giovedì 31 luglio 2014

La Vùlànta.

Ormai era già buio all’alpe Cùlàcia, solo una ragazza e una donna, detta la Vùlànta, erano rimaste nel casòn.
Finite le ultime faccende domestiche si apprestavano davanti al camino per filare un poco e raccontarsi gli avvenimenti della giornata e le poche notizie arrivate dal paese.
Dalla stalla si sente movimento,vanno a controllare:”la vàca a gà da far!”… cosa possono fare loro due da sole? 
“Ci vuole la forza di un uomo almeno…” pensa la ragazza.
Ma ormai è buio e andare in paese per chiedere un aiuto è solo una perdita di tempo. La donna non sembra preoccupata...e la ragazza, guardandola, pensa che forse sono vere le voci in paese che parlano di lei… “forse è vero…lei ha poteri strani…lei non ha bisogno di mani umane che l’aiutino!”…
Ad un comando della Vùlànta la ragazza viene distolta dai suoi pensieri e riportata, come in un tonfo, a quel momento, in quel luogo.
Le viene ordinato di portarle una lanterna e di chiudersi nel casòn senza preoccuparsi di nulla, ci avrebbe pensato lei. La ragazza non ha parole in bocca e consegnata la lanterna corre nella semplice stanza che l’accoglie per la notte,con un sentimento misto di paura e curiosità.
La Vùlànta appende la flebile luce fuori dalla porta della stalla…poi comincia a battere forte le mani, tre volte, poi apre le braccia e chiama a gran voce “La forsa, la forsa,la forsaaa!!”.
Un turbine di vento s’alza repentino, scende dal monte Massone, giù per i prati di casòn Manghìn, da Casalèr, prende ancora più forza al Cùlòtt dal Faij, risvegliando le forze arcane chiamate dalla strega, fino a raggiungere il piccolo pianoro davanti la stalla.
Il vento accompagnato da innumerevoli fiammelle, si placa d’un tratto; ora si sente solo il vociare di tante persone.
La ragazza non può fare a meno di curiosare dalla finestra…ma non crede ai suoi occhi: “non c’è nessuno! solo tante luci che si muovono nella notte!”
Adesso i rumori e le voci si sono spostate all’interno della stalla “…tira,…mòla,…dai…”
Nel tempo necessario che la natura faccia il suo corso per far nascere un vitellino e poi…tutto tace. 
Le ultime parole che si sono sentite sono state quelle della donna che ringrazia e saluta le forze magiche venute dal nulla per darle aiuto.
Anche la fiammella della lanterna si spegne e la strega rientra nella sua semplice casa. Dalla stalla tutto tace , il vitellino comincia a succhiare il latte, la madre si concede esausta…solo la ragazza non riesce a prendere sonno ripensando agli avvenimenti misteriosi appena accaduti…ora il gran vociare è nella sua testa, nei suoi pensieri…
”com’è stato possibile…eppure non ho sognato…ero lì e ho visto!...”

Sì lei c’era e ha visto, tanto che ancora ai giorni nostri si racconta a Luzzogno, di come la Vùlànta faceva partorire da sola una mucca…lei quella donna che è ricordata anche per il nome che è stato dato ad una fonte sopra al piàn di Pùcc :la fùntàna Vùlànta, dove lei si recava di notte per fare il burro.
Si dice ancora che che nessuno sia riuscito a passare la notte nel suo casòn, dopo la sua morte, perché il suo spirito…ma questa è un’altra storia…....


Testo e disegno di Barbara Piana.

lunedì 28 luglio 2014

Chi erano le Streghe di Baceno?

La vicenda inizia con la denuncia di Elisabetta della la Bastarda nell’estate del 1609. Si presentò al curato di Baceno accusando due anziane donne di averla portata al sabba. In un crescendo isterico e sadico si arriva ad imprigionare oltre 20 persone in poco tempo.

domenica 27 luglio 2014

Il segreto di Sambughetto!


