martedì 26 maggio 2015

L'Ottomana. [seconda parte]

Fiat 15: autocarro militare prodotto dalla Fiat veicoli industriali. 
UN'OFFERTA CHE NON SI PUO' RIFIUTARE

Il Fiat 15 con a bordo l'Ottomana giunse a villa Cumano-Perusini sede del comando della II Armata.
“Sacco - disse stentoreo l'autista -. Porta la signora dal maggiore Brando”. E Sacco smontò, fece cenno con la mano alla donna e la fece sfilare davanti a sé. Poi la guidò oltre il cancello su cui vegliavano due militi col fucile.
Quando fu davanti al graduato l'Ottomana fece un segno di riverenza con il capo e rimase in silenzio.
“Signora, come le avevo anticipato nel messaggio inviatole, abbiamo bisogno qui al comando di una persona che conosca bene le lingue per decifrare i messaggi del nemico. E lei in zona è l'unica che ha un'esperienza internazionale, doppia cittadinanza e non ha famiglia. Per questo le rinnovo un'offerta che non può rifiutare: servire il Regio esercito”.
L'Ottomana alzò la veletta: “Come vede – disse indicando la valigia -. Ho già deciso. Dove alloggerò?”
“Ho fatto riservare per lei una stanza, il soldato l'accompagnerà. Resti a disposizione del capitano Ruggeri”.
I due si salutarono e l'Ottomana seguì Sacco.
Il capitano Ubaldo Ruggeri era figlio del colonnello Rinaldo Ruggeri che era figlio del maggiore Rolando Ruggeri. Il padre aveva servito il Regio Esercito in Eritrea e in Libia, prima di essere messo a riposo; il nonno era stato militare prima sotto i Borboni e poi sotto i Savoia. Da generazioni i Ruggeri erano soldati. E perciò lo era anche Ubaldo, che aveva lasciato la Sicilia per una caserma sull'Adriatico quando si era arruolato, e che ora serviva la nazione in terra friulana. Non era la prima guerra che combatteva. Era stato a Tripoli, ma mai in prima linea. Poiché amava i libri ed era molto erudito, a differenza della maggior parte dei suoi commilitoni, anche graduati, e perciò i suoi superiori l'avevano impiegato nel controspionaggio. Decifrare codici, piani, progetti, strategie del nemico era il suo compito. Ma l'avventura nella prima guerra mondiale con il maggiore Brando non era iniziata nel migliore dei modi. Pochi giorni dopo che l'esercito aveva superato il ponte sullo Judrio, da Corno verso Cormòns, in un colloquio con Brando aveva pronunciato la parola vietata su ogni fronte: penso.
“Penso che se cercheremo di sfondare le difese austriache sull'Isonzo per arrivare a Gorizia dovremo prepararci a una lunga guerra e a molte vittime”.
“Lei non serve il Re per pensare”, l'aveva zittito Brando, e Ruggeri si era ritirato nella sua stanza a leggere Tolstoj.
Già, Ruggeri l'aveva annotato sul suo diario il giorno prima di partire per il fronte orientale. “Che strano ossimoro che sono. Vesto la divisa, parto per andare a uccidere altre persone, eppure credo, come scrive il grande Leone, che ogni guerra sia solo una carneficina, dove gli umili vengono usati come carne da macello per aumentare il potere delle Nazioni. Ma come resistere al male, se ti svegli respirandolo. Come disobbedire se sei cresciuto per credere negli ordini”.
E poi, poche righe dopo, concludeva: “Forse dovrei innamorarmi di una donna che riesca con la forza di Eros a darmi quel coraggio che io non trovo dopo che chiudo le pagine dei miei libri. Ma le giovini che mi si palesano, sono solo dame in cerca di marito. O forse chiedo troppo a un nome femminile, se sono io il primo che non sa darsi coraggio. E' quasi l'alba, caro Ubaldo Abbondio, è ora che dormi o che ti prepari già all'alzabandiera”.
Ruggeri, quella sera, la sera che vide per la prima volta l'Ottomana, era seduto su un sofà del comando della II Armata e stava leggendo Anna Karenina.
