lunedì 14 settembre 2015

La mula.


Le gocce di sudore colano dalla fronte. E dopo una sosta sul naso stalattite finiscono sull'asfalto rugoso. Ho lasciato all'alba la costa, le ombre lunghe della luce mediterranea. Sono sfilato davanti agli aspiranti bagnanti in coda sull'Aurelia.
Da Spotorno a Noli, e poi camper, centauri e quattro ruote davanti alle rocce di Varigotti. Sino a Finale, sino al bivio per il Melogno. E ho svoltato verso gli Appennini. Pedalo da 10 chilometri in salita. Una pendenza costante, una strada che pare uno scivolo infinito verso chissà quale Paradiso. Ma ora è solo un monte Purgatorio di cui non scorgo la cima. Sono solo pene da scontare perché gli agili rapporti della Mula son finiti. Resta solo di affidarsi alle gambe. 
La Mula è la mia bicicletta. L'ho chiamata cosi perché sulle forcelle c'è scritto Triestina e mi piace immaginare, nonostante abbia la sua età, che sia sempre una ragazza impertinente dalla bellezza spettinata. Forse dopo questa curva la strada spianerà. O si vedranno ancora e solo boschi di castagni? Salendo la macchia di riviera ha lasciato posto agli alberi familiari a noi abitanti della Alpi.
Forse avrei dovuto studiare l'altimetria. Eppure non ho sbagliato strada. Ci fosse qualcuno per chiedere quanto manca! Ma è da almeno 5 chilometri che non incontro un'auto. L'unico mammifero avvistato è stato un gatto che si faceva toeletta ai bordi della strada sotto un sempreverde. 
Tutte le case hanno le persiane chiuse. Dormono? Sono via? Massì, niente di strano. In fondo è domenica e sono sì e no le 8. E allora pedalo. Provo ad aumentare la velocità alzandomi sui pedali. Ma è uno sforzo ripagato dal tachimetro solo per pochi metri.
Cento metri dopo cento metri e si arriva in cima. Vale sui sentieri, vale sulle strade. Per chi sogna il tutto e niente, il colpo da fuoriclasse, pedalare è la migliore lezione. Non si può saltare da una valle all'altra. Occorre salire e scendere. Pedalata dopo pedalata. Avere anche il tempo di annoiarsi, di scoprire che esistono dei chilometri, dei momenti inutili, insignificanti, ma che vanno percorsi anche quelli.
Me lo ripeto ma alla fine nella tasca, anche sui tornanti, tengo sempre il mio taccuino, confidando nell'illuminazione, nell'intuizione improvvisa che non va persa. Come quando ho scorto sotto la provinciale un gioiello gotico dal tetto sfondato, la chiesa di San Bartolomeo, a Gorra. Da oltre mezzo secolo sconsacrata, scrivono le cronache, assieme al fatto che era pericolante. E mi viene in mente che ho appena letto che in Inghilterra c'è un movimento che trasforma gli edifici religiosi abbandonati in luoghi per il campeggio, per mostre, ne trasforma l'uso, ma trasformandole le salva dal lavorio demolitorio di Crono. Da noi esiste solo qualche caso isolato. Perché in Italia salvare qualcosa vuol dire prima subire un processo. Perché lo vuoi fare? Ed è di certo più comodo che portare in tribunale quel potere che non ha fatto.
Ma ora basta filosofie. Pensiamo a finire la salita.
E la salita finisce. Anzi no. C'è un bivio. Un cartello. Il passo del Melogno è un chilometro a sinistra. Io invece svolto a destra. Mancano dieci chilometri alla mia meta: Osiglia. Non so perché ci sto andando. Ho guardato la mappa. Ho visto che c'era un lago. Un lago in mezzo agli Appennini. Richiamo irresistibile per chi è cresciuto su sponde lacustri ai piedi delle Alpi. Un lago con una storia simile a quella dei bacini delle mie valli ossolane. Creato sommergendo un paese, come Agaro, in valle Antigorio, per produrre energia elettrica.
Ora la strada sale ancora con pendenze più dolci. E in lontananza, oltre la dorsale di pale eoliche, si torna a intravvedere il mare.
Inizierà il piano? No, c'è una ripida discesa. E penso che al ritorno sarà salita. La prossima volta guardo l'altimetria.
La discesa finisce con un'imponente chiesa che mi guarda dall'alto. Supero il ponticello ai suoi piedi e mi trovo in uno spiazzo col pavé. Alla mia destra un edificio ricoperto di lastre di marmo con incisi nomi e date. Al piano terra l'insegna del bar Combattenti. Alla sinistra una vedovella. Mi riempio la bocca d'acqua. Mi sciacquo la faccia. Poi entro al bar. Il locale è poco illuminato. Dentro scorgo una decina di sagome. Sono tutte in piedi davanti al bancone. Dall'altra parte vi è una donna coi capelli di mogano raccolti dietro la nuca e una canottiera smeralda. Ascoltano la radio. Parla in francese. 
- Cosa dice, cosa dice? Chiede un uomo con la camicia scozzese, i radi capelli bianchi e la pelle abbronzata.
La banconiera traduce.
- Un colpo di Stato. Ministeri e tv occupati all'alba. Ma c'è stata anche un'invasione di truppe sbarcate all'alba sulle coste. Bloccati treni e autostrade per la Francia.
- Ma insomma chi sono? - Interviene un cinquantenne con gli occhiali e i capelli raccolti in una coda - E' il nostro esercito o sono degli invasori?
- Non si capisce – risponde stizzita la banconiera -. Dice che le notizie che arrivano dall'Italia sono frammentarie. Anche le sedi dei principali giornali sono state occupate.
- Ma ci sono dei morti? Chiede una donna che tiene in mano una sigaretta.
- Sembra di no – risponde la banconiera che poi alza lo sguardo verso di me. Tutti si voltano a fissarmi nella mia tenuta da ciclista.
Con voce incerta balbetto: Cos'é successo?
- E chi lo sa. Dicono un colpo di stato -, interviene l'uomo con la camicia a scacchi.
- Io vado a prendere i fucili che aveva nascosto mio padre -, dice un uomo sulla sessantina con un cappello da baseball.
- Ah, allora è vero che era il Din, il custode dell'arsenale dei partigiani -, interviene l'uomo con la coda

