L'Ottomana. [quarta ed ultima parte]

I BOTTONI DEL CAPITANO
Dopo meno di mezz'ora la compagnia dei quattro entrò nell'osteria. Si sedette al tavolo e ordinò molti tai (bicchieri di vino) e l'accompagnò con pan di segale e Montasio.
“Buono oste - disse Sacco, alzando il bicchiere smerigliato -. Come si chiama?”
“E' Tocai”, disse l'uomo baffuto con il gilet nero che stava asciugando un piatto e che tutti gli avventori chiamavano Franz. Ora però erano rimasti solo loro dentro il locale. Fuori il sole aveva già iniziato a scendere dallo zenith.
“Capitano, vorrei godermi i raggi di sole più caldi di questa giornata. Vuole accompagnarmi all'esterno per proseguire il nostro discorso?”, chiese l'Ottomana.
De Santi era infatti intervenuto nel dialogo tra l'oste e Sacco, sostenendo che il Valpolicella era il vino migliore e che il rosso era meglio del bianco. E il dibattito iniziava a farsi animato perché oltre che sulla qualità si iniziava a discettare sulla quantità, ricordando il massimo numero di litri  superiori ai 10 gradi bevuti in una sola sera. Bottiglie, bottiglioni, damigiane.
Ruggeri e l'Ottomana si fermarono sotto un pergolato, lei si appoggiò al tavolo di sasso al centro e lui rimase in piedi di fronte a lei, appoggiato al muro dell'edificio, accanto alla fontana.
“Allora capitano, oltre alla letteratura russa, c'è qualcosa che l'appassiona tra i contemporanei?”
“Non amo gli autori italiani. Troppo impegnati a guardarsi allo specchio. Aborro il futurismo”
“Capitano, io la conosco da poche settimane, ma di certo capisco che non è l'azione a eccitarla”
Il capitano non intervenne. Rimase con il volto inespressivo. Allora fu l'Ottomana a proseguire.
“Lo sa che per un certo periodo, all'inizio del mio periodo ad Alessandria ho servito in casa del padre di Marinetti. Una volta scoprii Filippo che aveva praticato un foro in una porta per spiarmi mentre andavo in bagno. Poi lasciarono l'Egitto e non lo rividi più. Mi arrivavano echi delle sue prodezze. E quando sono tornata in Italia ho scoperto che andava per la maggiore con il suo interventismo”.
Ruggeri continuava a essere muto. E a fissare l'Ottomana, che continuava a parlare.
“Lei capitano mi ricorda invece un amico traduttore del ministero. Si chiama Costantino, è di origine greche, scrive poesie che meriterebbero miglior gloria della diffusione tra amici. E' una persona molto chiusa, non gli piacciono le donne, ma se legge le sue liriche scopre che dentro ha un esercito pronto alla rivolta contro il conformismo. Gliele farò leggere”.
Ruggeri interruppe il silenzio. “E la somiglianza sarebbe anche nel fatto che non mi piacerebbero le donne?”
“Questo non posso dirlo. Non posso dirlo giudicandola solo sulla sua educazione e galanteria”. E dopo averlo detto si sfilò il guanto della mano destra, appoggiò le sue dita sul bottone più alto della divisa dell'ufficiale. E lo slacciò. Poi iniziò con il secondo, il terzo, sino ad arrivare ad aprire la giacca di Ruggeri. L'uomo era immobile, schiacciato contro la parete, sembrava non respirare. La mano di lei ispezionò la camicia sul petto di lui, poi iniziò a scendere. Ruggeri voltò il capo verso la vedovella che aveva a fianco e la sua attenzione fu catturata da un riflesso nella vasca dell'acqua: vide la sagoma di De Santi. Alzò il capo in alto, e tra le foglie di vite che coprivano il pergolato vide il capo del soldato rientrare dalla finestra al primo piano.
Ruggeri bloccò la mano dell'Ottomana che era giunta sul suo inguine.
“Mi scusi. E' ora di andare”, disse.
Rientrarono nel locale. Sacco e De Santi stavano scendendo le scale assieme all'oste. Quest'ultimo stava parlando: “Allora avete visto che collezione di etichette? Se volete bere bene tornate qui”.
Fu il capitano a saldare il conto, poi i quattro uscirono dall'osteria e ripresero il viaggio verso il comando. Ma dopo poche centinaia di metri dal sedile posteriore si udì: “Può accostare un momento?”
Il capitano si voltò verso la donna al suo fianco che si era rivolta a De Santi: “Cosa c'è?”
“Credo siano quarant'anni che non entrò più in quella chiesa”, disse indicando un santuario in mezzo alla campagna, poco distante dal fiume, e che vedeva stagliarsi un colonnato sulla facciata.
“E' credente? Sente il bisogno di pregare?” incalzò il capitano.
L'Ottomana rispose: “Ho vissuto per troppi anni in una città dove si professano religioni di ogni sorta per pensare che ne esista una più credibile delle altre. No, è solo che questa chiesa mi ricorda mia madre. Veniva sempre qua a pregare e mi spiegava che la statua della Madonna col bambino, la Madonna d'aiuto, la chiamano qui, aveva salvato il paese dal colera pochi anni prima che lei nascesse. E' l'unico ricordo di mia madre nella quale non è intenta in qualche faccenda. L'unica immagine nella quale non è in moto: la vedo assorta, come se quel minuto fosse stato l'unico a lei concesso per guardare la bussola di un viaggio nella deriva della vita iniziato con il primo vagito”.
Ruggeri non fece alcun commento, nessuno parlò. L'Ottomana scese, entrò nel santuario e ne uscì pochi minuti dopo. E la vettura proseguì verso Cormòns. Ma arrivati a Sant Andrat, l'Ottomana si voltò verso il capitano. “Ogni promessa è debito. Fermiamoci un momento a casa mia. Le farò leggere le poesie di Costantino”.
Ruggeri guardò l'orologio. “D'accordo, ma non possiamo fermarci più di un'ora”. E i quattro salirono nell'appartamento dalle persiane chiuse.

