venerdì 28 febbraio 2014

Non si può sopprimere il desiderio di Libertà!


Il Telegrafo Ottico di Pastrengo



Lo  avevano intuito!  Ecco  perché   si  erano  inventati uno strumento  micidiale  come  il  Telegrafo  ottico!L’avevano  piazzato proprio nel  “Quadrilatero  di  Radetzky”, nella  città  simbolo  delle  roccaforti: Pastrengo. Funzionava incessantemente, giorno  e notte. Controllava  i “ribelli”  che auspicavano  e  morivano  per l’idea  dell’Italia. Morivano  per la Libertà. 
Donne  e  uomini, a  volte  dopo  lunghi  interrogatori  estenuanti. Morivano ma  non  si  piegavano.  Sapevano  che  dal  loro  sacrificio  altri  avrebbero  beneficiato. 
Per  questo  motivo  Radetzky  voleva  che il  Telegrafo funzionasse senza  sosta. Infatti già da tempo funzionava il "telegrafo a braccio". Avrebbe  fornito  informazioni, persino  richiesto  nuove  truppe! Cio’  che  non  aveva  previsto  Radetzky  era  la  tenacia  di  un  popolo  che anelava  fortemente   a  liberarsi  dal  giogo  di un  oppressore: l’impero  austroungarico.
Il  micidiale  strumento, il   telegrafo  ottico,  venne  edificato nel 1865 e rappresenta  tuttora  la testimonianza  di un tempo che fu, interessante  e  rara. Ad  onor  del  vero, all'epoca  diversi  erano  i  Telegrafi  ottici.C’era  una  vasta  rete  che  partiva  da Parigi  e  terminava  a Mosca. 


Il   Telegrafo  ottico  di  Pastrengo  aveva  il compito  di  comunicare  dispacci  militari  a  Verona,  Mantova, Peschiera, e il monte  Soragne. Erano   dispacci  di  morte! Fu  il  colonnello,  nonché ingegnere  asburgico   Andreas  Tunkler  von  Treuimfeld  a progettarlo. 
Durante  il giorno  venivano  utilizzati  pannelli  colorati  in  bianco  e in  nero,che  all’occorrenza  potevano  essere  piegati,aperti  e  richiusi. Per  trasmettere  le  informazioni  si  utilizzava  l’alfabeto  Morse. Durante  la  notte, invece, venivano  utilizzati  i  segnali  luminosi,criptati,che  venivano  trasmessi  attraverso  gli  oblo’ della  roccaforte. La struttura  venne   poi  conquistata  dai  “ribelli” della  Penisola.


Oggigiorno  è  possibile  visitare  il  Telegrafo  ottico  telefonando al Ctg  El  Vissinel  al numero  telefonico  338.6110020  oppure  al   347.2111212. Andate  a  visitarlo… E  visitate  anche  i  forti  Degenfeld, Leopold ( ora  pizzeria!) ,  Nugent  e  Benedeck. Capirete   meglio il significato  di  un  nome  che  si  identifica  con la  Libertà: Italia!



Fabio  Viganò


martedì 25 febbraio 2014

Le vampire di Praga.

