domenica 2 agosto 2015

Quando il Diavolo bussa alla porta...

Portone del Diavolo, Palazzo Trucchi di Levaldigi, Torino
A Torino c'è il diavolo, dicono.
Sciocchezze, ovviamente. Statistiche e leggende enfatizzate con scopi di marketing del turismo - seppure molto più blando di quanto potrebbe (e forse dovrebbe) essere. 
Oppure tradizioni esoteriche interpretate sotto una luce troppo manicheista - una luce che ha paura delle ombre e della conoscenza che possono celare, e che pertanto preferisce etichettarla come malvagia e spaventosa, come spesso si finisce per fare con ciò che non si conosce.

A Torino non c'è il diavolo.

Non più di quanto ci sia da altre parti, per chi ci crede.
Però di sicuro c'è il Portone del Diavolo.
Si chiama così da quando è comparso all'improvviso, una mattina del 1693, eretto misteriosamente in una sola notte sulla facciata di un elegante palazzo barocco situato in via Alfieri, nel cuore di quella che oggi è la cosidetta "City" torinese, il micro-quartiere bancario del capoluogo piemontese.
Il palazzo è intitolato a Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi, ovvero colui che lo fece progettare e costruire - potentissimo e controverso ministro delle Finanze sotto Carlo Emanuele II di Savoia, che fece una sfolgorante carriera, passando ad essere da un benestante altoborghese delle campagne cuneesi ad un ricchissimo nobiluomo della capitale sabauda. 
Ma qui non ci fu nessun patto col Diavolo: i suoi detrattori insinuarono di operazioni economiche spesso a cavallo del confine della legalità; anche se, secondo altri, si tratta solo di invidiose calunnie, fomentate in seguito alla sua opposizione all'entrata in guerra del Ducato contro Genova, che gli inimicò tutta l'aristocrazia militare.
D'altro canto, luci ed ombre, sui palcoscenici di politica e potere, non sono mai univoche. La verità assume così tante sfaccettature, controverse, complesse, taglienti che alla fine diventa solo quella che si sceglie di credere.
E anche questo portone, scuro e massiccio, è ricco di sfaccettature, di fregi scolpiti in altorilievo, un baccanale di fiori, frutta, paffuti cupidi alati che dovrebbe essere un tripudio di vita, di primavera.
Ma, spesso, le cose, osservate da vicino, guardate, e non solo viste, rivelano piccoli particolari che cambiano il quadro d'insieme - come una nota stonata, o semplicemente inattesa, che forse rovina la melodia, oppure, volendo, le fa cambiare bruscamente registro.
Come il mostro accigliato appollaiato in cima al portone, che stringe fra gli artigli un globo somigliante al mondo; o come il topo che sbuca furtivo ed inquieto fra i succulenti frutti di legno.
Portone del Diavolo, Palazzo Trucchi di Levaldigi, Torino
Nell'iconografia medievale il topo, con la sua agitazione febbrile e morbosa, con le sue fughe repentine negli anfratti più scuri, è un animale considerato satanico - ma soprattutto simboleggia il furto, curiosamente la stessa accusa che veniva al conte Trucchi dai suoi detrattori.
E infine - proprio al centro del portone, all'altezza degli occhi anche dei passanti più indifferenti, eccolo: il Diavolo.
Ghignante ed arrabbiato, con le zanne che si trasformano in serpenti e formano il batacchio.
Per entrare nel Portone del Diavolo bisogna avere il coraggio di bussare con i suoi viscidi rettili.
Portone del Diavolo, Palazzo Trucchi di Levaldigi, Torino
Ma che cosa nasconde il Portone?
Oggi, semplicemente, una banca.
Un tempo c'era la Società dei Tarocchi. E il suo numero civico era il 15 - lo stesso dell'arcano maggiore che rappresenta il demonio.
Poi, il Palazzo è diventato di proprietà di Marianna Carolina di Savoia, e, la sera di Carnevale del 1790, il Portone ha nascosto una festa.
Una festa in grande stile, con molti invitanti, artisti e musicisti. E ballerine.
Ballerine vestite di nero, che danzavano irrequiete su un palcoscenico illuminato di rosso a voler ricordare le fiamme dell'inferno - e il movimento dei loro corpi, frenetico e bruciante, doveva essere quello delle anime dannate. 
Era il tema della festa in maschera.
Ma il Diavolo ci mise veramente lo zampino.
Rancori, rivalità, invidie fra prime donne: la giovane etoile Emma Cochet stramazzò al suolo durante la sua danza, pugnalata al cuore da uno stiletto.
Un'arma da donna.
Ma la colpevole non fu mai trovata.
Ci fu solo un urlo, sangue, trambusto, sgomento. E poi un tuono. Un tumulto d'acqua violento dal cielo.
Un temporale estivo quasi tropicale. Ma a Torino. E a febbraio.
E il Portone nascose anche uno scheletro in uniforme francese, ritrovato in un'intercapedine durante alcuni lavori di restauro durante la prima metà del XIX secolo.
Chissà se si trattava del giovane ufficiale Melchiorre Du Perril, la cui scomparsa fu denunciata nel 1797, dopo che fu entrato nel Palazzo prima di partire per una missione in cui avrebbe dovuto consegnare dei documenti segretati.
Ma dal Palazzo non fu mai visto uscire.
Del resto, a volte, quando il Diavolo bussa, si è tentati di aprire...

Serena Chiarle

1 commento:

  1. Serena complimenti! Letto d'un fiato immaginando la festa e i topi sul portone che si animano. Aspetto il prossimo articolo. ...Ros

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