Era un mattino di fine giugno. Il cielo bianchiccio rifletteva pigramente la sua sonnolenza nelle acque quiete del Cusio.
Nonostante il temporale notturno l'aria si presentava già carica di umidità ed Orazio avvertiva la camicia incollarsi fastidiosamente al petto e alla schiena; si asciugava costantemente la fronte luccicante col fazzoletto che portava sempre con se arrotolato nella tasca destra dei suoi pantaloni di fustagno.
La madre glie lo faceva trovare fresco di stiro tutte le mattine, sul comodino a fianco della bottiglia di minerale.
Orazio era un ragazzone di 38 anni, non troppo alto, tarchiatello e con una folta capigliatura corvina, due occhi piccoli, piccoli e le mani tozze ma ben curate.
Viveva nella vecchia casa ereditata dai nonni paterni con l'anziana madre sulle alture poco oltre Gozzano in provincia di Novara.
Originariamente nata come cascina fienile ai primi del 900 fu in seguito ristrutturata e destinata ad abitazione.
L'antico tetto d'ardesia ricopriva la sommità dell'edificio, ai lati piccole finestrelle color porpora con le persiane spesso socchiuse; le pareti leggermente scrostate frutto dei segni del tempo.
A piano terra erano stati ricavati una piccola cucina ed un soggiorno, al piano superiore due minuscole camere ed un bagno.
La prima stanza era occupata dalla madre di Orazio, la seconda destinata ad una sorta di ripostiglio per vecchie cianfrusaglie ormai disuso
Orazio si era ritagliato il suo spazio (nonostante di dimensioni ben più ridotte) in un angusto sottotetto; una striminzita ed umile mansarda.
Il locale era fiocamente illuminato da una gracile finestrella a soffitto ritagliata sul lato destro. Allungando con scarso agio il collo dal lucernario, nelle giornate terse si potevano scorgere la catena del Monte Rosa ed alcune cime ossolane, le creste della Valle Antrona e della Val Bognanco, la Valle Strona (quest' ultima da lui più amata per l'arcana fascinosità) ed una piccola fettuccia di lago; un minuscolo triangolino. San Giulio era troppo in la si faticava ad individuarlo, si intuiva appena.
Da questo piccolo sbocco nel cielo poteva inoltre osservare i fronti in arrivo da ovest;
l'incupirsi del cielo preludio a refrigeranti temporali nella stagione estiva o a perturbazioni ben più organizzate durante il semestre freddo.
Erano forse questi i motivi per cui Orazio amava rifugiarsi quassù? Lui solitario osservatore, scrutatore silente, al sicuro eclissato nella sua invisibile bolla disperdeva il suo tempo.
La striminzita stanza conteneva tutto ciò di cui aveva bisogno.
Un tavolo (un po scalcinato a dir la verità), una vetusta sedia di paglia, un letto, un armadio appartenuto ai nonni, una libreria con i volumi a lui più cari, una vecchia TV quasi sempre spenta, un giradischi ed un mobile ad angolo ricolmo di vinili (diligentemente riposti  in ordine alfabetico)
Orazio amava la musica. Dopo pranzo era solito coricarsi sul malandato letto per poi farsi cullare dal fruscio della puntina e dallo scorrere circolare delle note.
Oggi riecheggiava Bindi, ed il suo pianoforte; quell'angolo di edificio veniva così investito da occhiate di sinuosa malinconia, una sensazione che Orazio amava pur non comprendendone a fondo il motivo; lo faceva stare bene.
Ogni gesto assumeva toni eleganti e leggiadri, quelle note periferiche e solitarie punzecchiavano lievemente il suo cuore riversando nell'aria circostante gocce di gioia e nostalgia. Lo scuotevano, come vento fra gli alberi d'aprile. Era solo, ma in quegli istanti era felice per davvero.
Intima e discreta beatitudine, come le cose di tanti anni fa, cose perdute, andate, sfumate nella ruggine del tempo.
Il gatto zompò improvvisamente sul letto facendo trasalire Orazio, smarrito nel suo onirico divagare. Logan, un gattone di 4 anni a cui era affezionatissimo. Il pelo raso, nero, lucido, due fanali al posto degli occhi; enigmatico e sfuggente come un autentico felino.
Osservò il padrone con piglio interrogativo, un'accenno di miagolio e via, si eclissò giù per la buia scala perduto nel mistero felpato dei suoi passi.



