sabato 13 giugno 2015

L'Ottomana [terza parte].

La mattina seguente, quando mancavano cinque minuti alle 9, De Santi bussò. 
“Venga. Venga pure”.
Il soldato entrò nella stanza, l'Ottomana non si vedeva. Era ancora dietro il separé. Ma buttando uno sguardo nello specchio il militare vide che indossava un abito castigato, color antracite, ma che il busto a S spingendone il petto in avanti e i lombi indietro, trasformava comunque l'Ottomana in una flessuosa figura. Notò che stava riponendo la cipria e che si stava infilando anelli d'argento con grosse pietre incastonate.

“Eccomi, pronta”, disse sbucando dal separé. Si recò verso lo scrittoio, prese un capello dalla tesa larga che finiva con un cono stretto e un fiocco, e lo indossò. 
“Mi scusi, ma ero intenta a leggere e non mi sono accorta dell'ora. Lei legge?”
“Signora, io ho la terza elementare. Non mi interesso di libri. Però so leggere benissimo le mappe, me l'ha insegnato il figlio del conte”.
“Lei ha frequentazioni aristocratiche?”
“Aristo... No, no, è che mio padre lavora per suo padre e così siamo cresciuti un po' insieme. E abbiamo entrambi la passione per i motori”.
“E lui ha la macchina?”
“Certo”, confermo De Santi, che aveva iniziato e proseguito il dialogo fissando lo specchio che gli aveva donato un'inaspettata sorpresa la sera prima. A quel punto provò a cercare lo sguardo dell'Ottomana. E lo trovò. Ma subito abbassò il capo, come quando si vuol essere certi di non avere sbottonati i calzoni. Ma probabilmente dello sguardo di lei non temeva incrociasse la propria biancheria, ma che scavasse più a fondo: nei suoi pensieri.
“Bene - disse De Santi -. Andiamo. Oppure mi prendo una strigliata dal capitano”. E uscirono dalla stanza.

UNIRE I PUNTINI

Quando entrarono nell'ufficio di Ruggeri, l'ufficiale era chino su un tavolo. Era incurvato e solo dopo qualche istante si poteva mettere a fuoco che sotto il suo ventre c'era Sacco, seduto e con la matita in mano. “Allora hai capito cosa disegnare?”, disse Ruggeri. “Certo, capitano”. Poi il profilo unito dei due si divise nel controluce della finestra.
“Buongiorno, ben arrivata. S'accomodi pure”, disse l'ufficiale indicando una sedia di legno bruno.
“De Santi, può andare”. Il soldato si congedò.
Ruggeri proseguì: “Lei conosce molte lingue, ma a noi interessano quelle parlate nell'impero austro-ungarico. Perché lei dovrà farci da interprete in interrogatori di spie catturate o tradurre messaggi da noi intercettati e aiutarci a scrivere false informazioni per la contropropaganda. Ovviamente credo sia superfluo dirle che si tratta di un compito di massima segretezza e che quello che apprende qua dentro non dev'essere divulgato a nessuno. Altrimenti, c'è la corte marziale”.
“Capitano, perché ho la facoltà di girare liberamente fuori dalla villa?”
“No, potrà uscire ma sempre scortata da un soldato e per non più di un'ora al giorno”.
“Potrei consegnarmi direttamente agli asutriaci, nelle loro prigioni credo ci siano almeno due ore d'aria”.
“Trovo la sua ironia fuori luogo. Peraltro dalle informazioni che abbiamo appreso sul suo conto, lei fa già vita ritirata ed esce raramente di casa”.
“E' meno di un anno che sono tornata e avevo molti libri in arretrato da leggere”, disse alzando l'angolo della bocca destra: un mezzo sorriso beffardo sul quale Ruggeri sorvolò.
“Mi sembra che abbiamo fatto già troppi convenevoli. Al lavoro”, disse il capitano; prese una cartella da una pila di fogli sopra la sua scrivania e la pose alla donna. “Traduca questi in austriaco”.
L'Ottomana lo lasciò con il polso teso e la cartella stretta tra pollice e indice, si tolse il capello, l'appoggiò sulla scrivania che aveva di fronte e disse: “Ha un gemello che la sera legge Tolstoj e fa complimenti galanti alle signore? Potrebbe presentarmelo?”
Il capitano espirò: “Dopo il lavoro parleremo di libri con mio immenso piacere e del mio gemello”.
La donna prese la cartella. Ruggeri tornò ad avvicinarsi alla figura di Sacco china sul tavolo, guardò cosa aveva disegnato e disse: “Bravo, così lo possono capire anche quei geni dei nostri comandanti”.
La porta si aprì ed entrò il maggiore Brando.
“Buongiorno a tutti”. Il capitano e Sacco si girarono e rizzarono in piedi per salutare il superiore.
“Comodi, comodi. Allora signora, vedrà che con il capitano Ruggeri si troverà bene. Poi forse lei, che mi dicono persona di cultura, riuscirà a capire anche i suoi giochi enigmistici”.
“Ecco a proposito, maggiore”, disse Ruggeri.
“Si?”
“Ho qui pronto quel messaggio in codice” e gli mostrò il foglio sulla scrivania di Sacco.
“Io vedo solo dei puntini”
“Esatto. Ma se uniti nel modo corretto...” e nel dirlo Ruggeri fece scivolare via il foglio e mostrò quello sottostante, che riportava una mappa con un piano d'attacco.
“Ma come fanno i nostri a sapere come unire i puntini?”, chiese il maggiore.
“Ovviamente non possiamo numerarli altrimenti se finisse in mano al nemico sarebbe facilmente decrittabile. Perciò con Sacco, che è un valente imbianchino ma anche disegnatore, sto facendo in modo che la mappa possa essere ricostruita unendo i puntini con una sequenza semplice: come da sinistra a destra o viceversa, o dall'alto al basso”.
“Va bene, capitano. Le do una settimana per convincermi”, disse Brando; e uscì dall'ufficio.

