Virgo Fidelis, libera nos a peste!


"Mater dei, libera nos a malo pestis!". 
Questa e molte altre devono essere state le suppliche disperate, strazianti e straziate dal dolore, in quel di Biella, devastata dalla morte . Gli occhi e gli animi tutti volti verso il cielo, rivolti alla Virgo Fidelis...
Il capo chino di chi sta per arrendersi o di chi si è già arreso...
Le urla della disperazione di chi ha perduto i propri cari.
Famiglie intere cancellate...
Non restava che pregare...
Non restava che invocare l'aiuto della Madonna d’Oropa mentre il fetore dei cadaveri bruciati sulle pire rendeva ancor più arduo il pregare...
Rendeva ancor più difficile il credere. Entrava  dalle narici per minare l'animo anche dei più forti...
"Mater Dei et mater nostra, libera nos a malo..."
La Beata Vergine ascoltò le suppliche e soccorse la città. Correva l’anno 1599 d.C. Allora i morti furono quattrocentosessanta a fronte di una popolazione di seimila abitanti. Fu allora che il Consiglio emise il voto di ingrandire la già preesistente Chiesa della Madonna d’Oropa.
"Sia noto e manifesto ad ognuno che i peccati sono il più delle volte causa di flagelli, i quali si possono levare con le orazioni e devozioni per mezzi dei quali si placa l'ira di Dio...considerando in qual modo si possa placare, abbiamo pensato che con le orazioni e intercessioni della Beatissima Vergine Maria madre di nostro Signore Gesù Cristo e dei suoi santi ricorrere alla bontà e clemenza di Dio perché si degni di liberarci dal flagello...per questo convocati in nome di questa magnifica comunità, di libera volontà e con medesimo animo e parere, hanno fatto voto solenne alla Beatissima Vergine all'oratorio costruito nei monti di Biella, di andare in processione con tutto il Clero...e il dono per mezzo dei Rettori e Consoli di cento ducatoni da impiegarsi per ingrandire la Chiesa."
A testimonianza di quanto scritto vi è l'epigrafe posta sulla facciata dell'attuale chiesa costruita al posto dell'oratorio.
"Per la pestilenza allontanata da Biella. Nell'anno del Giubileo 1600". 

La nascita del Santuario sarebbe riconducibile all'allora vescovo di Vercelli, Sant' Eusebio. Era il IV secolo d.C. Ubicato a 1200 metri di altitudine, gode di una posizione più unica che rara. 
E' circondato dalla Natura o meglio, vi è proprio immerso... 
E' posto in luogo privilegiato.

Svetta sopra la città di Biella come volesse proteggerla. 
E' un vero capolavoro. E' puro genio architettonico asservito all'esaltazione della fede. E' frutto di teologia architettonica. Infatti ha crisma e carisma di quella scienza che studia il perfettibile e che trova nel Santuario la propria esaltazione proprio attraverso l'architettura. Le menti più illuminate della regia epoca hanno concorso a progettarlo! 
Il Santuario d’Oropa fu eretto tra il XVII e il XVIII secolo. La ricerca di stile architettonico , la creazione dell'opera d'arte , coinvolse intelletti raffinati quali Arduzzi, Conti, Gallo, Beltramo, Juvarra, Guarini, Galletti. Loro il merito di aver creato una struttura  d'ampio respiro, che assurge al maestoso grazie a giochi di dinamismo plastico caratterizzati da archi a crociera dislocati su due piani. Il gioco di archi che si susseguono ai lati della sublime entrata inizia subito dopo il "Prato delle Oche" con i due bei porticati. Questi porticati, confluiscono in una prima scalinata al cui apice si rinnova l'incanto dei colonnati e delle volte a crociera. Nel bel mezzo della seconda piazza è posta una bella fontana in pietra. Alla sua destra è situata la Basilica Antica, edificata nel XVII secolo come segno di gratitudine da parte della città di Biella per la liberazione dalla "morte nera", sterminatrice implacabile d’esseri umani. "Morte nera" fatale e assassina." Morte nera", raffigurata da Bernardino Lanino nel dipinto racchiuso nella Galleria dei Tesori del Santuario. La "Morte nera" era la peste, narrata dal Boccaccio, descritta ne " I promessi sposi" da quel Manzoni che fu tanto amico di Rosmini. Lo storico Lodovico Antonio Muratori nel suo " Del governo della peste e come guardarsene" avrà a dire:

" E ultimamente il signor Bartolomeo Corte, dottissimo medico di Milano, in una sua lettera quivi stampata intorno alle cagioni della peste ha assai concludentemente provato non poter venire la peste nè dall'aria, nè dai nutrimenti cattivi. Secondariamente godo io che qu' valenti medici rilevino e facciano ben ravvisare i cattivi effetti del terrore, della tristezza e  dell'altre passioni dell'animo, allorachè la pestilenza arriva con mal talento di spopolare le città. Imperocchè, abbattuti gli spiriti animali nell'uomo e tolto l'equilibrio agli umori del corpo, riesce facile al morbo entrare in una piazza sì mal difesa e l'atterrarla anche prestissimo."

Troppe  anime  dovettero  essere  rese   al  Creatore   a  causa  della  pestilenza! La  Basilica  Antica, come  detto,  è  posta  nel  secondo  e  più  imponente  piazzale:  il  piazzale  Sacro  o  del  Chiostro  della  Madonna. Essa  venne  eretta  dall'architetto  Conti a  imperitura  memoria  e  ringraziamento  della  città  alla  Vergine  Maria. Geniale  e  raffinata  nella  sua  semplicità  di  linee, presenta  una  facciata  in  completa  pietra  di  Oropa, dalle  caratteristiche  venature  verdastre. Il  bel  portale, in    serizzo  verde  scuro e  pietra  bianca, è  sormontato  dallo  stemma  della regia  casa  sabauda. Al  suo  interno  è  custodita, come  vera  e   preziosa  reliquia,   la  Madonna  Nera. E' collocata  nel sacello  Eusebiano. Si  narra  che  venne  trovata  in  quel  di  Gerusalemme  nel  369 d.C da  S. Eusebio, sotto  cumuli  di  detriti. Nella  città  regnavano  saccheggio e   distruzione! Sarebbe, secondo  la  tradizione, addirittura  opera  di  San  Luca  evangelista. Portata  a  Oropa,   essa  venne  nascosta  dapprima  all'interno  di  un  masso  erratico  dove  poi  sorse  la  Cappella  del  Roc, quindi  posta  nella  sua  attuale  dimora: il  sacello  di  S. Eusebio. La  scultura  lignea, alta  132 centimetri,  rappresenta  la  Vergine  Maria  nel  mistero  della presentazione  e  della  purificazione  dalle  imperiture umane  mancanze. Si  osservi   la  figura  del  Bambin  Gesù  nell'atto  della salvifica  benedizione e  remissione  dei  peccati. Pare esclami  solenne:
"Ego  te  absolvo  a  peccatis  tuis, in  nomine  Patris, in  nomine  Filii, in  nomine  Spiritus  Sancti! . La  Madonna  Nera, anche  se  imponente   nei  tratti, è  madre  rasserenante  e consolatrice. Drappi  leggiadrissimi  la  vestono, donandole  regalità. Nella  mano  destra il  mondo, rappresentato   da  un  pomo  d'oro  al  cui  apice  una  croce  incastonata  di  diamanti. Il  Gesù  reca  la  colomba, segno  di  pace  e  fratellanza  dei  popoli. Molti furono e   sono  i  fedeli  a  Lei  devoti. Tra  le  personalità  religiose  ricordiamo  il  Beato  Giovanni  Paolo  II, Papa Joseph  Ratzinger e Papa Montini. Molti anche gli  sportivi...Particolarmente  toccanti  gli  ex- voto  dei  reduci  della  prima  e  della  seconda  guerra  mondiale, dei  pochi  tornati  a  piedi  dalla  Russia in  inverno,attraverso  la  steppa, risparmiati  dalle  granate, dai  proiettili,  