Intorno all'abitazione era allestito un piccolo orticello nel quale Orazio spesso trascorreva gli interminabili pomeriggi estivi.
Scrutava i minuscoli insetti che laboriosamente vagavano tra il verde delle radure fiorite; libellule, farfalle, api e vespe. Passava in rassegna tutte le sue coltivazioni e con scadenza svizzera innaffiava con amorevole cura i pomodori, il basilico, la catalogna, la scarola, la lattuga gli spinaci l'erba cipollina, le carote, le cipolle e quel piccolo angolino non ancora sbocciato di lavanda.
Le pietre ai lati del semenzaio erano infuocate, il sole di giugno al suo zenit arroventava le rocce e nell' immobilità pomeridiana estiva il tempo appariva sospeso; come la polvere tra fasci di luce ed ombra osservata dalla fresca oscurità del tinello, al riparo dal caldo;
ore immobili pur nella loro inesorabile mutevolezza.
Ricordava così i giorni d'infanzia al mare.
La costa ora gli bastava sapere che esistesse, oltre il susseguirsi di infiniti crinali di colline.
Quei dossi che apparivano già come annunciatrici di onde.
Il suo sentore salino non giungeva fin lassù, nell' estremo nordovest italico, ma Orazio sapeva!
Gli bastava uno spiraglio, un accenno a quell'immensità, un simbolo od un segnale.
Sotto di lui la Pianura Padana poi il Monferrato, le Langhe, Genova ed oltre ancora la distesa sconfinata sfavillante di acqua e sale.
Orazio amava sprofondare pigramente nell'ozio del meriggio; esaminava il ciclo stagionale, la differente angolazione del sole e della luce, il respiro delle piante, annusava l' odore di terra e di vento nelle mattine irruente di foehn, l' odore della pioggia posata su fili d'erba, contemplava la forma delle nubi; lenticolari o cirri, nembostrati o cumuli; alcune assumevano toni di bizzarri animali. Si divertiva ad inventarne nomi.
Da buon piemontese era abile a restare in silenzio per ore; il suo mondo si espandeva e finiva entro i confini della sua testa.
Possedeva la fama di sognatore fra i compaesani e le sue rare apparizioni fra i viottoli del borgo erano perlopiù motivo di piccole commissioni per conto dell'anziana madre.
Dietro l'ufficio postale tempo addietro abitava Aldo, amico d'infanzia, ora trasferito a Chieri; Orazio passava saltuariamente a trovare il padre rimasto ormai solo. Il figlio aveva trovato un impiego importante ed in seguito messo su famiglia.
Insieme, negli anni dell'infanzia, avevano vagabondato per prati, sentieri e paesi attorno al Lago d'Orta.
Erano soliti aggirarsi nelle zone più impervie, alla ricerca di angoli remoti, scorci reconditi di paesaggio, antiche mulattiere, boschi di faggi, pinete, primordiali alpeggi e bricchi selvaggi.
Il nascosto, il dimenticato, l' isolato, il “fuori mano”, ecco dove rovistava Orazio; anche ora che era rimasto “solo”, l'infatuazione per quelle cose era sempre ben presente e “viva”, come un indecifrabile desiderio di colmare quell'ignota fessura di curiosità presente in lui.
Decise così, nell' afa appiccicosa delle ore pomeridiane di mettersi in marcia, a bordo della sua vecchia Panda color amaranto, in direzione della Valle Strona, poco distante da lui.
Si narrava fra i vecchi del luogo che oltre il paese di Sambughetto*, esistesse una diramazione stradale (poco visibile, nascosta fra mucchi di rami e foglie, poco prima del minuscolo centro abitato) la cui reale destinazione era permeata da leggende dai toni opachi e non del tutto chiari...
Chi parlava di una banale stradina a vicolo cieco realizzata in tempo di guerra e da anni in disuso, chi sosteneva che alcuni cacciatori non vi fecero più ritorno dopo aver intrapreso il cammino, altri raccontavano di un paese abbandonato da millenni, certuni goliardicamente tiravano in ballo stregonerie ed antiche leggende di cui la vallata era ricca; faccende di cui Orazio, nonostante ne fosse affascinato, se ne infischiava bellamente.
Imboccò la statale in direzione di Omegna; Superò San Maurizio d'Opaglio, Pella, Nonio ed Omegna. Oltrepassò il centro del paese si scansò verso sinistra, valicò un ponte, sorpassò un piccolo passaggio a livello, dopo aver atteso il treno proveniente da Novara, quindi iniziò l'ascesa in direzione della vallata.
Il cielo verso nord iniziava ad imbronciarsi, occhiate di sole nascoste dietro a grossi e minacciosi cumulonembi neri non promettevano nulla di buono, sembrava di udire già qualche scoppio di tuono proveniente dall'alta valle unito al gracchiare sinistro di una poiana.
Balenò per alcuni secondi nella testa di Orazio la tentazione di far ritorno verso casa, ma il sentimento che animava la sua impresa era troppo impetuoso.
Ingranò la seconda, la salita richiedeva maggior sforzo, e proseguì.
Le vette di cresta apparivano in forma di antiche statue, deformi, nefaste quasi presagio di sventura.
Le nubi calavano di quota infilzandosi sulle cime ed espandendosi in altre ed altre ancora nuvolette di minor diametro (il sole come burla giocava a nascondino nella foschia).
L' aria si faceva più fresca e dal finestrino, appena socchiuso, entrava una flebile brezza odorosa di felci e di foglie calpestate ed umide; un' indizio di autunno ancora lontano.
Tornanti e minuscoli rettilinei si susseguivano annunciando il paese di Valstrona oltre il quale Orazio avrebbe proseguito.
Volti sfuggevoli, anziani indaffarati con i loro orti in salita e baccano da segheria; un piccolo box adibito a bazar di pinocchi in legno, “cazzuj” (cucchiai) e poco altro.
Cime sempre più spioventi ed imponenti come guglie; piccole tracce di neve comparivano sui lati esposti più a nord, aldilà la Valsesia il valico di Rimella, storie antiche di morti, lontano i pizzi selvaggi delle nevi eterne. Roba da gente con la pelle coriacea.
Il cielo sempre più nero, quasi blu.
Orazio era ormai nei pressi di Fornero, desistere ora sarebbe stato un atto di vigliaccheria imperdonabile!
Qualche ripido tornante e si trovò a Sambughetto, lo Strona scorreva rumoroso alla sua destra, decelerò vistosamente la sua autovettura e si mise a indagare non senza un brivido d'ansia sulla deviazione incriminata.
Con precoce delusione i racconti parvero solo frutto di racconti fantasiosi da parte di sfaccendati e vecchi ubriaconi di paese, ma Orazio non si diede certo per vinto.
Accostò l' auto accanto ad una fontanella, aprì lo sportello, scese, si asciugo il sudore e girò attorno al veicolo con circospezione.
