La curiosità dell'agrimensore.

AD 1722, 25 giugno, Ornavasso
All'illustrissimo governatore del Ducato di Milano, Sua eccellenza Girolamo Colloredo-Mels, conte di Waldsee.
Forse esula dai compiti di agrimensore inviato in queste terre sulle rive del fiume Toce per misurare le proprietà catastali che il Vostro buon governo mi ha affidato, ma credo sia necessario mettervi al corrente di quanto accadutomi.
Tutto è iniziato un paio di settimane orsono, mi trovavo con la mia tavoletta pretoriana a misurare i campi verso il piccolo abitato di Migiandone, quando vidi una donna china a raccogliere la fienagione. E proprio mentre rilevavo quella porzione di terreno la vidi svenire a poche decine dal mio punto di misurazione. Corsi verso la contadina e mi accorsi che era incinta, e da una grande macchia umida sulla gonna capii che aveva già rotto le acque. La donna era vermiglia in volto. Urlava di dolore. Provai invano di calmarla e corsi verso le abitazioni più vicine. Quando tornai dalla partoriente, assieme ad alcuni residenti, la trovai accovacciata, stringeva al suo seno il figlio, ancora legato a lei dal cordone ombelicale. Piangeva, pensammo di gioia, e invece quando la donna che mi aveva seguito per poter dare un aiuto al parto prese tra le mani il neonato, si accorse che era già morto, probabilmente non era mai nato. La madre lo riprese a sé. Io me ne andai a proseguire il lavoro. Vidi la donna accompagnata col piccolo cadavere nella casa cui avevo bussato. Passò meno di un'ora e vidi un gruppo  di cinque persone allontanarsi dall'abitazione: la madre cingeva il corpicino a sé, osservai il gruppo imboccare la strada verso le alture dove sorge una torre e si sta realizzando un grande edificio.
Il giorno seguente vidi la donna in processione dietro una piccola bara bianca, con tutta la comunità ornavassese che seguiva il feretro. In testa il parroco.
Quando tornai alla locanda che mi ospita chiesi come mai in paese si usasse seppellire anche i bambini morti e non battezzati.
La locandiera mi disse che il piccolo aveva respirato. Le dissi che ero presente e che avevo verificato che il neonato era morto quando ancora era attaccato alla madre.
La donna mi rispose: ma poi l'hanno portato dalla Madonna e lei l'ha fatto respirare il tempo di un battesimo. Chiesi dove si compissero simili miracoli. La donna alzò gli occhi verso le pendici sulle quali sorge la torre di guardia. Non aggiunse altro e mi congedò.
La mia fede e la mia ragione non possono concepire simili miracoli che paiono trucchi volti a quietare il dolore. A scongiurare il limbo per i propri figli.
Ma quella mia diffidenza ebbe un prezzo alto da pagare. Il giorno dopo mi ero messo in testa di andare a vedere l'enorme cantiere che sorge vicino alla torre e una vicina costruzione ottagonale che mi dicono essere appartenuta a un abate e ora disabitata e che chiamano Casino Visconti e se avessi avuto ancora gambe anche il santuario che sorge più sopra. Anche quelli edifici dovevano essere censiti ma soprattutto volevo scoprire se vi fosse la presenza di forze arcane o misteriose come gli atteggiamenti degli abitanti lasciavano supporre.
Riesco a comunicare abbastanza con gli ornavassesi poiché essendo fiammingo e loro di stirpe germanica abbiamo parole simili e nel mio girovagare per il Ducato in questi mesi ho inoltre appreso un po' di italico idioma. Così il primo giorno che iniziai la salita verso la torre un uomo mi avvicinò e mi disse: lei che è forestiero e che mi han detto s'interessa alla nostra storia, oltre che alle nostre proprietà, la vuol sentire una storia. Spiegai che il mio interesse era solo quello di cercare di ricostruire le divisioni dei terreni, ma che in queste terre è opera assai difficile vista la frammentazione delle proprietà. L'uomo non si curò delle mie spiegazione e mi raccontò che oltre un secolo prima un vescovo, tal Bascapé, salì a Ornavasso per dire basta al rito del battesimo dei bambini che parevano morti ma che in realtà respiravano. Ma quando fu qui il parroco venne assassinato davanti ai suoi occhi. E finita la storia l'uomo si dileguò.
Non feci in tempo a riprendere il cammino che un carro con un cavallo imbizzarrito e senza condottiero rischiò di investirmi, ruzzolai per il pendio, fui soccorso e portato alla locanda per essere medicato.
Dopo un paio di giorni, ripresomi riprovai la salita ma incontrai una folla di lavoratori nella vicina cava che scendeva verso l'osteria e che mi obbligò ad andare a brindare assieme perché uno di loro si era salvato da un crollo in galleria.
Il giorno successivo una giovane all'inizio della salita mi offrì un sorso d'acqua che mi disse aveva appena colto dalla fontana, e per quattro giorni fui costretto a letto con atroci dolori all'addome.
Infine ieri quando ero in prossimità dell'edificio ottagonale, il cielo divenne nero e un temporale con grandine si abbatté sul mio cammino e dovetti cercare riparo sotto una pianta. Alla fine, fradicio, dovetti tornare indietro.
Come ho scritto sono passate circa due settimane e ogni giorno non sono riuscito arrivare né al casino né al santuario. E ogni passo che compio mi sento osservato. E' come se ognuno in questo paese sapesse ogni mio percorso, ogni mio pensiero. La mia formazione di tecnico e uomo di scienza non può che portarmi a dire che sono stato vittima o di coincidenze o di un complotto. Ma se fosse vera la seconda congettura vorrebbe dire che c'è un segreto che si sta celando in questa terra. E non so se di natura spirituale o venale. C'è qualcosa che non vogliono che sopra la mia anima? O la mia tavoletta pretoriana.
Tenterò perciò una sortita questa notte. Ma temo per la mia incolumità. Per questo lascio questo scritto. Se qualcuno lo dovesse trovare lo faccia arrivare all'illustrissimo conte di Waldsee. Se invece scoprirò qualcosa scriverò a Voi, eccellenza, subito mie nuove.