dall'assideramento, dall' ultimo  assalto  alla  baionetta  per  rompere  l'accerchiamento  nemico... e  tornare  finalmente  a  casa! Come  detto  precedentemente, nel  vasto  piazzale  del  Chiostro  della  Madonna, cui  si  accede grazie la  Porta  Regia  tramite  una scala, impreziosita da  una serie  di  eleganti   balaustre  a  dir  poco  entusiasmanti  nella  loro  agilità  di  forme  ieratiche, è  posto  il  cuore  pulsante  della  spiritualità  del  Santuario. Nel   Sacro  Piazzale è  ubicata  la  Basilica  Antica. All'interno  presenta  tre  navate  che  conservano  tuttora  le  antiche  colonne. Il  sacello  di  San Eusebio  é posto  proprio  al  di  sotto  della  cupola. In esso,   come  detto  in  precedenza, è  racchiusa  la  Madonna  Nera. Da  segnalare  il bellissimo dipinto raffigurante  "L'ultima cena", attribuibile  a  Bernardino  Lanino, nonchè  gli  affreschi quattrocenteschi   che  adornano  l'abside, tra i  quali  la  Madonna  del  Latte. L'ampio  piazzale  è  racchiuso  dal   pregevolissimo Chiostro che riprende  le  linee  geometriche  del  precedente,  continuando  in  quel  susseguirsi  di  volte  a  crociera, colonnati  e  capitelli   che  conducono  con  estrema  grazia  alla  scalinata  che accompagna  fedeli  e  turisti   alla  Basilica  Superiore. Posta  nel  Piazzale  di  Santo  Stefano  è  un  edificio  importante. Fu  consacrata  nel 1960 d.C. Le  potenti  colonne  dai  capitelli  corinzi  che  caratterizzano  l'ingresso  della  Chiesa, sormontate  da   una  cupola  imponente, slanciata  e  ampia,  rimandano  alle  silenziose  vette  delle  montagne  circostanti, il  monte  Camino e  il  monte  Mucrone.
Il  Santuario  di  Oropa  è  soprattutto  rappresentazione  del  "munus  sacerdotale", inteso  proprio  nel  senso  di  pietà  popolare. La  pietà  popolare  sancisce  sacri  diritti  acquisiti  e non  dimenticabili. 
Molto  interessante  è  la  narrazione  che  il  Can. Bessone don  Angelo  Stefano riguardo  il  carattere  eremitico  della  comunità. Egli  testualmente  dice  nel  paragrafo  sulla  domus  degli  eremiti: "Gli  eremiti  della  comunità  di  Oropa  abitano  nella  "Domus  ecclesiae S.Mariae", la  quale  non  è  mai  presentata  come  un  monastero. Si  constata  con  frequenza  che  gli  eremiti  dell'XI° secolo costruiscono  la loro  abitazione  accanto a  una  chiesa  abbandonata.Tale  situazione  vale  anche  per  Oropa, anche  se  non  sappiamo  e  da  chi  fu  costruita  la  piccola  chiesa  di  cui  parla  la  bolla  del  1207 d.C., ma  risulta  che  sono  stati  gli  eremiti  a  condurre  a  termine, accanto  al  sacello,una  chiesa  che  era  terminata  nel  1295 d.C. Nel  febbraio  del  1295 d.C. essa  era  stata  consacrata  da  poco  dal  vescovo Ajmone  di Challant. Gli storici  individuano  tre  tipi  di  eremitismo  anteriore  al  mille: l'eremitismo  monastico, quello  indipendente  e  quello  confederato. E'  un  fatto  che  nel  medioevo  le  domus  eremitiche  della  valle  d'Oropa  sono  quattro: alla  fine  del  1200d.C  ci  sono  le  due  chiese  di  Santa  Maria  e  di  San  Bartolomeo  