RITRATTO DI UNA SPIA

Passarono alcune settimane, l'autunno iniziò a non essere solo un fatto astronomico. Sull'Isonzo si continuava a combattere. Al comando della II Armata, le novità sfornate dall'ufficio del capitano Ruggeri finivano nel cestino del maggiore, al quale interessavano solo le traduzioni dei messaggi intercettati, anche se il più delle volte rivelavano notizie già conosciute al Regio esercito in merito alle intenzioni e agli spostamenti al di là della linea del confine bellico. 
De Santi aveva l'ordine di accompagnare l'Ottomana quando voleva uscire dalla villa, ma come avveniva a Sant Andrat, anche a Cormòns, la donna si concedeva solo un'uscita a settimana per recarsi in merceria e dallo speziale, al quale chiedeva se era possibile far giungere, nonostante il conflitto, il suo amato karkadé.
Sacco ogni volta che il capitano usciva dall'ufficio, tirava fuori da sotto un foglio e proseguiva nel ritrarre l'Ottomana intenta a tradurre.
Ruggeri e la traduttrice durante il giorno si scambiavano quasi esclusivamente monosillabi di risposta. Poi la sera si sedevano di fronte nel salone d'ingresso della villa e leggevano. Il silenzio veniva interrotto da qualche battuta salace per far capire all'altro che aveva già letto il libro che stava sfogliando. Una specie di gioco per dimostrare che quelle pagine erano talmente intime a chi parlava che si poteva permettere di scherzarci sopra come si fa con chi è di casa o di famiglia.
Un giovedì il maggiore Brando convocò Ruggeri e gli disse: “Capitano, prenda la mia vettura, e si faccia accompagnare da De Santi all'abbazia di Rosazzo. Come sa vi sono ricoverati molti nostri soldati, tra questi ve n'è uno che sostiene di aver scoperto una spia tra i nostri ufficiali. Ma non sa come si chiama. E' uno della zona, perciò parla pochissimo l'italiano, porti con sé l'Ottomana per farsi capire e il soldato Sacco: così vediamo se è vero, come dice, che è bravo a disegnare. In base alla descrizione del ferito dovrà ricostruire il volto della spia. Faccia in fretta, mi han detto che non sanno se camperà sino a domani”.
Meno di un'ora dopo De Santi metteva in moto la vettura del comando, al suo fianco c'era Sacco. Sui sedili posteriori si scorgevano le sagome del cappello dell'Ottomana e del berretto del capitano.
La bianca abbazia di Rosazzo dominava la vallata che digradava verso il Corno tra dolci pendii che la stagione infiammava di pampini rossi, con la vendemmia che era appena trascorsa, e che quell'anno aveva visto con le forbici tra i tralci solo capelli bianchi e sottane.
Come molti monasteri evocava una fortezza non solo dello spirito ma anche un luogo difficile da espugnare e ostico da abbandonare. Il fronte di guerra a pochi chilometri ne aveva fatto un ospedale militare. Arrivavano dall'Isonzo e dal Monte Nero, da un po' tutto il fronte con la Slovenia. Alcuni per morire d'infezione dopo giorni, alcuni il tempo di una benedizione, altri con un'amputazione, e chi era ferito di striscio benediva per la vita salva e la prossima licenza a casa.
In quelle corsie di mugugni e grugniti, rotti talvolta da urla, a tratti vinceva l'odore di alcol a volte quello di urina. 
De Santi fermò l'auto davanti all'ingresso dell'abbazia.