COME SI FUMA UN NARGHILE'
Un tavolo con quattro sedie in mezzo al tinello, una credenza piena di libri, un divano amaranto. Così si presentava l'abitazione dell'Ottomana non appena aperta la porta. E non poteva sfuggire quell'oggetto dorato e smaltato, color turchese, che troneggiava in mezzo al tavolo.
“Cos'è?”, chiese De Santi non appena entrato.
“Un narghilé, in Egitto lo chiamano shisha. Non l'hai mai fumato?”, disse la donna.
“No, no. E cosa succede?”
“Niente, è un modo più conviviale, levantino, direbbe il vostro capitano, di fumare assieme”
“E si può provare?” chiese Sacco.
“Il capitano ci ha dato un'ora e la useremo”, rispose l'Ottomana.
Ruggeri nel frattempo si era piantato davanti alla credenza e con lo sguardo scorreva i dorsi dei libri. Quasi tutte edizioni in lingua originale, collezionate dalla donna venuta dall'Egitto, quando frequentava l'alta borghesia alessandrina. Lui conosceva solo un po' di francese. E lì c'era tutto Hugo, Flaubert, De Balzac da leggere. E anche Zola. Con molti titoli che in Italia non erano stati tradotti. E quel Gide. Era veramente scandaloso come aveva letto su una rivista?
L'Ottomana appoggiò il mento sulla spalla del capitano. “Devo tenere fede alla mia promessa. Mi faccia vedere”, gli appoggiò una mano sul fianco e lo scostò. Aprì la credenza, spostò un paio di libri ed estrasse un piccolo fascicolo da cui spuntavano fogli scritti a mano.
“Lei conosce il greco?”, chiese la donna
“Ho studiato quello antico”.
“Dovrebbe capire anche questo. Ce n'è una sui barbari che credo la colpirà molto”
Il capitano aprì il libriccino, l'Ottomana si spostò verso il tavolo e disse: “Non mi sono dimenticata di voi. Allora, come si fuma un narghilé?”
E la donna mostrò ai due soldati l'interno dello strumento, illustrando con dovizia principi e modalità di funzionamento. E i tre alla fine si sedettero sul divano e iniziarono ad aspirare. Ruggeri si era invece seduto al tavolo, aveva sfoderato il suo taccuino e segnava le parole greche che non capiva, tentando una traduzione delle poesie dell'amico dell'Ottomana.
“Signora, ma com'è forte questo tabacco, mi gira un po' la testa”, disse De Santi mentre Sacco tra un tiro e l'altro cercava di riprodurre sulla tavola da disegno un'immagine dettagliata del narghilé avvolto dalla coltre di fumo che si era creata nella stanza.
“E' un tabacco speciale che ho portato personalmente dall'Egitto”, commentò l'Ottomana.
“E poi sa che effetto mi fa questo tabacco? Che mi viene in mente una cosa e mi vien voglia di dirla?”
“E cosa c'è di male?”
“Beh, lei non dovrebbe sapere che il giorno che è arrivata al comando l'ho vista nuda nello specchio quando le ho portato la teiera. E non dovrebbe sapere che in queste settimane ho pensato più volte a quell'immagine di lei”, disse appoggiandosi una mano sulla coscia destra.
“Spero le sia servito per sentire meno la lontananza dalla sua bella”, disse sorridendo l'Ottomana.
“Io non ho belle a casa”.
“Le troverà al ritorno”.
“Se tornerò”.
“Il narghilé non è fatto per intristirsi. E parlo anche col capitano”.
Ruggeri staccò lo sguardo dalle pagine, fissò l'Ottomana. Sorrise.
“Mia signora, se vuole rendermi felice mi traduca queste parole”, si alzò dalla sedia e le porse il taccuino.
“Gliele tradurrò al comando, anch'io non parlo il greco tutti i giorni” e mentre con una mano gli restituiva il taccuino con l'altro gli porgeva l'imboccatura del narghilé. Ma Ruggeri estrasse l'orologio. Guardo l'ora e disse: “Dobbiamo andare”.