“Le  Vampire di Praga”  di Andrea  Carlo  Cappi
Recensione  di  Fabio  Viganò



Lo si aspettava  da  tanto  tempo questo  libro  di  Andrea  Carlo  Cappi. Lo si  attendeva  davvero, un po’  per  “sana  curiositas” letteraria, un po’ per vedere  cosa  avesse escogitato  la  mente  geniale  dello Scrittore. Non  a  caso mi  permetto  di  scrivere  Scrittore! Cappi  ancora  una  volta  ci  sorprende  e  ci  entusiasma  lasciandoci  piacevolmente  di  stucco.  Chi  scetticamente  crede  di  dover  leggere  un   solito  pessimo  rifacimento  letterario  del”  Dracula “  di  Stoker  stia  tranquillo. Non lo è…Cappi  in  questa  sua  ultima  fatica non  soltanto  ci ricorda, qualora  ve  ne  fosse  la  necessità , di  essere  un  abile  e  prolifico  scrittore  noir, ma  incanta  con trame  allegoriche  e  metaforiche  che  sfumano  in  una  tenerezza  sensuale. Il  sensuale  in  lui  non  scade  mai  nel  volgare e, credetemi,oggigiorno è  cosa rara! Non è  un romanzo  erotico. Metaforicamente , Cappi  si addentra  nel  significato  intrinseco  della  Vita, o meglio,ci  ricorda, tra  il  lusco  e il  brusco, tra  un  dover  uccidere  per poter  sopravvivere , il  non  scontato  destino  dell’essere  umano. In  un” memento  mori” , riconducibile  a  ogni  momento  della  nostra  vita, Cappi gioca  abilmente  con  l’allegoria  della  morte  in  una “ Dance  Macabre”  superba, già  cara  al  tardo  medioevo  di  cui possiamo  trovar  traccia  sia  nel  Museo  Storico  della  Città  di  Berna, con la celeberrima  Danza  della  Morte, come a   a  Clusone,in provincia  di  Bergamo. Ma le  vampire  di  Praga,  dispensatrici di  morte,  possono  essere  lette  tra le righe, interpretate e  fatte  nostri  moniti, come  esponenti  di  quel  desiderio  di  immortalità, già  cantato  nell'antichità, ricercato  ad  ogni  costo  oggigiorno , costi  quel  che  costi, a  suon  di  denari, pur  di  rimanere inossidati  nel  tempo.  Via  libera  quindi  a  iniezioni  di  botulino,  lifting  a “ go  go” , pur  di  ingannare  gli  altri.  Non  sarà  come  bere  sangue… Semplicemente  è peggio! Si  tratta  solo  di  ingannare  sé  stessi.  Saper  invecchiare  è  difficile perché difficile è  accettare la  sola  idea  che  si  stia realmente,  inesorabilmente  ballando  una “ Dance  Macabre”. Grazie  a  Cappi  per  averlo  ricordato . Il  suo  messaggio  è sottile come  la  lama  di  un  coltello ,ironico  e  devastante  proprio  come  un proiettile  dalla  punta  cava . Il  romanzo  è  di  facile  lettura, accattivante, intrigante…Il  lessico è,  come al  solito,  elegante ed  erudito.  Complimenti!




LE  VAMPIRE  DI  PRAGA
Di  ANDREA  CARLO  CAPPI
Edizioni  ANORDEST

                                                                                        




                                                                                               Fabio Viganò

Con occhi di fuoco. Meditano.








Portfolio personale ed inedito di Minghini Yuri.

domenica 23 febbraio 2014

Alla ricerca del Basilisco.

" Una volta con mia sorella sono andata a prendere il frutto dei faggi a Sutsass. Erano buoni da mangiare. Ad un tratto sentiamo: "sniau, sniau!". Dico che bel gattino andiamo a prenderlo! Altro che gatto! Un testone e le zampe! Era il bazalesch, il basilisco. Un lucertolone lungo mezzo metro.

lunedì 17 febbraio 2014

Quando iniziarono a muoversi su quattro ruote

Mottarone, balcone del Piemonte.



[...] Ritornando verso Stresa, guardavo il lago marezzato di argento e di azzurro, le creste nere del Mottarone, il cielo, cremisi e rosa, dov'era tramontato allora il sole. Mi sentivo forte, felice. Non avevo ritrovato Meris, ma avevo trovato ugualmente, pensando a Meris, qualche cosa di straordinario. Un amore? Forse soltanto un capriccio un po' più violento degli altri, pensavo in quel momento, un'avventura un po' più lunga. E non era meglio di un amore?

Ricordavo il profumo che esalava da Sandra mentre mi ero seduta vicino in macchina: non un profumo francese sottile e raffinato: ma un semplice odore di freschezza e di sapone comune, più nuovo e più inebriante di qualunque altro di quei profumi. E quando entrai nella nostra vecchia sala da pranzo, e rividi, nel cono di luce che isolava la tavola apparecchiata, Costantino e il Giopa curvi sulla minestra e tristi per il mio ritardo, mi sentii stringere il cuore. Ecco, la loro vita, in confronto alla mia, era stata povera, squallida e senza speranze, e già declinava: mentre ancore come per un prodigio, la mia risorgeva alla giovinezza. [...]

Mario Soldati, "la busta arancione".


Filippo Spadoni.

domenica 16 febbraio 2014

La leggenda del nobile cavaliere!