Fece alcuni passi sull'asfalto in leggera pendenza, guardandosi attorno. Faceva quasi freddo ed alcune gocce di pioggia solcavano il suo viso impastandole con il sudore; il temporale era sempre più vicino. Ad un tratto scorse, poco prima del tornante, un filo di luce proveniente da un grosso cumulo di rami, foglie ed alcuni detriti.
Oltre quell'ammasso si annunciava una strada, un ingresso; era probabilmente quello che cercava Orazio, la strada nel nulla, dimenticata, una via polverosa e sepolta dal tempo.
Con l' aiuto di un asse di legno abbandonata sul ciglio accantonò agli angoli ciò che ostruiva l' ingresso, la posò e tornò nuovamente a bordo.
Girò la chiave, il motore borbottò e dopo alcuni tentennamenti dovuti all' età il trabiccolo si mise in moto; una lieve retromarcia e subito si tuffò su quel catrame dissestato dal tempo.
Sobbalzi e scricchiolii di ogni genere accompagnarono i primi minuti di corsa, Orazio era euforico come un bimbo. Un mistero quasi svelato solleticava la sua fantasia, non aveva più timori, pigiava l' acceleratore con movimenti scaltri, voleva arrivare in fondo, alla fine di quel segreto, voleva sapere!
La lunga strada si apriva fra boschi inospitali e scoscesi (una volpe attraversò di corsa la carreggiata), il paese dietro a lui appariva sempre più remoto, rallentò quasi a fermarsi. Nessun rumore si udiva più; nemmeno il lontano torrente. Unicamente il cigolio della vecchia auto e lo scorrere delle gomme sull' asfalto accompagnavano il suo viaggio.
Proseguì. La salita si faceva sempre più ripida e la via tendeva a ristringersi.
Il motore mostrava segni di affaticamento ma Orazio non mollava! Pigiava sul gas con grande ardore!
Le cime ai suoi lati parlavano una lingua ancor più sinistra, avevano sguardi ostili e minacciosi.
Non più alberi ora, ma unicamente roccia, massi e rupi dalle forme nemiche.
Roccia scarna e tagliente, la strada sempre più attillata come un imbuto.
Orazio sudava, soffriva di vertigini, ed intorno a lui i monti parevano diradarsi, lasciando la via come una sorta di trampolino proiettato nel nulla, verso il cielo infinito in uno spazio sempre più minaccioso (ora i tuoni si erano fatti davvero violenti,  e facevano rimbombare tutto l' abitacolo).
Orazio era solo, il terrore aveva preso sopravvento sulla gioia e lo stupore, si sentiva perso; un crampo attanagliò il suo stomaco costringendolo in una smorfia di dolore.
I suoi indumenti erano ormai fradici di spavento.
Avrebbe voluto urlare, forse piangere, come in un lungometraggio si susseguivano davanti a lui diapositive di momenti di vita vissuta.
Sua madre, il suo lago, Melissa quel sentimento per sempre taciuto, Aldo, Logan, l' effluvio della pioggia nell'orto, la sua vecchia scuola a Borgomanero ed altre sbiadite memorie...
Il vento scuoteva il suo misero catorcio e l'acqua annebbiava la vista, la strada proseguiva nella sua folle ascesa verso il cielo.
Orazio ora piangeva davvero, ma non poteva far altro che continuare; si domandò urlando se tutto ciò fosse un incubo, un orribile tormento.
Le sue lacrime salate fra le labbra non davano scampo alla visione della cruda realtà.
Imperversava il fortunale, nefasto, sinistro e con inaudita violenza.
Sotto di lui ormai il nulla.
Orazio era al di là delle lugubri cime, oltre le nubi. Tutto era lontano, remoto, sperduto, smarrito.
La strada striminzita e arzigogolata conteneva appena le quattro ruote, una manovra falsa e sarebbe stata la fine.
Sotto di lui un burrone eterno, una galassia buia e muta.
La strada terminò improvvisamente, Orazio arrestò la carcassa di lamiera con un brusco gesto ed il motore morì con un muggito di disperazione.
Il niente tutt'attorno, un terribile ed angoscioso vuoto.
La tempesta cessò; tutto era nebbia e desolazione, un enorme senso di desolazione.
Restò immobile per alcuni minuti, Orazio soffriva nel suo affanno, la testa gli scoppiava, i muscoli dolevano per la tensione.
Aprì lo sportello dell' auto, sotto di lui cielo ed altro cielo infinito. Cielo e nulla.
Il vento fischiava tra gli spifferi arrugginiti della lamiera; aleggiava odore di plastica bruciata e benzina.
Un sentimento disperato lo colse, improvvisamente volle fuggire, scappare, scivolare, svanire. Non essere mai stato lì.
Come un sogno, un brutto scherzo; ma il tempo scorreva e si fece notte.
E lui era sempre li.
Si fece di nuovo mattina e poi ancora notte.
Il tempo fuggiva, scorreva inutilmente. Nessun segreto, unicamente desolazione.
Ore e settimane e lui lassù.
Di giorno il sole bruciava la pelle nell' aria tersa, era forse il paradiso quello? Orazio l'aveva sempre  immaginato come un luogo puro e buono, ma perché allora soffrire così brutalmente?
Perché quell'assordante silenzio interrotto soltanto dal suo ansimare?
Aveva fame, le forze svanivano, sentiva freddo la notte e tremava sciolto nei brividi.
Sognò di essere nel suo letto e sua madre lo svegliava per la colazione, tutto era quieto e sicuro.
Riflessione tristemente illusoria, Orazio era sempre li, in bilico, ondeggiante sullo spartiacque della vita, poco più in la un crepuscolo eterno, una tenebra gelida, sconosciuta e solitaria.
Un falco si poso sul cofano facendo traballare l' autovettura, osservò Orazio e fuggi via in un garrito.
Attorno a lui continuava il niente, il nulla muto più doloroso.
Avrebbe voluto ritornare, ma come? Non poteva muoversi da quella prigione di terra.
Un claustrofobico perimetro delimitava l'ampiezza della sua vita. Nessun movimento gli era consentito, anche il solo respirare rappresentava un azzardo.
Avvertì la fine, aveva raggiunto il suo traguardo, un inutile conclusione.
Le forze lo abbandonarono.
Non sentì più nulla dentro lui, come un involucro vuoto, concavo.
Non piangeva più, aveva esaurito le lacrime, non parlava, non gemeva più.
Restò accantucciato fra i due sedili come un bimbo, coperto a mezzo busto da uno sgualcito pullover blu.
Orazio ora non aspettava più.
La sua vittoria, la sua fine.
Sognò un arcobaleno ed un cielo azzurro; L' azzurro di certi mattini d' estate, limpidi e puri, dove niente di tristo pare possa accadere, dove il dolore è solo una bugia, dove tutto è bello e pulito.
“c'eran le stelline che brillano di notte”...“c'eran le stelline che brillano di notte”...“c'eran le stelline che brillano di notte”...una ninna nanna risuonava...
Orazio volò via. Solo, come riservata e silenziosa trascorse la sua esistenza.
Nessun rumore; un umile alito di vento del nord e poi il nulla.
Lassù un mucchio di lamiere, polvere e corvi; compagni di quelle vette aspre ed opprimenti.






