domenica 19 aprile 2015

Orta è sublime e cimiteriale

"Finché esisteranno frantumi di bellezza, qualcosa si potrà capire del mondo. Via via che spariscono, la mente perde la capacità di afferrare e di dominare. Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un non pallido aiuto alla pensabilità del mondo."
 [Guido Ceronetti]
Guido Ceronetti nato a Torino nel 1927 è poeta, giornalista, filosofo e drammaturgo ma soprattutto scrittore. Forte di una irriverenza non comune, amico del geniale filosofo rumeno Emil Cioran, con il quale condivide la sua “filosofia dell'assurdo”, è una personalità dotata di profonda sensibilità ed intelligenza grazie alla quale nei primi anni 70  darà vita insieme alla moglie (Erica Tedeschi ) e alle sue "marionette ideofore" al Teatro dei Sensibili allestendo spettacoli di notevole interesse in giro per il bel paese.
Sfogliando tra le sue opere letterarie merita una particolare menzione il volume “Un viaggio in Italia” pubblicato da Einaudi nel 1983.
Con piglio cinico e tagliente Ceronetti nell'arco degli anni 1981 e 1983 gironzola su e giù per lo stivale visitando monumenti, chiese, monasteri, piazze, valli, laghi, cimiteri ed anche manicomi, viaggiando spesso a piedi, in treno od in corriera.
Annoterà con il suo stile graffiante pensieri, sensazioni e citazioni soffermandosi spesso sulla bellezza che il nostro paesaggio è in grado di evocare non privandosi, quando necessario, di incanalare la giusta dose di sgomento nei confronti del nascente appiattimento culturale e di questo angosciante disorientamento. Un'indifferenza che colpisce al cuore, immalinconisce e ci rende ormai complici di un imbruttimento che appare quasi inarrestabile.
Pungente come un'istrice si scaglia spesso contro il degrado cittadino, contro il rumore, la sporcizia ed il caos imperante.
Estrapolando un capitoletto da questo intrigante lavoro è interessante rileggere le parole spese per quell'angolo d'Italia a cui noi siamo più affezionati, ovvero le terre adagiate tra il Verbano ed il Cusio a cui lo scrittore non mancò di far visita ed appuntare memorie.
Ecco come esordiva Ceronetti giungendo ad Orta....
”Orta è sublime e cimiteriale, avvolta dalle nebbie delle valli. Sono in una veranda, di faccia all’isola, e non so da quanto tempo non godevo una visione di tanto Paradiso poi un motoscafo mi sbarca all'isola di San Giulio, in una pace irreale. Riesco a persuadere a una fragile monachina molto giovane e spaventata di ottenermi dalla superiora il permesso di vedere la facciata della basilica, che è all'interno della clausura. La facciata e piccola, bianca, pulita, come una tovaglia ricamata dalle monache, guarda il lago e aspetta l'Ora ultima, il Giorno che sempre sta venendo, o meglio NIENTE avendo in se una pace che annulla il tempo, cancellando anche l'ultima ora. Certe pietre sono ancora edifici sacri? All'interno si svolgono riti, viene gente a pregare, ma la pietra quantunque creata come lettura sacra, simbolo sacrificale, se n'è forse completamente distaccata, e piuttosto presto. Ci sono archi talmente puri che non si possono pensare costretti in perpetuo ad un uso umano...
Anche il Caffè dell'isola sembra tenuto dalle benedettine, è in una villa del XVIII, soffitto affrescato, finestrine, tovaglie ornate, tendine... Su una parete, una grande consunta oleografia: Dernières victimes de la Terreur – Appel des condamnés le 9 Thermidor 1794. Su altra parete, ovale con bella donna che medita sul ricamo. Ora la campana rallegra il mio cuore monaco sfuggito alla rete dell'uccellatore. Bella casa gialla, in una via di Orta dove <<trascorse in serenità le estati Angelo Cesare Bruni insigne Anatomico e Cercatore d'ignoto>> che morì nel 1955. Cercatore d'ignoto... e lo cercava nei corpi, viso infinito e nulla, eterno enigma, li si scruti con gli strumenti o gli si abbandoni un pensiero. Sulla riva del lago, al crepuscolo, meditato sul verso <<Forse perché della fatal quiete>> e sull'importanza, non soltanto per il ritmo, di quella dieresi, che dilata la sera e mette in figura sonora l'infinito e la morte.
L'arte di non annoiarsi in una camera d'albergo è importantissima, per chi viaggia come me: posso dire di possederla. Mi annoierei se avessi qui una donna, per lo sforzo di scambiare parole; poter restare lungamente, anche giorni interi, in silenzio, è un piacere tale che annulla qualsiasi noia. Mi sono fatto, nella camera dell'albergo Azalea di Baveno, poco fa, un te inimitabile, dopo aver saltato con felicita il pranzo al ristorante, mentre i calzoni imbrattati di fango da volgari ruote mi stanno asciugando sul letto privi di gambe.
