti avvolte in vesti candide che, tra vessilli e tintinnare di campanacci, sfilava lentamente nel villaggio ancora in ombra, per poi raggiungere la luce del sole, salire, come una baluginante onda viva, sul profilo ardito del ponte. 
Bignasco vive nella mia memoria come una delle più graziose località delle Alpi italiane. Grazie alla sua posizione alla confluenza di tre valli, regala magnifici scorci e la vista verso la Val Bavona è solo uno tra i più belli. Ovunque, i sentieri si diramano verso i boschi. Sulla sponda opposta del fiume sorge un'audace parete rocciosa; oltre, il profilo delle pendici dei monti forma un'ampia rientranza rigogliosa di castagni; qua e là, piccoli appezzamenti assolati sono stati sottratti alla vegetazione selvatica e trasformati in vigneti, mentre il terreno incolto è ricoperto da una fitta macchia di rododendri, che qui si spingono fino al limite di altitudine più basso[4]. Alcuni brevi tracciati, dall'andamento serpeggiante, collegano i diversi fienili, per poi giungere a una cappellina bianca, su un poggio panoramico. A lato, sorge un edificio più antico e più modesto. I cancelli di entrambe le cappelle sono chiusi, ma il lucchetto altro non è che una fascetta di erbe appassite, perciò non ci vuole molto a entrare nella cappella più piccola per esaminare gli affreschi, sciaguratamente coperti da uno strato di calce; tuttavia, i motivi ornamentali sulla veste del Bambino, nell'immagine centrale, e una certa forza nelle figure e nei volti, sulle pareti laterali, sono ancora testimoni di un tempo in cui l'ondata artistica italianeggiante aveva raggiunto anche la Vallemaggia. Sopra l'altare, è possibile leggere una data riferita ai primi venti anni del XVI secolo. 
Ci troviamo al limitare delle selve castanili che, un centinaio di metri più su, cedono il passo a boschi di frassini e faggi; e poi, ancora più in alto, betulle e larici rivestono, come delicate piume, i contrafforti dei monti. Proprio sotto i nostri piedi confluiscono le valli. A sinistra, le pendici prative precipitano bruscamente in un profondo solco eroso dal fiume; ancora più in là, si intravedono le bianche case di Cevio. Di fronte si apre la Val Bavona, con le sue montagne dalle forme tondeggianti e le vette innevate. 

Sedendoci sui gradini della cappella, ci chiediamo perché questo connubio di rocce e vegetazione stimola i nostri sensi con un piacere così impalpabile e sottile? Sui laghi abbiamo lasciato paesaggi più «dolcemente sublimi, sereni a profusione». Ma questi riguardavano lo scenario collinare; persino le creste irregolari delle alture erano rivestite di verde e l'intero paesaggio ci allietava e ci appagava con il suo aspetto di ininterrotta quiete domestica e agiatezza. Qui, i profili oscuri e audaci dei precipizi di granito, che dominano la grazia lussureggiante e indomita del fondovalle, toccano le nostre emozioni con il vigoroso potere del contrasto. La maestosità delle catene centrali, unita alla bellezza italiana, risveglia in noi quell'entusiasmo che va al di là della serena ammirazione, che è il nostro tributo alla più alta espressione del Romantico, sia esso in Arte o in Natura. Possiamo contemplare serenamente un'intensa scena lacustre o una Madonna umbra; vorremmo sussultare di gioia davanti a una figura di Michelangelo o a questa vista della Vallemaggia.
Perché in questa valle la forza del granito è ingentilita dalla grazia mediterranea del fitto fogliame, un sontuoso mantello di castagni e faggi, orlato di piantagioni di mais e vigne, dalle falde ricamate con delicati motivi di felci e ciclamini. Per dirla in modo semplice e diretto, la Natura, nel tentativo di portare a compimento alcune delle sue più imponenti opere, raramente centra l'obiettivo. Invece, qui i risultati sono ben diversi: è riuscita a evitare quell’aspetto monocorde che caratterizza, rendendola insopportabile, buona parte dell'Alta Engadina e sminuisce persino le bellezze di Chamonix, così come lo spoglio rigore di Mattmark o del Grimsel, i rozzi e confusi detriti morenici e le rovine alluvionali che presentano le stesse pendici del Monte Rosa quando scendono verso Macugnaga e il versante italiano. 