* L'abitato di Sambughetto è situato in una posizione arroccata sul pendio meridionale della Valle Strona, a Sambughetto si trovano alcune delle più interessanti grotte della Valle Strona, in particolare la Caverna delle Streghe, qui e nella soprastante Grotta dell'Intaglio sono stati ritrovati ricchissimi reperti paleontologici. 

** ”Il Segreto Di Sambughetto” è nato dentro la mia testa e li finisce. E' un concentrato di pura invenzione e fantasia.


Filippo Spadoni.

sabato 26 luglio 2014

Sette Fratelli, Sette Montagne e una tradizione che non si arrende: l'Autani di Set Frei in Valle Antrona.



Ho desiderato partecipare a Lautani fin dalla prima volta che me ne hanno parlato, perché da sempre le processioni esercitano su di me un fascino misterioso. E il Lautani, o l'Autani di Set Frei che dir si voglia, è una delle più lunghe e più antiche processioni delle Alpi tra quelle effettuate nell'arco di un solo giorno, la domenica di luglio più vicina al dieci del mese*.
Siamo a Montescheno, in valle Antrona, la terza domenica di luglio. Quando si arriva in paese l'atmosfera è decisamente animata: non è ancora l’alba ma le luci sono accese nelle case mentre persone con zaino e bastone  si incamminano verso la chiesa. Una specie di notte di Natale in piena estate, con lo stesso senso di attesa, anche se in maniche corte.



Ma diciamo qualcosa su questa tradizione: risalente alla prima pestilenza del 1640, l'Autani di "Set Frei" (sette fratelli) ricorda il pellegrinaggio dei Fratelli Martini che, secondo la leggenda, camminarono scalzi o addirittura in ginocchio, lungo l'intero percorso per in sette giorni, per tenere lontana la malattia. Il rito da allora si ripete uguale ogni anno nonostante, nel tempo, i parroci delle parrocchie vicine avessero scoraggiato questo tipo di pratiche vuoi per il notevole impegno fisico richiesto, vuoi per la lunghezza e la difficoltà del percorso. E a proposito del percorso, parliamo in effetti di un giro ad anello lungo più di 20 Km e con un dislivello di circa 1300 metri.


Il sito del comune di Montescheno riporta il seguente interessante passaggio: “Nel 1792, una lettera del prevosto vescovo di Novara recita: “... A questa processione concorre il nervo della brillante gioventù dell'uno e dell'altro sesso, munita di buona provvisione. ...Potrebbe essa considerarsi pericolosa per la gioventù attese le frequenti salite e discese, che debbonsi fare nel giro dei monti, nonostante tutte le precauzioni che si usa, col comandare alle donne che nelle salite tengano il luogo dopo gli uomini, e nel discendere precedano gli stessi uomini, per così procurare il più possibile modestia ed onesta.” Fa sorridere l’idea che le donne dovessero seguire gli uomini in discesa e precederli in salita, in modo che le loro gambe risultassero visibili il meno possibile. Oggi, in realtà, si sta soprattutto attenti a dove si mettono i piedi, soprattutto lungo il traverso tra il passo di Arnigo e l’Alpe Campo, il punto più delicato dell’intero percorso che, recentemente, in alcuni tratti è stato protetto con catene.


Ma andiamo con ordine: dopo una breve benedizione in chiesa si parte, con le luci frontali accese. Le donne iniziano a intonare i primi canti e canteranno praticamente per tutto il giorno. Conduce la processione la donna che porta la banderola, uno stendardo ormai sbiadito con l'immagine della Madonna assunta in cielo, dietro il quale si incamminano tutti i partecipanti a Lautani (tra i centocinquanta e duecento di solito).


Dalla chiesa di Montescheno si sale quindi verso le frazioni di Vallemiola e Aulamia (1057), dove si fa la prima sosta per le prime preghiere. Ormai è giorno fatto e la tappa successiva è il colle del Pianino (1620 m), dove ci fermiamo per un momento di riflessione, per celebrare le esequie - e dove ci viene detto che è anche l'ultimo punto da cui è concesso tornare indietro per chi fosse troppo stanco. La sosta per la colazione si fa nei pressi della croce di Saudera: qui, ci scambiamo dolci e biscotti che ognuno ha portato per sé e per gli altri. Dopo ogni sosta, è il "Procedamus" di don Gaudenzio che dà ufficialmente avvio alla ripresa della marcia e la tappa successiva è la Scatta, da dove si ha anche una splendida vista della Weissmeiss e delle cime circostanti. Le donne continuano a cantare e sembrano non accorgersi nemmeno della salita. Dopo aver attraversato una lunga rampa in mezzo ai rododendri, si arriva al passo di Arnigo (1990 m ) che è il punto più alto dell'intero percorso. Inizia da qui un lungo traverso in un bellissimo ambiente selvaggio, il sentiero è a tratti leggermente esposto e alcuni volenterosi uomini si piazzano strategicamente nei punti più infidi e danno una mano a superare i passaggi. Il traverso conduce infine all'alpe Campo e da qui si affronta l'ultima salita verso Ogaggia, dove si può fare rifornimento d'acqua per scendere ai pianori della Forcola, luogo dove tradizionalmente ci si ferma per il pranzo. Qui si fa una lunga sosta, e tutti hanno la possibilità di recuperare la fatica fatta. E' anche forse l'unico momento di riposo dei cantori, che riprenderanno con ben maggior vigore a cantare il Miserere lungo tutta il resto del percorso. Dopo l'immancabile foto di gruppo, inizia un lungo traverso in leggera discesa verso la croce dei  Set Frei, dove ci si ferma per uno dei momenti che ho amato di più: la preghiera per i caduti in montagna e il canto tutti insieme di "Signore delle Cime. Qui si recitano anche le antiche rogazioni che invocano la benevolenza divina sul raccolto e sul lavoro dei contadini "ut fructus terrae benedicere, conservare et moltiplicare". Si scende quindi all'alpeggio di Ortighé e a quelli di Pradurino, Pianzaccia e Faiù, dove vengono offerti tè, caffè e ottime frittelle. Si scende infine ai prati della Motta, a una mezz'oretta da Montescheno, dove per tradizione i famigliari di chi ha partecipato al Lautani offrono e portano cibo. Dopo la preghiera finale, si scende a Montescheno in un tripudio di canti e, una volta in chiesa, inizierà la Messa a chiusura della  giornata.