“Si fumi qualche sigaretta - disse il capitano -. Noi entriamo, spero non ci metteremo più di un'ora”
E così Ruggeri, l'Ottomana e Sacco misero piede nel chiostro. Venne loro incontro una suora.
“Dobbiamo vedere il soldato Tomat”, disse l'ufficiale.
“Vado a chiedere al dottore se è possibile”, rispose la religiosa.
I tre attesero fuori dalla porta della corsia. Appoggiato al muro con lo sguardo fisso verso il pavimento c'era un fante. Non si era curato che un ufficiale era a un paio di metri da lui, non l'aveva salutato. Ma Ruggeri ebbe quasi timore di distoglierlo dai suoi pensieri, per una mancanza che in altri luoghi avrebbe potuto costare al militare anche la vita.
La suora uscì: “Va bene, potete entrare a vedere Tomat”.
Il fante si svegliò dall'apparente catalessi e scattò verso la porta. 
“No, lei no”, disse la sorella.
“Ma io sono qui da ieri”.
“Tomat è molto grave, il dottor Caprilei ha detto niente visite a eccezione di quelle autorizzate dal Comando”
“Ma lui è il mio hamico. Sono io che mi sono beccato una scheggia di granata - disse mostrando una fasciatura alla mano - per riportarlo indietro dopo l'attacco”.
“La capisco - disse la suora -. Ma non decido io”.
Ruggeri passò davanti al fante, che alzò la mano sulla fronte stringendo le mascelle.
I tre entrarono nella corsia e raggiunsero il letto di Tomat. 
“Forza soldato”, disse Ruggeri.
E l'uomo che aveva metà volto bendato annuì con la testa.
Il capitano continuò rivolgendosi all'Ottomana. “Traduca in friulano quello che dirò”.
Estrasse un taccuino e iniziò a parlare consultando i suoi appunti: “Secondo quanto riferitomi dal mio comando, lei, soldato Tomat, ha dichiarato che poco prima che ebbe inizio l'assalto che l'ha visto ferito poté osservare un ufficiale a lei sconosciuto entrare nella postazione del suo comandante e rovistare tra i documenti per poi dileguarsi. E' corretto?”
L'Ottomana tradusse. L'uomo nel letto annuì una seconda volta.
“E perché non l'ha fermato?”
“Son solo un soldato io”, rispose Tomat senza attendere la traduzione.
“Qualcun altro può aver visto questo ufficiale?”
“Non lo so”.
“Bene, ora io le farò delle domande. Tipo: l'ufficiale era biondo? aveva gli occhi verdi? i baffi? Lei mi risponderà facendo un cenno con la testa. Un cenno vuol dire sì, due no. Così il qui presente soldato Sacco cercherà di disegnare il volto dell'uomo da lei visto in base alle sue indicazioni”.
E mentre l'Ottomana traduceva, Ruggeri chiese al lombardo: “Serve una sedia?”
“No, riesco a disegnare anche in piedi, mi sono portato una cartella rigida”, rispose Sacco.
E il capitano iniziò le sue domande, ma dopo un paio di minuti l'unico occhio visibile di Tomat appariva intorbidito. E mentre stava per dare il proprio cenno alla domanda se l'ufficiale misterioso avesse la barba, il suo busto scattò in avanti, la sua bocca si spalancò e ne uscì un fiotto di sangue; poi piombò all'indietro, rigido sul letto, un rivolo carminio gli usciva dall'angolo sinistro della bocca, la pupilla dilatata fissava il vuoto.
“Un medico! Un medico!” urlò il capitano.