Con i più ossequiosi saluti
K. Van Den Vesting

Potrei scrivere che fu un'amica di Ornavasso che mi portò questa lettera. E che l'aveva trovata rifacendo la soletta del soffitto della vecchia casa Walser di famiglia, un tempo locanda. E che era infilata chissà da quanto in un'intercapedine, ricoperta da un involucro di pelle che l'aveva preservata ancora leggibile sino ai giorni nostri. Potrei fare illazioni sui motivi che impedirono alla lettera di essere spedita, cercare nell'archivio di Stato di Milano se è esistito un agrimensore chiamato Van Den Vesting. O potrei dirvi che K. non è mai esistito ed è solo la creatura della nostra cocciuta voglia di sapere di fronte al mistero.

Di certo c'è che alla fine gli Ossolani, nonostante il nuovo catasto, gli agrimensori, i cartografi e il diritto e il fisco austriaco, ottennero dagli Asburgo, dopo anni di lunghi memoriali e di ricorsi, le esenzioni richieste, ma servì a poco, perché nel 1743 a comandare arrivarono i Savoia e nell'arco di poco più di un secolo quei “privilegi” che erano stati concessi, in alcuni casi sin dal XIV secolo, divennero un ricordo. A Ornavasso il santuario della Guardia fu completato solo cinquant'anni dopo la lettera di K. nel 1772. E duecento anni dopo la missiva mai spedita il boemo Franz Kafka, nel 1922, scrisse un romanzo su un agrimensore. Finché fu vivo non lo pubblicò. A darlo alle stampe fu l'amico Maz Brod. Lo intitolò “Il castello”. 

Andrea Dallapina.



Per le fotografie si ringrazia Francesco Teruggi.

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