Claudia Migliari.

N.B. Se volete continuare il viaggio, trovate la seconda parte dell'articolo cliccando QUI

[1] John Keats, sonetto XVII, N.d.T. 
[2] William Shakespeare, A Midsummer Night’s Dream (Atto III, Scena 1): N.d.T. 
[3] Nonostante l’analogia fonetica, finora non è emerso alcun collegamento tra le parole Maggia e Maggiore. 
[4] Bignasco sorge a soli 440 metri sul livello del mare.

Bibliografia

- D.W. Freshfield, Italian Alps, Sketches in the Mountains of Ticino, Lombardy, the Trentino, and Venetia. London Longamns, Green, and Co. 1875. Ebook gratuito su http://www.gutenberg.org/files/45972/45972-h/45972-h.htm
- G. Brenna, Un mondo di bellezza e di cultura. 50 escursioni in Ticino e nelle alpi limitrofe, Salvioni Edizioni
- AA.VV., Guida d’arte della Svizzera italiana, Edizioni Casagrande

Fotografie
-Le acque ai nostri piedi mostrano, nella loro trasparenza, un'intensità indescrivibile di zaffiro e smeraldo. Il fiume Maggia a Bignasco.
-Distretto di Locarno e bacino idrografico del fiume Maggia, tratto da W.D. Freshfield, Italian Alps. Sketches in the Mountains of Ticino, Lombardy, the Trentino, and Venetia. London Longamns, Green, and Co. 1875.
- Sospiro mentre ripenso a queste pendici alpine in terra italica, con le ondate di atmosfera d’opale a colpire i fianchi delle montagne, le sottili e variegate sfumature del fogliame, le pareti affrescate e i campanili che svettano ammiccanti. Panorama su Foroglio (valle Bavona).
-Per alcuni chilometri, lo scenario della Vallemaggia rimane confinato a un ambiente caratterizzato dalla solidità del granito, qua impreziosito da un'agile cascata, là deturpato da uno smottamento. Cascata della valle del Salto nei pressi di Maggia.
-Passiamo in uno spazio aperto, come tra i campi di un villaggio inglese, e poi tra case un po' più pretenziose di quanto siamo abituati a vedere in montagna.Piazza di Cevio e casa dei Landfogti.
-Il villaggio di Bignasco, in cui vive gran parte delle popolazione, è un gruppo di case a ridosso del fianco della montagna, attraversato da un'ombrosa strada di paese, delimitata da due file di muri a secco; lungo la via principale si aprono qua un cortiletto, là una piazzetta. Scorcio del centro storico di Bignasco.
- I detriti rovinati a valle non sono più riconoscibili, perché a ridosso di questi sorgono fabbricati rustici e le piante di vite ne dissimulano le forme aspre. Abitato tra valle Maggia e valle Lavizzara.
-Il fiume scorre in una stretta fenditura, in fondo alla quale si scorgono qua e là pozze di colore blu intenso o cascatelle spumeggianti. Il fiume Lavizzara nei pressi di Mogno.


Commenti

  1. Un bellissimo viaggio spirituale e iniziatico, tracciato da un novello Goethe di fine '800 oltre i consueti confini; un grand tour d'altri tempi attraverso le bellezze celate tra i monti ticinesi a nord di Locarno, antico feudo lombardo ormai perduto...lungo la scia cristallina e le pietre bianche scavate dal torrente Maggia, sopra i suoi ponti a schiena d'asino gettati nel vuoto tra una sponda e l'altra. Centovalli, Maggia e Verzasca, under cymmerian skies!

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  2. Un bellissimo viaggio spirituale e iniziatico, tracciato da un novello Goethe di fine '800 oltre i consueti confini; un grand tour d'altri tempi attraverso le bellezze celate tra i monti ticinesi a nord di Locarno, antico feudo lombardo ormai perduto...lungo la scia cristallina e le pietre bianche scavate dal torrente Maggia, sopra i suoi ponti a schiena d'asino gettati nel vuoto tra una sponda e l'altra. Centovalli, Maggia e Verzasca, under cymmerian skies!

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    1. Grazie mille Marc, hai colto nel segno!

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  3. Claudia, finalmente sono arrivata a leggere il tuo primo post, un incantevole viaggio, grazie!

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