Ma in quel momento nella corsia il dottor Caprilei non si vedeva. Si alzò invece un ufficiale che era piegato al capezzale di un ferito quattro letti più in là. Si avvicinò, aveva due baffi tra un naso affilato e due labbra carnose, aveva l'età in cui Dante si perse nella selva oscura. Mise una mano sulla fronte di Tomat, mentre col pollice dell'altra premeva sul polso del soldato. Guardò il capitano, guardò la donna e scosse il capo.
Il dottor Caprilei entrò in corsia. E rivolgendosi all'ufficiale medico disse: “Dottor Perusini, l'abbiamo perso?”
Perusini fece cenno di sì col capo. Si congedò da Ruggeri e gli altri e tornò al capezzale da dove era giunto.
Ruggeri si voltò verso Sacco: “Cosa sei riuscito a disegnare?”
Il soldato mostrò il foglio. Si vedevano degli occhi vicini, labbra sottili, un viso a V. Troppo poco per riconoscervi qualcuno.
“Ci abbiamo provato - disse Ruggeri -. Andiamo”.
Uscirono dalla corsia. La suora sull'uscio chiese: “Avete bisogno di altro?”
Nel mentre anche il capitano Perusini uscì: “Scusate, con permesso. Sorella, vado a Cormòns e poi torno al mio posto a San Floriano”. E si allontanò.
“Ne avessimo di persone come lui nel nostro esercito – disse la suora -. Pensate è un medico di fama internazionale, ma si è arruolato senza nemmeno indicare i titoli. La sua è una famiglia di patrioti. E lui quando può viene a vedere stanno le persone che ha soccorso in prima linea. Adesso è al posto di medicazione a San Floriano. E dovete sapere che la famiglia ha messo a disposizione una sua villa a Cormòns per un ospedale della Croce Rossa”.
Ruggeri seguì con lo sguardo la figura del medico uscire dal chiostro. “Speriamo che la guerra risparmi lui e non me”, disse girandosi verso l'Ottomana: non sapeva che Perusini non avrebbe potuto brindare al nuovo anno, vittima di schegge di granata.
“Sorella!”, si sentì provenire dall'altro lato del chiostro. “Ora 'osso entrare io a trovare Tomat”, disse il giovane tradendo le sue origini sull'Arno. 
“Vada pure”, disse la religiosa facendosi il segno della croce.
“Noooooooo!” Urlò il fante e scomparve alla vista di Ruggeri, del pitùr e dell'Ottomana.
“Mi scusi, capitano, cosa voleva dire quando prima ha detto era il mio amico. Uno era friulano, l'altro ha l'accento toscano. Dubito fossero cresciuti assieme”, disse l'Ottomana.
“Nell'esercito, in trincea, funziona così: ognuno ha un amico – spiego Ruggeri -; è quello che ti sta vicino durante un assalto, che ti viene in aiuto coltello alla mano se hai un corpo a corpo, o che cerca di riportarti in trincea se resti ferito sul campo di battaglia. Una sorta di angelo custode del quale però anche tu sei custode”.
“Voi ufficiali avete amici?”
“No”.
Ruggeri si voltò: “Un momento. Il toscano magari ha visto anche lui la spia”. E il capitano rientrò in corsia con Sacco. “Soldato”, disse rivolto al giovane che stringeva la mano del morto. “Capisco il suo dolore, ma devo farle una domanda. Sacco, mostri il ritratto – e mentre il pitùr estraeva il disegno, Ruggeri proseguì -. Prima dell'attacco dove siete rimasti feriti, ha visto aggirarsi in trincea un ufficiale con queste fattezze?”
“No, signor capitano”.
“Il soldato Tomat ha asserito di averlo visto mentre sottraeva documenti”
