mercoledì 14 gennaio 2015

Sulle orme della signora Cole.


"I paesaggi sono come frasi di un discorso lungo" 
Eugenio Turri


Cosa ci fa una donna nella seconda metà dell800 su e giù per le valli che circondano il Monte Rosa?
Pratica abbastanza inusuale per una donzella del periodo (le donne intrapresero il turismo alpino in ritardo rispetto agli uomini), ma soprattutto chi è Eliza Robinson Cole e perché si trova in questi luoghi?
Lady Cole nasce a Stockport (Inghilterra) il 24 febbraio del 1819, all'età di 20 anni sposò l'avvocato Henry Warwick Cole e con esso si stabilì a Londra, dove visse fino al 1872.
Tra il 1850 e il 1858 i signori Cole intrapresero tre viaggi tra Italia e Svizzera, transitando attraverso valli selvagge e ancor oggi poco frequentate, dei quali la signora Eliza rimase talmente ammaliata dalla beltà del paesaggio attorno a sé che, per non scordare nulla di quella sublime esperienza e di tutte le escursioni effettuate, decise di suggellare minuziosamente il tutto nel suo personale diario, arricchendolo con raffinate osservazioni naturalistiche e colte citazioni.
Tutto ciò si tradurrà in seguito nel bel volume, pubblicato il 1859 a Londra, dal titolo “Viaggio di una signora intorno al Monte Rosa”.
Il paesaggio muta quindi in linguaggio e le pregiate osservazioni cariche di pathos si delineano come in una rappresentazione teatrale nella quale possiamo decidere di essere solo spettatori o anche attori.
Ripercorreremo alcuni passaggi salienti del libro con lo stesso entusiasmo di Lady Cole, percependo i battiti del suo cuore straripante meraviglia, entusiasmo e stupore, ed immaginando i suoi vispi occhi puntati a nord, alla ricerca costante del massiccio del Monte Rosa avvolto negli oltre quattromila metri di ghiaccio, roccia e nuvole, passando dalla Valle Anzasca alla pianura Ossolana, dalle placide acque del Cusio al Sacro Monte di Varallo, a dorso di asino o a piedi, spesso su stretti e disagevoli sentieri, sacrificando sovente le vie ed i passi più semplici in favore di percorsi più difficoltosi ma maggiormente carichi di fascino e eccezionalità.
Nonostante siano trascorsi più di 150 anni alcune descrizioni ci appaiono assolutamente pertinenti e spesso ci induco a riflessioni che i nostri occhi distratti prima d'oggi, forse, non erano ancora stati in grado di apprezzare.
...“Avere nuovi occhi” citando Proust...