La tradizione vuole che tanto tempo fa, una sera di un rigido inverno, un nobile cavaliere giungesse sulle sponde di Gavirate e da lì volesse proseguire nonostante il buio, per arrivare prima possibile dalla sua amata. Continuò quindi il viaggio in groppa al suo cavallo e prese ad attraversare un vastissimo campo ricoperto di neve. Giunto ad Azzate incontrò un contadino che gli rivelò dell'enorme pericolo appena inconsapevolmente affrontato: la desolata landa era in realtà il lago di Varese, ghiacciato dal rigido inverno! Il cavaliere fu grato al cielo per la scampata tragedia e consegnò al contadino dei soldi, chiedendogli di far erigere una cappella votiva nel punto in cui aveva raggiunto la salvezza. Il contadino mantenne l'incarico e la cappella, dopo vari rifacimenti (anche di nome: secondo vecchi dati catastali compare ad esempio come “Chiesa della Beata Vergine delle Case Vecchie”) ed ampliamenti, è diventata il piccolo santuario della Madonnina del Lago!  

In queste fotografie vedete la chiesa immortalata nel pomeriggio dell'11 febbraio 2014, eccezionalmente aperta per la Festa della Madonna di Lourdes: l'affresco nell’abside (ricavata dalla vecchia cappella) è infatti incorniciato dalla grotta di Lourdes. Non sempre è visitabile ma sicuramente lo è ogni seconda domenica di ottobre: si fa festa con anche la tardizionale vendita all'incanto di doni preparati dagli azzatesi!

Se trovate la chiesetta chiusa vedrete comunque un bell'angolo di queste zone e potrete magari fare quattro passi sulla pista ciclopedonale del lago di Varese (che attraversa proprio il vialetto d'accesso al Santuario), a caccia di altri scorci! 
Buona passeggiata!



Anna Bernasconi by annabernasconi.blogspot.com.

Il sole d'inverno. In ricordo di Achille Tominetti

Achille Tominetti (Milano, 1848 – Miazzina, 1917) è stato un pittore italiano della corrente divisionista.
Il divisionismo è un fenomeno artistico Italiano derivato dal Neo-Impressionismo e caratterizzato dalla separazione dei colori in singoli punti o linee che interagiscono fra di loro in senso ottico; per tali motivi può essere definito come una variante specifica del Puntinismo. Il divisionismo non può essere definito un movimento pittorico perché gli artisti che usarono questa tecnica pittorica non scrissero mai un manifesto artistico. 
In Italia si sviluppò a partire dall'ultimo decennio del XIX secolo e si evolse per un periodo piuttosto lungo. Secondo alcuni studiosi trovò il suo esponente principale in Pellizza da Volpedo, secondo altri in Giovanni Segantini. I principi che ne codificarono le direttive furono delineati da Gaetano Previati, che ne sviluppò le linee influendo sia sul territorio ligure che su quello lombardo.
I genitori di Achille Tominetti, di umili origini, erano originari di Miazzina, nei pressi del Lago Maggiore. Studiò all'Accademia di Brera dove nel 1866 si iscrisse alla Scuola di paesaggio, seguendo gli insegnamenti di Luigi Riccardi; e dove, durante il primo triennio strinse un forte legame d'amicizia con Eugenio Gignous. Nel 1872 tornò con la famiglia nel paese d'origine, Miazzina, per motivi di carattere economico, dovendo dedicarsi al lavoro dei campi sostituendo il padre rimasto colpito da paralisi, senza però abbandonare mai del tutto l'amore per la pittura, soprattutto di paesaggi, che inviava regolarmente a numerose esposizioni, tra Milano, Torino e Genova. 
Incaricato dalla nobile famiglia dei Trubeckoj, di fare da precettore al loro figliolo Pietro nella loro residenza di Ghiffa, Tominetti fu introdotto nell'ambiente dei ceti più abbienti, ed iniziò così a trovare numerosi committenti. Di fondamentale importanza fu per lui la conoscenza del celebre mediatore d'arte, pittore Vittore Grubicy de Dragon, che lo introdusse alle tematiche del divisionismo di cui fu grande fautore e promotore. Nel 1889 Tominetti si legò con un contratto a vita alla Galleria Grubicy grazie alla quale il pittore riuscì a risolvere i suoi problemi di natura economica e poté essere conosciuto ed apprezzato dalla critica, anche internazionale. Morì nel 1917 nella sua casa di Miazzina.
Il  sole d'inverno, 1904-1906

Neve e sole a Miazzina, 1904-1906

Aratura a Miazzina, 1901


Marco Boldini & Fabio Casalini

sabato 15 febbraio 2014

Francesco Ciceri, la cultura del Rinascimento.





