lunedì 22 giugno 2015

La piccola morte.

Sedeva pallida sulla riva docile del lago,riparandosi dall'arsura estiva nella penombra di un'antica magnolia strillante della sua essenza immortale, penetrante come il silenzio di quella piccola bambina solitaria nell'ora tarda del meriggio, dai lunghi capelli rossi ed il viso che risultava ancor più candido di quei solitari petali che morenti si gettavano dalla cima dell'albero, domandai alla piccola che stesse facendo tutta sola, mentre contemplava assente le acque immobili.
Tutto attorno improvvisamente smise il suo corso, il suo scopo, e dalla sua piccola bocca pronunciò sussurrando lievemente il suo dolore <Sono la morte, riparo i mie occhi dalle lacrime, come fai a vedermi, non sono giunta qui per te umano insolente> il cuor mio sussultò brevemente come fosse giunto il suo
atroce ultimo sospirar, mentre la bambina delicatamente mi mostrò i suoi immensi neri occhi, vuoti privi di ogni limite imposto dalla concezione umana, ma in essi si travedeva credo l'universo, come fossero due finestre affacciate nell'eterno cielo notturno.
Preso dal panico le urlai <Che vuoi da me?, Lascia in pace la mia casa, non ne sei la benvenuta!>come si comporterebbe un bambino capriccioso,la morte indicò con il suo piccolo dito una barca di pescatori e sussurrò < Sono giunta qui per prendermi loro>. Non appena inclinò lo sguardo la barca precipitò sul fondale del lago,inabissandosi con il suo equipaggio, impaurito cercai di correre verso la riva gettandomi in acqua, ma nulla,ero miseramente troppo distante e troppo umano.
Mi fisso ridendo chiedendomi chi fossi io per fermar il suo volere, allora inasprito dagli eventi le urlai contro < Chi sei tu, o morte, dunque una bambina?! Dunque un capriccio contro la perfezione madre della vita!, tu che giungi portando fine laddove giunge la meraviglia dell'esistenza? Tu che fai ammutolir nel gelido bacio tuo fetido chiunque giunge al tuo cospetto, senza sentenza alcuna, trascini via con te bambini, donne animi nobili, in tempi di soli cani violenti, sradichi le rose in un cortil per i rovi far fiorir, soffochi la poesia per armar il tempo di guerra, ubriaca gironzoli per il mondo con il tuo soffoco di gioia, guardati qui in torno,tutto fugge da te>.
Stormi di gabbiani fuggivano a filo dell'acqua lontani in un volo disperato di speranza.
La morte inorridita per le mie parole, pianse in una lagna senza fine, mi levò sul viso uno schiaffo e inaridita mi rispose con il suo tono imperiale <Come osi, piccolo uomo, tu che del tuo tempo d'essenza ne sprechi in anni, tu che pretendi di conoscere il senso, quando non ne sei degno, o non ne sei all'altezza, tu che cerchi nell'arido deserto della vita l'acqua, ma non ti levi dal tuo posto per portarla, non so io cosa sono che in eterno vivo, come lo puoi pretendere tu!.
Ma se io ti svelassi che sono la stessa cosa che voi chiamate vita?
Che dunque morte e vita siano un'unica incondizionata essenza?
E che nel terrore della fine forse non percepisci il dono di un nuovo inizio, impaurito soltanto da ciò che non conosci?
Ma infondo tu cosa conosci!>.
Piansi cadendo in ginocchio, mentre la morte saltellante si allontanò senza voltarsi, una sola parola sopraggiunse <Arrivederci, abbi cura del tuo tempo, quando le tue rughe saranno solchi profondi sulla tua pelle, parlami di ciò che sei e non di ciò che non sai, o non sei stato>.


Simone De Bernardin

2 commenti:

  1. Clap, clap...(l'applauso non si può udire), mi è piaciuta.
    Malles

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