Approfitto della conversazione tra i due per voltarmi e dirigermi verso l'uscita.

- Dove va? Mi chiede la banconiera.
- Devo tornare giù al campeggio.
- Ha famiglia?
- Sì, ma ora sono in vacanza in Svizzera.
- Allora meglio che stia qui finché non si capisce cos'è successo.
Estraggo il telefonino dalla tasca posteriore. Voglio avvisare i miei.
- E' inutile, mi dice la donna con la sigaretta. Qui non c'è campo. E i telefoni fissi sono muti. Linee saltate.
- L'uomo col cappello da baseball mi guarda: Sa sparare?
- Posso imparare. 
- Allora mi segua.
- Posso portare la mula? - E mentre lo dico mi sento un'idiota.
- Guardi che non ce l'hanno neanche più gli alpini.
- Mi scusi intendevo la bicicletta.
- Ci mancava il bersagliere.
Chiudo la pagina del diario scritto sul mio taccuino un anno fa quando scoppiò la guerra. C'è anche uno schizzo che avevo fatto della neonata brigata partigiana. Mi sembrava uno scherzo assurdo nel quale ero capitato. Un gioco di ruolo buono per un paio di giorni. Per poi svegliarmi e scoprire che era una candid camera. Scrivevo ironizzando. Ma dopo dodici mesi a nascondermi nei boschi per sfuggire ai loro droni. Dopo aver visto Ruggero, Biz, Nico, Amanda, Silver e Rachele scendere a valle per i rifornimenti e non tornare più. Dopo che ho raccolto i pezzi di Alfredo, smembrato da una bomba. Ora c'è solo voglia di smettere di scappare e di sparare. Di rivedere le persone cui voglio bene. Ho solo voglia di tornare a pedalare sulla mia Mula. E invece occorre resistere. Giorno dopo giorno. Metro dopo metro.
Mi sveglio. Sono appoggiato a un mulino a vento, pardòn, al pilone di una pala eolica. La Mula è al mio fianco. E' stato solo un sogno. O una visione da don Chisciotte con il body da ciclista. O il paio di bicchieri di Vermentino Sancio (vatti a fidare degli scudieri) che mi sono bevuto al bar prima di rimettermi in sella. 
E allora scendo, piano, pianissimo, non solo per evitare le buche, ma perché so che dovrò passare davanti alle mura di Finalborgo, ai cartelli delle cene medievali per turisti, e poi immettermi nel traffico di motorini e infradito dell'Aurelia. Perché oggi mi basterebbe resistere alla barbarie del “cotto e mangiato” per sentirmi “garibaldino”.

Andrea Dallapina

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