Sandra Clerc ha studiato all’Università di Friburgo e si è laureata nel 2007 in Letteratura italiana, Filologia romanza e Letteratura latina. Nella stessa università ha conseguito un dottorato di ricerca con una tesi sull’epistolario latino e volgare dell’umanista Francesco Ciceri (Lugano, 1527 – Milano, 1596), pubblicata in due volumi nella Collana dei “Testi per la storia della cultura della Svizzera italiana” nel dicembre del 2013. Ha svolto ricerche nella Biblioteca Trivulziana e nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, e alla Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel, in Germania. Dal 2007 lavora e insegna all’Università di Friburgo. È stata insegnante di lingua italiana per l’Université Populaire di Friburgo e partecipa regolarmente come traduttrice e redattrice alla rivista “Viceversa” e al sito internet letteraturasvizzera.ch. È membro del comitato di redazione della rivista “Hvmanistica” e collabora al progetto “Les Idées du Théâtre” dell’Université de Paris – Sorbonne. Attualmente si occupa di letteratura teatrale del XVI secolo, con particolare attenzione ai prologhi delle commedie e ai testi tragici dei decenni centrali del Cinquecento.


“Si può vedere l’elogio che ci ha dato del Ciceri l’Argelati, a cui io aggiugnerò che si hanno alle stampe alcune lettere del Majoragio al Ciceri dalle quali raccogliesi l’anno in cui questi da Lugano, ove finallora avea tenuta scuola, passò a Milano, per ajutare in questo impiego il detto Majoragio, cioè il 1548, e molte altre di Giovanni Oporino stampatore di Basilea al medesimo Ciceri; che tra le lettere scritte a Pietro Vettori, una ne ha egli pure scritta al I di settembre del 1578, in cui dice ch’erano ormai 20 anni che per ordine del senato era pubblico professore, e che il Vettori risposegli con altra lettera piena di sentimenti di stima pel sapere del Ciceri. De’ Supplementi del Ciceri parla il suddetto ab. Zaccaria, il quale per ultimo descrive ancora il codice dell’antiche iscrizioni di Como, raccolte da Benedetto Giovio, di cui direm tra gli storici, nel qual capo altri ancora nomineremo che in somiglianti fatiche utilmente occuparonsi. E ciò basti per saggio dell’instancabile ardore con cui gl’Italiani di questo secolo si volsero a ricercare, a raccogliere, a pubblicare le antichità, riparando per tal maniera il disprezzo in cui esse si eran per tanto tempo lasciate giacere”.
Così Girolamo Tiraboschi parla di Francesco Ciceri nel suo trattato di letteratura italiana. Una vera rivelazione su di una figura del Rinascimento di cui già si intuisce l’importanza dalle poche righe descrittive del Tiraboschi. Cogliamo l’occasione per parlarne con Sandra Clerc, docente all’Università di Friburgo, recente autrice di una pregevole edizione dell’epistolario di questo illustre ticinese dal titolo: Francesco Ciceri, Epistole e Lettere (1544-1594). Il libro rappresenta una meravigliosa finestra spalancata sul vivace movimento culturale dell’epoca e sui suoi fermenti ideologico-creativi che coinvolsero non soltanto la Lombardia o la Svizzera bensì l’Europa intera tracciando un vero e  proprio  spaccato  del  Rinascimento  umanistico. Una vera e propria testimonianza letteraria di una rivoluzione culturale volta a rivalutare, analizzare e reinterpretare praticamente gli insegnamenti dei classici.