15 settembre 1850, i coniugi Cole sono in partenza da Macugnaga alla volta del Lago d'Orta. Possiamo cogliere nei toni delle delicate descrizioni iniziali il vivissimo stupore manifestato davanti ad una sontuosa alba di fine estate:
“Alle 5,30 la magnifica cresta del Monte Rosa era sgombra dalle nuvole ed il sole stava iniziando ad illuminarla. L'effetto dei primi raggi del sole, quando toccarono con la loro morbida, pallida e dolce luce le rocce scoscese – troppo ripide perché la neve potesse fermarvisi – era stupendo. Era impossibile ammirare senza una profonda emozione uno spettacolo di simile solenne maestosità, per di più considerando la sua evanescente e fuggevole bellezza; e lo spettatore non potrà non provare un sentimento di estatica ammirazione per la gloria dell'opera del Creatore. In pochi istanti la magia si ruppe, il colore rosa svanì e la luce del giorno, luminosa ed abbagliante, si stese sul paesaggio.[..]
Alle 11eravamo già in mezzo a filari di viti dalle quali pendevano grappoli ricchi e maturi. Alle 11,45 raggiungemmo Vanzone, da dove, oggi, una strada carrozzabile giunge fino a Domo d'Ossola, ed alle 12,30 arrivammo a Ponte Grande. Ci sembrò quasi impossibile apprezzare appieno questa incantevole valle: è poesia tramutata in realtà e ci fece venire in mente la Valle Felice descritta da Rasselas. Ci attardammo continuando a girarci a guardare il Monte Rosa, la cui vetta nevosa torreggiava alta sopra tutto. Ad ogni svolta della valle ci s'imbatteva in una nuova meraviglia. Ai nostri piedi giacevano, disseminati dalla mano della natura, massi ricoperti da felci e fiori con grande profusione."
16 settembre 1850 Eliza ed Henry dopo aver trascorso la notte a Vogogna si dirigono, a bordo di una  carrozza, ad Omegna con l'obbiettivo di scollinare attraverso il passo della Colma verso Varallo, la “capitale” della Valsesia:
“Il lago d'Orta è una vera gemma: visto alla luce del mattino in quella lunare, o nelle diverse ore del giorno, quando le luci e le ombre cambiano in continuazione, mostra sempre un fascino che tutti dovrebbero sentire e riconoscere. E' il più piccolo dei laghi italiani e, da qualsiasi parte lo si attraversi, si può sempre vedere chiaramente la riva opposta, senza mai che abbia l'aspetto di un fiume; e ciò è, secondo Wordsworth, essenziale affinché un paesaggio lacustre possa essere giudicato perfetto. Le rive sono abbastanza distanti da permettere la vista di tutte le bellezze senza poterne distinguere i difetti, e si può proprio affermare che tali bellezze si completano vicendevolmente. All'estremità settentrionale del lago le montagne raggiungono una considerevole altezza, che gradualmente si riduce verso sud. Sono, comunque, tutte di modesta altezza ed il fascino del lago non deriva dalla maestosità quanto piuttosto da una bellezza ricercata ed estremamente raffinata. Non vi può essere piacere maggiore dopo un faticoso viaggio fra le Alpi del raggiungere questo lago e del lasciarsi scivolare sulla sua trasparente superficie in un lussurioso, totale riposo".
Deduciamo che anche Eliza, come innumerevoli altri artisti (Nietzsche, Balzac, Mario Soldati per citarne alcuni) ha lasciato una piccola fetta del suo cuore a fluttuare sulle rive del magico lago, stregata dal suo fascino incontaminato e di rara bellezza. Bacino di poesia circondato da sterminate distese verdi, austeri monti e antichi borghi.
Voltiamo di nuovo pagina. Nuovamente in Valle Anzasca; uno spaccato di vita agreste di cose semplici e vissute osservato sugli erti pendii ossolani conquista l'attenzione della nostra viaggiatrice che riporta:
Le donne quando vanno nei campi a lavorare, portano con sé i bambini: ne vidi due di tre o quattro anni che si divertivano a scalare una roccia coperta d'erba e poi a scivolar giù dal lato più ripido, di tanto in tanto contendendo il possesso della roccia ad una capra che voleva brucare. In una simile circostanza una madre Inglese sarebbe stata di certo in apprensione, in primo luogo per la presenza della capra, quindi per la paura che uno dei bambini potesse rompersi qualcosa. Osservando quei bambini divertirsi, pensai che stavano facendo pratica già in tenera età e che sarebbero diventati ottimi montanari. Più avanti avvertimmo un pianto provenire da un nuovo tipo di culla. La madre del neonato aveva utilizzato un lungo palo orizzontale al quale aveva legato un lenzuolo dove aveva sistemato il bimbo su di un cuscino, realizzando in tal modo una culla primitiva che rispondeva perfettamente alle necessità, perché il bambino non poteva in alcun modo cadere fuori né farsi male. Quando il bimbo piangeva, la madre correva giù per il ripido pendio dove stava lavorando e lo calmava, per poi tornare immediatamente al lavoro, raccogliendo la propria falce e procedendo più veloce di prima per recuperare il tempo perso.
Ed ancora attente osservazioni annotate appena oltre il colle di Baranca sulla semplicità di un pasto consumato in una modesta locanda Valsesiana.
L'autrice discendendo verso Fobello nella solitaria Val Mastallone, autentico scrigno di antiche leggende, contempla nella fumosa cucina l'immagine antica come il mondo dell'anziana ristoratrice restituendoci un genuino e significativo affresco di vita “in salita”:
Appesi al muro stavano alcune forme piatte di quel pane nero di segala che costituisce l'alimento principale dei contadini e che talvolta deve essere tagliato con l'accetta. Un pezzo di pane più raffinato, decorato con pezzi di pera ed un sacco di farina indiana, erano le restanti provviste. Su uno scaffale erano posati alcuni cucchiai ed alcune ciotole in legno ma non vedemmo terraglie. Quando arrivò l'ora della sua cena, la padrona prese il pane e vi versò sopra un poco di brodo e ciò costituì il suo pasto.
Anche le limpide acque del Mastallone (qui citato Mastalone) non passano inosservate e divengono fonte di gioia per la coraggiosa scrittrice e pioniera:
Il colore prevalente è un intenso blu ceruleo, della più brillante trasparenza e, dopo essersi infranto con creste di bianca schiuma sul suo letto roccioso, di tanto in tanto, sotto rocce a strapiombo, crea ampie e calme pozze di acqua del colore e della lucentezza più intensi.[..]
Era impossibile frenare il nostro entusiasmo e tutti consideravamo quale meraviglia dovesse essere fare il bagno in una di quelle pozze. Tutto, all'intorno, emanava la stessa delicata e gentile bellezza. I picchi sono coperti di boschi, mentre lungo il ciglio della strada si trovano ovunque profumati ciclamini e altri bellissimi fiori selvatici e l'intera scena è di assoluta armonia. Per la prima volta vidi crescere spontaneo il Lycopodium, che noi coltiviamo nelle nostre serre con la felce e che forma bellissime aiuole a Crystal Palace.
Concludo questo mio breve “excursus” nella speranza che gli estratti riportati solletichino la curiosità e spingano il lettore a rovistare, magari tra gli scaffali di qualche impolverata o minuscola libreria, alla ricerca di questa preziosa opera ricca di aneddoti dal sapore romantico, sorprendenti incontri (Gnifetti e Zumstein) e deliziose litografie inerenti le valli citate.
I molteplici orizzonti da lei narrati a volte sembra proprio di vederli...


Filippo Spadoni

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