Ho partecipato a Lautani per due anni consecutivi. Quest’anno il maltempo ha fatto sì che l’intero percorso non potesse essere completato e, dopo la preghiera al colle del Pianino, si è preferito ridiscendere a Montescheno  per non correre rischi su un percorso lungo e impegnativo. La mia amica Gessica Preioni di Montescheno, che era presente, così racconta : “Alle 4,30 non piove, quindi decidiamo di partire, in ricordo di don Antonio e siamo poco più di cento irriducibili. Fino a Vallemiola il temporale si sente ancora lontano. Facciamo in tempo a celebrare le esequie, e al procedamus di don Gaudenzio ci rimettiamo in marcia. Ma poco dopo Aulamia inizia a piovere fitto, e sarà così per dieci minuti buoni. Arriviamo comunque fino al Pianino dove la situazione sembra migliorare… ma solo per poco tempo. Nuvole nere e nebbie minacciose ci convincono a chiudere effettivamente qui, dopo le preghiere in ricordo dei nostri cari, il Lautani 2014. Ma la giornata procede festosa, nonostante il maltempo: la messa, il pranzo sociale e la compagnia degli amici delle baite degli alpeggi: sai come si diventa festaioli in queste circostanze, non è il maltempo che ci può scoraggiare.”
Devo dire che in questa ricorrenza ho sempre respirato grande gioia e grande positività. Vedere tanti giovani partecipare a una manifestazione come questa e cantare in latino fa ben sperare per il futuro della tradizione e getta uno spiraglio di luce su un'idea di comunità antica e nuova al tempo stesso, un’idea che è insieme nostalgia del passato ma forse anche chiave di volta per il futuro.



Mi ha colpita la grande apertura delle persone di Montescheno nel voler condividere anche con dei perfetti sconosciuti - quali io del resto ero - un momento tanto significativo e intenso della loro vita comunitaria. Personalmente considero un privilegio l'aver scoperto e partecipato a Lautani, il far parte di qualcosa di antico, addirittura ancestrale, e aver scoperto luoghi che forse, pur così vicino a casa non avrei forse mai visto. 

(*Un ringraziamento particolare a Gessica Preioni che oltre ad avermi fatto compagnia per tutto il percorso gli anni scorsi mi ha anche fornito le notizie storiche sul Lautani che trovate qui e il reportage di quest’anno).

Simonetta Radice.

venerdì 25 luglio 2014

Da gioco o da tavola: la scoppiettante silene!

Oggi c'è tanta gente che conosce poco piante e fiori spontanei: si passeggia distrattamente, si visitano bellissimi giardini con l'erba sempre ben rasata, si va in grandi parchi frequentatissimi con sentieri rigorosamente prestabiliti, perseguitati dal divieto (di solito per ottimi motivi, non è solo questione di non volere estranei nel proprio terreno) di entrare nei prati circostanti. Difficilmente si riesce a scorrazzare liberamente in un campo. Ma molti, da chi sa dove trovare un bel prato a chi si è solo fermato a curiosare a lato dei sentieri, avranno probabilmente notato la silene.


La prima volta che ho detto "silene" a mio papà, lui mi ha guardata con aria interrogativa ma quando ho precisato "ma sì, gli sciupetin!" ha capito al volo. La silene è infatti una pianticella con cui spesso, da bambina, mi sono fermata a giocare, cogliendo le infiorescenze a palloncino tenendone tappata la parte superiore, per farle schioppettare (per questo sciupetin) sul dorso della mano. E poi via di nuovo a correre con le amiche, seguire le farfalle, cercare di acchiappare le cavallette...


Scommetto che anche molti adulti si divertono a fare questo giochino ma se non si è abbastanza "bambini dentro" si può comunque trovare interessante la silene: mangiandola!
Prima che inizi a crescere il fiore si spiccano le foglie sommitali e quelle meno coriacee. Non tutta la pianta, per permetterle di rigermogliare. Si gustano sia crude (nelle insalate) che cotte per gli utilizzi più disparati: contorni, condimenti, frittate, zuppe, polpette, sola o insieme ad altre erbe...


Se vi manca la fantasia, ecco come la utilizzo io: semplicemente saltata in padella, con un po' di burro (o olio), aglio (se piace) e sale, da usare come contorno (io l'adoro con le scaloppine di pollo) o come condimento per la pasta, a seconda della quantità disponibile.
Volete un'idea più raffinata e sostanziosa? Aggiungete della panna!
Preferite più colore e leggerezza? Cuocetela con del pomodoro a pezzetti e aggiungete infine qualche oliva nera.


Un piccolo trucco per imparare riconoscerla quando non è ancora fiorita può essere strofinarne le foglie: produrranno un leggero stridio, infatti in alcune zone queste pianticelle vengono chiamate anche stridoli! E chissà quante altre denominazioni locali esistono...

Allora, cosa farete? Giocherete o assaggerete? Comunque sia: buona passeggiata!

Arrivederci al prossimo post by Anna Bernasconi di annabernasconi.blogspot.com


giovedì 24 luglio 2014

Il principato di Lucedio e lo spartito del diavolo!

Nel cuore della campagna vercellese sorge l'antichissimo principato di Lucedio (origine risale al 1123), luogo molto suggestivo e circondato da oscure leggende ed affascinanti misteri.

martedì 22 luglio 2014

Ritratto d'autore noir: Giorgio Faletti.


Fabio Viganò intervista Andrea Carlo Cappi.

Te  ne  sei  andato  in  un  giorno  qualunque... verrebbe  da  dire...
Ma  quando  muore  un essere  umano  non  è  mai  un  "giorno  qualunque".
E'  il  giorno  dell'addio  e  della  memoria  di  cio'  che  si  è  stati... nel  bene  e  nel  male. 
Questo  giorno  viene  per  tutti... Riguardo  al  bene  o  al  male, lasceremo  ad  altri  il  gravoso  compito  di  giudicare. Noi  siamo  uomini... Personalmente... non  vorrei  venir  giudicato  troppo  severamente... Mentre  scrivo... la  lingua  avrà  già  mietuto  vittime  a  iosa... "Ne  uccide  piu'  la  lingua  che  la  spada"... Ipse  dixit!!! 
Noi  vogliamo  ricordare  Faletti, con  le  parole  di  chi  lo  ha  conosciuto  sin  dal  suo  debutto  nel  campo  letterario: Andrea  Carlo  Cappi.