PALLOTTOLE FISCHIERANNO
L'indomani il maggiore Brando fece capire che la giornata precedente non era stata una promessa di futuro. Ma al massimo una parentesi di chiaroscuri dentro l'equazione di una tragedia.
Prima convocò il capitano Ruggeri. “Capitano, domani dovrà partire per il fronte. Le prime linee sono provate e abbiamo bisogno di dare loro il cambio, con lei partirà anche il soldato Sacco. Non penso che lei sia preparato per quell'orrore. Ma ultimamente la vedo un po' distratto, assente. Il fischio delle pallottole la riporterà alla realtà. Lei si ostina a utilizzare le leggi dell'inferenza per determinare la giusta azione, come direbbe qualcuno degli autori che ama sfogliare. Ma qui c'è solo da obbedire e combattere, e il comando supremo ritiene che le fiamme dell'attacco, e non i giochi enigmistici, siano il modo migliore e più efficace per piegare gli austriaci”.
“Io penso...”
“Capitano, si ricordi che non è stato arruolato per pensare. Buona fortuna”.
Poi il maggiore convocò l'Ottomana. “Signora, lei si è rivelata una suddita affidabile. Le sue traduzioni sono state sempre corrette e se non abbiamo saputo farne buon uso non è di certo una sua responsabilità. Ma ora le sue doti ci servono oltreconfine. Le chiedo d'imbarcarsi tra una settimana e raggiungere con uno scafo da pescatori le coste triestine. Là dovrà lasciare un messaggio che le darò sotto il cuscino dell'ottomana vicino all'ingresso del caffè San Marco. Poi dovrà attendere in una camera dell'hotel Balkan nuove istruzioni. So che può essere una missione rischiosa, che rischia di passare per una spia. Ma a guerra finita potrà far valere questo – e le mostrò un foglio arrotolato e sigillato con la ceralacca -. E' un salvacondotto che le assicura un vitalizio, nuova identità e una residenza dove preferisce: a Venezia, Firenze, Roma, Napoli o Tripoli. Come quella che le feci tempo fa anche questa è un'offerta che non può rifiutare. Se accetta il soldato De Santi, che mi sembra goda della sua fiducia, l'accompagnerà a Grado, poi anche per lui la pacchia al comando sarà finita”.
“Mi lasci almeno una notte per pensarci”, disse l'Ottomana.
“Ci pensi. E vada a salutare il capitano Ruggeri, per il quale ritengo lei provi ammirazione, credo ricambiata. Dubito che lo rivedrà. Partirà domani per la prima linea”. E dicendolo il maggiore la congedò.
L'Ottomana si diresse verso la stanza del capitano. Bussò.
“Chi è?”
“Mi perdoni, capitano”.
Ruggeri aprì la porta. “Venga, anche se odio gli addii. Ma temo che questo lo sia. Domani partirò per la prima linea”.
“Il maggiore me l'ha detto. Per questo son qui”.
“Beh, credo che non ci sia molto da dire. Possiamo scegliere se essere banali, usare frasi scontate e di circostanza, o citare frasi di uno dei nostri libri preferiti. In ogni caso sentiremo qualcosa di stonato”.
“Vedrà, che tornerà sano e salvo”.
“Forse il mio corpo. Non la mia anima privata dei suoi favori”.
“Capitano, non ha ancora trent'anni. Troverà altre anime affini e meno compromettenti di me”.
“Perché quando tornerò lei non sarà comunque qua. Vero? Cosa le ha detto il maggiore? Di tornarsene oltre lo Judrio, a casa sua?”
“Mi ha accennato alla possibilità di un nuovo incarico. Vedremo. Ma sì, credo che quando tornerà non mi troverà più qui. Credo che non potremo più cercare di scoprire spie assieme”.
“Starà alla finestra, dietro le persiane chiuse, a vedere la varia gioventù del nostro esercito sfilare avanti col passo marziale e tornare indietro insanguinata in barella? Se ha un altro posto dove andare ci vada: temo che abbiamo visto solo il crudo antipasto della guerra, e presto arriveranno le pietanze putride. E i baldi giovani diventeranno lupi affamati, e a salvarla non basterà una storia di Sherazade”.
“Capitano, la smetta di essere saggio, o non riuscirà a cambiare il mondo più di quanto riescano i personaggi d'inchiostro di cui ricordiamo ogni dialogo”.
“Devo continuare a essere saggio finché i suoi occhi mi scrutano. Altrimenti serberebbe di me un ricordo vergognoso”.
“Non è vero. E' lei che si vergognerebbe di se stesso, di aver ceduto alle passioni. Capitano, ognuno sceglie il suo padrone. Lei ha scelto la coscienza. Ed è il più esigente. Io ne cercherò uno che ami sentire storie di guerra”.
E così dicendo l'Ottomana allungò le dita verso il volto del capitano. Ne sfiorò i baffi, poi le fece scivolare sul mento; di scatto tese la mano, la portò parallela alla guancia di lui, poi con violenza la abbatté. Dopo il sonoro schiaffo si girò, disse: “Addio, capitano” e uscì dalla stanza.
Ruggeri si sedette e si strinse le tempie tra le mani.