“Signor capitano, io non posso aiutarla, quando Giovanni me l'ha raccontato era già ferito e non so altro, ma credo che il mio amico vada decorato per aver avuto più a cuore della propria salute il racconto di quanto aveva vista segnalando al comando la presenza di una spia”.
“Ci penserò”, disse il capitano e si diresse verso il chiostro.
Sacco gli camminava a fianco. 
“Capitano, la vuole sentire una storia. Un soldato rimane gravemente ferito; l'amico lo salva, ma capisce che probabilmente non sopravviverà. Allora gli dice di raccontare una storia, così, anche se morirà, magari riceverà una decorazione, magari la sua famiglia avrà qualche vantaggio in più annoverando un eroe. Ma capitano, è solo una storia della mia fantasia”.
Ritornarono dall'Ottomana e s'incamminarono per uscire dall'abbazia. Una voce alle loro spalle squillò: “Signora, aspetti, aspetti, la prego”.
Si voltarono, a rincorrerli era un uomo con le stampelle, la gamba destra amputata: probabilmente il numero dei suoi anni vedeva la prima cifra non superare l'uno.
“Scusatemi”, disse cercando di mantenere l'equilibrio su una gamba sola per salutare il capitano.
“Comodo, comodo”, disse Ruggeri.
“Siete qui per scrivere le lettere?”, domandò l'uomo. 
“Cosa intende?”, disse l'ufficiale.
“La suora ci aveva detto che lei non aveva tempo ma che sarebbero venute delle dame di carità ad aiutarci a scrivere ai nostri cari a casa. Io non so scrivere ma voglio dire alla mia mamma che ho perso una gamba - disse abbassando lo sguardo -. Ma almeno per me la guerra è finita”. S'interruppe, poi continuò guardando il capitano: “Volevo dire che vorrei poter continuare a difendere la Patria, ma senza una gamba la vedo dura”.
“No, mi spiace - disse l'Ottomana -, non sono qui per le lettere. Però il soldato se vuole può farle un ritratto”, disse indicando Sacco.
“Oh, che bello!”
“Soldato, la signora ha una dose di umorismo talvolta malsano. Ci scusi, ma ovviamente scherzava - disse il capitano -. Comunque vedrà che quelle care signore verranno senz'altro”. E dopo i saluti i tre uscirono dall'abbazia.
De Santi li stava aspettando sulla vettura. 
“Capitano - disse l'autista -, è quasi mezzogiorno. Mi sono permesso di chiedere al piantone se conosceva qualche locanda o osteria in zona per poterci rifocillare, e mi ha detto che qua sotto a Noax si mangia bene”.
“De Santi, pensa che siamo in gita di piacere?”
“No, signor capitano. Ma mangiare dobbiamo mangiare e visto che siamo in piacevole compagnia e forse non lo saremo più per molto tempo, sino alla fine della guerra...”
Il capitano guardò l'Ottomana. 
“Ringrazio il soldato, per quello che credo ritenesse un complimento nei miei confronti - disse la donna, poi continuò -. Personalmente credo che possa essere l'occasione capitano per riuscire a finire uno dei nostri confronti sul destino della letteratura. Che solitamente vengono interrotti da ordini superiori”.
Ruggeri era piantato in piedi in mezzo allo spiazzo e aveva addosso gli occhi puntati degli altri tre. “E sia! Al massimo diremo che siamo andati a cercare qualche commilitone di Tomat che poteva aiutarci a completare il ritratto. E così posso pensare con calma se raccontare la verità suggeritami da Sacco o proporre una decorazione per il fante”.



[continua]

Andrea Dallapina.

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