nell'alta  valle. Non  lontano  dalla  chiesa  di  San  Bartolomeo  alla  Burcina, nel  secolo  XIV°  ci  sono  dei <<  fratres  eremite>> che  abitano  in  una  chiesa  dedicata  a  San  Paolo  eremita. Pure  al  Favaro, sulla  strada  che  porta  ad  Oropa, c'era  nel  1507 d.C <<quidam  heremiticam  vitam  ducens>>. Il  processo  di  clericalizzazione  è  ben  visibile  nella  comunità  di  Oropa. C'é  sempre  nella  comunità  il  prete, anzi  il  numero  dei  preti  é  talora  pari  o  superiore  al  numero  dei conversi. Sono  soggetti  alla  giurisdizione  del  vescovo  e  dipendono  anche  dal  prevosto  dei  canonici  di  Santo  Stefano; sono talora  chiamati  a  partecipare  a  determinate  officiature  nella  collegiata  e  talora  alle  adunanze  capitolari. Il  capo  degli  eremiti  di  Oropa  ha  il  titolo  monastico  di  priore. 
Ad  esempio nel 1337 d.C  il  prete  Bertoldo  de  Sapellanis  ha  il  titolo  di  priore  di  Santa  Maria  d'Oropa. L'apertura  degli  eremiti  di  Oropa  agli  ordini  monastici  è  impersonata  da  Bernardo  De  Brunetis, un  converso  del  Vernato  il quale, nel  1356  chiede  al  suo  priore  Giacomo  Nicolia  di  poter  abbandonare  Santa  Maria  per  abbracciare  una  regola  più  severa." E  ancora, riguardo  le  risorse  economiche degli  eremiti  e  della  loro  spiritualità, avrà  a  dire:" La  valle  è  disabitata  per  cui  non  ci  sorprende  che  il  vescovo  del  Duecento, Ajmone  di  Challant, descriva  uno  stato  di  estrema  povertà. La  loro  risorsa  economica  nel  1295 d.C  consiste  prevalentemente  nell'elemosina  dei  fedeli. Gli  eremiti  stessi  di  Oropa  passano  nei  villaggi  a  questuare. La  questua per  Oropa  resterà  una  tradizione  fino  alle  soglie  del  1800 d.C. Ma  gli  eremiti  dovettero  anche  curarsi  dell'allevamento  del  bestiame  se  nel  1425 d.C  si  fa  menzione  in un  documento. Non  abbiamo  nessun  cenno  sulla  Regola  seguita. Il  vescovo  Ajmone di  Challant  nel  1295 d.C  parla  degli eremiti  che  hanno  il compito  di  attendere  alle  <<preghiere>>  ed  alle  <<vigilie>> (preghiera  liturgica  specifica  per  i pellegrini, i  quali  arrivavano  già  il  sabato  sera  per  cui  venivano  intrattenuti  con  l'Ufficio). La  loro  preghiera  consiste  soprattutto  nel  libro  dei  Salmi; in  un  inventario  fatto  tra  il  1436 -1444 d.C  risulta  che  il  priore Antonio  de  Primis  possiede  tanto  un  <<psalterium  novum  sine  glosis>> quanto  un  commento  al  libro  dei  Salmi, <<Psalterium  glausatum>>. La  spiritualità  eremitica  è  testimoniata  soprattutto  dagli  affreschi. Sia  nella  chiesa  di  Santa  Maria  che  in  quella  di  San  Bartolomeo  che  in  quella  di  San  Paolo  eremita  sono  ripetutamente  affrescati  i  grandi  santi  dell'eremitismo  orientale: Sant'Antonio  e  San  Paolo  eremita. E  anche  quelli  che  sono  stati  adottati  nel  Medioevo  dall'eremitismo  occidentale. Essi  sono  San  Michele  e   Santa  Maria  Maddalena, la  quale  é  raffigurata  tre  volte  ad  Oropa. Una  volta  San  Michele,in  veste  di  guerriero". Nel  1630 d.C.  scoppiò  una  nuova  pestilenza di  cui  Alessandro  Manzoni  ebbe  a  scrivere  ne  "  I  promessi  sposi":
