lunedì 2 marzo 2015

Le lacrime della madre

La chiesa dedicata a San Martino si erge, solitaria ed appartata, nel comune di Bolzano Novarese. Le prime testimonianze sull’esistenza dell’edificio sacro risalgono alla fine del XII secolo. La terra sopra la quale sorge la chiesa ha contribuito a costruire tre secoli di storia. Questo lembo di Piemonte, anticamente, prendeva il nome di Engravo. 
Tale abitato fu, probabilmente, abbandonato tra la metà e la fine del XIII secolo a favore del pianoro sotto il monte Mesma. Il nome completo del luogo sacro è quindi San Martino di Engravo.
La chiesa, oggi, controlla, dall’alto, il cimitero.
San Martino. Molti sono i fatti legati a questo “grande santo di Gallia”, il più famoso lo ricordiamo nel taglio del mantello. In una rigida giornata dell’inverno del 335 Martino, all’epoca soldato della guardia imperiale romana, incontrò un mendicante, vedendolo seminudo decise di tagliare il mantello per condividerlo con il pover’uomo. La notte seguente Cristo arrivò in sogno a Martino con la metà del mantello che aveva donato all’uomo. Al risveglio della mattina seguente il mantello era, miracolosamente, integro…
Vi è una tradizione che sembra cucita su questa chiesa, su questo luogo abbandonato.
Nelle aree agricole dell’Italia settentrionale, ed Engravo lo era, sino a non tanti anni fa il contratto di lavoro aveva inizio l’undici di novembre d’ogni anno. La data fu scelta poiché i lavori nei campi erano terminati senza che fosse già sopraggiunto l’inverno. In funzione del termine contrattuale coloro che avevano in locazione una casa dovevano lasciarla libera il giorno di chiusura delle attività. Quel giorno era usuale imbattersi in carri strapieni che si spostavano da un luogo ad un altro, facendo “San Martino”. Tale denominazione è divenuta sinonimo di “trasloco” nelle aree agricole.
Gli abitanti di Engravo hanno deciso di spostarsi per sempre nell’abitato di Bolzano Novarese.
Hanno “traslocato” a titolo definitivo.
Entriamo in chiesa.
Sul lato destro, parete sud, c’imbattiamo subito in una particolarità, forse due.
La prima immagine che appare ai nostri occhi è santa Liberata.
La tradizione, soprattutto del settentrione d’Italia, vuole che Liberata sia protettrice delle nutrici, degli infanti e delle puerpere.
Dopo Santa Liberata, rappresentata con in braccio due infanti, vi è una maestosa Trinità dove Dio Padre regge la croce dove trova la morte il figlio. Tra i due una colomba, di cui se ne intuisce la presenza, a rappresentare lo spirito santo.
Si presume che la raffigurazione sia stata affrescata dalla stessa mano che ha abbellito l’abside.
Qual è il motivo di tale deduzione?
Il ricondurre allo stesso frescante si deve alla presenza della mandorla, nella quale tutta la scena trova compimento. La stessa mandorla che troveremo nell’abside. L’opera è riconducibile alla bottega del Cagnola, ed espressamente a Francesco.
Proseguiamo sempre sulla parete sud per trovare le particolarità della chiesa dedicata a San Martino.
Il primo trittico di santi è formato da San Nicola, San Quirico e Sant’Albino.
Le particolarità risiedono nella presenza di San Nicola e san Quirico.
Del santo, le cui reliquie sono conservate a Bari, Venezia ed in altri luoghi, si narra che venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto in miseria, che voleva avviare le tre figlie alla prostituzione, abbia preso una gran quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e l’abbia gettato nella casa dell’uomo, ormai povero, per tre notti consecutive, in modo tale che le tre ragazze potessero avere una dote decorosa per il matrimonio, senza doversi dare alla prostituzione.  Le leggende legate al numero 3 ed a San Nicola non si fermano qui. Durante il viaggio a Nicea si dovette fermare in un’osteria, dove gli fu presentata una pietanza a base di pesce. Il santo si accorse che stava per nutrirsi di carne umana. Chiamò l’oste e chiese di recarsi nel luogo ove era conservato il pesce. L’oste lo accompagnò presso delle botti dove vi era la carne di tre bambini. Il vescovo, divenuto poi santo, si fermò in preghiera sino a quando le carni si ricomposero ed i bambini uscirono dalle botti saltando allegramente….
E se fosse questo il pretesto, l’idea, il motivo, per comprendere la seconda particolarità del primo ciclo di affreschi?
Sul fianco di San Nicola è rappresentato un bambino, un santo bambino, San Quirico. Molto spesso lo troviamo in compagnia della madre, Santa Giulitta. A Bolzano Novarese è solo, ma in compagnia di Nicola. Un santo bambino protettore dei bambini ed un vescovo santo che salvò del bambini… il percorso mentale si complica…
La presenza di Sant’Albino è legata alla religiosità del luogo. Albino fu vescovo di Vercelli, città non lontana da quest’edificio sacro.
Ricapitoliamo prima di proseguire: Santa Liberata, protettrice degli infanti, San Quirico, santo bambino protettore degli infanti e San Nicola, salvatore di bambini. Interessante sviluppo….
Siamo ora di fronte ad una crocifissione, datata 1422, come tutto il pannello, realizzata con le classiche figure della Madonna e di Giovanni.
