Dalla Tebaide al Cusio in un infusione di colori.

Le leggende sono morte quando l'uomo ha ucciso la notte...


Ci troviamo ad Arola, piccolo comune a 615 metri di altitudine, balcone fiorito che getta lo sguardo nelle placide acque del Cusio e strizza l'occhio alla cima imbronciata del Mergozzolo.
Poco oltre il grazioso abitato ricamato da tetti in piode, percorrendo la quieta strada della Colma che conduce nella vicina Valsesia dove la provincia del Verbano-Cusio-Ossola cede il passo a quella di Vercelli, sorge a fianco del cimitero una piccola chiesa dedicata a Sant'Antonio Abate sorta su ciò che resta di una preesistente cappella risalente al periodo medievale.
A prima vista una semplice chiesetta di montagna ma appena varcata la soglia accolti da un fosforico chiarore lo sguardo si catapulta sul lato sinistro dell'edificio dove un'incantevole ciclo pittorico esprime tutta la sua beltà.
Risalenti al XV secolo gli affreschi, composti da 10 riquadri ancora in buono stato di conservazione, narrano alcune vicende relative alla vita del Santo come la morte di San Paolo Eremita, la costruzione del monastero o l'aggressione da parte di alcuni demoni.
Interessante notare come in quest'ultima rappresentazione nella parte che ospita le due figure demoniache siano presenti numerose abrasioni e scalfitture generate dal ripetuto lancio di pietre da parte dei fedeli intenti a scacciare le diaboliche presenze.
L'autore di queste pregevoli opere è il novarese Giovanni De Campo, frescante assai presente tra il Verbano e la valle del Sesia in quei anni.
Sant'Antonio (noto anche come Sant'Antonio d'Egitto)  nacque a Coma (l'odierna Qumans) sulla costa occidentale del Nilo, in Egitto, terra feconda al monachesimo attorno al 251 da una benestante famiglia di agricoltori di fede cristiana. L'impero romano a quei tempi si trovava sotto la guida dell'imperatore Decio, assiduo persecutore di cristiani.
Rimasto orfano in giovane età Antonio fu tra i pionieri dell'eremitismo, nella costante ricerca della perfezione spirituale diviso tra il rovente deserto di roccia e sabbia e le vicine rive del Mar Rosso.
Folgorato dalle parole del Vangelo (che spingeranno anche S. Francesco d'Assisi ad una vita in povertà): “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi" (Mt. 19,21)“ vendette tutti  i suoi beni e si dedicò all'ascetismo vivendo in preghiera, solitudine e meditazione.
Si narra che ebbe la visione di un anacoreta che lavorava metodicamente intrecciando una corda. Ad un tratto l'uomo smetteva e si ritirava in preghiera, poi nuovamente riprendeva la sua occupazione con diligenza; si trattava certamente di un angelo inviato da Dio per indicargli la strada del lavoro e della preghiera che due secoli dopo si tradurrà nella regola benedettina nota come “Ora et labora”.
Il demonio e la sua ferocia non tardarono a fare la loro comparsa lungo la strada del Santo tentando di dissuaderlo dalla sua scelta di purezza.
Come in un dipinto di Rops l'infame presenza lo turbava, soprattutto di notte, con pensieri osceni assumendo l'aspetto di avvenenti fanciulle e bruciando le sue cose più care.
(rappresentazione moderna e blasfema per mano del pittore belga Félicien Rops ne “Le Tentazioni Di Sant'Antonio, 1878“)

Nonostante Antonio fosse attanagliato dai dubbi nei confronti della sua singolare scelta di vita perseverava, rifugiandosi quotidianamente nella preghiera respingendo ogni mefistofelica tentazione.
Pane, acqua e sale erano il suo unico nutrimento, la fatica ed il dolore di certo non lo intimorivano; la sua ricerca verso l'assoluta purificazione proseguiva stoica. Coperto solo da un umile panno si rinchiuse in una tomba ricavata da una roccia la cui collocazione era a tutti sconosciuta, ed anche qui i demoni fecero la loro comparsa.
Assumendo nuovamente mutevoli sembianze una notte lo ridussero in fin di vita dopo averlo bastonato per ore ed ore.
Nel 285 si trasferì in un vecchio rudere sul monte Pispir infestato dai serpenti.
Alcune persone di buon cuore tentarono di portagli del pane per il quotidiano sostentamento, ma le porte del fortino, perennemente chiuse, lasciavano trapelare sinistri rumori e voci non di questo mondo. Nuovamente Antonio si trovava ad affrontare il subdolo tormento demoniaco.
Così narra il discepolo di Antonio; il vescovo Atanasio di Alessandria d'Egitto:
Il posto sembrò esser sconquassato da un terremoto, ed i demoni, quasi abbattessero le quattro mura del ricovero sembravano penetrare attraverso esse, ed apparire in forma di bestie e di cose striscianti. Il posto si riempì improvvisamente di forme di leoni, orsi, leopardi, tori, serpenti, aspidi, scorpioni, ed ognuna di esse si muoveva in accordo alla sua natura”.
Realtà, fantasia, o “viaggi” onirici?
Trascorsi 20 anni nell'isolamento più totale molte persone interessate a condurre una vita ascetica si recarono nei dintorni della sua dimora gettando le basi per la costruzione dei primi monasteri e ponendosi sotto la sua guida spirituale.
Dopo svariate persecuzioni subite in quel di Alessandria decise di ritirarsi nel deserto della Tebaide, luogo ancor più remoto ed isolato, coltivando un minuscolo orticello ed intrecciando ceste di vimini per garantirsi la sopravvivenza.
Visse nel deserto fino alla fine dei suoi giorni dove grazie all'aiuto di alcuni leoni seppellì il corpo di San Paolo di Tebe.
Ultracentenario si spense il 17 gennaio del 356 e la sua salma venne seppellita in luogo segreto.
In questa estate africana e canicolare, che non concede tregua, spossato dalla grande calura pomeridiana come una fata morgana sorta da un mare di infinite dune colgo quel fil rouge che mi lega alle tematiche rappresentate negli affascinanti dipinti.
Anche in questo spicchio di alto Piemonte l'ardore del sole sembra assumere sembianze egiziane trascinandomi in terre remote, venate d'oriente e di profondi misteri.
Contemplo per qualche minuto ancora la magnificenza di questo tesoro sconosciuto nell'ombroso e sacro silenzio che certi luoghi appartati sanno ancora emanare.
Silenti vibrazioni, figlie di un sapere antico e perduto tra nubi d'incenso e squarci di cieli lontani, fanno timidamente la loro comparsa.



Filippo Spadoni


Bibliografia:
- Giovanni De Campo e gli affreschi quattrocenteschi della cappella di San Giorgio - Simona Oioli
- Sui sentieri di S. Antonio, abate - Fernando Di Stasio
- La Valle Strona – Fond Arch. Enrico Monti, 1975

Commenti

  1. Grazie Filippo per questa chicca cusiana e per aver portato alla nostra attenzione un ciclo pittorico davvero ricco e molto ben conservato! Carola

    RispondiElimina

Posta un commento