"La  peste  che  il  tribunale  della  sanità  aveva  temuto  che  potesse  entrar  con  le  bande  alemanne  nel  milanese, c'era  entrata  davvero, com'è  noto; ed  é  noto  parimente  che  non  si  fermò  qui, ma  invase  e  spopolò  una  buona  parte  d'Italia. Condotti  dal  filo  della  nostra  storia, noi  passiamo  a  raccontar  gli  avvenimenti  principali  di  quella  calamità; nel  milanese, s'intende, anzi  in  Milano   quasi  esclusivamente: ché  della  città  quasi  esclusivamente  trattano le  memorie  del  tempo, come a  un  di  presso  accade  sempre  e  per  tutto,  per  buone  e  per  cattive  ragioni. E  in  questo  racconto, il  nostro  fine  non  è, per  dir  la  verità , soltanto  di  rappresentar  lo  stato  delle  cose  nel  quale  verranno  a  trovarsi  i  nostri  personaggi; ma  di  far  conoscere  insieme, per  quanto  si  può  in  ristretto, e  per  quanto si  può  da  noi, un  tratto  di  storia  patria  più  famoso  che  conosciuto. Delle  molte  relazioni  contemporanee, non  ce  n'é  alcuna  che  basti  da  sé  a  darne  un'idea  un  po'  distinta  e  ordinata; come  non  ce  n'è  alcuna  che  possa  aiutarla  a  formarla.In  ognuna  di queste  relazioni, senza  eccettuarne  quella  del  Ripamonti( Josephi  Ripamontii, canonici  scalensis, chronistae  urbis  Mediolani, De peste  quae  fuit  anno  1630, Libri V.Mediolani, 1640, apud  Malatestas.), la  quale  le  supera  tutte,  per  la  quantità  e  la  scelta de'  fatti , e  ancor  più  per  il  modo  di  osservarli, in ognuna  sono  omessi  fatti  essenziali,  che  son  registrate  in  altre; in  ognuna  ci  sono  errori  materiali, che  si  posson  riconoscere  e  rettificare  con  l'aiuto  di  qualche  altra, o  di  que'  pochi  atti  della  pubblica  autorità , editi  e  inediti, che  rimangono;spesso  in  una  si  vengono  a  trovar  le  cagioni  di  cui  nell'altra  s'eran  visti, come  in  aria, gli  effetti."
Nel  1630 d.C  il  tasso  di  devastazione  e  morte  indotto  dalla  peste, detta" calamitas  calamitatum" per  il  suo  straordinario  grado  di  virulenza,  fu  tale da  costringer   l’Europa  intera  a  dover   pagare  un  tributo di  sangue elevatissimo. La città di  Biella  venne  miracolosamente  risparmiata   grazie  alla  protezione  della  Madonna  di  Oropa che, ancora  una  volta  vegliava, Lei,  Virgo  Fidelis,  sulle  malattie  indotte  dai  peccati, vere  e  proprie  "ire  divine". Ma  chi  era  il  famoso  narratore  della  peste  del  1630 d.C.  citato  da  Alessandro  Manzoni? "Nacque  Giuseppe  Ripamonti  nel 1577 d.C  a  Tegnone  paesello  della  pieve  di  Missaglia  in  Brianza.  I  parenti  di  lui  non  eran  ricchi, ma, senza  coltivare  la  terra, vivevano  con  parsimonia  del  ricavo de'  loro  campi....",così di  lui  ci  narra  Francesco  Cusani. Lo  stesso  Ripamonti  scrive:"Sino  alli  17  anni  io  sono  stato  allevato  da  mio  zio  curato  di  Barzanò, chiamato  prete  Battista Ripamonte,che  è  morto. Studiavo  grammatica che  m'insegnava  detto  mio  barba. Io  andai  dopo  li 17  anni  in  Seminario  ad  interessamento  di  mio  barba  suddetto, il  quale  m'haveva  insegnato  parte  della  lingua  Hebraica  della  quale  il  Sig.  