L'Ottomana. [prima parte]

Trieste sul finire del 1800.
Alfredo De Santi aveva alzato gli occhi verso le persiane del primo piano. Filtrava la luce di una fioca lampada. Si girò verso il commilitone che sedeva a fianco sul sedile. “L'Ottomana è sveglia. Vai su a chiamarla”, e dopo aver pronunciato la frase chinò nuovamente il capo e inarcò le sopracciglia per tentare di scorgere un'ombra disegnarsi tra le fessure di luce della finestra dagli scuri chiusi.
Luigi Sacco aveva 20 anni e poca voglia di fare soldato. Aveva invece voglia di andare a Parigi, perché suo zio, ul pitùr, che nella lingua del Ticino natìo vuol dire imbianchino e non Caravaggio, gli aveva detto: se non vuoi finire a dipingere muri ta ma mì (come me), va' suta (vai sotto) la tour Eiffel: gli artisti in là (sono là). Ma il re e Cadorna pensavano che la sua giovinezza sarebbe stata spesa meglio a combattere sull'Isonzo. E nel maggio del 1915 aveva indossato la divisa.

Ma per ora niente baionetta. C'era da imbiancare il nuovo quartier generale di Cormòns e un pitùr faceva più comodo a colonnelli e generali nelle retrovie che in trincea. E ora che la villa era sistemata, era a disposizione del comando. E il comando era: andate a prendere l'Ottomana.

Sacco scese dal Fiat 15, aprì il portone e s'incamminò sugli scalini. Arrivato di fronte alla porta dell'appartamento al primo piano alzò il pugno per battere. Il braccio si fermò a cinque centimetri dalla porta, espirò, poi picchiò. 
“Vi aspettavo, entrate”, disse una voce femminile dall'altra parte. Sacco si passò una mano sui capelli impomatati e afferrò la maniglia. Dall'altra parte ad attenderlo una donna in abito grigio con un capello con veletta. In mano un ombrello. Posata al suo fianco una valigia di cuoio.
“Sono pronta. Andiamo”.
Scesero le scale. Arrivarono all'automezzo. Sacco disse: “S'accomodi”, e indicò il sedile. “Io monterò dietro” e si diresse verso il cassone dell'autocarro del Regio esercito.
“Buongiorno, sono il soldato De Santi”, disse l'uomo seduto al volante. La donna fece un cenno con il capo senza proferire parola.
L'autista mise in moto. Il sole spuntava dietro le colline, rosseggiando le viti che promettevano vendemmia. Il veicolo partì in direzione sud.


GALEOTTO FU L'ARMISTIZIO

L'Ottomana andava per i cinquanta. I suoi genitori si erano conosciuti il 26 luglio 1866 all'Osteria di Sant Andrat. La madre serviva gli avventori e all'ufficiale austriaco che era giunto a Brazzano per segnare i confini fra regno d'Italia e impero asburgico in vista dell'imminente armistizio aveva offerto non solo nutrimento per la gola ed il ventre, ma anche per l'anatomia più bassa. L'Ottomana era frutto di quel quarto d'ora di piacere. Il padre, una volta in congedo, pochi anni dopo, era ripassato dalla locanda (che nel frattempo era divenuta celebre grazie a un oste fantasioso che aveva trasformato i quattro graduati in generali che avevano diviso la colazione al suo desco prima della firma di Cormòns). L'ex capitano sloveno aveva notato la somiglianza tra lui e la bambina, e aveva offerto alla madre della piccola di pagarle un'educazione sotto l'Aquila imperiale. E così l'Ottomana era cresciuta studiando a Gorizia e Trieste. E il padre si era prodigato per farle ottenere anche la propria cittadinanza.
Ma quando raggiunse la maggiore età, l'Ottomana andò incontrò al proprio destino. Assieme a un'amica salpò per Alessandria d'Egitto. Là le goriziane erano ricercate nelle case della fiorente borghesia di un Egitto mezzo inglese e mezzo ottomano che trafficava attorno ai commerci di Suez.
Dame di compagnia, educatrici e altro. Educazione imperiale, conoscenza delle lingue: le goriziane erano apprezzate, talvolta sfruttate, qualche volta baciate dalla sorte.
E così fu per l'Ottomana che dopo pochi anni entrò al servizio di un'influente famiglia del governo cittadino. Ma quando nel 1914 scoppiò il conflitto, i suoi padroni caddero in disgrazia. Fedeli al governo turco (che dichiarò guerra all'Intesa), si trovarono senza protettori quando gli inglesi misero al potere in Egitto un governo fantoccio ai loro ordini. L'Ottomana tornò in Friuli, nella casa di Sant Andrat che le aveva lasciato in eredità la madre, comprata con anni di sacrifici a mescere vino, lavare piatti e allontanare mani dalla gonna. 
L'Ottomana viveva coi soldi messi da parte nella terra dei Faraoni; e faceva vita riparata, anche perché quando usciva nessuno le dava confidenza, nessuno la chiamava per nome. “Lo sai Adele? Oggi è venuta a comprare un paio di calze l'Ottomana. E voleva anche una stecca nuova per il busto. Una volta l'ho vista mentre si provava un vestito. Vedessi che biancheria! Roba da pascià! Chissà se è stata in qualche harem?” Non che l'Ottomana si curasse del pettegolezzo, è che la sua unica passione era leggere, e così sino a tarda ora e poi di buon'ora, prima del chiarore dell'aurora, la luce di una lampada filtrava sempre dalle sue persiane, che nessuno ricordava di aver mai visto aperte.

[fine prima parte]

Andrea Dallapina.

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