La Certosa dimenticata

Mi son recato in un rifugio amenissimo e saluberrimo. Lo chiamano Garegnano, dista 3000 passi, come affermano, dalla stessa città, luogo elevato nella pianura e cinto da ogni parte da fonti modeste e limpide e tanto soavemente intersecanti e fluenti che a fatica si riesce a capire da dove vengono e dove siano dirette: tale è il modo in cui scorrono insieme e divergono e di nuovo s’incontrano in un solo alveo.
Qui abbondano i piaceri della campagna: frutti degli alberi, fiori dei prati, pesciolini nelle fonti, anatroccoli nei ruscelli, uccellini nei nidi, ricci nei campi e poi leprotti, caprioli e piccoli cinghiali, tutti nei modesti vicini di casa. Qui ha sede una Certosa, nuova e bella: avevo stabilito di inserirmi entro la clausura di questo cenobio, se non avessi temuto di offendere essi in qualche modo con la mia presenza; ma pensando di non poter stare senza cavalli, né servi, secondo il tenore della mia vita, ho avuto paura che l’intemperanza e lo schiamazzare dei servi ostacolassero il religioso silenzio. Così ho preferito una dimora vicino a loro per poter partecipare alle loro devozioni e non recare disturbo”.
Così Francesco Petrarca descriveva la Certosa di Garegnano in una lettera indirizzata all'arcivescovo di Genova Guido Sette.
La chiesa sorge poco distante da Viale Certosa, trafficata via milanese, nei pressi dello svincolo autostradale dei Laghi dove un tempo sorgeva il chiostro. Sorprendente ancora oggi alcuni cittadini ignorino la correlazione tra la denominazione del lungo viale con la presenza del monastero, ma sovente la sete di esotismo induce a trascurare meritevoli perle benché esse distino una manciata di passi dalle proprie abitazioni sacrificando così uno straordinario patrimonio fatto di arte, storia e cultura. Ma in cuor mio credo che anche l'autista più distratto e frettoloso, affogato nel sordo grigiume dello smog quotidiano, abbia sbirciato qualche volta con la coda dell’occhio la sagoma di quell’edificio che va delineandosi oltre il muro di cinta che costeggia il biscione di asfalto. Garegnano è un antico scrigno di beltà traboccante affreschi e dipinti di pregevole bellezza.
La facciata quasi interamente realizzata in marmo di Candoglia e pietra rossa di Angera è divisa in tre ordini simmetrici, la cui realizzazione viene attribuita a tre architetti: Vincenzo Seregni, Pellegrino Tibaldi e Galeazzo Alessi.
Il monastero è composto da un unica navata a croce taumata capovolta e da due cappelle laterali; la volta a botte e la navata sono state interamente affrescate nel 1629 per mano di Daniele Crespi (Busto Arsizio, 1598 – Milano, 19 luglio 1630) nelle quali vengono illustrate la vita di San Bruno ed alcuni episodi tratti dalla Sacra Scrittura.
Un affresco attrae insistentemente il mio sguardo, impossibile non notarlo, appare a destra appena varcato l’ingresso. Un santo stringe tra le mani un inusuale cosciotto di mula; mi osserva austero, un timido raggio di sole proveniente dall'esterno colpisce la sua mano esaltando l'insolito “fardello”.
Simpaticamente ribattezzato “santo del prosciutto” porta il nome di beato Guglielmo da Fenoglio; di origine piemontese visse tra il XI e il XII secolo nella Certosa di Casotto nei pressi di Garessio (CN). Addetto all'approvvigionamento di viveri era spesso bersagliato da ladri e briganti i quali lo derubavano in continuazione delle provviste raccolte. Il suo priore lo esortò a non perdersi d'animo incoraggiandolo con le seguenti parole:“Quando incontrerai nuovamente i ladri impugna una gamba della mula e mettili in fuga!” E così fece!