Cardinale  si  dilettava, e  da  esso  sig.  Cardinale  fui  esaminato  e  da  lui  posto  nel  Seminario  in  Canonica, nel  quale  stetti  un  anno. Et  in  detto  Seminario  il  sig. Cardinale  mi  fece  attendere  alla  lingua  hebraica  et  io  insegnavo  a  certi  altri  giovani. Et  perché  mio  barba  non  poteva  o  non  voleva  pagare  la  dozzina  del  Seminario, uscii   fuori, e  mi  mise  in  una  camera  vicino  a  Brera  in  compagnia  d’un  prete  Antonio  Giudici  di  Macconaga, et  andava  a  Brera  a  scuola  alla  logica,  et  lì  stetti  un  anno.  Finito  poi  l’anno  mi  ruppi  con  questo  mio  barba, et  andai  a  stare  col  sig. Giacomo  Resta  in  Milano  per  maestro  d’un  suo  figlio  che  hoggi  si  chiama  il  sig. G. Battista  con  il  quale  io  stetti  quattro  anni.  Dippoi  andai  a  stare  con il  vescovo  di  Novara, monsignor  Bescapè, quale  mi  voleva  introdurre  per  scrivere  sue  lettere, con  il  quale  stetti  sei  mesi. Dippoi  ms.  Settala, arciprete  di  Monza, mi  fece  andare  a  Monza  per  maestro  di  quella  Comunità  dove  stetti  due  anni, et  da  Novara  mi  partii  perché  non  mi  piaceva  servire  quel  vescovo  et  da  Monza  partii  chiamato  dall’ Illustr. sig. Cardinale  Borromeo  nel  Seminario  di  Milano, dove  stetti  per  maestro  di  Grammatica  per  lo  spatio  di  quattro  anni  circa. Nel  qual  tempo  con  li  ammaestramenti  et  indirizzi  dello  stersso  sig. Cardinale  fui  incamminato  allo  studio  della  Historia  et  insieme  della  lingua  Greca, Hebraica  et  Caldaica; nelle  quali  lingue  avendo  fatto  qualche  progresso, esso  Cardinale, comandò  che  io  attendessi  solamente  all’Historia. Et  finiti  detti  quattro  anni , dopo  essere  stato  due  anni  nel  detto  Seminario  a  studiare  ciò  che  il  sig. Cardinale  mi  aveva  ordinato, fui  aggregato  al  Coleggio  Ambrosiano  et  ivi  addottorato, sebbene  stetti  altri  quattro  anni  in  seminario  della  Canonica. Poi  per  le  liti  che  aveva  coi  rettori  del  Seminario, i  quali  pretendevano  ch’io  pagassi  la  dozzina, et  io  non  pretendeva  pagarla, il  Cardinale  per  sua  cortesia  m’accettò  in  sua  casa  a  sue  spese, attendendo  io  al Coleggio Ambrosiano  dal  quale  era  stipendiato  di  lire  1000  all’anno”. Francesco  Cusani  di  lui ancora  dice:” Giuseppe  Ripamonti, uno  de’  più  illustri  e  benemeriti  scrittori  delle  cose  patrie. Parlerò  delle  sue  opere  e  della  sua  vita  più  a lungo  che  non  abbia  fatto  degli  altri  storici, perché  le  prime  sono  importantissime, e  la  seconda  rimase  finora  ravvolta  in  una  specie  di  nube  misteriosa, che  tenterò  di  diradare. Tutti  gli  scrittori  milanesi  contemporanei, i  quali  parlano  del  Ripamonti, lodandone  alle  