Il Lago maggiore sotto i cumuli bassi enormi, voragini lontane di bianchi vapori, squarci di luce molle di inaccessibili solitudini solari, buio e bianco, luminoso e infernale, scena conclusa di un dramma cosmico catarticissimo, oggi era SUBLIME.  (Ma, dovessi tradurlo in lingua volgare, mi toccherebbe sentirmi emettere suoni come questi: - Ah si... che giornata di cattivo tempo...) Al crepuscolo, la luce sul lago è ancora da arrobamiento. Il bianco impressionante contro l'inchiostro coagulato in tremende masse prive di minaccia è da alte pitture di paesaggio; mi rattrista sentirmi impotente a tradurre in parola tanta sublimità. La pioggia è un po' meno violenta. Sto aspettando un altro treno per andare a cenare a Pallanza, non sapendo che fare qui. Dappertutto è la stessa profonda assenza della voce umana... Tutti muovono la bocca, nessuno parla, nessuno dice. Per masticare non hanno tempo. Gli resta la bocca soltanto per perdere i denti.
Poco più in alto, sul costone, passa la linea del Sempione. I treni non mi disturbano, hanno una cadenza familiare, il loro suono è più umano delle voci dentro le carrozze. Nella notte, coricato, mentre passano, immagino le facce dei viaggiatori, tra i giornali e la carta stropicciata, e provo il piacere di non essere tra loro.
Battesimo d'acqua perché acqua e anche luce... Stamattina la luce saliva dall'acqua, emanata da una sorgente luminosa sepolta in fondo al lago e correva incontro a quella che le nuvole avare e sapienti lasciavano cadere dall'alto... Non un paesaggio, un battesimo a una fonte d'infinito... Il rosa era quello, delicatamente sovrumano, delle dame e dei fondi di Goya: trattato da mani sublimi il rosa, che pare mollezza e fragilità, brucia le mani con la forza di una parola sacra. E non era un lago il lago, era volto sacro...
Teatrini e marionette dei Borromeo nella villa dell'Isola Madre. Nel giardino tetri avvertimenti: VEGETAZIONE AVVELENATA. Incontro solo pavoni. Pendula da una magnolia della Florida, grandissima tela che uno stupendo ragno color d'ambra grosso come un uovo di faraona si va costruendo giro dopo giro (all'inverso delle lancette dell'orologio). Acrobata magnifico, leggerissimo, senza rete, infallibile... Una zanzara è già dentro la rete ma il ragno non la cura, è occupato a estendere il suo impero, non ha tempo per mangiare come Napoleone... Oh divina bestia paziente, che il tuo mirabile Impero del Sole non ti sia invaso e rotto da un naso umano! Nel ragno è la genialità, e come una luce machiavelliana di sapienza politica, tutta interiore; nei pavoni, laggiù, sui prati, la luce è caduta soltanto sul piumaggio.
Era la sera dell'otto gennaio millecinquecentoventitré... La figlia dell'oste Tommaso de' Zacchei vide che il quadretto dov'era la Pietà era inondato di sangue... furono messe delle tovaglie, che si trovavano qui nell'altare: le analizzò il padre Gemelli e trovò che si trattava di sangue umano autentico... Per cinque volte il miracolo si ripeté: usci anche una costola dal costato ferito di Cristo e si vide la Madonna alzare un braccio verso la ferita... Sul luogo fu costruito il presente santuario, da San Carlo Borromeo... Dio, che è eterno, non cura dei tempi, ma eravamo allora agli inizi dell'epoca moderna e forse il Signore volle in quel momento confermare la Chiesa nella sua speranza... Anche oggi, in tanto franare, la ricerca del trascendente prosegue all'interno delle anime... Visti da fuori fanno orrore, pero all'interno... Questo panno inzuppato faceva gola al cardinale Schuster, l'avrebbe voluto a Milano... Dio ci visita col miracolo, in ogni tempo, per darci un poco di consolazione...
E' da venticinque anni parroco del santuario della Pietà di Cannobio, ha settantuno anni. Esile, calvo, in talare, di una malinconia infinita, dolcissimo, quella piccola pergamena dipinta, macchiata di sangue secco, che rappresenta il Miracolo, è la fontana del suo stesso sangue, e questo lo fa cosi anemico e trasparente.
Ora è sparito per una porticina, se si preme il campanello riappare, ma non è un automa, e un'anima credente esiliata in un corpo tenue - di una fedeltà sicura, illimitata. Quel prete era, finalmente, una voce umana... (Altro miracolo della pergamena). La bambina si chiamava Antognina Zaccheo; era stata mandata dalla madre di sopra, a prendere qualcosa; il lume che teneva in mano si spense di colpo senza vento,una forza arcana la tirò per i capelli e ne rovesciò la testa costringendola a guardare in alto dov'era la pergamena insanguinata; di sotto sentono la bambina gridare e accorrono.
I testimoni raccontano di aver visto gocciolare il sangue da tutte le ferite e fin dagli occhi del Cristo e acqua di lacrime uscire a fiotti dagli occhi della Madre e dell'Evangelista. Sul lago invece si rinnova al crepuscolo il miracolo della luce, più sensibile sulla riva piemontese già invasa dall'ombra. Ma la luce varia all'infinito i suoi miracoli, è nuova ogni momento, ha migliaia di occhi e ferite. In trattoria mi dànno una minestraccia; in camera mi faccio cuocere tre fichi e me li mangio con olio e biscotti. Poi caffè d'orzo. (23 settembre).


Filippo Spadoni 


2 commenti:

  1. Vittorio Ballini21 aprile 2015 09:51

    Grazie per aver citato il grande Ceronetti,misconosciuto eroe della navigazione solitaria del pensiero.

    RispondiElimina
  2. Ciao Vittorio, immenso Ceronetti! Penna sopraffina, tagliente e sovente amara di ironia, era un dovere riproporlo. Continua a seguirci!

    RispondiElimina