-Andrea, chi  era  Giorgio  Faletti, lo scrittore  Giorgio  Faletti. Quando  l'hai  conosciuto?
-Ho  conosciuto  di  persona  Giorgio  Faletti  quando  si  stava  affacciando  nel  mondo  del  giallo. Era  nelle  retrovie  a  un evento  sul  thriller  a  Milano  e  sembrava  Rocky  Balboa  di  ritorno   al  suo  quartiere  natale: fu  allora  che  seppi  che  aveva  appena  scritto  un  giallo.

-Parli  di  " Io  uccido", il  primo  romanzo  di  Faletti...
-Poi  ci  fu  l'ictus  al  momento  dell'uscita  di  "Io  uccido" e  il  successo  improvviso, ma  accuratamente  preparato  dall'editore, per  cui  quell'episodio  dev'essere  stata  un'insperata  benedizione  mediatica, mentre  lui  era  in  ospedale...

-L'hai  piu'  rivisto?
-Si. Quando  l'ho  incrociato  di  nuovo  a  San  Pellegrino  Terme  era  l'autore  di  thriller  piu'  famoso  d'Italia  e  riusciva  anche  a  ironizzare  sull'accaduto  dicendo:" Per  il  prossimo  libro  stiamo  organizzando  un  infarto".

-Si  direbbe  "  dry  humor  all'inglese"...Cosa  pensi  di  lui  come  autore  di  thriller...A  noi  puoi  dirlo...Rimarrà  un  segreto!
-In  realtà  come  autore  di  thriller, si  rifaceva  al  boom  dei  romanzi  sui  serial  killer   che  in  America  aveva  furoreggiato   nel  ventennio  precedente  mentre  oltreoceano  già   si  era  alla  ricerca  di  formule  innovative,  la  serie  "Dexter"  di  Jeff  Lindsay, i  romanzi  di  Jacqueline  " Jack"  Daniels  di  J.A. Konrath.



-Quindi...?
-Quindi  Faletti  non  era  quanto  a  originalità  il  Jeffery  Deaver  italiano, per  citare  un  nostro  amico  e  maestro  comune, ma  un  ottimo  autore  di  exploitation,  ovvero  uno  scrittore  che  segue  un  filone  consolidato  di  un  genere  narrativo, sfruttandone  gli  stereotipi;  la  mossa  di  marketing  è  stata  sfruttare  la  notorietà  multimediale    per  far  leggere  i  suoi  libri    a  un  pubblico  non  abituale  di  questo  tipo  di  narrativa, quindi  piu'  disposto  a  lasciarsi  sorprendere.

-Mi  pare,...girasse  persino  la  voce  che  non  fosse  lui  a  scrivere  i  romanzi  ma  un'altra  persona. Leggenda  metropolitana?
-Si...Poi  c'è  stata  la  leggenda  metropolitana    secondo  cui  Giorgio  Faletti  si  sarebbe  fatto  scrivere    i  suoi  libri  da  un  ghostwriter  americano,  qualcuno  ha  parlato  proprio  di  Deaver,  che  peraltro  ha  già  abbastanza  da  fare  con  i  suoi  libri, per  poi  tradurli.

- Quindi...?
-Quindi,in  realtà  penso  che,  da  avido  lettore  e  spettatore  di  thriller  americani, dei  quali  si  alimentava,  Faletti  i  suoi  romanzi  se  li  sia  sempre  scritti  da  solo, semmai  mutuando  dalla  lingua  inglese  certe  espressioni  idiomatiche  che  hanno  indotto  alcuni  lettori  a  pensare  che  i  suoi  libri  fossero  traduzioni.  Ma  credo  proprio  che  non  gli  sarebbe  piaciuto  farsi  scrivere  i  testi  da  qualcun  altro.

-Grazie  Andrea, a  nome  de  "I  viaggiatori  ignoranti", nonchè  dei  nostri  lettori.
-Prego. Hasta  Luego!


Fabio  Vigano'

