Rama, l'Atlantide torinese

La Caduta di Fetonte - Joseph Heintz il Vecchio (fonte: Wikicommons)
Che cosa c'era qui, esattamente qui dove vi trovate adesso, sul terreno che state calpestando, attorno all'aria che state respirando, cento, mille, diecimila anni fa? Andando indietro di qualche secolo possiamo saperlo, abbiamo documenti per ricostruire ed immaginare. Quando i secoli si accumulano fino a diventare millenni le testimonianze si diradano, rimangono solo quelle scolpite nella pietra e sopravvissute nei libri di storia - tutto il resto è ormai coperto da spessi strati di polvere e terra, di memorie ormai sgretolatesi nell'oblio, leggere ed impalpabili come ceneri, invisibili e dimenticate senza più nessuno che le racconti, che provi meraviglia o raccapriccio di fronte al loro volto.
Ma prima ancora? Come si ricordano le cose avvenute quando il mestiere di storico ancora non esisteva? Le cose che anche la pietra ha dimenticato e cancellato?
Il mondo in cui viviamo è antico, esiste da un tempo talmente lungo che nemmeno riusciamo ad immaginarlo, porta cicatrici che si sono aperte e rimarginate milioni di volte, ha avuto più lacrime e trasformazioni di quante noi riusciremmo mai a sopportare - ma è sempre risorto dalle proprie ceneri, ed è ancora capace di piangere.
Quando non esisteva ancora la scrittura, o esisteva in forme che oggi non sappiamo decifrare o che il tempo ha cancellato, la memoria degli eventi correva sui canali della voce, si alterava, distorcendosi, allargandosi, trasformando i propri contorni di bocca in bocca - sulla base di come gli occhi sopra quella bocca vedevano il mondo, o di come volevano farsi vedere.
Le storie che corrono da una bocca all'altra sono come palle di neve che diventano slavine: rotolano veloci, accumulano particolari che le fanno ingigantire, che ne ricoprono la forma originaria, solo più intuibile.
Le storie che corrono da una bocca all'altra finiscono per diventare leggende...
Valsusa
In Valsusa, fra le montagne ed il cielo, incastonata fra i confini di Bruzolo e Chianocco, c'è una storia che fa la sua corsa da una bocca all'altra da così tanti secoli che ormai sono diventati millenni, o forse anche qualcosa di più. Arriva da un tempo talmente lontano che non è nemmeno possibile contraddirla, ma la sua corsa è stata così lunga che il modo in cui si è trasformata ed ingrandita non ha nemmeno più un contorno fisico: è trascendente, fatto di luce e di simboli più che di eventi, è metafora non solo di se stessa ma anche di altri misteri, di altri enigmi che con essa si sono intrecciati - o forse che da essa hanno avuto origine.
E’ una storia fatta di mura ciclopiche che avvolgevano questo angolo di monti e boschi per 27 km, lungo il letto del fiume Dora. E’ una storia che parla di dei o di semidei, di carri dorati discesi dal cielo,di gemme dai poteri incontrollabili, inimmaginabili.
E’ la storia della cosiddetta Città di Rama, Atlantide piemontese di cui si parla, si mormora da tempo immemore, come di qualcosa di grande ed impossibile - ma che esiste solo dentro le parole, le storie che sono diventate leggende, le leggende che sono diventate mito.
Rama era, o meglio si suppone che fosse, una città simile alle fortezze megalitiche di cui è rimasta traccia in Perù: mura possenti che sfidavano la forza di gravità e le (supposte) competenze tecnologiche e meccaniche dell’epoca; mura inespugnabili che servivano tuttavia per proteggere quella che era una cittadella culturale, un centro di sapienza, la sede pacifica ed intellettuale di un misterioso popolo dalla pelle scura venuto da lontano.
Facendo qualche calcolo poteva forse trattarsi del 30000 aC.
La Caduta di Fetonte - Joseph Heintz il Vecchio (fonte: Wikicommons)
Ma chi era questo popolo misterioso e che cosa ha indotto il suo lungo pellegrinare a fermarsi proprio qui, in questa valle fra i monti percorsa sottopelle da correnti di energia che creano cose che poi debbono crescere altrove?
Forse erano i Picti della Scozia? Con la pelle non scura ma dipinta di tatuaggi blu? O forse provenivano dall’India, guidati da un condottiero di nome Ram?
O forse venivano da ancora più lontano.
Una delle leggende in cui si declina il mito etereo ma persistente di Rama dice che la sua fondazione abbia addirittura origini divine: il dio del Sole Fetonte, che un’altra leggenda, simile e speculare, ha già voluto far precipitare fra le acque del Po, pare abbia deciso di fare un tuffo involontario anche nei fondali del suo fiume gemello, la Dora, che lambisce la porzione di valle di cui stiamo parlando.