-Dottoressa Clerc, in che senso il Ciceri fu significativo per il suo tempo e quanto i suoi scritti possono definirsi oggigiorno attuali ma soprattutto,… chi fu Francesco Ciceri ?
Francesco Ciceri fu un uomo di lettere nato a Lugano nel 1527 e attivo in patria e a Milano come maestro di lingue classiche. Come ricordano l’Argelati e poi Tiraboschi, il suo trasferimento nel capoluogo lombardo avvenne proprio nel 1548, quando il giovane luganese fu chiamato da Marcantonio Maioragio come aiuto nella scuola da lui diretta. Personaggio fondamentale per la biografia del Ciceri, Maioragio è ugualmente una delle figure più importanti dell’Umanismo milanese della metà del 1500. Promotore di accademie letterarie, inserì da subito il suo pupillo nell’élite culturale e politica della città. Ciceri morì a Milano nel 1596.
L’importanza di Francesco Ciceri per la cultura letteraria e filologica risiede in primo luogo nella sua strabiliante biblioteca. Nell’arco della sua vita, egli raccolse infatti più di 200 manoscritti di grande pregio e innumerevoli edizioni a stampa, tra i quali si annoverano testi ancora oggi essenziali per la trasmissione di alcune opere antiche, come le lettere di Cicerone. La catalogazione di questi volumi, conservati alla Biblioteca Ambrosiana di Milano già dalla sua fondazione nei primi anni del Seicento, è tuttora in corso.
Ciceri stesso fu autore di alcune opere di carattere erudito e interesse epigrafico, nonché di commenti a opere classiche utilizzati nei suoi corsi e di alcuni panegirici – discorsi in onore di personaggi importanti dell’epoca. Nessuno di questi scritti, tuttavia, fu dato alle stampe e ancora oggi si attende che vengano studiati.
Un successo maggiore incontrarono nei secoli scorsi le lettere in lingua latina composte da Ciceri, indirizzate a destinatari svizzeri, italiani e di altri paesi, che furono in parte date alle stampe. L’edizione delle epistole e lettere da me curata costituisce la prima pubblicazione integrale della corrispondenza di Ciceri in latino e in lingua volgare – termine che indica l’italiano di quel periodo. Il suo ricchissimo epistolario, che comprende più di mille lettere, è particolarmente interessante poiché permette di rendersi conto della vivacità della vita culturale lombarda del secondo Cinquecento e dell’apporto che le allora Terre ticinesi, da poco passate sotto il controllo dei Cantoni svizzeri d’Oltralpe, ha potuto offrire al rinnovo del pensiero umanistico. Ma non soltanto di erudizione trattano le lettere: esse svelano inoltre un vivido spaccato di vita quotidiana in un’epoca di grandi cambiamenti sociali, culturali e anche linguistici. In questo senso, l’epistolario ci permette di viaggiare nel tempo e renderci conto, malgrado siano trascorsi quasi 500 anni, della costanza della condizione umana.

-Concorda con l’affermazione : “se riusciamo a illuminare frammenti validi del nostro passato culturale, e a riproporli per conoscenza e riflessione, diamo al presente segnali validi per una migliore presa di coscienza di quello che si è, di quello che si è stati e di quello che si potrà essere”? È una affermazione molto profonda e di ampio respiro culturale e intellettivo che, d’altro lato, sembrerebbe essere una sorta di “aut aut”. Parrebbe essere sia un monito accorato sia una speranza per l’umanità intera. Mi sbaglio forse?
L’affermazione rappresenta la ‘carta d’identità’ della collana “Testi per la storia della cultura della Svizzera italiana” nella quale appare l’edizione da me curata. Giunta ormai al decimo volume, la collana, inaugurata nel 2005, nasce da un’iniziativa di Ottavio Besomi e Carlo Monti al fine di valorizzare il patrimonio culturale e letterario di scrittori della Svizzera italiana.[1]
I curatori della collana invitano a ricercare e, laddove necessario, a ritessere un legame fra il nostro passato e il presente in cui trovare slanci di progettualità per il futuro. In questo senso, ritengo che monito e speranza non vadano considerati come un ‘aut aut’, come una scelta esclusiva, ma come un binomio indissolubile. Una speranza che non sia sostenuta da una riflessione coscenziosa e da un’attenzione prudente rischia di indurre in un girovagare inconcludente; una cautela che non sia al servizio di un ideale di miglioramento porta invece alla stagnazione del pensiero.

-Tentiamo di fare un parallelismo tra gli scritti del Ciceri, il suo tempo e la società attuale?
Come accennato in precedenza, Ciceri vive in un’epoca di grandi cambiamenti che, in un certo senso, inaugura quell’“accelerazione del quotidiano” che caratterizza la modernità. Nell’arco della sua vita, la Penisola italiana sarà teatro di rivoluzioni politiche, guerre e dibattiti religiosi, ma anche di profonde evoluzioni sul piano della lingua. Ciceri farà prova di grande capacità di adattamento e di abilità nel destreggiarsi in nuove situazioni. La facilità con cui tesse e mantiene contatti ad alto livello sia sul piano locale che internazionale rappresenta senza dubbio alcuno un atout fondamentale che gli permetterà di rimanere al passo con i mutamenti sociali. Certo, un paragone diretto con il nostro tempo dominato dalla comunicazione di massa e dalla globalizzazione, non potrebbe essere che una forzatura. E tuttavia, fatte le dovute proporzioni, non si può non riconoscere in Ciceri un precursore dell’uomo moderno e, perché no, un esempio di persona capace di trasformarsi restando fedele a sé stesso.

