giovedì 5 febbraio 2015

La storia del Lago di Antrona.

Chi di voi ama riflettersi nelle acque del lago di Antrona, piccolo e raccolto bacino di una delle più rustiche valli ossolane, probabilmente ignora che il suo parto non avvenne millenni di anni fa, e che non fu placido come ispirano larici o abeti circostanti, ma fu uno schianto insanguinato.
Era il 27 luglio 1642, si legge nel “Ragguaglio alla Gran Ruina”, erano le nove di una domenica d'estate, molti alpigiani si apprestavano forse al precetto domenicale, e certo più d'uno aveva finito da poco di mungere le vacche. Poi in un istante nulla fu più come prima.

“Sassi di smisurata grossezza” e terra, una mezza montagna si staccò dal Pozzuoli e invase il fondovalle. Una furia immane, una valanga ciclopica di massi e polveri coprì “quel pocho piano di prati, che era rimasto dall'inondationi passate del 1640 in particolare”. Ma non si arrestò e “soffocò e sotterrò” quarantadue case. Dentro quelle abitazioni, come in una Pompei alpina, trovarono la morte intere famiglie. Quelli che si poterono estrarre furono più di centocinquanta, raccontano le cronache dell'epoca. E nessuno che respirasse ancora.
La frana del monte Pozzuoli cancellò 150 vite antronesi, 42 case e creò quel bacino che oggi è un paradiso per pescatori e gitanti. Se sulle rive del lago d'Antrona raccogliete un anemone, gettatelo nelle sue acque. Qualcuno forse vi guarderà come se aveste un'aria eccentrica, ma voi saprete che è solo per ricordarvi che la montagna toglie e la montagna dona.

Andrea Dallapina.

Fotografie Fabio Casalini.

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