Come nella leggenda relativa al Po, anche in questa si dice che la caduta nelle acque fluviali sia stata letale per il dio - ma che i suoi adepti, o seguaci, abbiano voluto onorarne la memoria erigendo una città proprio nel punto in cui la sua vita venne bruscamente terminata, nella speranza che il nuovo insediamento ne potesse assorbire i poteri e la saggezza.
Ma può un dio morire?
Forse sì, se in realtà non è una creatura divina ma semplicemente un uomo trasformato in dio da altri uomini per avvallare il suo status di potere - un principe egizio, ad esempio. Il quale può aver anche esportato qui il culto di Api, il dio-toro che poi diventò simbolo di un’intera città.
Oppure… chissà - qualcuno che apparteneva a qualche altra civiltà più evoluta, una di quelle civiltà misteriose perite senza lasciare traccia di cui si trova qualche cenno anche in altre leggende, o in altri enigmi storici, sparsi in giro per il mondo.
San Giorgio e il Drago, Paolo Uccello (fonte: Wikicommons)
Perché, secondo un’altra versione del mito, Fetonte non affogò - ma discese dal cielo sul suo carro dorato trasmettendo il suo sapere alle popolazioni locali. Insegnò loro a lavorare i metalli, a fonderli, insegnò loro il potere del fuoco: era o no il Dio del Sole? O forse lo diventò per questo.
Forse insegnò loro anche altri segreti alchemici. E chissà se lo fece per filantropia o per necessità di manovalanza.
Magari decise di fermarsi qui perché c’era qualcosa che gli serviva - qualcosa che si poteva trovare solo qui, fra Mompantero e Foresto, e non altrove. Un minerale, forse, o una corrente energetica.
Però questo dio dorato, disceso dal cielo o venuto da lontano, non si limitò a prendere: diede anche qualcosa in cambio.
E di nuovo qui il mito si dirama in diverse declinazioni: per alcuni il dono di Fetonte è una gemma verde, con poteri talmente estremi che il dio lasciò alcuni dei suoi guardiani a custodirla - forse maghi, forse draghi, di sicuro in grado di padroneggiare il fuoco a difesa del prezioso monile.
Per altri si tratta invece della ruota del suo carro dorato, che contiene i segreti dell’universo, nascosti negli angoli della sua superficie solo apparentemente circolare, criptati in una forma a cui solo pochi animi eletti sono in grado di accedere.
E allora qui si tirano le somme con qualcosa che è venuto dopo, ma che si ricerca da sempre, e che potrebbe essere magari partito proprio da qui: che il dono di Fetonte sia stato quello che successivamente venne chiamato Graal?
Troppe ipotesi, troppi forse, poste in gioco troppo ambiziose per essere basate solo su parole, su voci che scorrono nel vento fra le montagne della Valsusa - voci che si perpetuano da parecchi millenni ma senza basi più solide del vento su cui corrono.
Ma quando le storie appaiono troppo ricche di magia e fantasia per essere realistiche, spesso la verità non è che una metafora. La metafora è un’arma potentissima da sempre: serve per celare, per spiegare, per catturare l’attenzione e per celebrare. Il mito di Rama vive da millenni, nel vento e sulle bocche, grazie alla metafora.
La Tavola Rotonda e il Graal (fonte: Wikicommons)
E se il dono di Fetonte, il tesoro che ha lasciato in eredità, chiunque egli sia stato, non fosse qualcosa di concreto, ma qualcosa di altrettanto potente, di altrettanto prezioso? Conoscenza, sapere?
E, magari, in questo senso, come abbiamo già raccontato, il dono di Fetonte potrebbe anche essere stato quello che poi venne chiamato Graal. Nel senso alchemico del termine, come acronimo della perifrasi latina “Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce”: antica luce, quella del Sole - e, di conseguenza, del fuoco, base e principio di tutte le innovazioni e le invenzioni concepite dalla mente umana.
Quello che manca in tutto questo racconto, quello che il vento ormai non porta più e che le bocche tacciono, è il come, il perché avvenne la fine di questa città, così imponente, così sapiente. 
Di sicuro è stata una fine che non ha lasciato traccia. Nemmeno un sasso, nemmeno un graffito, nemmeno un monile. Ad oggi della ciclopica e fantasma Rama non è mai stato trovato nulla.
Diluvio? Slavina? Invasione distruttrice di qualche altro popolo? O auto distruzione pur di non lasciare la città (ed i suoi potenti segreti) in mano ad altri?
Anche per questa Atlantide minore, in mezzo alle montagne e non in mezzo al mare, ci sono solo domande e nessuna risposta.
O forse ha semplicemente seguito il destino di tutte le cose che nascono alla confluenza dei corridoio energetici che ci scorrono sottopelle, fra Torino e la Valle: qua le cose si creano, ma devono andare a crescere altrove...