-Si è detto del Ciceri riguardo l’attività dell’insegnamento. Nell’Attestato I ai suoi allievi, nel quale suggerisce di imparare a memoria i precetti del Melantone sulle quantità sillabiche, dice testualmente:
      Discipulis suis s.p.d
Ex omnibus grammaticis nemo est qui syllabarum quantitatem brevius atque dilucidius scriptis tradiderit quam Philippus Malanchton, vir quidem insigniter eruditus. Eius igitur ea de re canones cupio discatis memoriaeque mandetis: ea enim, quae brevitate praedita sunt et obscuritate carent, facilius percipiuntur et fidelius continentur. Valete.

Qui a mio avviso risiede anche la grandezza del Ciceri. Non solo il recupero dei classici e la salvaguardia dei testi antichi, bensì la preoccupazione, continua, quasi assidua, affinchè essi vengano ben insegnati e interpretati, secondo le regole lessicali più consone. Cosa ci può dire a riguardo?
Certamente, Ciceri è maestro premuroso e attento verso i bisogni dei suoi discepoli. Un’ampia parte dell’epistolario testimonia del suo impegno didattico e del sostegno che egli portava ai suoi pupilli anche una volta terminata la loro formazione, affinché potessero raggiungere cariche politiche e amministrative di prestigio.
La sua passione per i testi antichi e per la precisione lessicale emerge ugualmente dalle sue ricerche sull’epigrafia monumentale nella città di Milano. In più occasioni Ciceri fu consultato dalle autorità pubbliche o da privati cittadini che confidavano nella sua perizia al momento della composizione di iscrizioni murarie in latino.

-Quale fu il rapporto del Ciceri con i politici dell’epoca, gli altri illustri intellettuali, tra i quali l’Arcimboldi, il Vettori ed il Cardano?
Francesco Ciceri fu l’istitutore di tutti coloro che assunsero incarichi di prestigio nella Milano di fine Cinquecento. Grazie al suo impegno didaddico, egli era inoltre un personaggio in vista e un rispettato collega per molti intellettuali, che spesso servì da tramite fra le sfere della cultura e del potere. Proprio questa sua posizione mediatrice fra differenti ambiti della vita pubblica della capitale lombarda e i suoi importanti contatti Oltralpe, in particolare con l’autorevole stampatore basilese Johannes Oporinus, rendono Ciceri una figura complessa, dalle molte sfaccettature e fanno dell’epistolario uno strumento di lavoro ricco e appassionante per gli studiosi interessati al periodo.
Con gli intellettuali da lei citati Francesco Ciceri ebbe rapporti cordiali: la loro corrispondenza mostra stima reciproca e proficui scambi intellettuali.

-Dottoressa Clerc, cosa ha significato per Lei pubblicare l’epistolario del Ciceri? Ritiene possa servire a valorizzare la lingua italiana in Svizzera?

La pubblicazione dell’epistolario è stata per me l’occasione di scoprire e far scoprire un personaggio poco conosciuto della nostra storia. Non solo la lingua, ma in generale la cultura della Svizzera italiana dell’epoca rimangono ancora poco approfondite, anche per mancanza di testimonianze e strumenti. L’edizione delle lettere, in questo senso, costituisce un contributo allo sviluppo di questi studi.
La lingua utilizzata da Ciceri data ormai di quasi 500 anni e non corrisponde all’italiano parlato oggi. Per questo motivo la lettura dell’epistolario non può essere considerata direttamente uno strumento di promozione linguistica. Tuttavia, la pubblicazione di questi voumi ricorda il contributo della Svizzera italiana nella costruzione del patrimonio culturale svizzero ed europeo. In questa misura, la pubblicazione delle lettere di Ciceri riafferma, se pur modestamente, l’imporanza dell’italianità nel nostro paese.

-Un’ultima domanda…Cosa augura ai lettori de “ I viaggiatori ignoranti”?
Ai lettori e alle lettrici del blog auguro di trovare ongi giorno nuovi spunti e interessi per guardare il mondo con occhi sempre nuovi.

-Grazie!
Grazie a lei!

                      


[1] http://www4.ti.ch/decs/dcsu/cosa-facciamo/testi-per-la-storia-della-cultura-della-svizzera-italiana/introduzione/


Fabio Viganò.