L'Ottomana si sedette su una poltrona dinanzi all'ufficiale e lui meccanicamente si alzò senza fissarla, poi tornò a sedersi e a sfogliare il libro. Solo quando la donna estrasse dalla borsa un volume, l'uomo senza alzare il collo, ma solo facendo ruotare le orbite oculari cercò di mettere a fuoco il titolo stampato sulla copertina. Ma non riusci a riconoscere i caratteri. Non era alfabeto latino. Non lo conosceva, ma gli pareva arabo.
A quel punto alzò anche il collo. “Mi scusi, non mi sono ancora presentato, sono il capitano Ruggeri”.
“Oh, certo - rispose la donna -, il maggiore Brando mi ha detto che dovrò rispondere ai suoi ordini”.
“Ah, lei è la traduttrice!”, esclamò l'ufficiale.
Poi continuò: “Sapevo che conosceva il tedesco, lo sloveno, il vernacolo locale, ma non anche l'arabo”.
“Ho vissuto circa 30 anni in Egitto e credo di conoscerlo abbastanza”.
“E cosa legge?”
“La Mille e una Notte, nessuna traduzione equipara l'originale arabo”.
“Lo sta rileggendo?”
“Sì, ho perso il conto di quale volta sia”
“Le piacciono le storie di fantasia?”
“Non è quello il motivo”.
“E qual è?”
“Aiuta a ricordarmi che noi donne siamo sempre a rischio della vita se non abbiamo una storia pronta da raccontare al potere”.
“Confido che l'audacia delle vostre frasi sia tale perché mi ritenete uomo da non confondersi con i miei camerati dalla proverbiale misoginia”.
“State leggendo Anna Karenina. O è una punizione o mi potere capire”.
“Non ho mai incontrato una donna come voi, rischio di rivedere la mia opinione sull'opportunità della guerra”.
“Una nonna vorrete dire”.
“Perché? Ha nipoti?”
“No, non ho nemmeno figli, ma alla mia età molte hanno gli uni e gli altri. E non possono più dare alla luce i primi”.
“Non la scambi per pedante galanteria, ma credo che lei potrebbe nutrire l'invidia di schiere di ventenni che cercano il miglior ombretto per sedurre un loro baldo coetaneo”.
“E voi capitano state provando a sedurre me?”
Ruggeri ammutolì, deglutì, e dopo una pausa di un secondo rispose: “Se solo avessi la fantasia di poter sedurre una donna come lei, mi toglierebbero i gradi per manifesta incapacità di valutare la realtà”.
“Capitano, ammetto che se siete abile con la spada come con il motto, l'esercito ha fatto un grande affare a investire su di voi”.
Ci furono un paio di secondi di silenzio. I due si fissarono nella penombra dettata dalle luci della sala appena accese, e che non erano ancora giunte al massimo della loro luminosità.
“Capitano Ruggeri, mi scusi”. Era la voce di De Santi.
“Mi dica”, disse l'ufficiale ruotando leggermente la testa verso il soldato e rimanendo seduto.
“Il maggiore Brando la desidera, ha detto che è urgente”.
Ruggeri si alzò, si rivolse alla signora innanzi a sé e disse: “Son desolato ma devo congedarmi dalla vostra compagnia. L'attendo domani alle 9 nel mio ufficio, abbiamo diverso lavoro da fare e temo dovremo rinviare ad altri momenti le nostre dissertazioni letterarie”.
Poi Ruggeri si voltò verso De Santi. “Soldato, si assicuri se la signora necessita alcunché. E domani mattina alle 9 l'accompagni nel mio ufficio”. E detto questo si diresse verso la scala.
De Santi si rivolse all'Ottomana. “Signora, ha bisogno di qualcosa?”
“Non è nella mia natura farmi servire, ma sono nuova della villa e so che le procedure militari sono molto vincolanti. Pensa sia possibile portarmi in camera una teiera con dell'acqua calda”. E lo disse con lo sguardo che cancella l'idea che balena inizialmente in ogni interlocutore:  “Va bene, tanto dirò a un cameriere o un sottoposto di occuparsene”.
Il militare salutò e si diresse verso la cucina.