Serena Chiarle

Commenti

  1. Splendido articolo complimenti....

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  2. Vorrei viaggiare nel tempo per vedere le città che oggi esistono ancora ma che sono profondamente trasformate. Di questa, leggendaria, mi accontento che resti leggenda e mi sono goduta il tuo racconto (come sempre meraviglioso).

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    1. Chissà quante cose scopriremmo se potessimo viaggiare nel tempo... e quante storie potremmo allora raccontare!!
      Grazie Anna!

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  3. Veramente cari ragazzi mi mettete in difficoltà...non trovo più termini di complimento. Allora, anche perchè l'amica Serena è donna, opterei per grandiosa, poetica, intrigante, dotta, simpatica. Intrigante perchè questo articolo entra di diritto nello studio di tematiche che da sempre mi affascinano. Certi miti si possono ridimensionare fin che si vuole, ma rimangono troppe similitudini nelle culture e pure in molte tradizioni di popoli che (secondo i "riduttori") non potevano avere relazioni, come, per rimanere nell'articolo, la famosa (e mondiale) Atlantide.

    L'anno posta ad ogni latitudine della Terra, in mezzo ai 7 mari e tra le montagne. Come del resto furono innumerevoli le dimore degli dei (in senso metaforico, ovviamente) tanto che ogni religione, ogni popolo nelle più disparate località della Terra ha avuto una sua montagna sacra. Il suolo italico per esempio ricorda il mitico "Mons Albanua" delle antiche genti latine, sacro a Juppiter Latiar, da identificarsi attualmente con il Monte Cavo, fra i Colli Albani.

    Naturalmente cara Serena, tu sai bene che questi argomenti attraggono molto, al punto che i libri sull'argomento ormai non si contano più, ma qualche articolo da parte vostra sarebbe sempre ben accetto, soprattutto se posto con tanta grazia e maestria. Un saluto
    Malles

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    1. Molto lieta che l'articolo ti sia piaciuto! La tematica ovviamente intriga da sempre anche me, ed era giunto il momento di raccontarla ☺

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