ROTTA VERSO ORIENTE
Era passata una settimana da quando Ruggeri era partito per il fronte assieme a Sacco, e quella mattina, quando ancora l'aurora era solo un presagio, De Santi mise in moto l'ambulanza. Poi scese, aprì la portiera all'Ottomana, la fece salire, la richiuse, si mise al volante e partì verso sud.
Giunsero di fronte a Grado, lei indossava il mantello e il copricapo di una crocerossina.
Sul molo c'era un'imbarcazione carica di reti e di nasse. Un peschereccio con a bordo uomini che fecero un cenno in direzione dell'ambulanza.
“Siamo arrivati - disse De Santi -. Non so dove va ma in bocca al lupo”. Poi si voltò verso la donna, il cui viso aveva il colore di un'aureola dipinta dalla luce del sole, che in quel momento spuntava dietro i lontani monti del nemico. Una luce calda che strideva con l'umidità di salsedine che riempie le mattine sulla costa.
De Santi si accorse che di quella donna, che aveva spiato mentre si toglieva il busto e si infilava gli anelli, alla quale aveva narrato le proprie confidenze, e che aveva diviso con lui le stesse volute di fumo, non conosceva il nome. Lei mise la mano sulla maniglia della portiera, lui le sfiorò con le dita la spalla, dimenticò l'etichetta, il lei e il voi: “Qual è il tuo nome?”
La donna rispose: “L'Ottomana”. Poi scese dall'ambulanza, salì sullo scafo che l'attendeva, salpò verso Oriente e non tornò più a vivere a Sant Andrat. Non tornò più. E i libri di casa sua, quando finì la guerra, rischiarono di finire in una stufa, ma furono salvati da una maestra di Corno. L'insegnante lì portò nella sua libreria e grazie a quei volumi i suoi alunni impararono versi che nessuno aveva mai udito sotto i cieli dello Stivale.
De Santi invece, l'anno successivo, vide i propri commilitoni decimati dal colera a Bosco Romagno. Lui si salvò. Ma non credete perché s'inginocchiò davanti alla Madonna d'Aiuto. Perché a Maria chiese solo di rivedere l'Ottomana. E la richiesta fu vana. Sposò invece una ragazza di Castelfranco da cui ebbe otto figli. E riuscì a scampare tanto da ottenere l'onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto.
Luigi Sacco perse un braccio e una gamba saltando sopra una mina. Sopravvisse e prese il treno per Oltralpe. Campò sulle rive della Senna comprando la compassione altrui a Montmartre: lo chiamavano il pittore dimezzato.
E mentre l'Ottomana scese dall'auto sotto gli occhi di De Santi, o forse quando settimane dopo sentì bussare alla porta di una camera dell'hotel Balkan, o in uno degli altri milioni di istanti di cinque anni in cui morirono al fronte venti uomini al minuto, e che ormai la memoria rende opachi. Sì, in uno di quei momenti, a meno di cento chilometri da lei, il capitano Ruggeri premette il grilletto della sua pistola, la canna appoggiata alla sua tempia. L'unico modo per non ordinare ai suoi uomini un attacco suicida. L'unico modo per smettere di pensare.

***
Andrea Dallapina

Nota dell'autore. Fatti e personaggi narrati e descritti sono frutto della fantasia dell'autore. L'unico personaggio storicamente esistito di cui si racconta è il friulano Gaetano Perusini, brillante medico e scienziato che contribuì a individuare la malattia impropriamente detta di Alzheimer (anziché di Alzheimer-Perusini), e che fu tra le vittime della Grande guerra.

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