Al nuovo assalto agitò con fare minaccioso la gamba della povera mula, i ladri si impaurirono e fuggirono. Guglielmo frettolosamente riattaccò la zampa (al rovescio) e proseguì il suo cammino verso la certosa ma pochi giorni dopo il priore convocò il frate chiedendo spiegazioni in quanto l'animale zoppicava dolorosamente e fu invitato a compiere nuovamente il miracolo affinché l'animale non soffrisse. Nello stupore generale rimise la zampa nella giusta posizione; l’animale non versò nemmeno una goccia di sangue! Guglielmo morì nel 1120, pochi anni dopo il suo cadavere venne esumato ma ciò che accadde fu incredibile, il suo corpo risultò intatto senza nessun segno di corrosione nonostante il tempo trascorso.
La salma venne in seguito nascosta in un' incavo ricavato tra i muri della chiesa, col passare degli anni, di guerre e carestie i resti furono dimenticati insieme alla loro esatta collocazione perdendo ogni memoria del povero certosino.
Voltando lo sguardo sulla controfacciata rapisce il ritratto della monaca francese Beatrice di Ornacieu in atteggiamento mistico recante martello e chiodi strumenti della passione di Cristo e con i quali si trafisse il palmo di una mano.
Sulla parete destra è il cadavere di Raimond Diocrè che si rianima per gridare "Per giusto giudizio di Dio sono stato giudicato!"; Gli occhi del professore della Sorbona sono pervasi da profonda drammaticità ed i volti dei presenti non fanno che ampliare il senso di terrore che aleggia nella scena.
Interessante ricordare la leggenda in cui il poeta inglese Lord Byron rimasto stregato dalla bellezza degli affreschi di Crespi, esclamò: “egli è un pittore che sa far parlare i morti“. Si narra infatti che un suo dipinto sia in grado di ipnotizzare lo spettatore veicolando il senso d’angoscia e sgomento che il pittore provò durante l'esecuzione. Crespi per meglio rappresentare l'orrore della morte compì infatti un omicidio rifugiandosi poi a Garegnano per il resto dei suoi giorni.
Simone Peterzano (1578 -1582), allievo di Tiziano Vecellio, realizzò gli affreschi presenti nell'abside e nel presbitero mentre la sala capitolare ospita opere di Biagio Bellotti realizzate attorno alla fine del cinquecento.
Degni di nota i due affreschi che illustrano l'eccidio dei certosini inglesi, frutto di cinque lunghi anni di lavoro a causa di due interruzioni, la prima per il sopraggiungere di una malattia, la seconda dopo l'ammissione da parte di Lorenzo Carnaghi (suo compaesano) delle seguenti parole: “se i certosini avevano veramente quelle espressioni di paura hanno fatto bene ad ammazzarli”.
Dirigendomi nel salone delle candele, comunicante con la cappella dell’annunciazione, il fil rouge prosegue; altre due grandi tele questa volta di fattura fiamminga riprendono il tema del massacro. L’autore è ignoto, poste una di fianco all’altra, la prima rappresenta l’eccidio del 23 luglio 1572 a Roermond dove persero la vita 12 religiosi, la seconda mette in scena in tutta la sua crudeltà fatta di strangolamenti e impiccagioni lo sterminio di 18 certosini avvenuto a Londra nel 1534 per volere di Enrico VIII.
Termina qui il mio”viaggio” nella Cappella Sistina meneghina, è un tardo pomeriggio di fine febbraio la certosa è deserta e dalle alte vetrate penetrano fasci di luce rosati che come scampoli di seta cangianti riverberano nel marmoreo incanto contemplativo. Fuori il cielo terso si illumina di stelle, la luce all’orizzonte tinteggia gli ultimi spicchi di nubi corallo ed un soffio d'aria insolitamente mite annuncia già la primavera.

Filippo Spadoni

Commenti

  1. I tuoi articoli sono diversi da tutti gli altri. Particolari e sempre molto curiosi. Questo è davvero interessante!

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  2. Grazie mille per le tue considerazioni! Cerco sempre di non fermarmi alla superficie, puntando al nucleo delle cose, soprattutto per spingere il lettore ad approfondire. Buona giornata e continua a seguirci!

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  3. Grazie x aver dato visibilità a un luogo d'arte importante quanto negletto della mia città, anzi proprio del mio quartiere.

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