stelle  il  sapere  e  l’elegante  latinità, pochissimo  dicono delle  sue  vicende. E  per  quanto  io  frugassi, non  mi  venne  fatto  di  trovare  neppure  una  parola  intorno  al  processo e  ad  una  prigionia  di  cinque  anni  da  lui  subiti. Anche  nella  Biblioteca  Ambrosiana, di  cui  fu  dottore, non  se  ne  rinviene  traccia, meno  un’annotazione, in  cui  è  detto  che  il  Ripamonti  fu  escluso, poi  riammesso  nel  collegio,  e  null’altro. Girolamo  Legnano, uno  de’  60  Decurioni, il  quale  lo  incaricò  di  scrivere  la  storia  di  Milano, e che  dopo  la  morte  di  lui   pubblicò  la  Decade V.°, contenente  la  vita  di  Federico  Borromeo, serba  egli  pure un  assoluto  silenzio. Nella  breve  vita che  premise  a  quella  V°   Decade  dice: "Provò  varj  casi  di  fortuna, ora prospera, ora avversa; ma  l’animo  suo  fu  sempre  <<imperterrito>>; concetto  così  vago  che  significa  un  bel  nulla. L’accusato  medesimo, nelle  sue  opere  posteriori, mai  si  lascia  sfuggire  parola  intorno  a’ proprj  casi. Eppure  il  processo  era  stato  sì  lungo  e  clamoroso, che  i  contemporanei  era  impossibile  l’ignorassero. Perché  dunque  un  sì  generale  ed  assoluto   silenzio? Per  deferenza  a’  dottori  dell’Ambrosiana  ed  alla  congregazione  degli  Oblati, parecchi  membri  della  quale  non  figurarono  troppo  bene  in  quel  processo . E   la  venerazione  altresì  al  cardinale  Federico  indusse  probabilmente  al  silenzio, giacchè, quantunque  Egli  non  solo  mitigasse  la  pena  al  Ripamonti, ma  lo  tenesse  in  seguito  vicino  a  sè, colmandolo  di  favori,  pure  è  sempre  vero  che  lo  aveva  lasciato  languire  in  carcere  molt'anni  per  lenta  procedura. Tutte  le  quali  cose  appariranno  chiare  da  ciò  che  verremo  esponendo..." Così narra  il  Cusani  del  Ripamonti…A  Biella  in  quegli  anni  si  tremava  di  stenti  e  di  paura. “Libera  nos  a  peste!”, supplicavano  i  fedeli…” Virgo  Fidelis, libera  nos  a  peste !!!". La  peste , però, ancora  una  volta  parve   non  essere  l’unico  modo  per  morire. Cancellare  l’esistenza  di  un  individuo  è  arte  ben nota al  genere  umano   e   da  lunga  data.

Fabio  Viganò
Portfolio personale ed inedito di Minghini Yuri.

Bibliografia
- Lodovico  Antonio  Muratori :” Del governo della  peste  e  come  guardarsene”
- Alessandro  Manzoni:” I  promessi  sposi”
- Francesco  Cusani: “Introduzione  a  La  peste  di  Milano  del  1630 d.C di  Giuseppe Ripamonti
- Giuseppe  Ripamonti :” La  peste  di  Milano  del  1630 d.C”
- Can. Bessone  don  Angelo  Stefano  :” Storia  di  Oropa   dal XIII  al  XIX° secolo"

Commenti

  1. Rodolfo Necchi24 gennaio 2015 16:11

    Ottimo pezzo approfondito e con foto mozzafiato. Bravo Fabio. .vedrò Oropa con occhi diversi

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  2. Grazie! Sempre da ri-scoprire il santuario di Oropa!

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  3. Bravissimo Fabio Viganò! Bellissimo articolo.

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