Poco oltre San Gottardo in veste benedicente.
Proseguendo cosa potevamo incontrare lungo il cammino?
Una Madonna del Latte!
Una virgo lactans che riprende le fattezze della “miracolosa” Madonna di Re.
Vi sono analogie e differenze. La mano potrebbe essere la stessa.
Un peccato che non sia possibile identificare l’anonimo pittore di queste due meravigliose donne. Passerà alla storia come “il maestro della Madonna di Re”.
La Madonna affrescata a Re, per la chiesa dedicata a San Maurizio, risale alla fine del XIV secolo, nel periodo compreso tra il 1380 ed il 1390. Le differenze tra i due dipinti risiedono nel seno con cui la donna allatta il bimbo, destro a Re e sinistro a Bolzano Novarese, nella posizione del bimbo, sinistro a Re e destro a Bolzano, nel fiore che la donna tiene nella mano destra, tre boccioli di rosa a Re mentre a Bolzano potrebbero essere fiori di campo. La distinzione più evidente si trova nella mancanza del cartiglio con la scritta “in gremio matris sedet sapienta patris” nella chiesa di Bolzano.
A sinistra la Madonna di Re, a destra la Madonna di Bolzano Novarese.
La traduzione “ nel grembo della madre risiede la sapienza dei padri” ci riporta ad un tempo lontano, intriso di paganesimo….
Il trittico, datato 1403, presenta sul lato opposto un bel Sant’Orso d’Aosta, sempre fatto risalire all’anonimo frescante.
Nel mezzo, tra i due antichi dipinti, vi è una crocifissione, della bottega del Cagnola, che ha sostituito un terzo, probabile, dipinto del maestro della madonna di Re.
Chiude la parete l’immagine della Beata Panacea.
Sul luogo di nascita esistono ancora molti dubbi. Probabilmente nacque a Quarona, in provincia di Vercelli, da genitori provenienti da Ghemme. La piccola rimase orfana di madre in tenera età. Il padre per non far mancare il sostegno di una mamma alla bimba decise di prendere moglie una donna di nome Margherita, vedova anche lei. Panacea era dedita ad opere di bene, motivo che la fece odiare da Margherita, che non concepiva questa attività a favore del prossimo. Il suo odio sfociò in atti di prevaricazione e di violenza verso la bimba, ora divenuta una giovane donna. Una sera della primavera del 1383, non vedendola tornare a casa, la matrigna cercò Panacea, all’epoca quindicenne. Dopo alcune ore la trovò ritirata in preghiera presso una chiesa di San Giovanni sopra Quarona. Margherita si lasciò trascinare dall’odio e dal furore e colpì ripetutamente, probabilmente con un fuso, la ragazza sino a provocarle la morte.
La devozione verso Panacea era sentita nelle zone collinari tra il novarese ed il vercellese, motivo per il quale la si trova affrescata in questa chiesa.
Dirigiamoci ora nell’abside.
Tutti gli affreschi sono attribuiti alla bottega del Cagnola, nello specifico a Francesco.
Nell’arco trionfale possiamo ammirare le scene dell’Annunciazione, con una particolarità: hanno cinto con l’aureola anche la testa della colomba….
Nel catino absidale ritroviamo il Cristo Pantocratore circondato dai simboli del Tetramorfo, in altre parole i segni di riconoscimento degli evangelisti.
Infine nel tamburo absidale ritroviamo il ciclo dei dodici apostoli.
Concludiamo la nostra visita con gli affreschi della parete nord.
Incontriamo subito un particolare San Martino, padrone della chiesa.
L’opera reca la firma di Tommaso Cagnola.
Il frescante ha dipinto un Martino molto giovane, rassomigliante ad un Arcangelo Michele presente a San Quirico di Domodossola, affiancandolo ad un “povero mendicante” di piccole dimensioni, quasi ad ingigantire la presenza del santo.
La spada di Martino, come un’ipotetica diramazione del pensiero su pietra, ci conduce al dolore, alle lacrime della madre, al pianto delle donne.
Lacrime che, immaginiamo, si possano, lentamente, deporre sul corpo del compianto.
La tristezza, il dolore, la distruzione della madre ci appare, chiara, nella fulgida luce del pomeriggio d’inverno.
Gli affreschi, che stiamo ammirando, sono fatti risalire al periodo compreso tra il 1490 ed il 1500.
Non è facile staccare lo sguardo da quelle lacrime.
Da una madre, nel momento più triste della sua vita, ad una donna nel pieno della felicità!
Una Madonna con il bambino.
La felicità ora sostituisce il dolore.
In due scene, tutta la vita.
Nascita e morte di una persona, di un uomo.
Sul lato opposto, ora di fronte a noi, i santi protettori degli infanti, come punto d’incontro tra la vita e la morte, come legame terreno di qualcosa che terreno non può essere.
San Nicola, San Quirico e Santa Liberata sono nel mezzo o sono il mezzo?
Lo sguardo ritorna sulla Madonna con bambino.
A sinistra la Madonna del Latte di San Remigio a Verbania, a destra Madonna con bambino di Bolzano N.
La mente tradisce un ricordo, mi conduce dal lago d’Orta alle sponde del Lago Maggiore.
La memoria mi riporta ad una donna cui fu vietato di mostrare il seno…..

Fabio Casalini

Un sentito ringraziamento ad Alessandra che mi ha permesso di entrare all'interno di questa chiesa, a Manuela per l'interesse dimostrato ed a Filippo per le spiegazioni inerenti lo sviluppo pittorico e religioso del luogo sacro.

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