LO SPECCHIO NELLA STANZA

Alfredo De Santi era nato l'anno prima di Adua nella campagna veneta. E la volta che nella sua vita si era allontanato di più dal borgo che l'aveva visto venire alla luce era stato per andare a Padova al matrimonio della cugina Sara. Il padre faceva il mezzadro per i conti Del Molin e il figlio del conte aveva la stessa età di De Santi. Sin da quando si gioca ad ammazzare lucertole i due erano cresciuti insieme nei campi della grande tenuta. Ed era stato proprio Franco Maria Del Molin, quando avevano smesso di interessarsi al profumo dell'uva matura e a occuparsi di quello proveniente dai banchi di sinistra della chiesa, a insegnargli a guidare, perché i conti si erano fatti arrivare dalla Germania uno dei marchingegni con le ruote dell'ingegnere Benz. Poi, quando il figlio del conte gli aveva chiesto di fargli da compagno di viaggio (servitore per chi non ha problemi a chiamare le cose con il loro nome) e tentare il giro del Mediterraneo in auto, era scoppiata la guerra. E l'offerta del Re, anche se meno allettante, era di quelle cui non si può dire di no. Ma saper manovrare lo sterzo aveva portato De Santi a schivare la trincea diventando autista del comando.
Ma quella sera, cinque minuti dopo aver salutato l'Ottomana, il fante veneto non impugnava un volante ma un vassoio con al centro una teiera e una tazza che avevano deciso, aiutate dalle leggi della fisica, di spalleggiarsi l'un l'altra per evitare che il tremore di De Santi le facesse provare un'altra legge: quella di gravità.
Il soldato, dopo essere riuscito a tenere il vassoio su una sola mano, bussò.
“Entri pure”, sentì rispondere da dietro la porta.
De Santi entrò, ma all'interno della stanza non vide nessuno.
“Sono qui dietro, lasci pure sul tavolo”.
La voce della donna proveniva da oltre un separé. Il soldato si voltò nella direzione da dove era giunto il suono. E vide la sagoma dell'Ottomana riflettersi in un lungo specchio appoggiato al muro. Era senza la sottana ed era china, intenta a togliersi le calze. Era cinta da un busto a S, i capelli ancora raccolti in uno chignon. Le spalle gli apparvero di candido burro e non ricordava di aver mai visto in una donna, a partire da sua madre, una pelle così levigata. Della genitrice ricordava in quel momento solo le mani screpolate. Con piccoli tagli neri scavati dalla terra dei campi. Solo una volta, quando in un maggio dell'adolescenza si era nascosto tra le frasche sulla riva del fiume, e aveva aspettato che la Rosangela e le altre ragazze del paese scendessero a lavare i panni, aveva visto qualcosa di simile. A un certo punto, dopo aver strizzato un lenzuolo, una di loro l'aveva usato come frusta su un'amica, e quell'altra per tutta risposta l'aveva buttata in acqua. E quando era emersa la camicia di lino era diventata trasparente e aveva preso la sagoma di due morbide colline con una macchia scura sulla sommità. E poi le ragazze avevano iniziato tutte a schizzarsi e alla fine si erano tolte gli abiti, si erano tuffate nel fiume e si erano distese ad asciugarsi al sole. E lui era rimasto lì, mentre i minuti scorrevano a cercare di memorizzare ogni centimetro quadrato, ogni neo, ogni insenatura di quei candidi corpi distesi al sole. Perché non sapeva se e quando avrebbe rivisto una donna nuda.
E infatti non gli era più capitato. Non che fosse un brutto ragazzo: era più alto della media, aveva le gambe un po' arcuate, un paio di denti non perfettamente allineati ma due zigomi ben pronunciati, tali da promettere che il testosterone era tra le principali produzioni fatte in casa dal suo corpo. Però al suo paese la legge era che se la tocchi, la sposi. E lui prima di metter su famiglia voleva fare il giro del Mediterraneo in automobile. E così per perdere la verginità era andato dall'Orchidea, la “mestierante” che aveva svezzato al sesso la metà maschile del borgo. Non lavorava in un bordello, era una professionista faidaté, che viveva nel limbo di quell'illegalità tollerata che il Belpaese vanta  tra le dieci cose di cui non riesce a fare a meno. Solo che, vuoi perché l'età fertile l'aveva superata da un po', vuoi che con l'andare avanti dell'età si diventa più parsimoniosi, vuoi che le grazie non sono più splendenti con il passare delle primavere, ormai nella sua alcova la mondana teneva accesa solo una candela. Perciò dopo aver consumato il rapporto con l'Orchidea, il De Santi ne sapeva quanto prima della geografia del corpo femminile. O forse, visto il sorriso sdentato della meretrice, ci fossero stati anche i riflettori non avrebbe visto comunque niente, perché durante l'amplesso aveva stretto forte le palpebre per tutto il tempo.
Ma nel momento in cui De Santi reggeva un vassoio con sopra una teiera e una tazza da tè, la donna che vedeva riflettersi nello specchio aveva circa la stessa età dell'Orchidea ma più del doppio, forse il triplo, degli anni della Rosangela dei ricordi. Eppure quello specchio raccontava che sotto quel busto che si adagiava su fianchi che non erano più ricoperti da indumenti, fatti cadere a terra assieme alla calze, pulsava il corpo di un'ancella.
“Ha fatto? Può andare, grazie”, pronunciò la voce dietro il separé. De Santi affrettò il passo verso il tavolo, come chi vuol recuperare un tempo che non sa quanto è durato.
Poi si affrettò a rispondere. “E' tutto sul tavolo. Buonanotte, verrò a chiamarla domattina. Cinque minuti prima delle 9; il capitano è persona precisa”.
“D'accordo, buona notte”.

De Santi uscì lanciando un'ultima occhiata allo specchio. E vide l'Ottomana nuda dal collo al calcagno. E gli venne in mente che aveva già visto un corpo nudo così aggraziato: era la statua al centro della terrazza della villa dei Dal Molin, che ogni volta che vi passava davanti con la madre, quando ancora inseguiva le lucertole, la donna che l'aveva partorito e fatto grande dandogli nerbo, di metafora e di fatto, gli diceva di coprirsi gli occhi. Infine vide che la camicia da notte scivolava  sopra la nuca dell'Ottomana e chiuse la porta.

[continua]

Andrea Dallapina.

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