Fotografia: www.gazzettadasti.it



lunedì 21 luglio 2014

Nel tempo della fossa comune dei bambini

La pioggia insisteva sui tetti delle case.
Il cielo era cupo, come a voler ricordare il mio cuore.
Il tragitto dalla casa alla chiesa sembrava infinito.
Sotto i piedi un ruscello d'acqua correva veloce.
La tristezza infinita avvolgeva la mia persona e tutti coloro che mi stavano vicino.
Il mio piccolo mi attendeva tra le braccia del parroco.
Avevo paura, forse terrore o forse una sensazione che non sono in grado di spiegare.
Mio marito da ore non parlava.
Era sempre di poche parole.
Ora il dolore lo stringeva così forte da non farlo respirare.
Cerchiamo di avvicinarci alla chiesa.
La gente ci ferma, ci manifesta dolore e vicinanza.
Non serve.
Non serve mai.
In certi momenti nulla può servire. Devi restare da solo con i tuoi pensieri.
Da lontano l'abbaiare di un cane mi riporta velocemente alla realtà.
Il crepitare delle castagne sul fuoco, momento felice della nostra vita montanara, non procura nemmeno un accenno di sollievo nel mio cuore.
Ancora gente.
Ancora lacrime.
Sono così tante da non poterle distinguere dalla pioggia.
Passiamo sul fianco destro dell'ossario del mio paese.
Non ci penso, non ci voglio pensare.
Sarà dopo, sarà tra qualche minuto, ma non ora, non adesso!
Sento tirare, mi giro, vedo il marito lanciare uno sguardo buio a quel luogo di dolore e morte.
Sulla soglia della Chiesa ci attende il parroco, insieme alla culla del mio piccolo uomo che non c'è più!
Il prete ci guarda con compassione misurata.
Saranno gli anni, sarà l'abitudine, ma sembra soffrire in silenzio.
Il suo cuore sarà tempestato di dolore come il mio?
Lui pastore di un gregge, può capire il dolore di una madre che perde il figlio da poco nato?
Un cenno, una carezza lieve, quasi a dirmi che le risposte sono tutte li, in quel piccolo cenno della mano. Quasi che avesse compreso il dilemma presente nella mia testa.
Sarà la difterite, sarà la polmonite, sarà qualsiasi cosa, ma il mio piccolo giace freddo in quella piccola costruzione di legno.
La chiesa si riempie in pochi minuti.
Rappresentazione della vita di queste montagne.
Dure, aspre, scoscese.
Il dolore è dolore. A qualsiasi altezza.
Non esistono popolazioni più inclini a digerire la morte di un bimbo.
Anche quassù dove la montagna è padrona, la perdita di un piccolo è dolore collettivo.
Nessuno manca. Nessuno vuole mancare.
Tutto è misurato. Le parole, i pianti e le lacrime.
La tristezza ed il dolore no, quelli non hanno misura.
Il mio sguardo cerca la Maddalena.
Rimane sempre in fondo alla chiesa, quasi a voler rimanere in disparte, a cercare di non condividere sino in fondo quel momento così intimo ma divenuto collettivo.
La Maddalena conosce perfettamente il momento in cui deve entrare in azione.
Prima di lei la sorella ha ricoperto quella incombenza triste e dolorosa.
Il parroco termina rapidamente la cerimonia.
La paura si riappropria del mio intimo! 
Le lacrime non riescono a cadere.
Servirebbero ora, proprio ora, per increspare la mia vista.
Il corteo muove velocemente in direzione dell'Ossario.
Il piccolo è nelle mani del prete.
Un fazzoletto bianco a velargli il viso.
Arriva la Maddalena con un lenzuolo bianco.
Il corpicino viene avvolto e passa nelle sue mani.
Ci permette un ultimo saluto.
Piccoli passi.
Quattro gradini.
La porta del luogo dell'oblio è aperta.
Anche la piccola botola presente sulla sinistra è spalancata.
La Maddalena è dentro.
Non guarda nessuno! Un piccolo passo....il corpo del piccolo è gettato a capofitto in quel buco.
Ora è tutto finito.
Poche e scarne informazioni si possono ritrovare su libro di Don Celso de Giuli.
La pratica della fossa comune dei bimbi durò per più di un secolo sino a quando nel 1879 la prefettura di Pallanza (oggi Verbania ndr) la vietò facendo chiudere e ripulire l'Ossario.
Per completezza ricordo che nella parte sinistra è posta una targa a memoria di questo rito. 
Il paese è Luzzogno, Valle Strona.

Fabio Casalini.

Un ringraziamento dal profondo del cuore a Barbara Piana, che ha permesso con le sue conoscenze il mio ingresso in questo mondo ritualistico.

domenica 20 luglio 2014

Abbazia della Novalesa. San Eldrado a spasso nel tempo

Novalesa
Per arrivare fino a Novalesa ti devi lasciare Torino alle spalle. Devi percorrere decine di chilometri, dimenticando la città, il suo traffico, la sua aura regale.Vai avanti sul nastro di asfalto dell'autostrada, puntando verso le montagne e lasciandoti tante cose alle spalle.
Anche la Sacra di San Michele e la sua sete di dominio da in cima alla sua altura di pietra, il suo aver voluto rendere sempre più sottile, consumata la linea di confine fra potere temporale e spirituale. 

La cappella Sistina Lombarda

San Maurizio al Monastero Maggiore è una chiesa di origine Paleocristiana di Milano collocata all'angolo tra Via Luini e Corso Magenta e ricostruita agli inizi del 500 come testimonia la data 1503 incisa su una pietra ritrovata nell'abside. 

sabato 19 luglio 2014

I Principi di Capraia (The Princes of Capraia).


Aria  acqua
terra  e  fuoco
lor  son  i principi
vagito  e  crepuscolo  del  mondo.


Aria  è  della  brezza, libeccio e scirocco,
non  soffice  carezza.
Vento  come  di  tempesta
sospinge  nubi  chiamandole  a  raccolta.


Acqua, sussurro  di  ruscello  qui  negato,
dai  bagliori  argentati  del  guizzo
acqua  impetuosa  del  mare
che  inorridisce  lo  sguardo.


Fuoco  ha  il  rossore  del  sole
l'impeto  dell'uomo
fuoco,ah...passione  del  mondo
bellezza  agghiacciante  di  Vulcano.


Terra  ha  volto  di  madre  stanca,
grembo  di  umana  gente...
genera  frutti  succosi  imperlati  di  sudore
non  messi  ondeggianti....
preziosi  doni  di fatica e amore.



                                         
The  Princes  of  Capraia

Air,water,
earth  and  fire
they  are  the  princes
wailing  and  twilight  of  the  world.


Air  belongs  to  breeze, libecchio  and  sirocco,
not  breeze, delicate  caress.
Storm-like  wind
pushing  clouds, herding  them.


Water, whisper  of  stream  denied  here
by  silvery  glare,  by  spurt
impetuous  seawater
horrifying  the  sight.                                                         


Fire  has  the  blush  of  sun
the  impetus  of  man
fire, ah...passion  of  the  world,
chilling  beauty  of  Vulcan.


Earth  has  a  tired  mother's  face
womb  of  human  people
breeding  juicy  fruits  beaded  with  sweat,
not  rippling  harvest...
precious  gifts  of  strain  and  love.




Poesia di Fabio  Vigano'
Traduzione  di  Andrea  Carlo  Cappi